Alcuni vecchi paradigmi fragili, dopo l’ondata populista e la crescita dei MAGA nazionalisti, tornano a consolidarsi e a radicalizzarsi. Il cambio di paradigma chiarirebbe molte cose. Ma pochi vanno oltre la soglia declamatoria.
Stefano Rolando

Versione audio:https://www.ilmondonuovo.club/destra-sinistra-oppure-avanti-indietro/
Più o meno nell’epoca in cui tornò a circolare l’analisi di Norberto Bobbio su destra e sinistra (crisi del concetto, nell’evoluzione post-ideologica, con contenuti ormai ondivaghi, salvo ragionare ancora sul concetto di uguaglianza), diciamo una quindicina di anni fa, ricordo un episodio illuminante su questa materia.
Era in corso la campagna elettorale di Giuliano Pisapia che puntava a sostituire il ventennale potere della destra a Milano. E se il candidato – qualcuno diceva – fosse “troppo di sinistra”? Un leader della borghesia progressista milanese, Piero Bassetti, spiegò che anche lui, l’avvocato penalista candidato, portava il loden verde con aspirazioni riformiste. Spostò i voti necessari a far cambiare (fino ad oggi) la rotta politica della città.
In quella campagna lo spunto che ricordo fu quello di una delle tante assemblee dei loden verdi progressisti di Milano (che non si rassegnavano ai giubbotti), in cui uno dei maggiori sociologi italiani, Guido Martinotti, introdusse la contrapposizione tra galleggiamento e trasformazioni necessarie per contrastare la vocazione incallita di tanti politici professionali di appassionarsi solo alle tattiche e al gioco continuo di fare e disfare alleanze e di non interpretare piuttosto la realtà. Politici di tutta l’Italia e anche quelli di città pronte a nuove transizioni post-industriali. Il tema essendo (allora e anche ora) quello di affrontare le contrazioni occupazionali con la necessità di equilibrare di più sviluppo e qualità sociale.
Punto forte di quel ragionamento: smetterla di classificare tutto con “destra e sinistra”, paradigma logoro. E vedere programmi e figure credibili attorno al nodo cruciale (in quel caso per la città di Milano): andare avanti o andare indietro?
Naturalmente qualche ironia, qualche dubbio sull’elettorato capace di giudicare fenomeni di sviluppo e declino, qualche resistenza attorno alle nostalgie ideologiche. Ma anche la chiara spinta di un civismo competente per mettersi al servizio di una progettazione adatta a una politica di cambiamenti.
Il dubbio lo aveva popolarmente già raccontato Giorgio Gaber a metà anni ’90. Lasciando però che divertenti giochi di parole non andassero ancora oltre la contrapposizione antropologica. Ricordate? La vasca da bagno è di destra, la doccia è di sinistra. Il culatello è di destra, la mortadella di sinistra. Il cioccolato svizzero è di destra, la nutella di sinistra. Eccetera.
Il passo successivo era e sarebbe ancora quello di passare a distinguere le condizioni del presente: la demografia, l’ibridazione, la tecnologia, gli investimenti, l’equità fiscale, il costo della vita, eccetera.
Intanto al tempo sparivano gli uffici studi, i partiti diventavano comitati elettorali, l’analisi sociale ed economica era sempre più sostituita dal marketing. Oggi potremmo dire, missione compiuta. Quindi il contesto cominciava a separare nei fatti politici di routine e nuovo civismo. Prima o poi questa criticità avrebbe portato ad avere più astenuti che votanti.
Scegliere il paradigma avanti-indietro stava diventando bello e impossibile.
Da lì in poi la nuova fase della polarizzazione della politica (in Italia come nel mondo) avrebbe ridato energia, anzi energia totalizzante, alle narrative della politica stessa.
L’occasione di modernizzarsi a poco a poco (linguaggi, analisi, responsabilità della proposta) in varie parti dell’Occidente perdeva vigore. Oggi coesistono due fattori in un nuovo ossimoro: ferocia e violenza delle parole del confronto radicalizzato; galleggiamento e adattamento incompetente in programmi sempre più eterodiretti per l’evoluzione economica e materiale di città e territori.
Da noi o dappertutto?
Parrebbe che la risposta al quesito vada cercata nel senso della rottura del patto occidentale che il premier tedesco Friedrich Merz, 10° cancelliere federale dal maggio del 2025, conservatore del Partito Popolare, intenzionato a guidare nella sostanza la leadership europea, ha imputato a Donald Tump, proprio nel giorno in cui Giorgia Meloni che fino al giorno prima appariva in sintonia politica con Merz, prendeva la strada della difesa senza se e senza ma del presidente americano.
- Diciamo che a livello globale, dire “”avanti” dovrebbe significare adesso un necessario passo indietro, cioè sostenere multilateralismo e al tempo stesso difendere i principi giuridici della democrazia liberale e dei diritti umani.
- Dire “indietro” dovrebbe significare un indietrissimo, il copione ora in atto. Cioè crescita degli imperi dispotici, cancellazione del check&balance di potere tra governo e controlli, infischiandosene della priorità dei diritti umani.
Per come si è messo il mondo, con le sue guerre irrisolte che tengono alto il ricatto e le potenziali crisi economiche generate dal rapporto tra trasformazione tecnologica e controllo delle fonti di energia, pare proprio che torni in auge l’unica prospettiva di fronte al duro contrasto di indirizzo che il mondo ci propone. In poche parole la teoria di scegliere il male minore. Insomma, il mondo non appare oggi la culla delle migliori speranze.
E quali sono le voci in campo, segnale di laboratori più coraggiosi e affidabili, rispetto alla previsione di puro galleggiamento?
Stando al dibattito registrato dalle cronache mediatiche c’è poco da scegliere. I laboratori ci saranno anche, ma hanno rimandato le loro potenziali conferenze stampa. Negli ultimi mesi una delle poche soprese geopolitiche è venuta (magari fosse stato un europeo!) da un discorso così raro da entrare già nelle enciclopedie, senza aspettare le sanzionature degli storici, fatto dal premier canadese Mark Corney al recente Forum economico di Davos.
Toni pacati, di chi valuta i riscontri economici di quel che dice. E contenuti legati a un progetto di alleanze delle medie potenze con geometrie variabili in grado di reggere il multilateralismo.
La mancanza di coraggio di metodo e contenuto dei leader europei (fatto salvo il contributo tecnico di due ex premier italiani in veste però di advisor individuali) ci porta anche in Europa a considerare così difficile l’esito dello scontro politico polarizzato in seno a quasi tutti i paesi, da non leggere chiaramente la capacità di sottrarre le iniziative pur attivate dal tempo della pandemia a oggi (perché è vero che c’è un diario del fare attivo in Europa) al principio di adattare la retorica (cioè la fonte della comunicazione pubblica) al galleggiamento ondivago.
La via d’uscita del balzo federalista resta una narrazione di convegni, di politici con pochi voti e di qualche piazza illuminista. Ben altro è lo spazio di cui dispone la narrazione del conflitto e della radicalizzazione.
In questo quadro ci appare chiaro ed evidente (dico ci appare, nel senso di noi italiani) che un paese che da alcuni secoli non è politicamente influente nel mondo (lo è per cultura, arte, commercio, turismo e attrattività) non è nemmeno nella condizione nazionale di prescindere dalle filiere di alleanze internazionali per esercitare il suo contributo. E proprio le contraddizioni accennate in precedenza – addirittura con Merz e Meloni schierati all’opposto nelle valutazioni che potremmo chiamare “di bandiera” – tolgono di mezzo quel “laboratorio italiano” che resta ipotetico, così come ipotetiche restano le energie interne per influenzare i nuovi paradigmi della politica.
Un intellettuale che appartiene alla tradizione della destra come Marcello Veneziani ha detto che siamo sprofondati, mai come ora, in un “egocentrismo presentista”. Cioè: caro futuro non ci interessi.
Tuttavia, se l’ impasse si delinea chiaro nella geografia delle nazioni, all’Italia resta una storia importante ad offrire qualche spunto per ossigenare i laboratori possibili. Obbligati a guardare un po’ al dopodomani perché le decisioni infrastrutturali decise oggi si vedranno solo tra anni. È una storia connessa alla natura stessa della nostra geopolitica interna. Mi riferisco alle dinamiche territoriali, soprattutto a quelle urbane.
Si dovrebbe, a questo punto, lasciare al teatrino nazionale prigioniero di quanto fin qui accennato disputarsi l’aria fritta di ciò che resta di gloriose analisi su destra e sinistra e provare a pensare che oggi c’è nell’aria una linea di smarcamento e difesa che assomiglia un po’ allo spirito con cui la ritardata attuazione dell’ordinamento regionale produsse – tra gli anni ’60 e ’70 – un rinnovamento di energia progettuale fondato sul ruolo fino ad allora mancante tra lo Stato che fa le leggi e i Comuni che fanno i servizi: la capacità di integrazione e di programmazione che fa della politica una cosa serie e credibile.
Si dirà che la parabola alla lunga ha sbiadito, in alcuni casi in modo irriconoscibile, quella potenzialità. Vero. Ma non cancellando il ruolo crescente delle città e soprattutto delle città metropolitane, pur ancora con debole influenza sulla formazione della classe dirigente.
Avere in vista le elezioni amministrative di città come Milano, Roma e Napoli potrebbe indurre chi ancora crede nella necessità che prendano voce anche in Italia laboratori sui cambiamenti necessari, estesi anche al linguaggio e alla retorica della politica. Una cosa che meriterebbe un po’ di analisi e un po’ dibattito.
Un podcast non è né un manifesto né una profezia. Ma solo una puntura di spillo su ciò che, essendo condizionale, ha vita difficile anche nei media.