L’Italia al tempo del populismo

Presentazione a Milano del saggio di Carmelo Conte [1]

Stefano Rolando

Un ampio dossier

Carmelo Conte ha pazientemente raccolto, su populismo e populisti, per molto tempo, un ampio dossier di fonti. Fonti originali connesse alla parola e al pensiero dei populisti. E naturalmente anche quelle degli analisti che hanno fatto di questo fenomeno non un capitolo italiano originale, ma il capitolo italiano di una storia grande come il mondo e che ha evidenze in tutto il mondo.  

L’andamento si è fatto sempre più evidente, tanto da poter oggi trattare un vero e proprio primo “ciclo”.  Ritornano tre vagues di una cultura politica che viene da lontano e che certo riguarda molto la prima metà del ‘900: nazionalismo, demagogia, populismo.

Su questo argomento l’ex-sindaco, ex-parlamentare, ex-ministro socialista, ha messo ordine tra gli stereotipi e gli anti-stereotipi legati al fenomeno. Un certo stereotipo riguarda i caratteri che si ripetono, riproponendo un modello potremmo dire peronista del fare il “populismo”. Il leaderismo, il divorzio cultura/politica, il platealismo, l’assertività, la semplificazione dei linguaggi, la vaghezza propositiva, l’hic et nuc dell’azione politica. Soprattutto la dipendenza spregiudicata dal marketing elettorale che muta la gerarchia delle scelte in relazione alla percezione e alla umoralità degli elettori. Tutto ciò è magari stereotipo, ma non è materia inventata. In tutta la scenaristica che Carmelo Conte propone (il berlusconismo, il grillismo, il renzismo, il salvinismo) ci sono se non tutte certo molte di queste componenti.

Ma c’è anche l’anti-stereotipo inquesto libro, cioè le ragioni, le motivazioni, la natura in filigrana di certi percorsi e di certe motivazioni. Da un lato questo populismo all’italiana mette anche in movimento nuovo consenso, nuova partecipazione, nuove forme di mobilitazione giovanile, nuove dinamiche di esaurimento di poteri mal gestiti, nuovo declino di esperienze e di classi dirigenti in esaurimento. Materia che investe inevitabilmente (anche se il tratto critico dell’autore è rispettoso) i partiti “di tradizione” e in particolare il PD.

Dall’altro lato si vede come il laboratorio Italia si saldi con il fenomeno che Camelo Conte ricorda essere quello della “democrazia malata” e quindi con il tentativo internazionale riuscito negli Stati Uniti e altrove di spostare la dialettica destra-sinistra nella dialettica tra alto e basso.

Basta tenere il dossier un po’ più a lungo a maturare sul tavolo ed ecco infatti che si comincia a scorgere un frutto, che è parte dell’anti-stereotipo perché autorizza la seguente domanda: è possibile che rinasca un impegno civile a curare, recuperare, rigenerare quella democrazia malata ma guaribile?  Ma anche l’altra e opposta domanda si deve porre: è possibile che la sovranità popolare prima di vedere cause e conseguenze di una medicina sbagliata a quella democrazia malata affidi al ciclo avviato ancora un lungo destino?

Se vogliamo questo del destino probabile è il capitolo ancora da scrivere dato che il libro si ferma all’epilogo del governo giallo-verde. E il nostro dibattito ha ormai al centro cosa verrà dopo il governo giallo-rosso. In ogni caso l’analisi di Conte ha un assioma che vale per tutti: “il populismo quando va al governo perde sé stesso e diventa illiberale”.

I “quattro cantoni” del populismo

I quattro ambiti politici fortemente sospettati di populismo sono misurati con quattro grandi temi del dibattito pubblico (non intitolati così, ma che mi pare di potere riformulare così):

  • Cosa resta di vivo della memoria storica della democrazia politica in Italia? L’esito a partire dalle pagine di Conte è: pochissimo.
  • Perché l’Europa è rimasta al centro dello scontro portando l’Italia quasi al rischio di essere derubricata dal suo privilegio di “paese fondatore”? Perché il populismo ha fatto credere all’idea del burattinaio anti-italiano a Bruxelles (dice Conte: “Lega e 5S si ritrovano sempre nel comune sentimento antieuropeo”), mentre gli europeisti italiani hanno smesso di avere una narrativa seduttiva essendo ormai che gli unici italiani non provinciali e con una narrativa seduttiva sono quelli risiedenti all’estero. L’Italia – scrive Carmelo Conte – “è il paese perdente del ciclo della globalizzazione”.
  • Perché si è accentuata la crisi della questione meridionale e della questione settentrionale riducendo sotto la soglia vitale il tema dell’unità d’Italia (ricorre spesso la citazione di Giorgio Ruffolo)? Perché infatti aveva ragione Ruffolo[2] sulle “insostenibilità italiane[3] e il populismo raccoglie la modestissima responsabilità nazionale della nostra borghesia e delle classi dirigenti. Sulla complementarità delle parti della Nazione non ha più investito nessuno, sull’identità nazionale la sinistra ha smesso di pensare, sul nesso tra Italia ed Europa la sinistra ha lasciato il campo libero ai sovranisti e nessuno ha più nemmeno ribattuto alle sciocchezze della Meloni. Aggiungo: molto bella la nota di Conte sui “vecchi nemici del Sud, per la Lega, dovuto a un asservimento imitativo dei vinti rispetto ai vincitori, non raro nella storia dei popoli”.
  • Perché il ciclo vitale del leaderismo ha dominato tutto lo spettro della seconda Repubblica e cosa ne sarà prevedibilmente guardando ai pochi e ancora criptici segnali di un parto finora soffocato della cosiddetta “terza Repubblica”? Su questo rispondo alla fine.

I “quattro cantori” del populismo

Proverei a cogliere alcune risposte (esplicite e talvolta implicite) che il libro contiene circa gli attori principali studiati:

  • Berlusconi esce come il protagonista duraturo del populismo e come il costruttore dei maggiori e peggiori paradigmi di questo destino inevitabile per un paese costituito per metà da analfabeti funzionali. Storia lunga e consumata, per eccesso monarchico e paternalistico, centrato sulla cultura dell’imbonitore. Ormai non più rigenerabile.
  • Renzi – ancorché definito “populista dall’alto” – si sarebbe potuto salvare dall’essere accomunato all’età dei masanielli (senza razionalità, senza analisi, senza progetto e senza autorevolezza), ma sceglie (come racconta l’analisi del giovane politologo Fabrizio Luisi posta in appendice) la maschera del mago rispetto a quella del saggio (tradizione democristiana e comunista), scommettendo sul cambiamento velocissimo, rottamatore, condannato a non potersi mai fermare e a dovere fare i conti con la materia più difficile a trasformare (il Partito Socialista ne sa qualcosa): lo Stato e l’apparato istituzionale e amministrativo. Dice Luisi – e Conte concorda – che quella “bacchetta magica” lo condannerà a finire nella stessa marmellata dell’imprecisione, dell’imperizia, della superficialità e dell’egocentrismo. Distruggendo – magicamente – il suo patrimonio di consenso.
  • Grillo è scritturato come il principale attivatore della “Terza Repubblica”, ma la sua storia plateale, da palcoscenico, si incrocia con la storia oscura, misteriosa, metà idealistica e metà traffichina di Casaleggio (mi è piaciuto che Conte usi contro il sedicente olivettiano un autentico olivettiano come Franco Ferrarotti[4]); e in questa dialettica si consumano tutte le contraddizioni possibili e immaginabili (destra e sinistra/ tecnologia e primitivismo / libertà e dipendenza / estro e miserabilità). Un movimento che permette agli italiani di sperimentare la loro voglia repressa di tradimento elettorale[5]. Ormai proseguita ineludibilmente. E che farà presto separare i due diversi tronconi residui dei 5 S di una storia con un magico bagliore in due rivoli senza più storia.
  • Restano i leghisti. Resta la vicenda di due epopee, quella di Bossi e quella di Salvini. Ignoranti ma furbi, formati nel territorialismo diventato rancoroso (da pacioso provincialismo manzoniano), gestito nel primo tempo per aggredire l’unità d’Italia, la capitale e i meridionali (manipolando orrendamente la cultura del federalismo, che è fatta per unire e che è stata invece venduta come ideologia del dividere); e nel secondo tempo – esaurito il copione antifascista e antitaliano – per provare un contro-copione: fascistoide e sovranista.

Due storie irrisolte dal populismo: Europa e Mezzogiorno

Va anche fatto un breve cenno su una sorta di “seconda parte” del libro, due capitoli che riguardano due ampie tematiche di cornice.

La prima è sul Mezzogiorno[6] e la sintetizzo in tre battute.

  • Una dell’autore: “Nel disvalore territoriale, economico e politico insiste il motivo per il quale il Sud, pur avendo combattuto per l’Unità della patria – dove nel testo Unità e maiuscola e patria è minuscola – con entusiasmo e determinazione, non è riuscito a farsi Italia, proprio come ora l’Italia stenta a farsi Europa”.
  • La seconda è di Gianfranco Viesti, una battuta di estrazione nittiana, che ricorda che “di ogni 100 euro spesi al Nord, 5 arrivano al Sud; mentre per ogni 100 euro di investimenti nel Mezzogiorno si producono vantaggi per il settentrione pari a 40 euro, per forniture dirette e indirette di servizi e beni[7]. E fino a qui Carmelo Conte parla per sé o condividendo il contenuto.
  • La terza battuta segnala che non ci sono leghisti buoni e leghisti cattivi in materia di prodromi del populismo razzista, tanto che cita addirittura l’ormai sdoganato Gianfranco Miglio che spiegava: “Noi del nord abbiamo nelle vene sangue barbaro, siamo legati al negotium, mentre i meridionali vivono per l’otium, cioè il dolce far nulla[8].  

L’altra tematica è l’Europa. Non c’è tempo per addentrarci. La pagina centrale di questo capitolo ricorda il vertice europeo del 1985 a Milano e il netto e chiaro retro-pensiero di Carmelo è di mostrare come ragionava (analisi, negoziato e proposta) una classe dirigente formata – in un suo lungo ma esaurito ciclo – agli antipodi dei populisti.

Il monito del presente

In questo fine 2019-inizio 2020, in cui può succedere di tutto, assistiamo a dati accertati:  il paese è collassato, la manovra economica è senza incidenza sugli investimenti, il taglio della memoria è ormai l’assassino di ogni Italia migliore, la produttività (come ricorda Luca Ricolfi[9]) è ferma da vent’anni, la vergogna di una mancata politica sulle migrazioni è evidente, come è evidente il realismo un po’ vigliacco degli imprenditori e dei sindacati circa la vera natura della Lega.  Tutto ciò, salvo un volo pindarico oggi non progettato e non previsto da parte del centro-sinistra, anche se è vero che il leaderismo assoluto potrebbe essere ormai una domanda non più assoluta, potrebbe portare a tenere in piedi, tra tutta la cianfrusaglia che ha riempito le cronache della seconda repubblica, proprio il signore delle felpe. Potrebbe essere questa una resa insipiente di un’Italia irresponsabile che, come scrive Antonio Scurati[10], ha in pancia più la sottomissione che l’orgoglio.

Questa, intendiamoci, non è la fine del libro di Conte ma l’equazione del senso di un ciclo che ancora – malgrado le consistenti piazze delle sardine strette strette (seguo con attenzione, pur restando in questa fase più palpitante per le sardine di Hong Kong) – non vede l’Italia della ragione capace di fare l’agenda, a vantaggio del mix tra incompetenza e umoralità che mezza società italiana ha in questi anni scelto a propria misura.

Il momento è così cruciale perché le due domande sono entrambe legittime. Il mio sguardo è tornato allo spirito critico della mia stessa gioventù, segnata al tempo dalla figura di Ugo La Malfa e in verità dalla lezione dell’azionismo, quello storico ben inteso. Partire dall’offerta politica è stato fin qui velleitario. Partire dalla rigenerazione della domanda, cioè della società, non essendo in campo né maghi né miracolanti, è cosa giusta ma lunga. Molto lunga.

Nota pubblicata sulla “pagina pubblica” di FB – https://www.facebook.com/notes/stefano-rolando/litalia-al-tempo-del-populismo/10158145887805110/


[1] Presentazione a Mondadori Duomo a Milano (29.11.2019) del libro di Carmelo Conte L’Italia al tempo dei populismi, Lastaria, edizioni, 2019. Questo l’Intervento di Stefano Rolando (nel panel con Anna Scavuzzo e Bruno Tabacci).

[2] Giorgio Ruffolo, Il capitalismo ha i secoli contati, Einaudi, 2008. Giorgio Ruffolo, Un paese troppo lungo, Einaudi, 2009.

[3] Insostenibilità ecologica, insostenibilità sociale, insostenibilità finanziaria.

[4] Franco Ferrarotti – I miei anni con Adriano Olivetti a Ivrea e dintorni, da New York a Matsuyama. Solfanelli, 2016.

[5] Voglia ben raccontata da Nello Barile in Politica a bassa fedeltà. Mondadori 2019.

[6] Luciano Cafagna, Nord e Sud, non fare a pezzi l’unità d’Italia, Marsilio 1994. Giuseppe Galasso, Il Mezzogiorno, da “Questione” a problema aperto, Lacaita, 2005.

[7] Gianfranco Viesti, Il Sud vive sulle spalle dell’Italia che produce: falso, Laterza 2013.

[8] Gianfranco Miglio, Io, Bossi e la Lega, Mondadori, 1994.

[9] Luca Ricolfi, La società signorile di massa, La Nave di teso,2919.

[10] Antonio Scurati – M. Il figlio del secolo, Bompiani, 2018

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