Podcast n. 169 – Il Mondo Nuovo – 10.11.2025 -Questione di stipendi.

Nello stesso giorno due storie ben diverse finiscono per essere mescolate nell’irritazione generale. Vediamo di che si è trattato.

Stefano Rolando

Versione audio:https://www.ilmondonuovo.club/questione-di-stipendi/

Il grande flusso dell’informazione fa spettacolo e qualche volta scherzetti. Accoppia notizie disparate che possomo diventare romanzo fantasioso ma anche seria incresciosa allusione.

Non mi riferisco a Trump e a Putin che occupano largamente la scena globale. Mi riferisco a nomi noti, ma non notissimi.

  • Uno che ha lasciato il palcoscenico del potere in apparenza per restare nel palcoscenico del potere nella sostanza.
  • L’altro su cui non voglio fare – come non ho mai fatto – battute scorrette, ma che per la sua scelta di stare comunque schierato con il potere entra per forza nel novero delle persone giudicabili.

State indovinando?

  • Dunque, uno ha 54 anni ed è nato a Pretoria in Sudafrica. È stato un tifoso dei democratici americani.
  • L’altro ha 75 anni, ed è nato il 26 maggio 1950  a Venezia, in Italia. È stato un appassionato ex-socialista.

Cosa hanno in comune?

Fino adesso pressoché  niente. Salvo quei dui puntini (ex).

I fatti sono accaduti più o meno nello stesso giorno.

  • Uno ha imposto al suo consiglio di amministrazione di accordargli un extra-bonus come maxi-dividendo (in azioni Tesla, la società che guida) che ha trasferito sul suo conto in  banca mille miliardi di dollari.
  • L’altro ha convinto gli organi di governo della sua pur marginale istituzione ad accordargli – accodando sé e i suoi collaboratori  a un provvedimento di auto-benevolenza scritto per i vertici istituzionali  – l’aumento di stipendio annuale ben oltre i 300  mila euro all’anno (alcuni giornali e tg hanno parlato anche di una cifra complessiva ben più alta).

Come si vede non c’è neppure una lontana proporzione.

Come si vede non si può mettere sullo stesso piano un’azienda privata nota nel mondo e una istituzione che, come ho detto, naviga in una certa  marginalità, tanto che nemmeno gli italiani conoscono e riconoscono  come utile, perché finita l’epoca feconda e progettuale in cui era presieduta da Giuseppe De Rita è progressivamente servita a produrre più o meno con la stessa autoreferenzialità  della politica italiana convegni e ricerche di cui non ci sono segni di incidenza reale su vere emergenze sociali ed economiche del Paese. E tuttavia, se posso dire all’impronta, il caso del maxi-dividendo di Tesla mi appare un po’ meno ridicolo e fuori misura rispetto all’auto premiazione dell’aumento di stipendio del presidente del CNEL, confrontato con quelli di chi nell’apparato pubblico tira davvero la carretta per far funzionare le cose, per dare un contributo sociale riconosciuto, per migliorare davvero condizioni socio-economiche della comunità. Non per produrre ricami descrittivi di cui – sarà una mia svista, ma di solito sono informato al riguardo – non ho visto mai riconoscimenti del valore aggiunto.

  • Elon Musk è strampalato ma altamente creativo, smodato ma con una rotella in più, un cinico pragmatico passato dalla filiera dei dem (per poi litigarci)  alla filiera dei MAGA (per poi litigarci).
  • Renato Brunetta è parte minoritaria di un’antica scuderia che è stata formata in realtà non tanto per occupare posti quanto per riformare appassionatamente l’Italia. Quella squadra è stata messa fuori combattimento dal capitolo finale di un duello (in particolare quello a sinistra) in cui il destino (sommato a nuovi e vecchi poteri) ha compiuto lo stesso danno che Mussolini fece togliendo la vita alla miglior classe dirigente della democrazia liberale della prima parte del ‘900 (prezzo pagato dall’Italia di tutto il secolo). A metà degli anni ’90  toccò all’intero gruppo dirigente socialista di essere messo in panchina. Alcuni per diretta iniziativa della magistratura. Molti altri, certamente i più, dal clima di sospetto, pregiudizio e trasferimento di stigma orchestrato da soggetti che erano parte della stessa formazione “costituzionale” avuta dai socialisti.

Una pattuglia di quel gruppo dirigente in quella metà degli anni ’90 ritenne di evitare quella deriva, scegliendo di passare nell’altro schieramento dell’Italia politica che si avviava, con il maggioritario, al bipolarismo. Non entro in quella storia, in quelle valutazioni, in quella divisione in una fase di grande confusione e di discontinuità di cui era difficile vedere l’evoluzione. Personalmente non vidi bene quella divaricazione, in ogni caso quella pattuglia produsse ministri per un certo numero di anni. Renato Brunetta tra questi.

Essendo tra coloro che razionalizzavano quella scelta con l’idea della libertà di realizzare le idee e i progetti della loro stessa formazione, ho pensato e penso che questa motivazione non reggesse molto né per le storie personali né per le storie collettive. Qualcuno di loro – anche di primo piano –  a un certo punto lo ha ammesso. Ho preferito guardare piuttosto ai comportamenti e agli atti di condotta personale. Per questo ne parlo oggi non per ideologia, ma perché c’è un atto specifico che è discutibile sul piano di alcuni aspetti valoriali.

Non stiamo parlando dei mille miliardi dell’insolenza di Musk, si intende. Ma di un emolumento rispetto a  cui gli eroi sociali del nostro tempo – medici e insegnanti, tanto per dire – navigano attorno ai 30/35 mila euro lordi all’anno. Soprattutto nell’Italia in cui gli stipendi (esecutivi e ceto medio in particolare) sono il problema del Paese, bloccati, tra gli ultimi in Europa e per ora senza una soluzione vera erga omnes.  

Penso che la formazione socialista o ti dice qualcosa ancora nel tuo intimo o vuol dire che non ha prodotto grandi coerenze.

Detto ciò, ho conosciuto Renato Brunetta trenta, trentacinque anni fa e non ho mai avuto dubbi sulla sua intelligenza analitica, sulla sua forza reattiva, sulla sua capacità di coniugare cose piccole e cose grandi (capacità che hanno gli economisti del lavoro). Ma la storia di quella formazione generazionale chiedeva e chiede qualche punto fermo. Ed è per questo che mi colpisce il fatto che l’intelligenza non aiuti a capire che quell’incarico nell’attuale contesto italiano non vale oggi quel compenso auto-accreditato. E se lo capisci non aspetti a farti rimproverare dalla premier. Cosa che in sé è diventata un danno istituzionale.

Villa Lubin, Roma – Sede del CNEL

Vorrei solo aggiungere che il tetto massimo degli stipendi pubblici entro e non oltre il tetto fissato per il capo dello Stato l’ho considerato a suo tempo un provvedimento morale, non ritenendo valido l’argomento della non competitività con gli altri stipendi manageriali di impresa. La mission pubblica è fatta anche nel quadro di una visione ragionevole di riduzione delle disuguaglianze, non di pura competitività. Se uno non ci crede non considererà mai fino in fondo la sua una “mission”. Al di là dei casi accennati, rimuovere quel tetto, per qualunque funzione, è cosa che disapprovo. Come è noto, la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale tale soglia. Ora, il tetto è parametrato al trattamento retributivo del primo presidente della Corte di Cassazione, il cui stipendio lordo annuo si aggira intorno ai 311.000 euro. Questo mio sentimento – absit iniuria verbis –   mi ha provocato disappunto per le decisioni della Corte Costituzionale. Ed è questo in fondo l’argomento vero del mio podcast.

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