
Infrangendo la logica referendaria si va rompendo, almeno virtualmente, l’invalsa bipolarizzazione della politica italiana.
Stefano Rolando
Versione audio: https://www.ilmondonuovo.club/referendum-alle-porte-trasformazione-quadripolare/
Un tema che emerge in vista della data del referendum è che, almeno virtualmente, si è rotta la ormai invalsa bipolarizzazione della politica italiana. Quella che si è andata consolidando dalla riforma elettorale in senso maggioritario e quindi dalla caduta della “ prima Repubblica”.
Sembrava una traiettoria irrevocabile. Sostenuta e applicata da chi invocava il bene primario della stabilità e il male insidioso dei cespugli ago-della-bilancia.
Ma è stata trascinata anche dal peggioramento qualitativo della politica. Nella modestia del confronto, delle argomentazioni e dello studio di vere riforme, insomma, meglio trasformare il ruolo dell’opposizione (qualunque essa sia) da forme di costruttivo controllo democratico (cosa che comporta forti competenze e forti responsabilità) nel più redditizio investimento di aumento della visibilità. Considerata, la visibilità, in epoca ipercomunicativa, più importante di ciò che si considerava strategico nella “prima Repubblica”, cioè i soldi per finanziare la politica.
Se poi questa linea finisca per produrre quel sottoprodotto che si chiama “sarabanda irresponsabile”, beh vale lo stereotipo che ogni regola ha il suo controvalore.
Bisogna prendere in considerazione anche il fatto che questa svolta, un vero fenomeno sposato dalle culture digitali di una parte delle nuove generazioni, in verità ha anche contaminato i soggetti di governo. Certo, prima di tutto governare. Ma qualche compensazione rispetto all’assumere oneri impopolari sarà pure concessa. Almeno legittimando il primato della visibilità. Ovvero legittimare la propaganda, che si chiamava così all’origine dei partiti storici, poi omettendo formalmente questa parola ma non la funzione che resta un driver naturale della politica.
Così, sempre più, questa legittimazione ha reso rarefatto il principio della coerenza. Dato che quando guida il marketing la coerenza è per definizione la prima vittima.
Così si sono inaspriti linguaggi e confronti radicali senza ascolti reciproci, insieme all’uso dei dati della percezione e non dei dati statistici.
Ci si chiede spesso se servono ancora, in politica, gli economisti, i giuristi, gli ingegneri, i filosofi, i professori? Per la carità. Dominano stilemi da influencer e palestre di marketing. Un processo ancora non totale, ma fortemente tendenziale.
Importante che regga il collante di questo formidabile cambiamento, il muro contro muro.
Che porta ora ad un nuovo cambiamento, che tende a ripristinare la verticalità e la vendita di “sogni” (compreso quello di voler annientare l’avversario).
Torniamo al referendum. Succede, a poco a poco, che il Sì, compattato dalle forze di governo, tacita anche antiche rivendicazioni di dubbio sul garantismo (dove era annidata una componente forcaiola). Mentre il No compattato dall’asse di indirizzo delle opposizioni ( diciamo PD-5 Stelle) vede formarsi ora quella componente che parla di sé come la “sinistra per il Sì”. Prima composta da minoranze moderate, da filo-centristi, da cespugli liberal-democratici. Adesso con dichiarazioni di esponenti di tradizione di sinistra senza aggettivi.
Scalpore, infatti, per le dichiarazioni di voto di Giuliano Pisapia. D’accordo, figlio di un avvocato e giurista che difendeva storicamente la causa della separazione delle carriere dei magistrati e lui stesso coautore di una riforma della giustizia bipartisan scritta in Parlamento proprio con Carlo Nordio, autore di questa riforma oggetto di referendum. Ma al tempo stesso esponente di appartenenze della sinistra “pura” dell’emiciclo.
Non c’è solo questa linea di coerenza. Ci sono anche le argomentazioni dei titubanti. Prendo ad esempio il mio amico Guido Melis, storico delle istituzioni e già consigliere della Scuola Superiore della Magistratura. Soppesa, soppesa, si tormenta, ma alla fine approda al Si.
Cosa significa questa divaricazione in un’area politica che o trova la sua composizione pragmatica (modello Manfredi) oppure diventa parte di antiche conflittualità ideologiche o personalistiche. Che la condannano a perdere i confronti elettorali ormai teatro più di voto militante che di voto di opinione.
Credo che questo sarà l’interrogativo più fecondo che questa esperienza referendaria lascerà in prossima eredità. Voglio dire – per arrivare a sintesi – che questo ridisegno del voto tradotto nello scenario del dopo-referendum potrebbe significare cose non così evidenti fino a pochi giorni fa.
- La prima è l’oggettiva sottrazione al successo del Si (ove si avverasse, si intende) al continuato miracolo meloniano.
- La seconda è l’oggettiva fragilizzazione del modello (pur ruvido è un po’ discontinuo) di una alleanza Schlein-Conte per costruire il perimetro dell’agenda dell’offerta politica della sinistra per il 2027 ( anche se il No dovesse perdere).
- La terza è il dichiararsi in pubblico del Si a sinistra, superando come “secondario” il rischio di inscatolamento politico da parte della Meloni. Cosa che potrebbe indurre anche un segmento del “ No sofferto” (so che esiste) a dichiararsi di più anche in questa fase finale e cruciale di campagna. Cioè quel No che avverte il tema della separazione delle carriere (attenzione, cosa ben diversa dalla separazione delle funzioni, che già c’è), ma considera esistente il rischio di sfruttamento del risultato per successive manovre di assoggettamento politico della magistratura.
- Un quarto scenarietto – lo chiamo così perché nessuno parla più seriamente di riforme –appartiene alla gamba del tavolo che chiamiamo “Si sofferto” e riguarda l’idea che contro il muro di chi non vuole in sostanza nessuna riforma della giustizia, qui almeno si apre un piccolo cantiere di cambiamenti.
Naturalmente il “ No sofferto” appare fondato su un sospetto e comunque sul rifiuto di confondersi con l’ elettorato italo-trumpiano; mentre il “Sì sofferto” apre la speranza di un piccolo ma importante allargamento del fragile compito dei “riformatori”.
Insomma, si sommano argomenti che rendono più evidente la biforcazione sia del No che del Si intesi come un’antinomia perfetta.
In buona sostanza, si è trasformata l’ articolazione bipolare del referendum in una articolazione quadripolare.
Proviamo a tirare qualche conclusione.
Solo il successo netto del No potrebbe depotenziare il secondo dei significati ipotizzati. Evidentemente non il primo, perché la sconfitta del Si resterebbe un vulnus incancellabile nell’immagine dell’ underdog che ha generato il miracolo oramai quadriennale della moltiplicazione dei pani e dei pesci. La sconfitta in sé sarebbe un fattore di declino del miracolo. Qualunque sarà il comportamento della premier dopo il voto.
Questo scenario potrebbe anche generare una crescita dei dubbi, condizione robusta della demoscopia che si è sviluppata. In tal caso il vero successo (non essendoci lo sbarramento del quorum) sarebbe di un chiaro primato del partito dell’astensione, ciò che incorpora la più grave malattia della democrazia italiana, vale a dire il distacco della maggioranza sociale dall’articolo 1 della Costituzione. Aggiungendosi a ciò una (magari azzardata) profezia. Un piccolo macigno su una cosa che si dà ora per scontata, l’accordo bipolare per una legge elettorale che confermi la scandalosa regola delle liste bloccate.
Ora, in tutto il dibattito senza esclusione di colpi bassi che ha accompagnato lo scontro tra il Sì e il No (entreranno nel dizionario della storia degli insulti politici quello dei “magistrati plotoni di esecuzione” pronunciato nientedimeno che dalla capo di gabinetto di Via Arenula e quello del “ votano Si i mafiosi e i massoni deviati” pronunciato dal procuratore capo di Napoli) non c’è stato spazio per due temi cruciali della giustizia italiana:
- Cosa manca per raggiungere la soglia standard di efficienza dell’organizzazione della giustizia e chi ha piani reali per colmare il gap (cioè il tema oscurato della riforma della giustizia).
- Quanto pesa il modo con cui potere politico e opinione pubblica considerano il ruolo e la reputazione dei magistrati, cioè il tema maltrattato di come si rappresenta il problema della giustizia, cioè la dinamica narrativa attorno a una casta. Raccontata così la magistratura, come casta, essa ottiene la fiducia solo di un terzo degli italiani. Raccontando invece le vicende di magistrati in carne e ossa rapportati al territorio dove la gente vive e lavora, la fiducia si incrementa di 10, 15 e in alcuni territori del 20%.
Nel 2016 ebbi la grande opportunità di svolgere, insieme al sociologo Nadio Delai, un’indagine nazionale sul rapporto tra magistrati e cittadini (si trova con questo titolo tuttora in open access sul sito dell’ editore Franco Angeli e forse ancora della stessa Scuola della Magistratura) , per volontà dell’allora presidente della Scuola Superiore della Magistratura Valerio Onida. Salvo una occasione di presentazione ufficiale al CSM, non c’è mai stata una conseguente apertura di cantiere sul tema reputazionale dei magistrati, preferendo il randello delle guerre mediatiche rispetto al grande rammendo riformatore di sistema.
Da qui la percezione che il tema centrale che doveva finire a referendum non era come riformare in modo partecipativo e negoziale il sistema ma trovarsi muro contro muro a parlare se dare o no una lezione ai magistrati tale che se la ricordino per tutta la vita.
Alla fine, l’agenda è caduta in questo agguato. Ed eccoci al dunque.
Ci piacciono i voti sofferti “a prescindere” purtroppo dal quesito. Come se chi vota sì o no senza patemi partecipasse al fenomeno della polarizzazione in corso confermata anche dal successo delle estreme ieri in Francia.