Bella ciao

Stefano Rolando

La prenderò un filino larga. In questi giorni ho terminato il corso semestrale di “Comunicazione pubblica”, obbligatorio del secondo anno della nostra triennale, in cui il sottile crinale tra il detto e il non detto è presto detto. Comunicazione pubblica non è tanto la messaggistica dello Stato, non è la propaganda dei poteri, non è la verticalizzazione delle prediche burocratiche. Nei paesi democratici il “controllo” non è solo costituito dal check and balance istituzionale, ma anche da forme di controllo sociale che si esprimono nella “sfera pubblica”.  La quale comprende certamente l’impegno di spiegazione delle istituzioni, ma anche la complessa reattività sociale: diritti, bisogni, attese, pretese, proposte.

Il crinale – nella didattica – è rappresentato dal racconto di regole ed esperienze in cui ci deve essere messaggio civile, ma non logica di parte; ci deve essere ricerca etica, ma anche rifiuto di qualunque propaganda.

Scritta in tre righe questa cosa non costa fatica. Trasferita nelle parole, nelle citazioni, nelle slides di cinquanta ore di lezione, costa qualche fatica.

Faccio qualche esempio (tratto dal programma). Parlando di migrazioni è giusto mostrare la costruzione politico-mediatica delle paure, ma si deve anche parlare della rinuncia a perseguire scelte responsabili di gestione, provando ad obbligare una generazione (almeno il frammento che ti ascolta) a rileggere le pagine dolorose della emigrazione italiana di un secolo fa per capire da che parte stare.

Oppure, parlando di Europa e di Brexit, c’è da sottolineare il successo della provincia contro la metropoli, ma anche la rinuncia dei giovani inglesi a fare valere la loro maggioritaria opinione. 

Parlando di salute e di welfare, c’è la storia delle nostre riforme sociali per far capire il prezzo del cambiamento conquistato palmo a palmo, ma forse non spiegato abbastanza perché la cultura della spiegazione è stata minoritaria nelle nostre istituzioni.

Ho avuto, durante il corso, partecipazione e persino attenzione. Ho scrutato pochi sbadigli e una certa tensione a “seguire”. Ho ripetutamente cercato di immaginare se questo programma di informazioni e di parole potesse saldarsi con il crescere di una partecipazione giovanile che fuori da quell’aula proprio in questi mesi si è manifestata con una certa sorpresa in Italia nel mondo. Per giorni non sono stato sicuro di questo nesso. Un’aula, in verità, si misura in forma molto discreta e riservata rispetto ai sentimenti collettivi. Cova piuttosto una sommatoria silente di piccole incertezze e di insicurezze personali. Quell’aula fa i conti con il rendimento della breve e intensa “carriera” di uno studente universitario. E non è per nulla sicuro che questo piccolo conflitto quotidiano offra spazi per far salire i pensieri attorno a tensioni civili che passano piuttosto a lato della scatola dei doveri costituita da un’aula universitaria che, con tanta difficoltà, riesce a distendersi rispetto alla inevitabile ritualità di un ostico esame finale.

Ma quella stessa generazione, appunto appena fuori dall’aula, da Hong Kong alle piazze ambientaliste di mezzo mondo, dalla passione europea all’orgoglio della modernità di una parte del mondo arabo, dalle nostre “sardine” all’onda di rivolta contro i femminicidi e al “ cordone civile” attorno a Liliana Segre, è andata trovando una partitura che ci si attendeva ma che è parsa ritardare molto negli ultimi tempi, riuscendo persino a trovare temi nuovi (l’ambiente, la lotta all’odio, l’antirazzismo) e quasi una colonna sonora, proponendo per esempio in tante lingue la nostra “Bella ciao” come un condiviso sentimento di battaglia per tutte le libertà.

Per venire al tema. Ho chiuso il mio corso, così, tentando di mettere alle strette il bisogno di fare emergere un giudizio critico attorno a una materia che è specchio della storia e dei conflitti che ogni storia contiene. Forzando un po’ le cose buone e gli irrisolti che il nostro corso allinea in un insieme di addizioni e sottrazioni.

E mentre ringraziavo per l’attenzione che non è mai mancata nei quattro intensi mesi delle lezioni, ho ricevuto un lungo e non scontato applauso. Tra me ho pensato che anche la prudenza un po’ compassata di un corso universitario che non rinuncia a promuovere apprendimento critico può generare un fremito, diciamo – si parva licet – come fosse un verso di “Bella ciao”.

1 thought on “Bella ciao”

  1. non mi meraviglia l’interesse né l’applauso finale, giusto commiato dalle parole di quello che viene considerato un maestro. Gianfranco.

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