Gianni Brera, cento anni

L’8 settembre del 1919 nasceva a San Zenone al Po – un piccolo paesino di cinquecento abitanti nel pavese, alla confluenza del Po con l’Olona – Gianni Brera. Morì in un incidente d’auto nei pressi di Codogno il 19 dicembre 1992, a 73 anni. Domani avrebbe avuto cento anni.

Di sé diceva: “Sono cresciuto brado o quasi fra boschi, rive e mollenti (…) Io sono padano di riva e di golena, di boschi e di sabbioni. E mi sono scoperto figlio legittimo del Po”. Con lui il giornalismo sportivo è salito ad un piano superiore. Con lui parole come “identità” o “territorio” sono diventate più lievi ma al tempo stesso più commoventi. Milanisti o interisti che fossimo, ha accomunato nei suoi neologismi un’intera generazione. A Umberto Eco che lo chiamò “il Gadda dei poveri” diede del pirla. Dietro all’appellativo di “abatino” per Gianni Rivera non c’era solo quell’idea muscolare che ispirò la mitica definizione di “Rombo di Tuono” per Gigi Riva. C’era anche il rispetto per un giocatore di cervello che non “passava” la palla all’ala sinistra dal centrocampo (dove Brera non gradiva troppo che un numero 10 arretrasse) ma gliela “telefonava”.

Fu socialista e radicale, a suo modo leghista ante-litteram. Domani ne leggeremo di ogni. La mia generazione gli deve moltissimo. Qualche volta negli anni ’60 si leggeva il Giorno – che comunque ci riguardava più del Corriere – soltanto o soprattutto per lui. E in particolare a noi metropolitani urbani regalò un’idea del contado lombardo che profumava di linguaggi manzoniani, storpiati da fenomenali neologismi e da frasi in sospeso come quelle che si sentono nelle tavolate dei grandi bevitori.

Sull’ultimo Venerdì di Repubblica Angelo Carotenuto ha scritto un bel pezzo su Brera e Gianni Mura (che dice che oggi Brera farebbe il disoccupato perché “detestava il computer”) si fa scandagliare sul vecchio amico e maestro da Marco Cicala.

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