Podcast n. 178 – Il Mondo Nuovo – 9.2.2026 – La cerimonia di apertura.

Milano-Cortina 2026. Per raccontare l’Italia serve più la cultura semplificata della pubblicità o quella tormentata degli intellettuali?  Oggi la risposta appare scontatissima. Ma in certi momenti è meglio riflettere un po’ prima di rispondere.

Stefano Rolando

Versione audio:https://www.ilmondonuovo.club/la-cerimonia-di-apertura/

Se c’è un evento che stressa e massimizza il concetto di rappresentazione (in questo caso è la rappresentazione  di una storia complessa, come è la realtà e l’identità di un Paese e quindi di una comunità, che ospita – con ampia turnazione – un grande evento mondiale) ebbene esso è certamente la cerimonia di apertura di  una Olimpiade dei nostri tempi.

Con una centralità televisiva che coinvolge almeno due miliardi di persone.

Ho pensato embrionalmente questa cosa la prima volta – con l’immensa fascinazione di quel tempo e con lo stupore di un dodicenne che aveva già scoperto i colori e i pini di Roma e alcune bellezze dell’Italia – in quel 1960 in cui anche la televisione usciva dal provincialismo dei suoi debutti per prendere fattezze internazionali.

E in cui anche gli sport cosiddetti minori diventavano popolari e seguiti dalle nuove generazioni.

E l’ho riscontrata poi tante volte nella vita. Fino a che, tra gli anni ’70 e gli anni ’90 – lavorando in vari contesti, la stessa televisione, il cinema pubblico e per dieci anni la guida della comunicazione istituzionale dei governi italiani – ho assunto anche responsabilità di committenza in numerose occasioni in cui era in gioco questa rappresentazione.

Con questo retrostante laboratorio, ma anche con lo sguardo un po’ inclinato dall’età che avanza ma che resta nutrito tanto da affetto profondo per l’italianità quanto anche da spirito critico contro il propagandismo che troppo spesso ne tratta i caratteri e gli aspetti simbolici, ho maturato alcune riflessioni sulla cerimonia di apertura dei XXV Giochi olimpici invernali, noti anche come Milano Cortina 2026.

Giochi che si stanno svolgendo dal 6 al 22 febbraio 2026 a Milano e Cortina d’Ampezzo, città assegnatarie della manifestazione in forma congiunta. E  che coinvolge – questa è una novità assoluta nella storia dei Giochi –  anche i comuni di Rho (MI), Assago (MI), Bormio (SO), Livigno (SO), Predazzo (TN), Anterselva (BZ), Tesero (TN).

Chi è il committente della rappresentazione?

Difficile dirlo, perché formalmente il soggetto è identificato nell’organizzazione multi-istituzionale rappresentata da Comuni, Regioni, Stato e organizzazioni olimpiche.

Non strettamente nel governo italiano. E tuttavia questo genere di membership diventa anche una sorta di aggregazione genetica dell’aria che tira, che tiene conto di varie cose. Del quadro politico, della trasformazione sociale, estetica e culturale. Degli interessi in gioco . Dei conflitti in atto. Delle tendenze etico-estetiche e valoriali del nostro tempo.  Un soggetto astratto e concretissimo che potremmo chiamare  il potere e la rappresentanza del momento.

Proverei brevemente a  riflettere sulla linea di racconto che è stata messa in mano a professionisti creativi e a controlli istituzional-politici (con lo sguardo degli interessi anche economici commerciali retrostanti). Questo è anche il mio angolino di analisi, perché mantengo una attenzione scientifica sull’evoluzione della materia “comunicazione pubblica”, nel caso in questione materia centrale del prodotto finale.

Non voglio raccontare dettagli tecnici. Non voglio entrare nelle pieghe del coordinamento estetico, che si presterebbe a specifici elogi e specifici dissensi.

Vorrei con molta semplicità esprimere un’opinione sul concetto di rappresentazione dell’immagine dell’Italia oggi, nel quadro delle responsabilità che il popolo italiano ha scelto per governare questa responsabilità.

  • Parto dal fatto che la stampa internazionale ha, per lo più, lodato questa rappresentazione. “Il patrimonio italiano in mostra – così ha aperto  la sintesi la Cnn – la cerimonia di apertura ha reso omaggio alla ricca storia, arte e cultura dell’Italia“. Un giornale popolare inglese come il Guardian ha scritto: “Milano ha lanciato una lettera d’amore di tre ore all’Italia, ma anche in un appello alla speranza e all’armonia in un mondo in crisi“. Benissimo anche se non credo che ci sia stato un commitment così chiaro e intenzionato.
  • Parto del fatto che mia figlia ormai grandicella – che ha studiato e si cimenta professionalmente con queste materie – di solito un po’ criticona e non pregiudizialmente benevola, ha tutto sommato considerato di essere piuttosto compresa dalla lettura dell’Italia che la “cerimonia” ha inteso fare con destinatari esterni (un mondo che ci immagina e non ci conosce) ma anche interni (con una popolazione che conosce abbastanza bene se stessa, qualche volta a occhi aperti e critici ma spesso anche con occhi velati da distorsioni e insufficienze culturali).
  • Parto dal fatto che alcuni amici non gregari per temperamento e missione hanno detto che si è sprecata un’occasione andando su un racconto abbastanza banalizzato – pur trattato con abilità creativa – senza cogliere l’occasione e per raccontare le vere potenzialità del futuro dell’Italia e, nel caso, del suo baricentro di città globale che è Milano. Ma qui devo dire che questa leva critica è sempre bene averla innescata; però in questo caso temo che sarebbe stato difficile rappresentare un pensiero che mi pare emerga poco, a fatica, con  incertezze progettuali e anche senza chiare paternità politiche e intellettuali, pur essendoci luoghi di ricerca che avrebbero tante cose da dire al riguardo.

Insomma, voglio dire che non c’è qui oggi una levata di scudi contro questo “spettacolo” andato in  onda e in  rete. Tre ore, prima dell’informazione concentrata tutta sulla lotta di straordinari atleti a disputarsi il come superare i limiti estremi della generazione appena precedente.  Con ansie, speranze, exploit, risultati che in questi giorni faranno notizia dimenticando inni, parole, simboli e passerelle della cerimonia d’apertura.

Per la verità non mi aveva dispiaciuto lo spot dei trentini, riuniti come montanari nelle baite ad esercitarsi nelle lingue del mondo a dire  “benvenuti” agli spettatori (fisici e televisivi)  delle olimpiadi invernali, a breve loro ospiti. Una cosa con sapore di montagna e di accoglienza coerente con l’invernalità e la centralità della montagna nell’evento. Di Milano e Lombardia isi è visto molto poco, nelle anteprime.

Ora la sceneggiatura è stata più complessa, una sorta di moscaio studiato per non  tralasciare nulla o quasi nulla degli ingredienti che stanno collocati come tessere di mosaico  nella cornice (mai fissa nel tempo) del “brand Italiano” e in sottordine del “brand Milano”. Compreso il felice momento del milanesissimo  tram notturno costruito negli anni Trenta ma ancora attività,  che, guidato da un devoto cittadino repubblicano già anche spericolato campione di motociclismo che è  Valentino Rossi, trasporta, mescolato agli atleti e poi protagonista di una delicato finalino, niente meno che il presidente della Repubblica allo stadio di S. Siro. Ma poi anche comprese danze geometriche di donne in divisa tricolore che, capisco l’ omaggio a Giogio Armani, ma che producono anche una percezione di sfilata nazionalistica  che se la immaginiamo di un qualunque altro Paese ci avvolge e coinvolge fino a un certo punto.

Certo la nostra moda con i suoi senatori scomparsi da poco. Le  glorie degli sport del Novecento (confesso commozione all’ingresso preliminare di Baresi e Bergomi). Un po’ di bellezze storico-ambientali. Poi  coreografie siderali. Un po’ di immagini aeree e  frammenti del patrimonio culturale e letterario più celebrato. Non allungo il brodo sul mosaico. C’è modo e modo di comporlo. Il giudizio è soggettivo. L’effetto generale che ho percepito è quello di un’Italia tirata a lucido  per essere competitiva con la narrazione storico-estetica fatta poco tempo fa dalla Francia macroniana per aprire le loro olimpiadi di Parigi. Entrambe queste due sceneggiature sono state un po’ diverse dal copione di Londra del 2012 : lì il racconto del primato inglese nella storia della rivoluzione industriale fu raccontato in modo drammatico e sofferto quindi con la cultura del teatro , non della moda e della pubblicità. Per poi segnalarci che le glorie inglesi – da Shakespeare  ai Beatles – sono pagine inglesi ma anche mondiali. Dunque, il racconto di una Gran Bretagna che ha ancora ragione di considerarsi “global player” (una concettualizzazione politica però che dire che il Regno Unito aveva fatto bene a uscire dalla UE) .

Non parliamo del racconto astratto e propagandistico delle aperture russe e cinesi nelle loro occasioni olimpiche. Danza e coreografie a tutto spiano per raccontare il migliore dei mondi possibili. Il loro.


Ma torniamo all’Italia. Ho qualcosa contro i tasselli che si sono sommati (alcuni anche producendo brividi, Pausini compresa alle prese con la difficile prova dell’inno di Mameli)?

In fondo no. Ma con la netta percezione di sentirmi sollevato da non avere più alcuna responsabilità – che ho avuto per anni – di essere parte del commitment di questo genere di realizzazioni.

Voglio dire che lo sforzo di narrazione che ha riguardato le esperienze e la generazione professionalmente attiva di quegli anni avvertiva con una certa fierezza di non sentirsi parte di un certo propagandismo. Sentivamo la società ancora autopropulsiva rispetto al tema del “competere” (non lo dico io ma il Censis che non è più così). Sentivamo Stato, Regioni e Città, solidali nel comporre la diversità dei loro racconti. Sentivamo che i guai e i buchi neri (mafie comprese) non andavano  negati ma che la lotta per combatterli doveva essere in qualche modo  parte dei racconti.

Non mi dilungo sulla retorica del tempo, su cui sono ancora pronto a sostenere dibattiti.

Dico solo che la comunicazione istituzionale che percepivamo come possibile  e praticabile era distinta dallo spirito (e quindi anche dal taglio concettuale) della comunicazione commerciale, fatta benissimo si intende e al tempo ancora spiritosa (era nell’aria ancora la lezione di Carosello), che alla fine deve costruire narrative attorno al sogno che deve vendere, non attorno alle realtà che deve rappresentare.

Ecco, la mia percezione e è che oggi queste tecniche (quella istituzionale e quella commerciale) si siano ormai riunite nell’idea prevalente  di vendere sogni e nel trattare oniricamente la materia dei racconti. Cosa che corrisponde anche a ciò che viene considerato  substrato della domanda. Cioè alla  tesi dell’attuale commitment di  corrispondere  alla domanda del  “popolo”.

Questo, se vogliamo,  è il taglio che mi fa prendere alcune distanze da questa Cerimonia, non il singolo trattamento di questo o quel tassello.

Questo è  il segno dei tempi che ci leggo. Non tanto  le mani del Governo su questo racconto, ma l’aria del nostro tempo di produrre – tutti, politica e impesa e temo anche spesso la cultura – questa continua “vendita di tutto”. Nessuna antropologia a guidare la comunicazione, ormai è sempre meglio il marketing.

Provare a vendere sempre. Anche quel sentimento impalpabile e forse anche irraccontabile che si chiama italianità.

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