La parola “sicurezza” è ormai entrata nell’agenda sociale. Ma diventa spesso una clava che viene usata come leva (anche demoscopica) per acquisire voti impauriti, mentre sempre più dovrebbe essere la mappa di una legittima attenzione sociale da monitorare con dati reali.
Lettera da Legnano
Stefano Rolando
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Sono nella città di Legnano, 60 mila abitanti ai confini di nord-ovest della provincia di Milano (complessivamente 3.250.000 abitanti), non lontana dalla prealpe varesina, città di origine romana, con lunga storia dal medioevo a oggi, sede della famosa battaglia militare del 29 maggio 1176 in cui la Lega lombarda in alleanza con papa Alessandro III respinse il Barbarossa che voleva annettere l’Italia settentrionale nel Sacro Romano Impero, meritando così un posto nell’Inno di Mameli in cui, oltre a Roma, Legnano è l’unica città italiana citata ( «…Dall’Alpi a Sicilia dovunque è Legnano …»).

La battaglia di Legnano – Amos Cassoli (1850)
In età moderna è stata uno dei caposaldi della rivoluzione industriale milanese, una parabola tutta compiuta nel XX° secolo oggi con trasformazione terziaria e commerciale. Oggi in sviluppo residenziale a costi moderati, immigrazione attorno al 12%, in questa fase a guida politica centrosinistra, dopo un naturale ciclo di affermazione leghista.
Il grado di soddisfazione per la qualità della vita è in generale piuttosto alto. Ma – come avviene in tutti i territori urbanizzati – la frequenza dei casi di microcriminalità apre un varco a sentimenti di inquietudine e di percezione del rischio. Se non è ricondotta a dati reali, per poter misurare l’efficacia di prevenzione e contrasto reali, essa diventa una questione di “atmosfera sociale e mediatica”, come avviene tutte le volte in cui la percezione prende il sopravvento sulla realtà.
Ci sono luoghi e città in cui non si fa un bel niente, lasciando questa percezione alla mercè dell’allarmismo mediatico e quindi dello scontro politico (alimentato tendenzialmente da chi è all’opposizione). Ci sono però anche luoghi e città in cui si tenta di intraprendere un percorso di analisi sia nei confronti del sentimento sociale sia nei confronti del quadro di realtà degli eventi. Che dovrebbe anche comportare un approccio bipartizan nell’interesse dei cittadini e del lavoro delle forze dell’ordine.

Daniele Ruggeri (Polizia), magg. Pietro Laghezza (Carabinieri), Annamaria Buono (Consulta Oltrestazione), Stefano Rolando (IULM), Federico Focacci (Consulta Centro), Pio Clemente (Consulta Oltresempione) e altri esponenti delle Consulte.
Ebbene, perché registro questa nota a Legnano? Perché è stato presentato oggi qui un Rapporto di indagine proprio sulla “percezione della sicurezza”. Ancora sui profili generali, certamente, ma per apire la strada verso un percorso di approfondimenti. Merito del sindaco Lorenzo Radice (professionalmente sociologo) e della vicesindaca Anna Pavan (con delega al benessere e alla sicurezza) e merito delle tre consulte cittadine, concepite come strumento di interazione sociale, che hanno aperto questo cantiere cognitivo e di metodo. Chiamando per questo a confronto una Università del territorio (in questo caso la mia, lo IULM di Milano, in cui ho dato vita anni fa a un Osservatorio sulla comunicazione pubblica) per ascoltare e commentare gli elementi dell’indagine (in cui in precedenza le mie colleghe sociologhe Rosantonietta Scramaglia e Federica Fortunato, hanno dato una mano all’impostazione del questionario). Partecipi dell’incontro i responsabili territoriali di Polizia e Carabinieri.
Dedico all’episodio di questo seminario sui primi dati a disposizione, una puntata dei miei podcast che si occupano della “rappresentazione sociale” (cioè, come ci raccontiamo la realtà, come queste narrative influenzano la nostra percezione di politica, economia, società e cultura) perché su questa materia si sta giocando una grande partita sociale e politica.
Tema ormai numero uno della vita pubblica, sia nelle città che nei territori comunque urbanizzati, in cui nell’intero pianeta la presenza di soldi e beni attiva reati. Che sono parte di una più generale questione sicurezza (che investe molti campi: il clima, il lavoro, l’alimentazione, la finanza, la tecnologia, il sistema digitale, fino ai grandi temi della guerra e del terrorismo). Forse la parte più piccola o comunque più minuta e frammentata del problema è proprio quella della microcriminalità locale, ma furti e rapine risultano statisticamente reati in aumento; e poi borseggi e scippi sono frequenti anche se ondivaghi; le truffe online sono in chiaro aumento, legate agli acquisti sono all’ordine del giorno tanto che ormai le frodi bancarie e il phishing sono considerati reati comuni (nel 2024 i casi di cittadini truffati è arrivato a 1 milione e 700 mila casi denunciati). Così è chiaro che serpeggi un rischio personale che ogni comunità avverte come accerchiante. Questo con più insistenza nell’area centro-settentrionale del Paese rispetto – checché se ne dica e se ne pensi – all’area meridionale.
Poi – sempre bene ricordarlo – il tema sicurezza deve affrontare anche un’area di alta criminalità: la violenza (in cui quella di genere sta assumendo una rappresentazione costante), gli omicidi, i racket, il controllo criminale del territorio, eccetera. Area che ha una curva di sviluppo diversa da quella della micro-criminalità.
Affrontato con metodo, con ricerca dei confronti tra dati reali e percepiti, conoscenza pubblica e valutazione dei nuovi mezzi di contrasto, con partecipazione sociale al contenimento, alla denuncia e alla sorveglianza, il fenomeno ha aspetti generalizzati ineludibili ma anche una fisionomia diciamo “sotto controllo” che misura miglioramenti e peggioramenti con parallela analisi delle cause. Se invece è lasciato alla vaghezza degli approcci ( che poi rischiano anche di essere vaghezza dei contrasti) il fenomeno è in pasto alla speculazione mediatica e parallelamente alla manipolazione politica.
La demarcazione è insomma una conquista della democrazia e del buon governo.
Il rapporto di indagine – illustrato dal presidente della Consulta 2 “Centro” di Legnano Federico Focacci – dice che la maggioranza delle risposte si concentra sui punteggi “Medio” e “Alto” di fronte alla domanda “Ti senti sicuro?” per un complessivo 69%, ma limitatamente allo spazio diurno. La notte capovolge la percezione: la maggioranza delle risposte si concentra sui punteggi “molto basso” e “basso” per un complessivo 65%. Il 26% ha una posizione intermedia. Si limita al 9% la dichiarazione di sicurezza notturna. Atti vandalici e spaccio di droga sono le tipologie di crimine più vistose. A cui fanno seguito (ma a distanza) aggressioni, scippi e borseggi. Gli indicatori di insicurezza vengono ravvisati dalla presenza di persone sospette” (68%), dalle “strade buie” (50%), dalle dinamiche attorno alla “stazione ferroviaria” (42%), dagli “spazi isolati” e dal “degrado” (58%). I cittadini propongono l’incremento della presenza delle forze dell’ordine (80%), più telecamere di sorveglianza (48%) e maggior recupero di aree degradate (42%).
Per reagire subito a questo preliminare quadro, ho fatto, a caldo durante la presentazione, due osservazioni.
- La prima riguarda il fatto che, come tutto ciò che fa paura, l’impianto di analisi e di socializzazione deve sempre tener conto del duplice registro delle risposte: le misure materiali (contrasto, tecnologia, infrastruttura) e le misure immateriali (informazione, educazione, comparazione) che nell’indagine appare, ma come tema di sfondo. E che invece assume grande rilievo.
- La seconda riguarda una questione cruciale che connette il fenomeno (criminalità/sicurezza) alle responsabilità di contrasto. È un punto che deve essere ben chiarito partendo da come è fatto oggi il sistema dell’informazione. Una volta arrivava nelle case (non in tutte) un titolo di giornale e poi verso sera un servizio in cronaca al TG. Poi funzionava il “sentito dire”. Oggi è in atto un accerchiamento multimediale, con molti riscontri (telecamere; social dei cittadini e social delle gang; testimoni armati di cellulari; eccetera). Insomma: ciò che si chiamava una volta percezione, adesso si dovrebbe chiamare permeazione. Le controprove (soprattutto della microcriminalità) sono spesso suffragate e questo fattore di confusa realtà pesa enormemente nell’opinione pubblica e nelle famiglie.
E ancora due osservazioni di contesto ho ritenuto di fare rispetto a questa preliminare discussione.
- Innanzi tutto, che la percezione di rischio, anche in questo territorio, è in linea con la mappatura della tipologia nazionale dei reati. Nel 2024 risultano in calo gli omicidi, , ma in aumento rapine +1,8%, furti +3% , spaccio +3,9% lesioni +5,8%, violenze sessuali +7,5% (la tabella l’ha fornita di recente Dataroom sul Corriere della Sera di pochi giorni fa)
- Sempre utilizzando i recenti elementi di Dataroom bisogna anche tener conto che la provincia di Milano non è in questo resoconto nei primi 10 soggetti in aumento. Sopra il 10% ci sono le province di Vercelli e Trento. Al 9,7% Lodi, all’ 8,4% Alessandria, al 7,7% Reggio Emilia, al 6.5% Novara, al 3,9% Spezia, al 2,8% Varese, al 2% Prato e Monza Brianza, all’1,3% Pistoia, all’1,2% Lecco, all’1,1% Firenze. Anche se altre fonti hanno collocato Milano in maggiore criticità, qui non c’è Milano, come non c’è Napoli e come non c’è il Sud. C’è tuttavia un sistema territoriale nord confinante.
Un dettaglio che aiuta a comprendere che il problema sicurezza esiste, ma che nella pancia dei cittadini la misura del rischio è sotto controllo. Il 74% degli intervistati (saggia domandina finale di controprova dell’indagine), considera la città attrattiva e consiglierebbe di viverci ad amici e parenti.