Le “pance” degli italiani verso la soluzione della crisi.

Articolo per Mondoperaio (agosto 2019)

Stefano Rolando

In questi giorni mi sono ritrovato a dire la mia non dico “contro” ma per svolgere credo legittime critiche a giornalisti, sia pure con vesti diverse da quelli dei professionisti della cronaca quotidiana dei media.

In un caso si è trattato di due “conduttori di rete” (Luca Telese e David Parenzo) con a disposizione ampio spazio e limitato pubblico che hanno scelto un tema delicatissimo (il ruolo di D’Annunzio nelle contorsioni dell’Italia del 1919, esattamente cento anni fa) un po’ per far spettacolo e un po’ per cercare di alludere al presente. L’idea era di prendere il tema della pancia storica degli italiani (non a caso mettendoci dentro anche letture e commenti del “Mussolini” di Antonio Scurati) per vedere se la storia si ripete non riproducendo tanto quei format, quei partiti, quelle ideologie e persino quei protagonisti. Ma soprattutto dando continuità a movimenti profondi, per certi versi pre-politici, come si va dicendo (un po’ orrendamente) movimenti di tipo intestinale. Il trattamento a tratti lodevole in altri tratti molto confusionario di quel programma televisivo, non ha fatto secondo me chiarezza sull’intento e ha lasciato come risultato netto solo un po’ di promozione per i “prodotti” degli ospiti (libri, musei, mode).

Nel secondo caso si è trattato di un signor editorialista, noto accademico, Ernesto Galli Della Loggia, che sul Corriere ha cercato di andare più in là. Cioè è partito dall’idea di chiarire che, prima di accapigliarci sull’offerta politica, dovremmo metterci d’accordo sulle macro-tendenze della domanda e quindi ragionare proprio su quella “pancia” degli Italiani che, a volte combinata altre volte scombinata rispetto alla loro testa, fornisce maggioranze, ovvero più semplicemente fornisce “quantità”, al rapace marketing dei partiti politici. Attitudine, quella del marketing, che li porta a brucare l’erba che spunta dove spunta, anche a scapito della propria coerenza, per stare dalla parte comunque della domanda.

Le Italie che Galli legge sono due: gli Ottimati e i Barbari, ovvero l’élite attaccata in tutto il mondo per la sua arroganza e poi il vasto strato sociale che Bossi avrebbe chiamato “popolano” che si ribella a quella élite cominciando a negare il galateo, la proprietà linguistica, i modi “urbani” e i linguaggi forbiti. Si limitasse a ciò, la tesi sarebbe vecchia di qualche anno, diciamo al sorgere del fenomeno Trump. Galli Della Loggia si spinge però ad elencare le virtù calpestate da questa morsa, dentro cui c’è tutta l’Italia che piaceva a lui (e forse anche a noi). Anche qui la mia critica è stata di non arrivare a rappresentare il punto vero in questione, che non è la sparizione dell’Italia sobria, laboriosa, studiosa e civica. Ma la perdita di rapporto tra essa e la rappresentanza, che lasciando a casa gli strumenti dell’interpretazione e della sollecitazione civile, sceglie l’annusamento, la convergenza animalesca, la strumentalizzazione superficiale portando, in avviamento del ciclo che ora è in maggioranza, alla rivolta contro l’élite e quindi al protagonismo dell’Italia chiamata “barbara”.  Lasciando aperto però l’immenso lavoro di cercare, ricomporre, ridisegnare, rappresentare e valorizzare ciò che ormai si nasconde nella metà dell’elettorato italiano in astensione.

Andando dunque per “pance”, noi non daremmo qualche contributo alla discussione in corso sulla crisi senza cercar di capire quali Italie diverse sono in campo circa le domande di base che la politica dovrebbe intercettare.  Vestendo narrazioni convincenti fino a formare prima attenzione, poi consenso, da ultimo fedeltà.

Ereditando dalla crisi economico-finanziaria dieci anni di schiaffi, l’Italia più delusa e turbata è quella dei ceti medi impoveriti, dunque un’area soprattutto piccolo-borghese che per un piccolo tratto è riuscita a restare dentro alle dinamiche borghesi e per il tratto prevalente si è vista il burrone della proletarizzazione avvicinarsi accettando in larga parte l’incitazione alla paura e alla proposta di “protezione” che le culture socialiste, nella perdita progressiva di presa sociale, hanno ceduto a vantaggio delle culture nazionalpopuliste. Una parte ha assunto i tratti barbari della sfida anti-buonista. Un’altra parte si è sottratta alla rappresentanza, limitandosi all’arte di arrangiarsi.

I ceti alti convergono ora sull’opportunismo di chi mantiene reddito nel quadro della crisi, riducendo al minimo necessario la critica imprenditoriale alla politica economica del governo gialloverde e favorendo caso mai un filo di stabilità per disporre di fatti certi, indispensabili all’economia. La nicchia degli Ottimati mantiene così una testimonianza di riprovazione, ma non essendo in discussione il suo stesso coinvolgimento responsabile nelle scelte (anche i soggetti associativi sono assunti in questo periodo da esponenti piuttosto intermedi e scoloriti) si cura piuttosto di non ritrovarsi ad applaudire con la riprovazione etica che viene soprattutto da ambienti sociali orientati religiosamente.

Tutto ciò lascia davvero in ombra l’altra Italia – quella collocata tra gli Ottimati e i Barbari – che resta largamente presente nel tessuto della funzione pubblica, dell’educazione e della salute, ma anche dei ruoli intermedi dell’economia produttiva e ancora più largamente negli ambiti intellettuali e creativi.

La quarta Italia ideologica ed estremista è infine annidata in cespugli a sinistra e a destra mai usciti da convulsioni senza visione che hanno accompagnato gli anni di piombo e poi le marginalizzazioni urbane, talvolta finiti in varie prove di manipolazione che hanno determinato alla fine la loro fuoriuscita dal tentativo di esprimere qualunque autonoma rappresentanza, come si è rilevato nel caso recente di Casa Pound.

Dunque la pancia (o, se si vuole, l’insieme degli istinti) dei ricchi, la pancia populista, la pancia della tenuta sobria del rapporto stretto tra studio e lavoro e la pancia degli estremisti.

Lo smarrimento provocato dalla crisi di leadership e di gestione di un partito cardine dello schieramento progressista, quale il PD, insieme all’invecchiamento senza rinnovamento di Forza Italia, i primi storpiando l’evoluzione socialista europea, i secondi non imboccando mai l’evoluzione liberale europea, hanno provocato smottamenti e sommovimenti che hanno incredibilmente portato alla non prevista maggioranza delle due tendenze note del populismo: quella territoriale (Lega)  e quella digitale (5 Stelle).

Troppo poco in comune e troppa incompetenza in comune per arrivare al capolinea di un anno che si è rivelato a danno di ciò che costituiva l’unica salvezza per l’Italia, rappresentata dalla conferma del suo protagonismo europeo lucrando sulle contraddizioni britanniche e sulla insufficiente tenuta della leadership franco-tedesca.

La “pancia” (anche se qui si è trattato di una “testa”) che ha regolato la sconfitta del sovranismo e la quadratura del pluralismo riformista europeo – ha ragione Romano Prodi a ricordarlo in questo momento come riferimento primario – è ora l’unica risorsa per generare una convergenza (in cui c’è posto per chi vuole e può governare e per chi non farà mancare il sostegno sull’essenziale dedicandosi piuttosto alla ricostruzione della domanda sociale e delle sue priorità, come la posizione dei Verdi sta dimostrando in Europa) che, con la metafora degli Orazi e Curiazi, punti a ridimensionare tanto la deriva violenta e post-fascista del populismo, tanto quella della confusionaria velleità demagogica illiberale. Sia che si avvii una coalizione politica, sia che si preferiscano soluzioni più tecniche, questo appare lo scenario probabile, che riguarderà comunque la convergenza con l’Europa nell’autunno decisivo per la manovra economica anticrisi.  

In tale scenario l’anomalia italiana terrà tuttavia in piedi per un po’ due questioni: il leghismo, fuori dalla sala macchine, entrerà in remissione (come le malattie) e quindi – come è già avvenuto una volta – ripiegherà sulle ridotte territoriali? il movimentismo giustizialista ferito, pur essendo al tavolo dei decisori nello sfruttamento della regola che sarà adottata con la “formula Ursula”, troverà il bandolo per la sua evoluzione civico-progressista?

Chi scrive allo stato nutre dubbi attorno ad entrambe le ipotesi.

Ma siccome la storia non si ripete ma vive di continue allusioni, chi scrive non è dimentico di come – in anni di pari grandi sommovimenti – una temprata classe dirigente democristiana venne a capo delle principali incognite circa il ruolo associato a prospettive di governo di grandi forze popolari molto divergenti sia sul terreno della politica internazionale che di quella economica. Per poi perire insieme a tutto il sistema dei soggetti che aveva contribuito a fare evolvere.

Ma questa è un’altra storia.

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