Podcast n. 5 (nuova serie) – Il Mondo Nuovo – 12.10.2026 – Ottobre e novembre: il voto in USA, Brasile, Spagna, Israele.

Lanterna sulle elezioni 2027 (e nella coda del 2026)

l quadrilatero rischioso della nuova polarizzazione mondiale. Potrebbe iniziare fin da novembre il processo di erosione dell’Unione Europea.

Immagine ISPI

Stefano Rolando

Versione audio:

Avevamo immaginato che la mappa delle elezioni politiche sgranata dalla parte finale del 2026 e concentrate poi nel corso del 2027 avrebbe costituito sorta di congresso del mondo, che avrebbe stressato sia l’offerta sia la domanda di rappresentanza in una polarizzazione  che il mondo stesso rende giorno per giorno  esplicito.

Mi fermo un attimo oggi su questo spunto. Perché mi pare che la mano invisibile di un regista-sceneggiatore sia all’opera, anche per far accadere cose non del tutto previste che tuttavia gettano luci sul copione in sé frammentato, apparentemente figlio di destini diversi e di storie che appunto nella loro diversità vengono da lontano.  Ma che ora possono contenere gravi sorprese.

Nel triennio della pandemia – tutti in coda in tutto il mondo a fare le stesse vaccinazioni, tutti in  casa in tutto il mondo a provare a lavorare da remoto – si era  avvertito un  segnale che questo mondo, reso comunque più connesso dalla rivoluzione tecnologica, avrebbe potuto profilarsi un po’ più unito. In verità il mondo andava scambiando pratiche di relazione società/potere con forme sempre più regolate dalla sfida populista. E ora vediamo spettacoli condivisi da più latitudini del pianeta, abbastanza concentrati nel tempo per darci elementi sul potente e inquietante cambiamento che abbiamo sotto gli occhi.

Guardate cosa si è andato componendo in questo tratto di tempo che comprende ottobre e novembre 2026.

  1. L’esito delle elezioni in Brasile di domenica 4 ottobre porta al ballottaggio destra e sinistra (nella loro, in verità, comune rappresentanza un po’ anomala: un competitor troppo vecchio per una società dominata dai giovani, l’altro troppo canagliesco per piacere al Brasile più modernizzante pur se affascinato dal suo brand sentimentale, umanitario e festoso. Lula – 80 anni,  alla ricerca del quarto mandato – è sotto di due punti nelle urne. Ha votato nel seggio della periferia di S. Paolo sede del sindacato dei metallurgici da cui proviene e cercherà in vista del ballottaggio del 25 ottobre, di resuscitare un po’ di astensionismo in chi ha ancora una domanda di libertà e democrazia. Mentre il figlio dell’ex-presidente Jair Bolsonaro con 27 anni di condanne sulle spalle, ma ai domiciliari, ha un programma che comincia con l’idea di graziare e liberare il padre, al secondo punto di portare mezza famiglia (l’ultima giovane moglie del padre, il fratello del padre e i suoi fratelli) a trasferirsi in Parlamento e a continuare la loro battaglia privata a spese dei contribuenti. Ma soprattutto Flavio Bolsonaro esprime la strategia elettorale che il grande radicamento degli evangelici estremisti in Brasile ha costruito nel tempo in solidarietà con il gigantesco movimento degli evangelici estremisti negli Stati Uniti su cui è appoggiata la valanga di Trump. Bolsonaro controlla questo partito super populista.  Ed è avvantaggiato dal fatto che i piccoli partiti che sono in coda nel risultato elettorale del 4 ottobre siano quasi tutti di orientamento conservatore. Questo scontro appartiene alla radicalizzazione mondiale di una tipologia di destra e una tipologia di sinistra in cui programmi, competenze e formazione dei gruppi dirigenti contano meno delle mitologie e delle visceralità che le parole destra e sinistra – che consideravamo qualche anno fa in via di estinzione – stanno riproducendo a vantaggio di una sorta di alluvione di analfabetismo funzionale che cresce nel mondo.
  • Il 3 novembre – a proposito della prima fucina di questo cambiamento diffuso – va al voto il popolo degli Stati Uniti. Voto di medio termine, d’accordo, ma che può tenere in piedi con pieni poteri la vedette della trasformazione antropologica planetaria della politica, cioè Donald Trump. Oppure fermarlo con una robusta museruola. Oppure intimidirlo e azzopparlo dal punto di vista parlamentare,  perché senza maggioranza rimane il Trump delle sceneggiate ma non quello delle deliberazioni.  Trump pare stia al 25% di consensi dichiarati all’interno dell’America che non è ancora alla canna del gas dell’economia, dei salari e dei consumi. Anzi ha ancora margini da rivendicare per un governo che sbagliando misura con le sue prepotenze adesso sta inguaiando il mondo (e quindi anche gli americani) con la guerra in Iran che dall’altra parte è gestita da poteri medioevali ma con migliaia di anni di esperienza di uso del potere, che ha rivelato abilità negoziali. Se Trump appare insomma a volte come un pugile suonato, è il suo popolo Maga che è in partita. Con i suoi ottanta milioni di evangelici estremisti che non hanno alcun rispetto per i limiti formali, Costituzione liberale compresa. E intanto, senza freni, Trump scarica Zelensky al solo scopo di portare a casa, cercando di migliorare la sua posizione elettorale per il mid term, il gasolio russo.  
  • A fine novembre, credo il 29, la Spagna anticipa la resa dei conti. Pedro Sanchez appare oggi il più europeista, il più filo ucraino, il più antifascista, il più aperto all’equilibrio innovativo dei diritti civili, tra i governi dell’Unione Europea. Con gli inglesi non in partita nelle cose europee (ma che, come si sa, stanno pensando al ritorno), i socialisti spagnoli sono anche un punto fermo che regge la coalizione di governo dell’Europa, cioè con i popolari, i liberali e – con intermittenza – i verdi.  Al di là dei problemi interni spagnoli – che come in tutti i paesi complessi ci sono, eccome; e hanno criticità e soluzioni che dipendono da una tessitura riformatrice delicata e finora senza veri numeri alle spalle per camminare in sicurezza – la Spagna è un bersaglio primario dell’ondata che unisce America del nord e America del sud. Ondata sotto le bandiere del sovranismo demagogico, regolato dall’intransigenza religiosa contro la modernizzazione. È stata questa la preoccupazione al centro dei colloqui in Spagna tra lo stesso Sanchez e Papa Leone XIV che conosce bene l’America del nord e l’America del sud e che sa di cosa parla.  Il problema è che anche qui Sanchez può puntare a recuperare un po’ di astensione e forse anche un po’ di giovani (e di donne)  che gli concedono di essersi concretamente battuto per ridurre il caro-vita e per introdurre misure contro le disuguaglianze. Ma Popolari e Vox (estremismo di destra guidato da Santiago Abascal ex popolare conservatore – comunque formato alla politica – passato dal 2013 a posizioni radicalizzate (in continua crescita, oggi attorno al 18%, ma  ancora con  elementi di frizione con il PP (che ha chiamato “la destra codarda”) per fiuto di marketing verso una tendenza mondiale di ruolo di questo posizionamento. Oggi comunque in una prevalenza di orientamenti all’accordo PP-Vox per prioritaria messa a termine del potere dei socialisti (al governo dal 2018). Con un tema però destinato  a non facili intese: l’avversione di Abascal per le autonomie e la posizione supercentralista di Vox. Ora, se tiene Sanchez tiene la governance europea che è parte di un equilibrio geopolitico di evidente natura. Anche perché l’altro protagonista di questa geopolitica è  lo zar di tutte le Russie, quelle rimaste filo moscovite dopo la scomposizione dell’Impero sovietico che andando a ingrossare le file dell’Europa occidentale e della Nato è diventato il problema che ha cominciato a tener sveglio di notte Putin. Un  despota a che ha dato le risposte che la sua formazione di colonnello dei servizi segreti russi conosce. Ovvero quell’ineludibile manuale, già sperimentato in Cecenia, in Georgia e naturalmente in Ucraina. Parte della radicalizzazione della destra mondiale (compreso in Italia) non a caso è con Putin. Non solo nella questione ucraina, ma anche nel rapporto tra potere civile e religioso e nel trattamento di un paradosso: l’unione dei sovranisti (che è un evidente ossimoro)
  • Ho lasciato per ultimo il quarto angolo di questo fortilizio elettorale autunnale.Forse è quello più delicato, più drammatico,  più pervasivo e contaminante anche rispetto a tutto il quadro fin qui descritto. Perché si tratta delle elezioni in Israele, per il rinnovo della Knesset. Che resta in quel paese la fonte di un potere fondato sull’esercizio di forza di una maggioranza legittima. Ma anche non eterna per definizione. Tuttavia, irrobustita con la politica della colonizzazione della Cisgiordania e con l’uso mondiale spregiudicato di uno dei più forti servizi segreti del mondo, il Mossad. Le prossime elezioni parlamentari in Israele si terranno il 27 ottobre 2026 per rinnovare tutti i 120 membri della Knesset. Secondo un’analisi dei dati pubblicata l’8 settembre 2026 dal portale True Numbers, su un totale di 531 sondaggi condotti a partire dal 7 ottobre 2023, solamente 88 attribuiscono una potenziale maggioranza al blocco guidato dal Primo Ministro uscente Benjamin Netanyahu.Le stime fornite dalle proiezioni nazionali evidenziano una situazione di sostanziale stallo (“testa a testa“) tra il blocco di governo e le forze di opposizione, con nessuna delle due coalizioni che al momento parrebbe in grado di raggiungere autonomamente la quota di 61 seggi necessaria per ottenere la maggioranza assoluta.

Merita di vedere un po’ meglio come sono allo stato le proiezioni per lista e principali sfidanti.

  • Yashar!.  La lista guidata dall’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot viene indicata dai sondaggi come la prima forza politica stimata, con una proiezione di circa 25 seggi.
  • Likud. Il partito del premier uscente Benjamin Netanyahu si attesta subito dietro, con una previsione oscillante tra i 20 e i 21 seggi.
  • Opposizione anti-Netanyahu. Altre formazioni dell’area di opposizione includono l’alleanza Beyajad (guidata da Naftali Bennett e Yair Lapid) accreditata di circa 12 seggi, la lista dei Democratici (Yair Golan) e Israel Beitenu (Avigdor Lieberman).
  • Destra ed estrema destra. L’alleanza composta dal Partito Sionista Religioso (Bezalel Smotrich) e Zehut (Moshe Feiglin) viene stimata attorno ai 5-6 seggi, mentre rimangono determinanti per gli equilibri di Netanyahu i partiti ultraortodossi e di destra radicale come Potere Ebraico (Itamar Ben-Gvir), Shas e Torah.
  • Un fattore determinante per l’accesso alla Knesset è la soglia di sbarramento, fissata per legge al 3,25% per ciascuna delle 38 liste registrate alla competizione elettorale.

Ecco il quadro che va dalla fine di ottobre alla fine di novembre. Una sorta di prova generale della polarizzazione che regge il mondo e che – adattandosi a contesti molto diversi, a storie e tradizioni non sempre comparabili, a contesti che appartengono a registri non tutti sovrapponibili – sta esprimendo progressivamente una sostituzione di partiti formati nella cultura del ‘900,  molti con vari adattamenti, con formazioni più violente che mescolano nuovismo e fantasmi del passato.

Dal momento che anche l’Italia è parte dell’agenda elettorale del 2027 e, anzi, spirano anche venti di anticipazione della consultazione elettorale, anche da noi ci sono ragioni tutte “nostrane” per regolare i conti dopo quattro anni di insolita tenuta di un governo di coalizione (in questo caso di destra), ma  ci sono anche temi  che stanno dentro realtà  dello  schema che ho provato a descrivere oggi e che contiene anche molti aspetti che ormai solo il voto può dirimere.

Sciogliendo nodi o formando anche nuovi imprigionamenti.

Concludo il podcast con una citazione “interpretativa”  della settimana fasata con la trama delle notizie riportate. La scelta cade sulla nota di Nathalie Tocci – direttore generale dell’Istituto Affati Internazionali – scritta per la Stampa il 7 ottobre. Una scelta fatta per segnalare che è da condividere il “rischio Europa” che viene indicato. Basta pensare per un momento soltanto cosa significherebbe se alle prove elettorali dei paesi in prima linea in Europa (Francia, Germania e Italia) arrivasse nel 2027 il messaggio di oggi della Spagna che con l’attuale goverrno che salta, di Israele con l’attuale governi che tiene, con la cornice di Trump magari indebolito ma capace di tutto, come già ha dimostrato e magari con le mani sulla materie prime del Brasile eventualmente tornato alla follia demagogica già sperimentata.

Ecco l’opinione di Tocci.

“È plausibile, se non addirittura probabile, che tutti e quattro i grandi Paesi europei chiamati alle urne nei prossimi mesi registrino un netto spostamento verso l’estrema destra. Questo rappresenterebbe anzitutto un problema numerico per l’Ue. Se tutti e otto i Paesi al voto l’anno prossimo dovessero passare nelle mani dell’estrema destra, sommandosi a quelli in cui l’estrema destra è già al potere, non si arriverebbe a una maggioranza qualificata di estrema destra nel Consiglio Ue. Ma si formerebbe una minoranza di blocco capace di spazzare via del tutto l’ambizione di integrazione europea delineata nei rapporti Draghi e Letta, già in affanno. Il problema non sarebbe solo quantitativo: sarebbe soprattutto qualitativo. L’approccio di Giorgia Meloni all’Ue sarebbe probabilmente molto diverso se a circondarla fossero Marine Le Pen, Jaroslaw Kaczyñski e Alberto Núñez Feijóo, sostenuto dal leader di Vox Santiago Abascal, anziché Emmanuel Macron, Donald Tusk e Pedro Sánchez, accanto ai quali ha seduto in questi anni. Un effetto galvanizzante e radicalizzante a destra sarebbe probabile, per non dire scontato. Potremmo vedere non più solo la lenta erosione del progetto di integrazione, a cui assistiamo inermi da anni, ma qualcosa di molto più rapido e radicale: un’implosione, seppur silenziosa”.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *