Arcipelago Milano 15 aprile 2019
15 aprile 2019
CHE FATICA RACCONTARE MILANO
Centro, business community, città diffusa: le sue anime convivono e si scontrano
di Stefano Rolando
Una cosa è certa parlando di città, ovvero di grandi città, nella complessità del nostro tempo. Che non si riesce a chiudere la loro definizione, la sintesi della loro narrativa, come si poteva fare storicamente, con una parola, con un aggettivo, con una sola connotazione.
Dal tempo di Expo il dibattito è aperto attorno alla storica definizione di Milano come “città industriale”. Per alcuni versi la si deve ancora proporre, per il ruolo che la capacità produttiva nel settore manifatturiero ha nel territorio. Ma per altri versi sono talmente cresciuti i caratteri di altre economie, da rendere riduttiva e quindi anche in parte superata questa definizione. Se non si arriva a destinazione non è solo per un problema comunicativo, ovvero di lessico idoneo a “comprendere” la complessità. È perché la pur poco comunicativa definizione che diede Giuseppe De Rita a fine Expo di “città multiscopo” nasconde conflitti di interessi, conflitti di strategie e, in fin dei conti, conflitti identitari.
Vengo da alcuni incontri tra amministratori e socio-economisti nell’hinterland milanese, dove la questione ha trovato posto all’interno del tentativo di ridefinire quale sia il territorio che veramente partecipa all’economia competitiva. Chi dice una piccola porzione di borgo e di soggetti, chi dice tutta la città fatta di investimenti e lavoro, chi dice la “vasta area” che, oltre a comporre capitale e occupazione in cambiamento, comprende anche un vasto processo di ibridazione sociale. Ecco in fin dei conti le tre città che convivono, confliggono, patteggiano.
Detta in breve, questa è la mia connessa riflessione. Riflessione che, rispetto alle due ottiche disciplinari che prevalgono quando si parla di questo tema (quella economica e quella urbanistica), sceglie piuttosto l’ottica socio-identitaria.
La prima città, abituata a far notizia (ma anche a nascondere le notizie), è quella dichiaratamente collocata nell’economia globalizzata. Può risiedere in corso Magenta, oppure a Ginevra, a Brera, o ancora a Londra. Riguarda un certo numero di settori che nella loro evoluzione vedono da alcuni anni il nome di Milano nell’area di testa dei ranking internazionali (comunque in grado di battersi in quei ranking). Così che quella prima città è quella che meno dipende dalle intermediazioni di Stato e Regione. Interagisce direttamente con il mondo. Muove idee, capitali e per alcuni versi anche prodotti in forme progressivamente immateriali. Agisce nel quadro di culture creative.
La seconda città è quella che, a conclusione di Expo, il presidente della Repubblica Mattarella (non a caso proprio lui) ha chiamato “capitale europea, motore dell’Italia“. In sostanza il grande portale della filiera produttiva nazionale, che va dal pomodoro di Pachino a una parte abbondante dell’export manifatturiero. Che sale sugli aerei ogni giorno con la valigetta commerciale. Che accoglie ogni giorno un esercito di operatori che hanno imparato a metter firme a contratti e a mangiare in modo “modernizzato” sui Navigli o nelle viuzze del centro.
La terza città è quella che da piazza Duomo va fino ai confini dell’urbanizzazione continua, che comprende vecchi e nuovi quartieri, la complessità delle periferie, i segmenti intermedi (tra quelli che scivolano verso la crisi di manutenzione a quelli che hanno trovato nuove vocazioni), fino a superare la stessa antica area della provincia.
Qui si sommano alcune forti componenti della milanesità: etica del lavoro, logistica, trasformazione socio-etnica, filiera commerciale, salute e assistenza, quota d’impoverimento del ceto medio, nuova demografia eccetera. E qui si pongono alcune scommesse di riduzione delle disuguaglianze, rispetto cui Milano ha qualche chances in più di fare questo tentativo, con esiti politici e sociali che sarebbero clamorosi. Rigenerando appunto anche la politica.
Più che i media, l’innervazione narrativa di queste tre città viene oggi fatta dalle università (che si distribuiscono sempre più dal centro alla periferia), dallo spettacolo (è uno del Gratosoglio che ha vinto il festival di Sanremo), da nuove forme artistiche, dal flusso di news che attraversa la rete.
Questa terza città è quella che – in forma ancora incerta e scarsamente annunciata – è oggetto (e in verità anche soggetto) dell’ipotesi di mettere fine ai dubbi e generare la vera città metropolitana. Quella che una volta dichiarata racconterebbe, con evidente forza competitiva con alcune grandi metropoli, un territorio, una demografia, una intensità commerciale, una gamma urbanistica e di insediamenti, una risposta innovativa ad alcune battaglie di sostenibilità. Per vari aspetti – l’argomento non è nuovo – questo salto di qualità potrebbe offrire sintesi ai rischi di vedere peggiorare l’antagonismo tra le tre diverse città prima indicate. Soprattutto metterebbe fine a stentate definizioni, a incerti tentativi di individuare il suo competitive set, e appunto a una ormai continua conflittualità tra capoluogo e territori limitrofi.
Questa conflittualità ben inteso è un segno dei tempi. La vivono tutte le grandi città nel mondo. Ma soprattutto a causa dell’arroganza delle megalopoli nei confronti delle vaste aree circondanti. A meno che proprio il processo di generazione della CM rimetta al tavolo tutti i soggetti, redistribuisca le carte delle vocazioni e dei ruoli, negozi le dislocazioni di servizi e infrastrutture. In sostanza generi non solo nuova urbanistica ma anche nuova democrazia urbanistica.
Tralascio qui di tornare sul tema delle risorse insufficienti e delle leggi sbagliate. Il progetto – per Milano, ben più che per altre città italiane – non dipende in realtà da questi veri ma anche non veri limiti oggettivi. Ma da quella potente soggettività della polis che si chiama oggi visione strategica.