Podcast n. 187 – Il Mondo Nuovo – 20.4.2026 – Chi ferma chi? I nessi tra Trump, Meloni e Orban.

Il potere è come il mercurio. Se c’è spazio si dilata, si fa soggetto occupante, straripa  fisiologicamente Ma ci sono momenti e persone – non necessariamente i canonici avversari politici – che riescono a fermare e condizionare questo genere di potere.

Stefano Rolando

Versione audio:

Il podcast di oggi prende spunto da un commento giornalistico, di cui non sono riuscito a recuperare la fonte, potrebbe anche essere un giornalista di fama e di esperienza. Che comunque ha ripreso un’analisi pubblicata da La Ragione il 14 aprile.

Riprendo lo spunto di questa analisi perché fa sintesi di sentimenti e commenti a tre fatti distinti che, tuttavia, presi insieme hanno il carattere di chiusura di un ciclo. Non credo si possa dire “un ciclo storico”, quanto piuttosto “un ciclo che avrebbe potuto essere storico”.

Parlo della relazione politicamente esplicita tra Donald Trump, Victor Orban e Giorgia Meloni.

Dove si annidano  – o forse ora ci si potrebbe azzardare  a dire “si annidavano” – situazioni gravemente involutive per il mondo, per l’Europa, per l’Italia.

Il potere è come il mercurio. Se c’è spazio si dilata, si fa soggetto occupante, straripa  fisiologicamente. In questo caso possiamo dire che il ciclo contro-tendenziale alla globalizzazione ha prodotto la marcia indietro a cui stiamo assistendo.

Un fenomeno appunto di deglobalizzazione, nazionalistico, che investe pensieri,  politiche, economie e, naturalmente, propagande. Con i loro interpreti. Che naturalmente si connettono con le contraddizioni che il loro dichiarato sovranismo alla fine produce.

Come sappiamo bene il fulcro globale di questo processo si chiama Donal Trump.

Che negli Stati Uniti ha prosciugato e stravolto il vecchio Partito Repubblicano, borghese e conservatore, nello sguaiato circo chiamato MAGA;  un contenitore dell’aggressività affaristica di Trump (c’è chi lo chiama neoimperialismo, credo che sia più chiaro chiamarlo “aggressività affaristica”). Così che lo stesso Trump sente ormai l’ostilità dell’Occidente democratico e liberale  (che finora è stata interpretata meglio di tutti dal premier canadese Mark Carney) come il principale problema di governo del suo sistema in cui alleanze e conflitti si confondono. Dall’inizio ha cercato alleati che abbiano l’interesse politico di dichiararsi tali, immaginandoli come sudditi. Da qui, prima o poi, collisioni inevitabili. Come quelle prodotte dall’unilaterale e pericolosa guerra scatenata contro l’Iran. Tuttavia, Trump ha ritenuto che per il momento l’Ungheria di Orban e l’Italia di Giorgia Meloni rappresentassero una sufficiente spina nel fianco dell’Europa, pur fidandosi fino  un certo punto dell’Italia, messa sotto controllo del desk della Casa Bianca regolato a volte da JD Vance (quando è il caso di strattonare) a volte da Marc Rubio (quando è il caso di ricucire).

Il difficile equilibrio euro-atlantico di Giorgia Meloni era evidente da tempo, pur – va detto – ottenendo anche tacito sostegno da una parte degli interessi economici interni, quelli in buona sostanza in cerca di protezionismo. Comunque  messa in allarme dalla sventagliata provocatoria dei dazi americani.  Victor Orban, in più, è stato utile a Trump come sponda di una strategia di convergenza  (condita da andirivieni) nei confronti di Putin e della Russia, anche con lo sguardo al contenimento del vero nemico strategico rappresentato dalla Cina.

Oscillazioni di giudizio verso l’Italia, poi, per il posizionamento filo-ucraino mantenuto dalla Meloni, ereditato dal governo Draghi (allora in pieno equilibrio atlantico) e dal mantenimento di un punto fermo nelle relazioni europee ma soprattutto dalla necessità per l’Italia di coprirsi rispetto alla sua sostanziale fragilità militare.

Questo schema (con il contorno patetico ma propagandistico di quel Board of Peace incapace di ogni volontà che Donald Trump ha creato sempre tra prepotenza e affarismo) ha rappresentato una leva di regia globale addobbato di narrative grottesche, come il copione per la candidatura di Trump al Nobel per la Pace (attenzione, su cui Giorgia Meloni, accusata di sudditanza per sostenere questa megalomania, va invece a mio avviso scagionata su questo punto, perché ascoltando bene la sua postura e la sua vocazione a volte ironica nella sua retorica comiziante, andava letta diversamente: se ci porta la fine della guerra in Ucraina e a Gaza, vabbè dateglielo sto Premio Nobel…).

A buoni conti veniamo al punto. Come si è fermata l’orologeria imperfetta di questo schema?

Le regola, che si va meglio precisando, appartiene alla teoria della formazione e della decadenza del potere. Ci può essere sempre qualcuno (non necessariamente il tuo avversario politico canonico, come lo sono i democratici per la maggioranza trumpiana; come lo sono i socialisti per i conservatori europei; come la sinistra di tradizione rispetto alla “democrazia illiberale” di Orban in Ungheria), che può fermarti, per circostanze più complesso rispetto al solo fattore elettorale.

E questa regola si è applicata alla trama di cui parlavamo prima  con una velocità impensabile.

  • Donald Trump è stato fermato dall’altolà simbolico di  Leone XIV, papa americano a cui fanno riferimento anche i 50 milioni di cattolici negli USA che pure, in parte importante, hanno votato per Trump. Un altolà non improvvisato dal pontefice, come si vede in una non nota fotografia da giovane agostiniano ad una manifestazione per la pace).
  • Donald Trump, a sua volta, ha fermato Giorgia Meloni con una plateale delegittimazione punitiva  agita dalla sua lodatissima alleata, nel momento per altro in cui subiva anche la sconfitta popolare e generazionale per il referendum sulla giustizia in Italia in cui – come dice sempre lei – “ci aveva messo la faccia”. È stata soprattutto fermata la sua invincibilità.
  • Victor Orban, anche coinvolto nella crisi reputazionale di Trump al momento delle elezioni,è stato fermato da Peter Magyar, un suo amico e sodale della prima ora, su posizioni liberali ed europeiste, ma non schierato a sinistra bensì distaccatosi da Orban e parte della destra moderata. Capace e credibile nel  riconoscere che la condivisione europea può avere per l’Ungheria più importanza di quella filo-russa.

Non voglio divagare sui mille rivoli dello sblocco di quella gigantesca ipocrisia legata all’opportunismo delle alleanze politiche (che in Italia, dai tempi di Berlusconi, connota sempre il ricompattarsi funzionale della destra italiana, con tutte le sue contraddizioni interne, fatta salva la l’unica rabbiosa rottura provocata da Umberto Bossi all’inizio di quella storia).

Attenzione: quando si dice fermato (o fermata), salvo il caso di Orban che esce di scena, non si dice automaticamente l’interruzione dell’esercizio del potere.

Si dice che quel fenomeno  impalpabile, che colpisce anche la psicologia dell’interessato (o interessata), è iniziato e si trasmette presto anche alla filiera relazionale di comando.

Si chiama, come ho detto prima, profonda incrinatura dell’invincibilità del capo (cosa ben diversa dalle sconfitte dei capi politici dei partiti ideologici di un tempo).

È un passaggio sottile, simile all’infarto del vetro o del cristallo. Può essere o può anche non essere. Ma comunque si apre un  processo incrinato e inclinato.   

Non c’è dunque automatismo in questo paradigma dello stravolgimento possibile di ciò che sembrava impossibile.

Così impossibile da far tardare in Italia la responsabilità di un vero programma di governo da parte delle principali forze di opposizione (vera questione del ricambio difficile). La stessa Elly Schlein a parlato ieri a, Barcellona,  per elogiare Sanchez, cavalcando più i toni del comizio legato al duello che  i toni dell’inizio di un cantiere di governo.

Le vicende recenti hanno scontato una grande anomalia. Avere come motore principale i caratteri strampalati  di una personalità come Trump, con il suo egocentrismo patologico che ha aspetti difficilmente imitabili e che ha avuto finora sporadici laboratori di contenimento (tipo quello gestito da  Zhoran Mamdani a New York).

Ma quanto è avvenuto adesso – ancora senza tutti gli approfondimenti possibili e necessari – è una base di riflessione più avanzata per la condizione politica dell’Europa e anche dell’Italia naturalmente.

Dipenderà se si vorranno in campo le teste migliori per le analisi o se i partiti politici preferiranno, come sono abituati, far giocare la partita agli impiegati del marketing elettorale.

La riqualificazione politica così attesa da tempo ha qualche punto in più di realismo.

C’è chi sta cominciando a riflettere. Prendo ad esempio (per abitudine a una scrittoria analitica di qualità) l’editoriale di ieri domenica 19 aprile di Segio Fabbrini sul Sole 24 ore (Le radici dello scontro tra Trump e Meloni) in cui si va al cuore delle cause e delle conseguenze. “Scrive: “Oltre le sindromi personali o gli interessi elettorali. È la conseguenza del nazionalismo e della sua logica politica”.

Il primo a pensarci – stando ai media – pare essere il presidente del PPE Manfred Weber  che, in una lunga intervista al Corriere della Sera di sabato 18 aprile, ha spiegato che solo i popolari hanno la chance di battere i populisti.

È un’ipotesi e ha la sua argomentazione. Tuttavia, dobbiamo ricordarci – per i risvolti italiani –   che il franchising dei popolari si chiama “Forza Italia” la cui quota elettorale dell’8%  non può guidare il governo ma può condizionare la maggioranza da cui dipende la scia di poltrone  tuttora occupate anche dai berlusconiani. Insomma, il puro galleggiamento di quel partito genera caso mai forza destruens ma nessun progetto alternativo. Argomento che ha messo in movimento l’azionariato di quel partito che ha a disposizione, tuttavia, una classe dirigente forgiata da anni per essere prevalentemente gregaria.

Anche qui non si tarderà a capire se l’ipotesi di Weber ha applicabilità reale in Italia oppure se ha più senso lavorare per alternative di metodo, contenuto e classe dirigente meno attente ai partiti padronali e più partecipi della tradizione democratica europea.

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