Due turni amministrativi nel 2026. Oggi le urne chiuse in 749 comuni di cui 18 capoluoghi di provincia con affluenza buona ma in calo del 5% dal precedente turno. Il centrodestra canta vittoria. Il centrosinistra divaga. In autunno secondo turno con Milano, Napoli e Roma al centro. Si configurano gli assetti delle coalizioni e si misura il consenso su sicurezza, qualità della vita e futuro. Le politiche del 2027 dipenderanno veramente dal logoramento del centrodestra (che oggi elettoralmente non appare) e dalle grandi intese del centrosinistra (oggi più che mai in altomare)? . Il bipolarismo sarà tale se avrà parità di leadership e di programmi. E le tre nostre grandi città che influenza potranno avere sulla politica malata italiana?
Stefano Rolando
Versione scritta: ttps://stefanorolando.it/?p=11714
Versione audio: https://www.ilmondonuovo.club/agenda-politica-italiana/

Torno con i miei podcast alla nostra politica interna.
A volte mi prendo divagazioni – parlando di libri, film, questioni sociali – perché la politica resta un piatto spesso con poche consolazioni. Da noi, in fondo anche ora, pur di fronte a sfide complesse da leggere e da interpretare, c’è qualcosa di repulsivo, appunto di sconsolante.
Vedrete che alla fine non ci sarà una legge elettorale che riporterà a votare gli elettori in fuga.
Ci sarà una legge elettorale che bloccherà le liste sui nomi scelti dai segretari di partito – anche se in Italia si tratta di due donne, due segretarie di partito – che non se la sentiranno di lasciare liberi gli italiani di scegliere appunto con libertà i candidati. Questa cosa non ridurrà l’astensione e mortificherà anche il principio che la democrazia interna ai partiti non deve essere umiliata dal fatto che se scegli di avere opinioni diverse dal capo rischi di uscire di scena. La malattia dei partiti, in questo modo, continuerà e non sarà questo il turno di una svolta.
Tuttavia, la vita va avanti. Il mondo ci apre gli occhi. Ci mostra uno scenario in cui per i paesi intermedi – come ha detto a Davos il premier canadese Mark Carney – si gioca la partita del secolo.
Quella di non finire schiacciati dai nuovi imperi, ma di creare nessi forti per tenere in equilibrio i destini liberi e democratici del mondo. Ma bisogna predisporsi a questo. Bisogna conservare principi e formare vere classi dirigenti. Soprattutto bisogna mettere in agenda obiettivi ambiziosi. Come si è visto dai recenti sondaggi (Diamanti su Repubblica) l’85% degli italiani sostiene di non seguire più alla cieca gli Stati Uniti e di prendere le necessarie autonomie, anche in maggioranza chi vota Meloni e persino tra chi resta favorevole alla figura di Trump. Come sarà utilizzata questa netta indicazione?
Comunque, ci interessa il mondo, ci interessa l’Europa e ci si interessa all’Italia. Come vedete i nessi restano importanti.
La responsabilità di fare la nostra parte – parlo come italiani – dobbiamo assumercela. Non tirare a campare. Non vivere di paura e nasconderci dieto alle soluzioni che crediamo “meno peggio”.
Questo in buona sostanza è lo scenario principale del biennio 2026 e 2027. E – come è sempre in democrazia – questo scenario è regolato dagli andamenti elettorali. Anche quando la posta è fatta di altre cose, più semplici e concrete, come la propria città, il proprio comune. Sicurezza e lavoro. Però li 2026 prevede in Italia due turni amministrativi e il 2027, subito dopo, prevede le elezioni politiche generali. Questa doppia scadenza ha dunque nessi importanti. Questa è la griglia che dovrebbe imporre alla politica italiana di modellare l’endemica crisi di sé e dei partiti, sollecitando veri leader, seri programmi, convinte coalizioni. Cose che si ottengono quando l’obiettivo è governare non comiziare.
A questo argomento provo a dedicare qualche spunto nel podcast di oggi.
Oggi si sono chiuse le urne per 749 comuni, dunque un voto diffuso che ha compreso diciotto capoluoghi di provincia. Venezia e Reggio Calabria, in primo luogo, in cui il centrodestra vince al primo turno e Salerno dove stravince Vincenzo De Lucaa dividendo con l’accetta il centrosinistra. E poi anche Mantova, Pistoia, Arezzo, Messina, Agrigento, Enna in cui i pronostici non sembrano sconvolti e il bipolarismo si divide i resti. Il tema che i media evidenziavano di più era ribaltone o continuità? Il titolo che prevarrà sarà a favore della continuità. Il dato generale di affluenza in sé è buono, poco più del 60%. Ma se confrontato con il turno precedente in quei comuni un altro 5% di cittadini è rimasto a casa.
Dunque, se si vuol parlare di cambiamenti bisogna andare con il pensiero al secondo turno amministrativo e guardare con realismo alle politiche dell’anno prossimo.
Nella mia città, Milano, ho sentito dire che sarà Milano a fare la prova generale di quel che l’Italia dovrà consolidare o modificare nel 2027. È un vecchio vezzo dei milanesi di dire di essere stati – almeno dalla Liberazione d’Italia in poi – il cantiere, il banco di prova, di tendenze che poi maturano nella politica nazionale. Fu così per il primo centrosinistra, fu così per l’innesco degli anni di piombo, fu così per le linee dell’evoluzione post-industriale, fu così per la nascita dell’impasto tra secessionismo e populismo. Dunque, come si vede, non sempre la cometa qui si dirige verso i lidi della speranza.
In ogni caso ora Milano divide il ruolo delle grandi città da intendersi come contraltare della politica nazionale, almeno con Roma e Napoli. E quindi la partita prende una certa fisionomia.
Pensando anche che il centrodestra si è affermato a livello nazionale per la capacità prima di Berlusconi o ora di Giorgia Meloni di tenere amalgamati soggetti diversi e conflittuali che di fronte alle urne ricompongono i conflitti e si presentano connessi. E le tre grandi città hanno trovato in questi ultimi cinque anni soluzioni o almeno risposte all’emergere del populismo demagogico. Con figure e programmi più in linea con il riformismo pragmatico. Senza entrare troppo nelle distinzioni e nella filologia di contesti politici con le loro differenze, è possibile dire che queste città cubano risorse decisive per le sorti dell’Italia: la demografia, le infrastrutture, i servizi, una quota importante di PIL, la rete di qualificati atenei, la parte più rilevante del professionismo e della progettazione. Ma sono anche cantieri di paure, di competitività, di ibridazione, di lotte di interessi.
Insomma, è un doppio scenario a tenere in piedi una nazione moderna. E questo biennio 2026-2027 è per l’appunto il campo di gioco della complessità di cui parliamo. Roma e Napoli hanno il vantaggio di una buona tendenza rigeneratrice in corso che si è innescata con la possibilità che i due interpreti e registi – i sindaci Roberto Gualtieri e Gaetano Manfredi – accettino il secondo mandato per svolgere il consolidamento necessario. Che non si fa in un turno di governo ma almeno in due. Politicamente ciò vale molto. Forse anche più di eventuali loro successi personali altrove.
Mentre a Milano si gioca la partita di una cambio inevitabile di guida. Che può raccogliere un’eredità in movimento (investimenti e trasformazioni) magari correggendo un po’ il tiro in senso sociale e progettuale (verso la città metropolitana e i territori di riferimento). Oppure può respingere avventurosamente questa eredità per trovare a sinistra figure accreditate come “collettori di più facile consenso” o a destra come “intercettatori” delle ansie e delle paure innescate dal tratto di disuguaglianze prodotte dalla velocità dei cambiamenti introdotti. Perché – è strano da dire rispetto al ‘900 – ma le destre ormai crescono nel mondo a causa dell’imporsi delle disuguaglianze.
Dunque, la partita è capire se e come la nuova generazione in pista riuscirà a comporre naturali conflitti e trovare in una regia più strategica e meno personalistica un ruolo per tutti.
Se a Milano riuscisse questa partita di disegno prima ancora che di forza, le tre città nerbo della colonna vertebrale italiana si presenterebbero nel 2027 interpretando una parte del gioco nazionale che esse finora non hanno quasi nemmeno preso in considerazione. Covano propositi. Ma non hanno avuto forza e contenuti progettuali ancora così forti per esprimerli sullo scenario nazionale.
Siccome la storia al passato non si fa con i se, ma quella al futuro si fa anche con i se – perché essi significano divaricazione e ipotesi e di scelte – poniamo questa riflessione a base di tante meno utili notiziole legate al posizionamento di questo o quel candidato. Ogni volta in una pozzanghera strategica, che si risolve in piccola demoscopia pre-elettorale. Mentre qui la partita si svolge pensando di più all’Italia, all’Europa e al posizionamento internazionale e globale dell’Italia.
Tre (tra i tanti) temi di contesto di questo schema città/nazione.
- Il primo riguarda la tenuta del bipolarismo, fin qui imperfetto ma sostanziale anche a causa del masochismo, della frammentazione e forse anche dell’insufficienza progettuale di un centro riformista o diciamo – con vecchie parole della politica – liberaldemocratico, di cui tanto si sfasciano progetti a causa di contraddizioni e personalismi, tanto si invocano nuovi corsi possibili. Sempre con tre focolai storici della politica a base: quello cattolico, quello socialista e quello liberale. Con evidente possibilità di soluzione solo riunendo in forma stabile e autorevole queste tre storie, che ben troverebbero spazio narrativo nel confermarsi dello scontro elettorale tra Elly Shlein e Giorgia Meloni. Ma il bipolarismo comporta che i leader siano simili e antitetici. La stranezza italiana è che dovremmo misurarli sulla loro cultura di governo e sulla loro narrativa responsabile. La Meloni ci sta a giorni a giorni alterni. La Schlein – incredibilmente – non ha ancora deciso per il cambio netto di copione.
- Il secondo riguarda la forza di un progetto di ruolo dell’Italia in Europa in ordine a cui c’è sul tavolo per ora solo e unicamente quello che Sergio Fabbrini chiama il “federalismo pragmatico di Mario Draghi” (ricco di progetti ma povero di base politica radicata). Sinistra e destra restano con il loro europeismo tattico (anche questo è un fattore di debolezza della cultura di governo dei due schieramenti) e dunque sono ai margini della cabina di regia del tentativo europeo di inserirsi nelle crisi mondiali e anche nei conflitti mondiali con una voce in campo in grado di negoziare con i poteri del mondo.
- Il terzo è l’abbandono nella seconda Repubblica di un prioritario progetto di riforma dello Stato, per preferire progetti di modifiche costituzionali in senso di controllo se non di autoritarismo politico; ma con progressiva prevalenza di impoverimento di idee e cantieri di modernizzazione dello Stato in quanto tale, unico strumento per una nazione intermedia di reggere la partita dell’equilibrio tra economie pubbliche e private e dello scontro in atto tra processi di globalizzazione (vanificazione degli Stati) e deglobalizzazione (involuzione nazionalistica degli Stati). E qui non siamo nemmeno sul terreno della debolezza degli schieramenti, siamo su un copione sparito con i due poli che hanno perso totalmente la memoria rispetto alle rispettive radici.
Sui miei tre punti di verifica, le cose si presentano senza ottimismo (se non, ripeto, per quel possibile venticello che le tre maggiori città italiane possono soffiare sul nostro stralunato Paese).
C’è anche dell’altro, naturalmente. Molto altro. A cominciare dalle manovre economiche per le quali l’Italia si presenta ora, dopo quattro anni di governo Meloni con situazione critica, con una crescita prevista solo dello 0,6% per il 2026 e un debito pubblico che supera il 137% del PIL. Il quadro dei salari che in controtendenza con l’Europa è in adeguamento da noi addirittura flette del 2%. O a cominciare dalle tendenze elettorali in paesi chiave dell’Europa passibili di passare da controllo democratico europeista a soluzioni estremiste nel trascinamento della pur malata dottrina sovranista trumpiana.
Ma la dimensione del mio podcast è giunta ai suoi confini. Un’ultima battuta per dire che è augurabile se si apra una discussione su questi fin qui brevi e preliminari spunti. Che si apra poi coraggiosamente a Milano, Roma e Napoli darebbe corpo a un grande interesse circa le connesse campagne elettorali: seguendo le evoluzioni nelle pieghe diverse di culture politiche e sociali che sono, tutte assieme quasi un superamento della crisi dei patiti, una vera forza potenziale del nostro Paese.