Le eredità del ‘900. Il fascismo e la propaganda. Colloquio con Guido Melis

Pubblicato in Mondoperaio n. 10/ ottobre 2018

Riportato nel blog stefanorolando.it il 27.12.2019

Stefano Rolando

Radici lontane e nuovi contesti

La propaganda ha contorni noti e chiari nei dizionari di scienza politica e nella saggistica classica sulla materia: “Attività di disseminazione di idee e informazioni   con lo scopo di indurre a specifici atteggiamenti e azioni[1]. Ovvero: “Il conscio, metodico e pianificato utilizzo di tecniche di persuasione   per raggiungere specifici obiettivi atti a beneficiare coloro che organizzano il processo[2].

Non c’è pagina della storia umana in cui, tra presa e gestione del potere, non sia stata scritta questa parola “magica”, che da un lato semplifica concetti e decisioni e dall’altra lato introduce manipolazioni sostanziali che travalicano la “semplificazione” per produrre “persuasione”.

L’impero romano non avrebbe retto il suo millenario potere solo sulla “pax” (a sua volta retta dalla “lex”) se non avesse macinato il suo percorso di conquista con le armi, percorso che ha connaturato il vincolo di convincere il proprio popolo a sacrificarsi e a convincere il popolo avversario ad arrendersi (così ci era apparso, ad esempio, il De Bello Gallico, anche nelle traduzioni liceali).  L’età dell’oro (per dirla con Giorgio Ruffolo[3]), che riporta nel Rinascimento il potere globale in Italia, è zeppa di segni propagandistici a cominciare dalla famosa Allegoria del buon governo, speculare alla Allegoria del cattivo governo, dipinti su committenza del governo entrante da Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo Pubblico di Siena (1338). L’età moderna e contemporanea, riassume le lezioni antiche della propaganda politica (da Pisistrato ad Augusto, dall’affermazione della Chiesa al culmine delle guerre di propaganda cristiana e anticristiana fino alle Crociate[4]), in un quadro in cui la comunicazione assume la velocità e la complessità di una storia tecnologica straordinaria e tumultuosa. Sarà la violenza delle guerre degli ultimi secoli a modificare ogni regola e ogni legge fino a fissare in eterno la massima riferita ad Eschilo secondo cui “in guerra, la verità è la prima vittima”.

La concentrazione dell’esperienza di organizzazione propagandistica del consenso che il ‘900 esprime – non solo per iniziativa del fascismo, nel nazismo e dello stalinismo ma anche per la forza d’urto della controinformazione messa in campo dalle democrazie occidentali – costruirà paradigmi monumentali (in particolare sulle paranoie delle forme del potere[5]) e riverserà sui nostri giorni teorie e pratiche che possono essere lette largamente come processi di continuità. Pur nella radicale trasformazione che, a fine secolo, l’web introduce su scala planetaria. 

Un’intera biblioteca è stata scritta attorno a questo flusso di esperienza. Quella dei regimi totalitari illustra la costruzione del paradigma. Quel paradigma che Benito Mussolini spiegava con linguaggio “in soldoni”: “In politica bastano tre centesimi di merce e novantasette di tamburo[6]. Quella delle esperienze dei regimi democratici che ha lavorato sui caratteri attenuati ma anche sui vasi comunicanti. Alex Carey, storico e psicologo sociale australiano, fa questa sintesi a fine secolo: “Il XX secolo è stato caratterizzato da tre sviluppi di grande importanza politica: la crescita della democrazia, la crescita del potere economico, e la crescita della propaganda per proteggere il potere economico dalla democrazia [7].

Negli anni in corso scoppia nel mondo una storia che – da Trump a Putin, da Erdogan alle guerre nello scacchiere mediorientale – rimette al centro sia dei governi interni che della “conflittualità temperata” negli equilibri esterni, in tutto il mondo, la vecchia malattia propagandistica della politica arricchita dal nuovo potenziale della produzione delle notizie false. Molti contesti di governo, anche espressione di regolari elezioni democratiche, accedono all’idea della legittima funzione della propaganda e una parte consistente di quella che una volta si sarebbe chiamato solo “contrasto” adesso costituisce apparato istituzionale per la neutralizzazione delle “fake news”.

E in questa cornice che la ripresa di una dominante propagandistica nella politica italiana fa interrogare sull’alimentazione di esperienza di queste pratiche. Le connessioni filo-trumpiane e filo-putiniane dell’attuale quadro di governo fanno leggere quotidianamente notizie sui nessi di metodologie e di forme organizzative della battaglia comunicativa (anche trasferita dalle sedi di partiti e movimenti alle sedi istituzionali nel frattempo gestite da quei partiti e da quei movimenti per legittimi esiti elettorali).

Il dibattito è aperto e anche una certa ricerca di disvelamenti comincia a prodursi.

La pubblicazione in Italia negli ultimi mesi di un’ampia, dettagliata e documentata ricerca sui caratteri della “macchina del fascismo italiano” (Guido Melis, La macchina imperfetta – Immagine e realtà dello Stato fascista, pagine 615, Il Mulino), ci ha indotto a promuovere uno specifico approfondimento in direzione della complementare radice storica nazionale della cultura della propaganda di Stato. Stimolando, in ciò, il prof. Melis ad ampliare in questa direzione ambiti di ricerca che nel libro mantengono caratteri generali. E altresì portando in emersione tratti di culture politiche che, in un paese in cui il consenso verso il fascismo ha avuto caratteri lunghi e popolari, spingono a valutare, nella trama delle risposte interessanti e accurate fornite dallo studioso, aspetti di continuità ovvero di contaminazione “interna”.

Naturalmente una parte significativa del dialogo qui presentato è dedicata non solo al tema della “rappresentazione” ma soprattutto al tema della relazione tra modello politico, apparato dello Stato e formazione dell’opinione pubblica, temi che costituiscono campo di ricerca abituale del prof. Melis. Che, come è noto, non attribuisce al fascismo, a differenza del nazismo, la qualifica di “modello totalitario” proprio in forza non solo dei segmenti istituzionali non pienamente “occupati” dalla fascistizzazione, ma in particolare dai caratteri di difettosità del sistema organizzativo ereditato in forma ancora non evoluta dall’età post-risorgimentale.

Guido Melis è nato a Sassari l’8 novembre 1949. E’ professore ordinario di Storia delle istituzioni politiche e di Storia dell’amministrazione pubblica presso l’Università di Roma “La Sapienza”.

Ha insegnato a Sassari, Siena e Roma a alla Scuola superiore della pubblica amministrazione. E’ stato parlamentare del PD nel quinquennio 2008-2013 facendo parte alla Camera della Commissione Giustizia. Ha scritto centinaia di saggi, articoli, volumi, in prevalenza in materia di storia dell’amministrazione, della burocrazia, della cultura del diritto amministrativo e dello Stato in genere. Nell’anno 1997, con il volume Storia dell’amministrazione italiana.1861-1993 (Il Mulino), ha vinto il Premio Acqui-storia e successivamente il Premio Sissco. La macchina imperfetta, edito dal Mulino nel 2018, ha vinto quest’anno il Premio Viareggio, il Premio Acqui-storia e il Premio Minturno- saggistica.

Prima parte 

Stato e fascismo, tra potere e consenso

Comincerei a sezionare il titolo, “La macchina imperfetta“: perché “macchina“? perché “imperfetta“?

Il titolo ha una sua piccola storia. Lo avevo in testa già mentre scrivevo, man mano che il libro prendeva forma. Lo Stato, inteso come amministrazione, nella concezione ottocentesca è solo un apparato strumentale, che risponde meccanicamente all’input impresso dal potere politico. La riforma amministrativa di Cavour, nel 1853 (Regno di Sardegna, agli albori dello Stato in Italia) si ispirava per l’appunto al fine di consentire al ministro la perfetta padronanza del meccanismo burocratico e quindi garantirne in pieno la responsabilità “costituzionale” verso il sovrano (poi il verso Parlamento). Si parlò allora di “rotismi amministrativi”, con evidente riferimento alle prime macchine in circolazione dal tardo Settecento. Ma la “macchina” Stato italiano, alla luce della mia ricerca, rivelava molte imperfezioni. Ecco dunque perché “imperfetta”. Mi crogiolavo nell’illusione di avere inventato un bel titolo. Sinché non ho riaperto Sangue d’Europa di Giaime Pintor[8]. C’era scritto: “In Italia lo stato fascista era una macchina che funzionava malissimo, i suoi congegni erano rozzi e imperfetti”. Il giovane Pintor aveva già inventato il titolo prima di me.

La quarta di copertina non ha una narrativa complessa. Parafrasa icasticamente lo stesso sottotitolo “Immagine e realtà del fascismo“. E annuncia così il cuore dell’imperfezione: “Cosa avrebbe voluto essere il fascismo. Cosa è diventato, invece, il fascismo“. Un commento.

Questa, se così posso dire, è la tesi del mio libro: lo Stato fascista si presenta a chi lo guarda da fuori come marmoreo, possente e compatto, tipo certi monumenti (penso all’Eur e ai suoi palazzi pubblici, all’occupazione imperiosa degli spazi, alle scalinate maestose, alle torri bianche che svettano nel cielo: paesaggi stralunati, alla De Chirico), Ma poi, se ti soffermi meglio, in quel marmo puoi scoprire canalicoli e fessure: è in quei segreti passaggi invisibili che si infiltrano gli interessi.

L’effige di Mussolini in copertina – non è indicato ma dovrebbe essere opera di Wildt – esprime il progetto comunicativo del fascismo? Oppure, in fin dei conti, l’esito comunicativo del fascismo sul prevalente sentimento pubblico degli italiani?

Adolfo Wildt, sì. Un artista nato nel 1868 e morto nel 1931. Mussolini lo fece accademico d’Italia. L’opera è molto precoce e ricalca un certo modo di rappresentare il duce (allora lo chiamavano duce solo i fascisti, però) del periodo della sua esecuzione, tra il 1923 e il 1925. E’ il duce come lo venerava il partito. Non saprei dire se gli italiani, allora, già lo vedevano così. Il duce, nelle prime foto ufficiali, anche dopo la marcia su Roma, vestiva spesso borghese, addirittura con le ghette. Perché la parola “duce” entri nel lessico dello Stato, nelle leggi, bisognerà attendere la metà degli anni Trenta. Un’altra, piccola, imperfezione.

Perché hai dedicato un tempo lungo, meticoloso, di archivio, a questo tema nel tuo complesso percorso di ricerca?

Perché io credo metodologicamente nella ricerca d’archivio come indissolubile strumento dello storico. Non solo il documento singolo è di per sé rivelatore (ogni storico sogna di trovarne uno, come i cercatori d’oro vanno a caccia di pepite), ma la sua fattura, la sua posizione nel processo che lo ha generato, la sua collocazione nel fascicolo insieme ad altri documenti, insomma quello che Meuccio Ruini chiamava “il viaggio della pratica sulle scrivanie”, ci dicono moltissimo e di più: ci rivelano cioè come si forma la decisione dello Stato, quali fattori vi concorrono, e anche spesso chi materialmente decide. Ti faccio un esempio, tratto dal libro: il discorso del 1929 che Mussolini tiene al Consiglio di Stato all’insediamento del presidente Santi Romano. Il fascicolo ha fortunatamente conservato la minuta a macchina: e lì ho trovato due periodi biffati dalla fatidica matita rosso-blu del duce. Due periodi non banali, che rivendicavano la necessaria svolta fascista del massimo consesso amministrativo: perché l’autore li ha scritti e ha poi deciso di cancellarli? Ecco un problema avvincente per lo storico, un indizio molto interessante. Da qui la mia regola personale: leggere tutto, anche le minute, anche le correzioni a matita. E chiedersene il perché.

Perché il fascismo prende il potere?

  • per la forza ineludibile della sua proposta di cambiamento ?
  • per la debolezza ineludibile del quadro politico generato dalla democrazia liberale postrisorgimentale?
  • per la mancanza di interdipendenza sostanziale delle relazioni internazionali dell’Italia all’indomani della crisi di rapporti generata dalla prima guerra mondiale e dalle ambiguità della lunga conferenza di pace di Parigi?
  • per la novità sostanziale rappresentata dal fascismo di portare in campo un nuovo soggetto sociale, la piccola borghesia?
  • per la corrispondenza  del progetto politico “identitario” del fascismo alla percezione prevalente di sé del popolo italiano?
  • per il combinato-disposto della paura generata dalla rivoluzione russa del ’17 e dal disordine sociale generato dallo sconquasso della pur vittoriosa guerra?

Ti pregherei di scegliere il frame che consideri più incidente. E se vorrai avere pazienza, di mettere poi in classifica le altre voci. Ben inteso, inserendo – anche al primo posto – qualunque altre considerazione ritenuta pertinente. 

Tutti i fattori che tu citi hanno una parte nell’irresistibile ascesa (ma fu davvero irresistibile?) del fascismo al potere. Se proprio vuoi saperlo, io metto al primo posto la spinta generata dalla Grande Guerra, da cui proveniva tutto il primo quadro fascista. Fu uno scossone enorme, una di quelle grandi spinte che ogni tanto cambiano in profondo le società. Nacque allora la società di massa, per dirla con una parola sola. I fascisti della prima ora erano piccolo-borghesi, giovani, con studi approssimativi alle spalle, animati da una carica molto forte di avventurismo maturato nella violenza della guerra, certi di essere in credito in quanto combattenti con il Paese. Quella fu la molla che li mosse. Al secondo posto metterei, certo, la debolezza della vecchia classe dirigente liberale: se escludi Nitti, che aveva capito i tempi nuovi, lo stesso Giolitti non aveva consapevolezza delle energie che la guerra aveva scatenato. Credeva di poterle incanalare come aveva fatto agli inizi del secolo con la forza nuova socialista scaturita dalla prima industrializzazione. Da poco, discutendo La guerra di Atena, un bel libro di Andrea Guiso[9], mi è capitato di notare che l’economia era uscita dalla guerra trasformata, mentre la politica ufficiale, quella liberale, no. La terza componente del successo fu la capacità del fascismo di “parlare alle masse” e a masse nuove, incolte rispetto al discorso della politica, che prima del conflitto non avevano diritto di parola. La quarta certamente la paura dei ceti possidenti nei confronti del bolscevismo. Nel 1922 questa paura era ormai fuori tempo, perché il biennio rosso si era concluso e l’occupazione delle fabbriche era stata domata dalla paziente opera di Giolitti, ma restavano i cascami, la percezione, come diremmo oggi. Ed era fortissima.

Che contributo darà l’apparato dello Stato italiano al successo della presa di potere del fascismo?

Nella fase della conquista del potere l’inerzia dell’apparato repressivo e di controllo, con episodi persino di complicità più o meno nascosta, fu un elemento decisivo. Lo Stato era debole, mal diretto, i prefetti – salvo eccezioni – privi di istruzioni chiare (si potrebbe ragionare sulla incapacità dei ministri dell’Interno). Molti settori dello Stato, in cerca di ripristino della loro autorità, tifavano apertamente per il fascismo.

Il fascismo mette piede nel Palazzo. Da subito quindi è essenziale il rapporto con la ” burocrazia”. Fin dalla pagina 12 del tuo testo metti in chiaro il pensiero di Mussolini: “La burocrazia è sempre migliore di quello che si dipinge. È una forza continua e quotidiana dello Stato, che va sapientemente secondata con amore e senza falsi disprezzi. È come un motore gigantesco il quale, nei primi anni del suo funzionamento, ha un ritmo regolare e fervido, che è suscettibile di un improvviso arresto…Allora intervengo io. Spingo una leva e il motore che si era arrestato oppure girava a folle, sotto l’impulso di quella leva si ingrana e il ritmo riprende regolare“. Quasi non ci si vuol credere! Insomma, guanto di velluto e presunzione di esercitare una persuasione decisiva. Assomiglia più a Berlusconi che ai neofascisti di oggi. Né minacce, né linguaggi estranei. Questo approccio resterà così, nei binari stilistici di un certo rispetto? O muterà presto e sostanzialmente?

Mussolini capì quasi subito che la nuova classe politica fascista non sarebbe durata se non avesse siglato un patto duraturo con la burocrazia, specie l’alta burocrazia. Il patto fu contratto con le riforme amministrative di De Stefani del 1923-24 e si basò su quel che la dirigenza amministrativa aveva di più caro: la conferma inalterata della gerarchia negli uffici e il controllo da parte degli alti burocrati dei concorsi. Aggiungici il potere della Ragioneria generale, che crebbe enormemente con la riforma, in base alla quale il ragioniere generale fu posto al di sopra dei suoi colleghi direttori generali dei ministeri e le stesse ragionerie centrali esistenti nei vari dicasteri messe alla dipendenza diretta del Ministero finanziario. Sai che la “bollinatura”, cioè il diritto-dovere del ragioniere di autorizzare o cassare la spesa (si usa ancora oggi), fu introdotta da De Stefani? A questo patto duraturo Mussolini non venne mai meno. E l’alta burocrazia, fosse o non fosse fascista nel profondo del suo cuore, gli rimase sempre fedele.

Se la “macchina imperfetta” riguarda il carattere non pienamente “totalitario” dell’adesione dell’apparato istituzionale al fascismo (scrivi nelle conclusioni: “Insomma, un totalitarismo sempre annunciato è mai interamente realizzato, un sistema di istituzioni imperfetto, fatto di vecchi e nuovi materiali, confusamente assemblati senza un progetto lineare, con un’evidente vocazione, nei momenti cruciali della ricostruzione dello Stato, al compromesso tra vecchio e nuovo“) anche qui creando se possibile un ordine di importanza, quali sono i settori istituzionali più aderenti e quali i meno aderenti?

Lo Stato non era (tanto più non è oggi, come ci ha insegnato Massimo Severo Giannini) un tutt’uno. Era fatto di corpi, ognuno dei quali con la sua piccola o grande tradizione, i suoi codici spontanei e persino il suo stile peculiare. Furono fascistissimi specialmente i ministeri nati col fascismo, cioè creati dal regime. Il più rilevante fu quello delle Corporazioni (1926, ben prima delle corporazioni stesse che vennero solo nel 1934). Furono meno espressione del regime i grandi ministeri tecnici, come, per fare un esempio, i lavori pubblici, forti di una lunga tradizione specialistica. L’Interno fu fascista, ma a modo suo. La polizia, macchina perfetta dal 1926 in poi, fu affidata alla cura di un super esperto come l’ex prefetto liberale Bocchini e si valse di tecnici specialisti delle politiche repressive per così dire “apolitici” (in quanto tali però persino più efficaci dei fascisti stessi). I prefetti cambiarono solo in parte con la nomina della leva dei prefetti fascisti, reclutati dal partito e non dalla “carriera”.

Ma se si guardano le loro destinazioni si vede che venivano loro affidate le province meno importanti, secondo una strategia (la cosiddetta “manovra dei prefetti”) scientificamente gestita dal “partito del Viminale”. Fu fascistissimo il Minculpop, coi suoi vari predecessori (fu preceduto da amministrazioni minori create in altri ministeri). Molto meno il Ministero delle Finanze (che sin dall’inizio riassumeva in sé anche il Tesoro). Gli enti pubblici infine sono un discorso a parte. La filiera degli enti economico-finanziari e – con l’Iri del 1933 – anche di quelli di gestione industriale fu dominata dalla tecnocrazia creata da Alberto Beneduce. Ci lavorava gente come Donato Menichella o il giovanissimo Pasquale Saraceno, che poi ritroveremo nel dopoguerra democratico. Gli enti di propaganda o i cosiddetti enti “corporativi” o gli enti direttamente emanazione del Pnf furono invece vere e proprie istituzioni fasciste, con personale politico. Lì si creò la “seconda burocrazia”, questa sì tutta in camicia nera.

Perché nel corso del ” ventennio” cresce costantemente il consenso popolare interno?

Perché il fascismo diede agli italiani l’impressione di risolvere i problemi. Ciò fu dovuto molto alla propaganda, moltissimo alla messa fuori legge degli oppositori, in parte anche a una certa capacità che ebbe Mussolini di gestire la crisi del ’29 attraverso l’operazione Iri e Stato imprenditore. Il consenso d’altronde è qualcosa di impalpabile: come lo si riconosce? Nelle adunate oceaniche? Ma erano obbligatorie come le manifestazioni del sabato fascista. Nell’assenza di conflitto? Ma era escluso in linea di principio dal sistema e sarebbe stato comunque represso. Mettiamoci anche l’evoluzione del ceto medio dopo la Grande Guerra, il livello degli stipendi e dei redditi, una certa gestione della socialità medio e piccolo borghese che il regime assicurava. Gli impiegati erano tendenzialmente fascisti: ebbero la casa, molti benefit, le vacanze per i loro figli, il prestigio sociale che avevano perduto nei sommovimenti del dopoguerra. Sposare un impiegato dello Stato divenne il sogno di ogni signorina di buona famiglia. Furono fascisti poi anche (e soprattutto) i giovani, inquadrati nelle organizzazioni di massa del regime e privi di qualunque contraltare culturale. E in parte persino larghi strati dei lavoratori.

In questa politica, centrale e strategica, di organizzazione del consenso, conta più l’efficacia dell’azione di propaganda (tesi di studi “classici” su fascismo e propaganda come “La fabbrica del consenso” di Philip Cannistraro, pur nel contesto di un “moderno” trattamento del nuovo rapporto con le “culture di massa”,  come De Felice scrisse nella prefazione)  o la coercizione diretta su interi comparti e naturalmente sulle persone costituita dall’assenza di democrazia e dall’efficientizzazione  della polizia?

Contano tutte le cose che tu citi, in un opportuno mix. Tuttavia, detto quel che ho appena detto rispondendo alla domanda precedente, io mi interrogo sul livello di penetrazione di questo consenso. Prendi un libro come Gli indifferenti del giovanissimo Alberto Moravia, che uscì (non senza subire censure) nel 1929[10]: una famiglia piccolo borghese, morto il padre, la madre ha un odioso ma ricco amante che la mantiene insieme ai due figli adolescenti e che insidia sessualmente la ragazza; il ragazzo vorrebbe reagire ma non può o non sa. Alla fine si adegua. Un gioco di compromessi e di reciproche, sordide convenienze, domina l’intero romanzo. La morale “eroica” dell’attivismo fascista è lontana tanto da non trapelare mai. Il regime nel romanzo non c’è. E’ un fattore esterno, che in nulla incide sulla dinamica di questa cellula malata della società. Ma è un caso isolato? Una cellula, appunto, malata? Oppure scendendo nel reale della vita delle famiglie, nella provincia immobile e annoiata che ci descrive negli stessi anni un ex fascista come Vitaliano Brancati, troviamo lo stesso deserto morale? E se non un deserto, almeno una quotidianità grigia, molto distante dalle marce trionfali della politica in camicia nera? Era questo deserto l’Italia fascista?

Mussolini era giornalista (qualifica diffusa oggi nel ceto politico, ma non dilagante nella “prima Repubblica”). Questa cultura professionale come agisce sul modello comunicativo del regime.

Mussolini è un innovatore intelligente dei metodi e dei linguaggi della propaganda. Senza dimenticare però non partiva da zero: attingeva al deposito della propaganda di guerra, alle idee del futurismo e anche alle parole nuove e retoriche del dannunzianesimo. Persino nella pubblicità commerciale di quegli anni troviamo consonanze con quella che è la coeva propaganda politica. Poi concorsero molto i mezzi tecnici: la radio, il cinegiornale Luce, il cinema di intrattenimento di massa anche. In Italia se ne avvantaggiava il fascismo, ma anche in altri Paesi (la Russia di Stalin, l’America del New deal, e ovviamente la Germania di Hitler) si assiste a un uso più consapevole e spregiudicato dei mezzi di influenza di massa.

Seconda parte 

La macchina della propaganda fascista

Abbiamo così introdotto la parola “propaganda” – specifico oggetto di questo approfondimento – per chiedere ora quali sono i nomi e le funzioni tra i gerarchi, gli intellettuali, gli alti burocrati, i capi del regime che costituiscono, naturalmente facendo corona a Mussolini, la “cabina di regia” della propaganda? 

All’Ufficio stampa del capo del Governo, istituito subito dopo la marcia su Roma con compiti via via sempre più consistenti, si succedettero Cesare Rossi (fino al giugno 1924), Maffio Maffii (giugno 1924 – gennaio 1925), Emilio Severini (febbraio 1925 – aprile 1925), Giovanni Capasso Torre di Pastene (aprile 1925 – settembre 1928); Lando Ferretti (1928-1931); Gaetano Polverelli (1931- agosto 1933) e infine Galeazzo Ciano (agosto 1933 – 5 settembre 1934). Nel 1933-1934 Ciano attuò una profonda riorganizzazione, dalla quale nacque il Sottosegretariato per la stampa e la propaganda, primo embrione del futuro Ministero. Con questa trasformazione cambiava e diventava molto più penetrante anche l’intervento dello Stato. Il modello era in parte quello nazista, gli uomini utilizzati venivano da quel ceto di giornalisti e letterati che si era identificato sin dall’inizio nelle sorti del movimento fascista. Uno, molto importante, fu Roberto Forges Davanzati, cui Ciano affidò durante l’impresa d’Africa, una seguita rubrica radiofonica dell’Eiar: “Cronache del regime”. A corolla, una serie di enti pubblici furono istituiti con la specifica funzione di realizzare forme di propaganda nei vari settori. Una particolare attenzione fu prestata alle arti visive, e specialmente al cinema (dove crebbe la stella di Alessandro Pavolini, amico personale di Ciano). Infine bisogna citare i progressi della tecnica: le prime macchine per stampare in rotocalco (1930), l’invenzione dei nuovi settimanali (femminili, sportivi, di cinema, per ragazzi; uno, famoso per la sua grafica e per i contenuti, fu “Omnibus” di Mario Pannunzio), l’ingresso nel settore di editori come Rizzoli e Mondadori.

Rispetto agli altri regimi dittatoriali del ‘900 (nazismo, franchismo, stalinismo), il fascismo cosa inventa in termini propagandistici per primo e per altri versi “meglio” per creatività o per efficacia?

Intanto rispetto al nazismo il fascismo si manifesta dieci anni prima, quindi molte tecniche di propaganda sono fasciste e il nazismo semmai le recepisce e le perfeziona. I miti del fascismo sono a loro volta l’eredità di un certo interventismo, del dannunzianesimo e del nazionalismo.

Quanto alla produzione di “notizie false” (oggi tema in prima pagina anche nelle nuove forme di guerre fredde internazionali) Il fascismo ha scritto il suo capitolo? E se lo ha fatto ha visto colludere anche componenti militari e civili dell’apparato dello Stato?

Non saprei dire di fake news (non è un tema che ho studiato), ma certo la rappresentazione fascista dell’antifascismo, poi quella della borghesia opulenta e affarista, quindi la caricatura maligna dell’ebreo privo di scrupoli e avido furono nutrite di falsificazioni sapientemente preparate. Il film tedesco “Süss l’ebreo” del 1940 (regista Veit Harlan) fu proiettato in tutte le sale cinematografiche italiane suscitando grande impressione (anche spettatori colti e non certo impressionabili come il finanziere Riccardo Gualino andarono a vederlo, e senza che ciò suscitasse in loro un particolare scandalo). Il film ebbe, in Germania e fuori, 20 milioni di spettatori in tre anni di programmazione. L’intera comunicazione pubblica del fascismo (si pensi a quella sulle conquiste africane) era imbevuta di propaganda la più becera. Un giornalismo celebrativo prese il posto di quello di cronaca e d’inchiesta. Anche sul piano della struttura dei giornali c’è qualcosa da dire: si impose il modello del quotidiano a sette colonne (mentre all’estero già era in atto una diversificazione dei contenuti, anche per via della potente concorrenza della radio). Famose le “veline”, vere e proprie direttive sistematicamente imposte ai direttori.

Radio, cinema, affissioni, pubblicità, grandi eventi, parole d’ordine, simbolica storica. C’è della “modernità” in questa ampia infrastruttura comunicativa? Lo Stato italiano collabora a questa ingegneria o prevalentemente la subisce?

Lo Stato fascista è, in questo genere di interventi, “moderno”, cioè ha la capacità di usare i nuovi mezzi e di strumentalizzarli ai suoi fini. Oltre a radio, cinema eccetera, ci metterei anche la forma della città “fascista”, ridisegnata con gli sventramenti, le piazze monumentali al centro e i nuovi quartieri in periferia secondo le linee gerarchiche di una divisione della popolazione per categorie e per ceti. A Roma, se vai al quartiere San Giovanni, vedi edifici destinati agli impiegati dello Stato, altri ai dipendenti del Governatorato (con tanto di iscrizione marmorea nel frontone del palazzo), altri ancora ai ferrovieri o ad altre categorie operaie. Ognuno si distingue per fattura, distribuzione degli spazi, decorazioni esteriori. Ognuno “parla” a un ceto sociale differenziato. Il fascismo ebbe la capacità di dividere, quasi sezionare, la popolazione. E poi non devi dimenticare la campagna: la grande città, se guardi le statistiche italiane e le confronti con quelle di altri Paesi (Londra, Parigi, Berlino, Leningrado, Mosca, New York), da noi in Italia quasi non esisteva, quanto a densità di popolazione. Prevaleva la città di provincia, tributaria spesso del contado. E l’immensa periferia dei piccoli comuni, malamente uniti dalla rete ferroviaria. Dunque i mezzi di comunicazione di massa “parlavano” a italiani decentrati, sparsi sul territorio, aggregati in comunità familiari e parentali.

Cosa insegna concretamente in materia propagandistica il fascismo (1922) al nazismo (1933)? Massimo L. Salvadori recensendo nel 1982 il libro del germanista francese Lionel Richard “Nazismo e cultura” segnalava “uno dei più grandi casi di tradimento mai consumati dai chierici con l’asservimento della cultura al nazismo”. Ma, appunto, ci sarebbe di mezzo il passaggio dalla “macchina imperfetta” al “pieno totalitarismo”…

Mi pare che il nazismo penetri più profondamente, intimamente nelle viscere della società tedesca. Che se ne impadronisca e la plasmi. In quella italiana il fascismo spesso entra nei contesti sociali e in quelli locali solo superficialmente. Certo, anche nei piccoli paesi – poniamo – della Sardegna rurale o del Sud sotto Eboli i ragazzi vestivano la divisa e i notabili partecipavano tronfi ai riti del regime. Ma poi quei ragazzi restavano oggetto di un’educazione a forte impronta tradizionale (un dato da non sottovalutare fu la sopravvivenza dei dialetti, che rappresentava un elemento di conservazione del vecchio mondo rurale); e quei notabili finivano per esercitare il potere locale secondo antiche modalità e consuetudini. Se penso alla mobilitazione fascista mi viene in mente un’immagine di Aldo Fabrizi in divisa che torna a casa e cerca faticosamente, con l’aiuto della moglie, di sfilarsi sbuffando gli stivali neri da capetto fascista. Luisa Adorno racconta in un suo bellissimo romanzo-verità (L’ultima provincia)[11] del suocero, prefetto siciliano, insofferente delle cerimonie guerriere e perennemente nostalgico della pace domestica e della sua piccola campagna sulle falde dell’Etna. Vizi (debolezze) privati contro pubbliche virtù. 

Dalla marcia su Roma alla fuga fino a Dongo trascorrono 23 anni. Come può lo storico articolare le “grandi stagioni” della cultura comunicativa e quindi propagandistica del fascismo italiano?

Mussolini è un abilissimo regista di sé stesso. Usa il proprio corpo prima di tutto, l’autorappresentazione. Provo a seguirti nella cronologia che mi chiedi. Prima c’è la stagione del fascismo d’assalto, con una propaganda molto aggressiva. I suoi moduli espressivi si richiamano al futurismo. Il tratto anche della grafica dei manifesti è quello della modernità. Le parole d’ordine sono violente, aggressive. La copertina del mio libro restituisce abbastanza bene il senso di quel messaggio e infatti il testone del duce di Wildt è realizzato in quegli anni. Poi viene il fascismo di governo, quello in ghette bianche. E qui abbiamo la proposta, il tema dell’ordine, della serenità e della pace sociale contrapposto al conflitto perenne del dopoguerra, le conquiste del regime nel campo dell’assistenza, della sanità pubblica, della scuola, della previdenza sociale, del lavoro per tutti: il Mussolini statista e “padre” degli italiani. Il terzo tempo è quello a cavallo della grande crisi internazionale, con la battaglia della lira prima, la costruzione dello Stato imprenditore, poi l’Africa come sbocco delle potenziali tensioni. E’ il tempo della propaganda coloniale, ad esempio: è il Mussolini attivo artefice sulla scena internazionale. Gli anni Trenta inoltrati vedono affermarsi un’immagine del fascismo ben rappresentata dall’icona di Mussolini in divisa grigio-verde, fez, stivali, magari sul cavallo bianco del fondatore dell’impero con in pugno la spada dell’Islam: il Mussolini guerriero e “capo”. Questa immagine prelude al Mussolini generale, anzi maresciallo d’Italia e comandante supremo della nazione in guerra. Predomina adesso il tono militare: il duce è ritratto in mezzo a mappe e carte militari, come lo stratega. Il Mussolini della RSI è invece cupo, funebre, allucinato persino: torna un cliché spettrale che forse era stato presente nelle lontane origini del movimento. “Le donne non ci vogliono più bene, perché portiamo la camicia nera”, declamava l’inno composto nel 1944 dal combattente repubblichino Mario Castellacci[12]. Elementi delle varie stagioni naturalmente si mescolano nelle successive, ma c’è sempre un tono predominante, caratterizzante a seconda dello scopo che si vuole raggiungere.

L’ avvento della assertività non è un’invenzione dei giorni nostri, è piuttosto una componente di ogni discontinuità soprattutto violenta e fragorosa. Che caratteristiche ha l’assertività del fascismo? Essa rispetta o non rispetta l’esigenza della retorica pubblica di argomentare e di spiegare?

La retorica fascista è tipica: frasi brevi e fortemente suggestive. Punti esclamativi a segnare il ritmo del discorso. Pause sapienti nelle quali inserire le acclamazioni della folla estasiata. E poi il gesto mussoliniano, l’uso del braccio, la postura del corpo proiettata verso la folla. Gli occhi roteanti. Probabilmente elementi simili si troverebbero anche in altre forme di comunicazione orale in altri contesti coevi. Ma il fascismo (lo stile di Mussolini) enfatizza e radicalizza questi elementi sino a farne il contenuto, non più solo la forma, della comunicazione. Mussolini non spiega, dichiara, proclama, grida. Non contesta l’avversario, o se lo fa è per evocarne a suo comodo e misura la tesi e distruggerla ridicolizzandola. I giornali (anche con l’impaginazione, l’uso della fotografia e dei caratteri dei titoli) e i cinegiornali sono l’estensione di questa comunicazione orale tipica, che migliaia di gregari (dai federali in giù) tendevano a imitare su ogni palcoscenico di provincia.

Violenza e complicità. Antonio Scurati – nel suo recente “M, il figlio del secolo” (pur criticato da Ernesto Galli della Loggia, ma molto accolto dal pubblico) – colloca la ricostruzione dettagliata del delitto Matteotti al centro della questione “Stato/legalità/rischio” che nel ’24 potrebbe far saltare tutto. La crisi – con plateali comprovazioni che emergono – viene invece superata, perché nel quadro istituzionale (con al centro la Polizia e la Magistratura) non si vedono argini sufficienti per allargare la breccia della crisi stessa. Qui la “macchina imperfetta” viene aiutata dalla perfetta assenza di coraggio degli apparati pubblici. È un tema che tornerà nella storia dell’Italia contemporanea?

La crisi Matteotti fu una cosa serissima. Fu risolta grazie alla complicità del Re e alla assenza di iniziativa dei capi dell’Aventino.  Non darei la colpa alla magistratura (che anzi diede, almeno in alcuni dei suoi elementi, una prova di coraggiosa dignità). Gli apparati pubblici in generale furono inerti, ma non fu quell’inerzia a determinare l’uscita di sicurezza in senso fascista dalla crisi. Tuttavia nella storia d’Italia – questo è vero – lo Stato (il doppio Stato, lo chiamava Franco De Felice[13]) ha spesso agito in funzione “sovversiva”. E’ un tema interessante, che rimanda alla debolezza della tradizione dello Stato italiano.

Terza parte 

Eredità e continuità

Nel 2019 sarà il centenario del Governo Nitti, che contiene alcuni elementi di competenza e di modernità di alto profilo nella storia istituzionale dell’Italia unitaria. Appare chiara la debolezza politica tra insorgenze massimaliste a sinistra e a destra. Ma, tra queste, il dannunzianesimo che colora vistosamente la spinta populista del tempo, appare una leva importante della crisi di quel governo e di attacco a fondo della democrazia liberale. Che riflessioni suggerisce allo storico, ma anche al commentatore del presente, questo spunto?

Mi fa piacere che tu evochi Nitti. Nitti è stato un leader sfortunato. E’ stato uno dei migliori ministri dell’economia dell’età liberale, a lungo alla testa del Ministero di agricoltura, industria e commercio nel lungo ministero Giolitti. Ha sviluppato da quella sede una coerente iniziativa riformatrice, che perseguiva un coerente disegno e lo traduceva in politiche virtuose, sin nei minimi particolari. Il disegno era quello di aiutare l’industrializzazione agli albori con la creazione di una rete di efficienti servizi pubblici e di strumenti finanziari nuovi che consentissero di superare le ristrettezze croniche del bilancio statale. L’INA, cui parteciparono due nittiani come Alberto Beneduce (poi fondatore dell’IRI) e Vincenzo Giuffrida, fu una delle conseguenze di questa impostazione: un ente di diritto pubblico separato dallo Stato, dotato di personalità pubblica quanto ai fini ma di mezzi d’azione privati quanto alle realizzazioni, col la missione di convogliare il risparmio privato verso le attività pubbliche. Polizze (raccolta obbligazionaria), ente percettore come filtro, indirizzo delle risorse in eccedenza verso altri scopi sociali (nel caso la prima rete previdenziale per gli operai). Quel disegno Nitti lo coltivò anche nel dopoguerra, accompagnandolo ad altre intuizioni: la razionalizzazione ad esempio delle rimesse degli emigranti, oppure la modernizzazione dell’agricoltura attraverso la lotta al grande latifondo improduttivo, le scuole agrarie, una ulteriore generazione di enti pubblici finanziari. Nitti però fu sconfitto perché nel contesto della società delle masse del dopoguerra non ebbe a disposizione un partito, né un movimento che lo sostenesse. Cadde sotto i colpi del dannunzianesimo (fa D’Annunzio a coniare l’insulto “Cagoja”, col quale fu bollato anche dai fascisti). L’ipotesi riformatrice ebbe contro i liberisti alla Luigi Einaudi (contrari alla estensione del ruolo dei poteri pubblici sull’economia), i massimalisti marxisti (a cominciare dal Psi ufficiale) e la destra economica capitalista (contraria alla razionalizzazione del sistema privo di regole che connotava gli anni ruggenti del capitalismo italiano) e naturalmente la destra politica, fascisti in testa. Una delle tante occasioni perse del riformismo di governo: se avesse vinto Nitti avremmo avuto probabilmente una amministrazione efficiente, uno Stato custode delle regole e politiche di stampo laburista.

Che giudizio puoi dare, guardando alla storia unitaria italiana, sulle eredità del fascismo – soprattutto di tipo simbolico, valoriale, immaginifico, comunicativo – rispetto ai 70 anni che sono passati da quando il fascismo è stato negato e cancellato nel stessa nostra Costituzione?

C’è un revival di forme comunicative fasciste che di per sé è molto fastidioso. Ma non sono i saluti romani di Casa Pound o le sfilate in camicia nera di Forza Nuova a impressionarmi. E’ piuttosto la sostanza e anche la violenza del discorso dei populisti, oggi al governo. L’avvento della Rete e delle forme abbreviate di comunicazione elettronica (di per sé inevitabili) sta producendo una volgarizzazione del discorso politico, un suo appiattimento nello slogan (che ne dovrebbe costituire la traduzione estrema, non lo svolgimento logico e costruttivo), in definitiva la perdita del suo momento razionale. Questo è un dato molto allarmante.

In particolare la cultura della propaganda – evidente come leva di una dittatura – ha trovato e trova sviluppi nella cultura pubblica dell’Italia democratica e repubblicana e del suo apparato istituzionale? Se sì, in quali momenti e in quali occasioni soprattutto? Tenendo conto che nella comunicazione politica dei partiti nel corso della cosiddetta “prima Repubblica” gli uffici preposti continuavano a chiamarsi “Stampa e Propaganda” (tuttavia in regime di concorrenza).

La propaganda è un fattore inevitabile della politica nella società di massa. Erano propagandistici anche i manifesti del 1948, da una parte e dall’altra. C’è un momento nel quale il messaggio politico deve necessariamente tradursi nella sintesi del messaggio: nel segno, nell’immagine. Ricordo che uno dei leader meno retorici del dopoguerra, Enrico Berlinguer, chiudeva le sue presenze a Tribuna elettorale, caratterizzate da un eloquio antiretorico e persino piatto, con la fatidica esibizione del cartello col simboli elettorale e la croce tracciata con la matita davanti alle telecamere. Anche la prima Repubblica insomma ha avuto la sua propaganda. E quanto alla seconda, è stata dominata dalla cifra inedita del berlusconismo, che fu la politica tradotta nella mera comunicazione. Una propaganda politica che faceva tutt’uno con l’immagine del leader: chi non ricorda la cura nello stendere il cerone sul viso del leader, lo studio preventivo dei suoi movimenti e gesti davanti alle telecamere, l’uso sapiente delle luci in studio, la posa fotografica…

Si è detto che la propaganda fascista abbia convinto gli italiani emigrati, bisognosi di veder corrispondere la loro identità – in parte perduta con l’immigrazione – ad una idea di appartenenza ad uno Stato “forte”. È vero? È’ una cosa che ha racconti che la contraddicono? 

Non ne so molto. Certo gli italiani all’estero (a parte gli antifascisti emigrati) sentirono l’orgoglio di appartenere a un Paese che appariva, persino nei Paesi ospitanti (si pensi alla simpatia degli ambienti inglesi vicini al governo nei primi anni Trenta), in significativa ascesa. Tuttavia ci furono anche oppositori. Basterà ricordare i fischi alla nazionale di calcio italiana nello stadio di Marsiglia, nei mondiali del 1938.

Il peronismo è comunicativamente figlio del fascismo italiano? Questi due modelli sono ancora vivi nella politica del mondo di oggi? 

Figlio non so. Certo si possono facilmente leggere delle continuità, in chiave corporativa innanzitutto. Ma il fascismo non ebbe mai i “descamisados”, cioè un sottoproletariato urbano come sua radice originaria e duratura: semmai si radicò nella crisi della piccola borghesia dopo la Grande Guerra. No, non istituirei un legame ereditario diretto.

Se la parola “propaganda” si attenua nell’espressione “Orientare l’opinione pubblica” (titolo di un altro saggio su media e propaganda politica nell’Italia fascista, di Simona Salustri [14]) il confine tra una pratica esecrata e una diffusa legittimità della politica in democrazia si confonde. Alla fine di questo ragionamento la cifra comunicativa di un regime – che aveva una strategia di immagine, un sistema organizzato e censorio di rapporti con i media, un padroneggiamento nuovo del rapporto con le “culture di massa”, una pratica permanente di organizzazione del consenso – è suggestiva, propagandistica o manipolatoria?

Provo a sciogliere la tua domanda (molto complessa) in un interrogativo più semplice, che può anche risultare preoccupante: ma dunque “orientare” attraverso la propaganda è di per sé contrario alla democrazia? Se si guarda all’epoca del fascismo si deve rilevare che alle spalle c’era solo il sistema oligarchico, che si basava sulla conquista dei voti (pochi) tramite discussione, esposizione di programmi, ragionamento tra le élites. Certo, c’erano anche allora forme estreme di consenso forzato, come i mazzieri giolittiani al Sud ad esempio (Gramsci scrive che gli operai andavano a votare con le tasche cucite, per impedire che i sostenitori del candidato governativo gli infilassero un coltello in tasca provocandone l’arresto immediato). Tuttavia possiamo concordare che tutto si svolgeva tra pochi soggetti, maschi, istruiti e spesso molto colti, attraverso discorsi in Parlamento, banchetti elettorali di una ventina di persone, dotti articoli su riviste, conversazioni nei salotti borghesi. Il fascismo entra in scena quando questo sistema oligarchico è finito, per l’avvento congiunto del suffragio elettorale universale (sia pure solo maschile) e della mobilitazione delle masse sino ad allora tenute fuori scena. Adopera allora l’arma della propaganda (attento: era stata definita “arma” già durante la guerra, specie dopo Caporetto, quando gli Alti Comandi si erano convinti che occorresse non solo comandare ma “convincere” i fanti-contadini a tornare a combattere). In realtà quest’arma potente si afferma anche altrove (nelle competizioni elettorali dei grandi paesi democratici) e persino in altre tradizioni politiche (nella Russia dei soviet, per esempio). E’ inizialmente uno strumento che serve a veicolare disegni politici anche complessi. Crea a questo fine dei linguaggi speciali, che sono vicinissimi alle tecniche della pubblicità commerciale allora in rapida evoluzione. Sino a questo punto la democrazia non è in discussione: anzi, in tanto raggiunge le masse più lontane e più restìe a entrare in gioco, in quanto sa “parlare” loro con linguaggi comprensibili. Dove avviene il cortocircuito tra democrazia e propaganda è quando quest’ultima cancella il momento democratico, annulla quell’attività intellettuale di educazione di massa che costituisce il presupposto stesso della partecipazione democratica dal basso. E si afferma – la propaganda – come strumento autoritario e dall’alto di mobilitazione (e di manipolazione delle coscienze). Per dirla con una formula, da mezzo diventa fine. E la mobilitazione da attiva, come potrebbe essere, diventa passiva.


[1] Harwood L. Childs (professore emerito di Politica alla Princeton University), Propaganda, in Microsoft Encarta Encyclopedia 1998.

[2] Philip M. Taylor, Munitions of the Mind. A History of Propaganda from the Ancient World to the Present Day, Manchester University Press, 2003.

[3] Giorgio Ruffolo, Quando l’Italia era una superpotenza. Il ferro di Roma e l’oro dei mercanti, Einaudi, 2008. 

[4] Massimo Chiais, La propaganda nella storia – Strategie di potere dall’antichità ai giorni nostri, Lupetti 2010.

[5] Nelle analisi successive alla seconda guerra mondiale spicca Elia Canetti con il suo Massa e potere del 1960 (la prima edizione italiana di Rizzoli nel 1972, tradotta da Furio Jesi; la più recente in Adelphi nel 2015).

[6] Testimonianza di Ezio Riboldi, in Fidia Sassano, Un pellegrino massimalista, L’Avanti!, 1º maggio 1964.

[7] Alex Carey, Taking the Risk out of Democracy: Corporate Propaganda versus Freedom and Liberty, University of Illinois Press, 1997

[8] Nella edizione di Einaudi, 1950, a pagina 226.

[9] Andrea Guiso, La guerra di Atena. Il «luogo» della Grande guerra nell’evoluzione delle forme liberali di governo: Regno Unito, Francia e Italia , Le  Monnier, 2017

[10] Edito nel 1929 da Alpes (Milano), dal 1964 nelle edizioni Bompiani.

[11] Luisa Adorno, L’ultima provincia, Sellerio, Palermo, 2009.

[12] Giacomo De Marzi, I canti di Salò. Le donne non ci vogliono più bene, Frilli, 2005.

[13] Franco De Felice, Doppia lealtà e doppio Stato, in Studi Storici, Anno 30, n. 3 (luglio – settembre, 1989), pp. 493-563.

[14] Simona Salustri, Orientare l’opinione pubblica – Mezzi di comunicazione e propaganda politica nell’Italia fascista, Edizioni Unicopli, 2018

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