Smart City in Italia. Tecnologie, processi attuativi e nodi sociali

Università Tor Vergata

Macro-area di Ingegneria Via Politecnico 1, Roma

Martedì 26 novembre 2019

Intervento della fase di apertura di

STEFANO ROLANDO

Direttore scientifico dell’Osservatorio sulla comunicazione pubblica, il public branding e la trasformazione digitale della Università IULM di Milano. Presidente del Comitato scientifico di Smart City Group.

Da sinistra: Marco Mena, Roberto Leonardi, Orazio Schillaci, Stefano Rolando

Prima di proporvi breve riflessioni introduttive, nel dare immediatamente la parola al Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, prof. Orazio Schillaci, che ci fa l’onore di ospitarci qui nella macro-area di Ingegneria di questo complesso e moderno ateneo, desidero ringraziare questo Ateneo e il suo rettore,  e poi il collega Michele Luglio, che aprirà il primo panel discussione e che operando qui è stato il nostro “Virgilio” in questo evento. Michele presiede il consorzio Nitel (18 atenei italiani) e in tale veste è anche parte del comitato scientifico di Smart City Group nel cui ambito vi è stata la stravaganza di nominarmi presidente, pur operando io in ambiti disciplinari, come dirò, di confine e non abitualmente in prima fila quando si parla di Smart City. Con lui ringrazio Menowatt che ci sponsorizza, INSItalia net services e tutti coloro che hanno operato per la buona riuscita della conferenza di oggi, a cominciare da Sergio Miotto che è il vero animatore di Smart City Group. Ringrazio ancora chi è già a questo tavolo insieme al rettore, cioè il presidente della Federazione del Terzo Settore Roberto Leonardi e il senior advisor di Ernest&Young responsabile del noto ranking realizzato sui dati di sviluppo e attuazione dei progetti di smart cities in Italia pubblicato da Il Sole 24 ore Marco Mena.

Riprenderemo tutti e tre la parola dopo l’intervento del Rettore prof. Schillaci.

Testo dell’intervento

Le prime mie riflessioni partono dal programma e quindi dall’articolazione che questo convegno predilige circa un approccio tecnologico e anche tecnico al tema delle smart cities.  Programma qualificato da reputati relatori che inquadrano campi applicativi che appartengono a molte discipline dell’ingegneristica.

  • Il dialogo tra competenze tecnico-scientifiche e responsabilità amministrative sulla materia è attivo da alcuni anni. Forse il dibattito può contare già una ventina di anni mentre il primo organico dossier del sistema europeo che ha inventariato progetti frutto di quel dialogo è del 2009, accompagnato da una dotazione di 12 miliardi di euro che a distanza di dieci anni potrebbero oggi essere non solo valutati in un bilancio di attuazione ma anche di evoluzione concettuale e strategica della materia. Io non posso che apprezzare che si mantenga alto il profilo di specificità. Debbo solo dire che il mio approccio è molto ai confini con questa specificità e quindi dovrei limitarmi davvero come dice il programma ai “saluti” a nome di un network accademico ampio di cui faccio parte pur non essendo parte della tessitura delle culture di prevalente riferimento.
  • Tuttavia riconosco anche che tanto le aziende quanto i governi delle città hanno messo in campo una stretta relazione tra investimenti e cambiamenti per rendere possibili piani di sviluppo e adeguamento di brevetti e performances. E ciò ha naturalmente prodotto un allargamento dei coinvolgimenti, in prima istanza degli ambiti economici (non a caso la presenza qui in apertura di Roberto Leonardi di Marco Meno segnalano questo “anello di Saturno” che da tempo si è formato attorno all’asteroide).
  • Dunque in prima istanza l’ampliamento ha coinvolto le culture di marketing (che riguardano il mio specifico raggruppamento disciplinare, di Economia e gestione dell’impresa) che è entrato sollecitamente nello schema di progettazione delle smart cities per la necessità di mobilitare le necessarie risorse finanziarie, soprattutto private, in una partita che ha la sua prima ragione di “intelligenza” nel dialogo serrato su utilizzi e fini tra pubblico e privato. Terreno che sarà quello che farà appunto compiere il rapido passaggio concettuale da città digitale a città intelligente.
  • In tempi parimenti rapidi anche le culture socio-economiche territoriali hanno portato alcuni contributi a questa tessitura. Cosa che ha allargato il perimetro delle ricadute progettuali attorno alle potenzialità di metropolitanizzazione soprattutto dei contesti urbani più connessi che conflittuali rispetto al loro hinterland. 
  • Così che si è naturalmente allargato il coinvolgimento importante delle reti universitarie – oltre al nucleo rimasto di primaria rilevanza dei Politecnici – e di altri ambienti di ricerca diventati il laboratorio della sostenibilità di quei cambiamenti.
  • Ecco, in breve, come il “territorio della specificità” ha visto ormai consolidata una convergenza di analisi di svariati punti di vista, alcuni dei quali insistono fortemente sull’indagine della materia sociale connessa. Forte di questo robusto zoccolo di implicazioni positive, la trasformazione del dialogo politico, scientifico e amministrativo degli ultimi dieci anni mostra che la grande centralità tematica del rapporto tra investimenti e fruizioni non esaurisce il potenziale interesse della materia. Per esempio – e qui vengo al mio sotto-specifico – gli ambiti di analisi più collocati nella tradizione socio-economico-culturale delle comunicazioni (soprattutto della comunicazione pubblica) hanno provato ad estendere approcci e contributi sulla complessità di argomenti che apparivano più in ombra in quel dibattito: attese, riluttanze, desideri, partecipazione, coinvolgimenti, marginalizzazioni e altri fenomeni collocati nella cornice più ampia della trasformazione digitale  riguardante città e territori, non difficilmente situati in una parallela domanda di nuove forme di governo.

Provo a fare solo cenno agli spunti che ritengo complementarmente interessanti rispetto a quelli che la nostra giornata di lavoro propone.

  • Un tema riguarda con evidenza la tenuta identitaria complessiva delle comunità investite nei processi di trasformazione. Esse riguardano le implicazioni (positive, ma anche divisive) riguardanti la coesione sociale messa in atto dai rapporti di appartenenza che vengono segnati non solo dai fenomeni di flusso (mobilità, migrazioni, urbanizzazione) ma anche da fenomeni di adeguata inclusione e quindi di gestione di opportunità tra di loro meno polarizzate. L’evidente contributo al progresso delle smart cities non è socialmente automatico, se non vengono accompagnate con attento e costante presidio tutte le interazioni di un ovvio ciclo di metabolizzazione pubblica.
  • Un altro tema che interagisce con evidenza è quello delle dinamiche narrative, che poggiano spesso sul bagaglio di una adesione alla tradizione a un certo punto mescolata anche alla resistenza degli stereotipi. La stessa invasività tecnologica delle forme dello spettacolo e della comunicazione porta nel radar quotidiano molte forme di esplorazione di linguaggi mutati e perfino di forme simboliche di futuro che possono esplodere ma anche modificare gli stereotipi, che possono rappresentare o escludere sentimenti collettivi, che possono restare intellegibili come racconto del nostro tempo oppure suscitare repulsione, non diversamente dall’impatto che, per esempio, arte e musica contemporanee producono in presenza o in assenza di mediazione.
  • Questi caratteri sempre più vengono a comporre il tema evolutivo del brand pubblico. Già questa stessa parola suscita a volte diffidenze politiche e professionali, se non imprecisa interpretazione. Dunque il terreno di marcia dei fautori dell’evoluzione dell’infrastrutturazione innovativa materiale (spesso sostenuto da investimenti comunicativi importanti) deve trovare incrocio e integrazione con il terreno di una più sottile marcia dei fautori dell’evoluzione dell’infrastrutturazione innovativa immateriale. Nella dimensione urbana – in cui la dinamica di brand (identità e narrativa) prende ormai con un certo successo di citytelling[1] –  la gestione tra amministrazioni pubbliche e soggetti della rappresentanza è non solo auspicabile ma anche l’unica fruttuosa per non collocare i punti di convergenza né sul terreno dei soli interessi politici né su quello dei soli interessi economici.

E provo in conclusione a dire ancora una parola su questa “gestione socialmente equilibrata” che a mio avviso aiuta tanto la progettazione quanto l’inevitabile condivisione che questi progetti pongono come passaggio ineludibile tra amministrazioni e cittadini. Infatti “gestione socialmente equilibrata” vuol dire essenzialmente esprimersi come fonte di sintesi e di chiarezza.

  • Essa comporta sintesi attraverso grande concisione definitoria su ciò che è stato, ciò che è e ciò che sarà in una rappresentazione non necessariamente discontinua della cultura della comunità. Fino ad arrivare a perseguire una nuova costruzione reputazionale delle città stesse.
  • Comporta chiarezza sul fatto, mai abbastanza sottolineato, che brand non è proprietà del potere (di qualunque natura esso sia) ma è proprietà del popolo e quindi sopporta abitualmente male narrative verticalizzate, dichiaratamente propagandistiche, mono-vocalizzate. E tende (come nel passato, infrangendosi più volte con gli assetti autoritari e liberticidi) ad una segmentabilità per propria natura scomponibile, plurale, conflittuale ma anche, sempre per propria natura, tesa a convergenza con il bisogno di fare “patto” attorno ad un assetto narrativo collettivo accettabile. Spesso è proprio la battaglia tra alimentazione e riduzione dello stereotipo quella che vede il maggiore frizionamento. Ma a guardare bene essa è per definizione la battaglia più importante di tutto il processo innovativo innescato, più importante anche dei vantaggi sociali ed economici che il progresso tecnico mette a disposizione.
  • Comporta riscontri e quindi misurabilità. Statistici e operatori di ranking non vanno abitualmente d’accordo, così come analisti della realtà divergono per principio dagli analisti della percezione. Qui tuttavia le componenti allusive, simboliche, immaginifiche richiedono un certo avvicinamento dei piani della valutazione. Infatti la “trasformazione” ha indicatori utilizzabili, il successo o l’insuccesso del cambiamento non deve essere polvere gettata dagli amministratori sotto il tappeto perché questa trasparenza è parte di una responsabilizzazione collettiva. E infine la proposta di accoglienza e di integrazione deve trovare una lettura più ampia di quella finora riservata a fenomeni compresi solo negli immigrati, nei turisti o negli studenti. Esiste – con grande importanza – anche il flusso delle cose immateriali; delle buone o delle cattive idee; delle buone o delle cattive mode; del sostenibile o dell’insostenibile ritorno dello stereotipo altrove percepito; della variazione di giudizio sulle forme urbane e sugli stessi servizi urbani provocata nei cittadini che per un certo periodo fanno esperienze di altre residenze e tornano con attitudini giudicanti.

Infine il grande tema – che soprattutto il sistema universitario sente ormai ineludibile, nel quadro di quel Public Engagement che sta prendendo forme di inevitabile valutazione nei processi funzionali accademici – costituito dall’aggiornamento culturale della pubblica amministrazione.

  • Si assiste – non sempre, ma con una certa perduranza – ad una titubante e a volte confusa posizione degli amministratori pubblici di voler o poter connettere progetti di smart city solo in ordine alla realizzazione del dato finanziario. Il che significa spesso una predilezione per il solo accompagnamento della leva di marketing nel disegno di questa progettazione. Anni di comunicazione sostenuta soprattutto dagli operatori industriali e tecnologici unicamente attorno alla “promessa” del posare cavi e fibre, argomento che ha certo il suo rilievo, senza tuttavia accompagnare un racconto capace di tenere in evidenza il senso complessivo del “cambiamento” che fin qui, pur in grande sintesi, si è cercato di descrivere, finiscono per essere un esempio di “vista corta” e soprattutto di “esito socialmente limitato”. Ciò che rende ora apprezzabile in alcuni casi la percezione anche di una articolazione comunicativa all’altezza della complessità dei temi.
  • Sia consentito fare un esempio recente. L’assessore alla Trasformazione digitale del Comune di Milano Roberta Cocco, ha indicato in quattro pilastri l’intero approccio alla materia. Due pilastri infrastrutturali: appunto l’infrastruttura digitale e i servizi digitali ai cittadini. E due pilastri sociali: l’educazione digitale (conoscenze di base per l’accesso) e le competenze digitali (diffondere il di avere un profilo digitale)[2].
  • Infatti la riclassificazione delle tipologie di “smart city” va ormai prendendo l’articolazione dimensionale che questo approccio – come molti altri – tendono a tenere a vista. La parola “intelligente” viene declinata per l’economia, la mobilità, l’ambiente, le persone e, naturalmente, per la vita e per la governance. Quest’ultima è a volte il problema, laddove la rigidità delle competenze non trova una adeguata mediazione interna e laddove le stesse diverse culture amministrative (un caso di scuola è il conflitto non sempre risolto tra cultura e turismo) non favoriscono una composizione. 
  • Ma a livello più alto questa materia pone una questione di conoscenza e responsabilità tra i decisori che dovrebbe avere connotati non sempre rispettati. Dapprima la conoscenza profonda e critica del passato (che aiuta a riconoscere i caratteri irrisolti dell’evoluzione); poi la conoscenza del presente per non cedere alla demagogia di una intermediazione apparentemente filo-tecnologica che spesso sottende nuovi poteri di intermediazione. E ancora lo sguardo al futuro nutrito dall’attenzione costante a due indicatori: la sostenibilità del cambiamento e la relazione con le condizioni di manutenzione della democrazia[3]. In quel futuro la tecnologia non deve stare dalla parte della riduzione ma della espansione degli equilibri tra diritti e doveri e, come è noto, qui si gioca quasi tutta la partita del controllo e della governabilità dei pur affascinanti percorsi dell’intelligenza artificiale.
  • Si aggiungono solo pochi cenni, a proposito, sui processi paralleli dei grandi sviluppi della trasformazione digitale. Con altri presupposti, altri attori, altri contenuti, abbiamo imparato proprio in questi stessi ultimi dieci anni ad affrontare le opportunità e soprattutto i rischi del sistema di utilizzazione dei “Big Data”, che in taluni casi si rivela al servizio di interessi collettivi, in altri casi appare come materia di violazione preoccupante delle soglie non eludibili della trasparenza[4]. Nei limiti di questa nostra nota il tema è ricordato perché riporta agli stessi decisori, agli stessi controllori, agli stessi utilizzatori la coscienza di piani di sviluppo che, al di là del rapporto tra investimenti e profitti, comportano oggi una capacità di lettura – talvolta necessariamente con ancora rari interventi preventivi – a condizioni incidenti tanto sulla qualità della vita quanto sul controllo invasivo sulla nostra vita.
  • Così come in parallelo scorre un altro aspetto della trasformazione digitale che si incardina sia nel dibattito sulla disintermediazione che su quello riguardante la partecipazione. Concludo su questo con una breve citazione. Lo affronta infatti di recente Geert Lovink, fondatore e direttore dell’Institute of Network Cultures di Amsterdam, autore di Nichilismo digitale[5]che, in occasione dell’imminente Festival della Tecnologia di Torino, ha spiegato così quel titolo al settimanale La Lettura: “Nell’attuale stadio di sviluppo di internet abbiamo a che fare con infrastrutture e sistemi centralizzati che chiamiamo piattaforme e che sono completamente opposte alla precedente idea di architettura informatica. La piattaforma è infatti l’esatto contrario della rete, la quale è per definizione decentralizzata e distribuita”. E ancora: “Dobbiamo capire cosa è l’algoritmo, abbiamo bisogno di alfabetizzazione tecnica nelle scuole, nelle università e dobbiamo contrastare la perdita diffusa di abilità tecniche tra la gente. Pensavamo che lo smartphone migliorasse le competenze digitali, invece non ci offre alcuna capacità tecnica in più[6].

[1] Stefano Rolando, Citytelling, Raccontare identità urbane, EGEA, 2014

[2]Smart City? Milano è all’avanguardia, ecco i suoi quattro segreti”, intervista sulle città intelligenti, Linkiesta 19 aprile 2019.

[3] Osserva Francesco Grillo (La democrazia del futuro fondata sulla tecnologia, Corriere della Sera,29 ottobre 2019): “L’aspetto più grave è che oggi mancano idee che possano ridare energia al sistema politico che ha accompagnato il più grande balzo in avanti che l’Occidente abbia mai conosciuto”.

[4] Rosanna De Rosa, Digital persona, big data e sfera pubblica. Quali sfide per la democrazia che verrà, Laboratorio ISPF (Istituto per la storia del pensiero filosofico e scientifico moderno, 2019 (testo in rete).

[5] Geert Lovink, Nichilismo digitale. L’altra faccia delle piattaforme, EGEA-Bocconi editore, 2019.

[6] G. Lovink, cfr nota 8

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