Congedi. Corrado Farina (1939-2016)

Profilo di un regista capace di raccontare tradizione e innovazione.

Stefano Rolando  [1]

Confesso di essere in questo momento sgomento e in un certo senso allegro allo stesso tempo.

Sgomento nel ricordare l’ultima telefonata di Corrado ai primi di luglio di quest’anno per rimproverare me e se stesso di aver diradato gli incontri negli ultimi tempi, con il riferimento a “una cosa” di cui mi voleva parlare – credo proprio il libro che questa sera presentiamo[2] – e alla fine con l’impegno reciproco di avere il tempo, dopo l’estate, per un ampio aggiornamento. Ed eccoci qua, in modo così imprevisto e insensato.

Allegro per vedere il fervore degli amici di Corrado in questa occasione e vedere come i suoi figli e persino sua moglie Elena gli assomiglino, abbiano certi suoi tratti, rendendocelo così vivo e presente tra di noi.

A me spetta parlare di un’attività che si prolunga nella vita di Corrado Farina per una trentina di anni, che gli ha dato soddisfazioni intellettuali e professionali, ma che appare come minoritaria nella sua stessa percezione dei tratti salienti culturali e autobiografici.

Nella sua veloce autobiografia, annotata per il sito personale nel 2010, Corrado scrive di percepirsi come “un regista di fiction prestato – per quasi trent’anni – al documentarismo”. Tanto che dedica a questi trenta anni e a una produzione molto vasta solo quattro righe sulle 137 della nota biografica. Le righe sono queste:

In seguito mi sono dedicato quasi esclusivamente ai servizi televisivi e ai documentari, sia per il circuito cinematografico che per Aziende pubbliche e private (Fiat, Alfaromeo, Italsider, Henkel, Telecom, Enel, Enea) ed Enti istituzionali (Presidenza del Consiglio dei Ministri, Istituto Luce, Rai Educational)”.

Nel suo libro, di cui parliamo questa sera, intitolato originariamente “Una vita cinefila”, che probabilmente non lui ma l’editore deve avere poi mutato in “Attraverso lo schermo – Film visti e film fatti”, le quattro righe sono meglio dispiegate. E si capisce meglio il senso di questo innesto – narrativo, tematico, allusivo – in cui l’autore cinematografico “prestato al documentarismo” mette il pathos della sua formazione sulla priorità del cinema rispetto agli stessi studi nel suo processo formativo. Basta solo leggere le prime parole della brevissima autobiografia che anticipa di qualche anno questo libro:

I miei genitori non erano contrari al fatto che io andassi al cinema, ma ragionavano su una scala diversa dalla mia: per loro aveva un senso vedere un paio di film al mese, mentre io avrei voluto vederne almeno uno ogni giorno. Loro lo consideravano un semplice divertimento, io un arricchimento. Poiché comunque loro, con un certo buon senso, pretendevano che io andassi a scuola e alla fine dell’anno (bene o male) passassi gli esami, talvolta mi vedevo costretto a dire che andavo a studiare da un amico per poi, con l’amico in questione, imboscarmi in una sala cinematografica” [3].

Se devo riconoscere dei caratteri della sua personalità che hanno a che fare con questa esperienza articolata in quattro storie di committenza (grandi imprese italiane, Istituto Luce, PCM e Rai educational, di cui le prime tre vissute insieme), mi pare che essi siano compresi in questi quattro punti.

Un regista borghese, come non ve ne sono molti nella cinematografia italiana, da Germi ad Antonioni, da Lattuada a Risi, che è un carattere che risulta compatibile con sistemi di comportamento professionale “con la cravatta” (pensate che nella copertina del libro c’è una foto dello stesso Corrado che porta la cravatta persino sotto un informale pull-over).

La sua torinesità, che è una radice riconosciuta dalla cultura istituzionale e industriale italiana per il primato di Torino nella formazione dello Stato e nella nascita del cinema e della televisione.

Una sostanziale alleanza culturale con la cultura cinematografica e non con la pubblicità (anche se la pubblicità era stata un’esperienza professionale non banale presso la maggiore agenzia creativa italiana, quella di Armando Testa) che assicurava corposità narrativa, spessore culturale, soprattutto non propagandismo, tratto essenziale nella cultura comunicativa di sistemi pubblici in quegli anni ancora in fuga dalla roboanza fascista.

Infine il suo coinvolgimento autorale nella trama narrativa e non nel semplice adattamento in pellicola di contesti aziendali, sociali, produttivi tematizzati dal committente.

Questi caratteri sono quelli che lo accreditano in ambiti in cui altri hanno avuto occasioni di segnalarsi magari per appartenenze politiche o per filiere di conoscenze personali. Non che a Corrado sia mancata un’opinione civile, tutt’altro. O che non abbia avuto il dono di una garbatissima relazionalità. Ma, accanto ad una naturale sobrietà, si è fatto sempre precedere dalla percezione di tratti molto precisi delle sue qualità professionali.

Nel sistema di impresa eccelle l’esperienza condotta attorno alle opportunità di racconto sull’acciaio, per la potenza di questo oggetto più vicino alla scultura che a una qualunque merceologia e dentro contesti narrativi in cui il fuoco trasforma il processo produttivo in un rito. Forse Corrado si cimenta nei primi anni ’70 con la conoscenza di altri cimenti a questo approccio (penso ad esempio a Rossellini), ma anche attento a una estetica della modernità che fa di “Dialoghi dell’acciaio” uno dei film industriali più premiati del settore e che, in quel decennio, portammo dappertutto in ogni rassegna importante che si faceva nel mondo (ricordo Teheran nel 1975 e il Brasile nel 1977).

Nel sistema istituzionale prevale l’adattamento piemontese all’opportunità di raccontare le parti migliori del Paese, le pagine di successo e di potenzialità dell’italianità. Laddove in altri contesti la sua cultura critica avrebbe penato e la sua visione contro il degrado (culturale, sociale, politico) avrebbe sofferto.

Impossibile toccare i percorsi prodotto per prodotto, ma qualche riferimento vorrei farlo.

Dal 1973 al 1977 lavoro in RPR, una delle migliori agenzie di comunicazione autorale per le grandi imprese pubbliche e private italiane, che teneva in rete intellettuali e creativi di prim’ordine[4]. Come era per i grandi artisti delle botteghe rinascimentali, Corrado subentra giovanissimo al “regista di riferimento” di quel team – che era Valentino Orsini – in una occasione di altro impegno del “titolare” e realizza appunto quel “Dialoghi dell’acciaio” nel momento in cui l’Italsider è simbolo di una forza italiana nel mondo[5].

Comincia lì il nostro sodalizio che non continua quando io vado a lavorare alla Rai, appunto nel 1977 perché in quegli anni il mio impegno – come assistente di due presidenti di calibro dell’azienda, Paolo Grassi e poi Sergio Zavoli – è più sul fronte delle relazioni istituzionali tra Rai e sistema politico; ma continua quando la Rai mi distacca come direttore generale dell’Istituto Luce nel 1982.

Per me si tratta di un fronte inedito. Nei primi tempi con difficoltà inaudite – lo ricorda senz’altro Vittorio Giacci che è qui presente questa sera e che al tempo condivideva quell’avventura nello stesso ambiente –  che a 34 anni si affrontano con beata spavalderia. Ma è la ricostruzione del ruolo produttivo e distributivo cinematografico il punto cruciale. Mentre con Corrado riprendiamo un’attività culturale e documentaristica, ora intrecciata alle possibilità distributive della televisione. E nasce – tra l’altro – un altro “Dialoghi con…”, questa volta con gli Etruschi, in occasione delle celebrazioni di quella civiltà, in cui Corrado non rinuncia a mescolare fiction a narrazione storica, con un risultato ibrido che è innovativo per il tempo.

Nel 1985 sono chiamato come direttore generale dell’informazione alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e – in epoca prima di internet – la comunicazione audiovisiva conta molto nel rilancio di reputazione e immagine dell’Italia (una delle competenze centrali del mio lavoro). E Corrado è un partner creativo tra i più funzionali a quel cantiere che significò per me, in dieci anni, mille realizzazioni. Lo fu proprio una parte del team artistico che si era formato in RPR e che aveva fatto della qualità una cifra riconosciuta: da Fulvio Ronchi nella grafica a Pierfrancesco Anzà nell’architettura. La neonata comunicazione pubblica beneficiava così di approcci tecnico-creativi molto sperimentati. E i risultati furono evidenti.

Ricordo qui solo tre realizzazioni per il particolare contesto a cui si adattarono.

Crescendo italiano, nacque nel contesto delle celebrazioni del cinquecentenario del Rinascimento italiano (in cui si univano le Colombiadi con gli anniversari di Piero della Francesca e di Lorenzo il Magnifico), con un filo di ardimento si cercava un parallelo con la forte ripresa produttiva, creativa, industriale ed economica del Paese (si arrivò a superare il PIL della UK) soprattutto perché si negoziava un certo ruolo nel mondo (G7 e UE) che non era garantito. Il filmato – il briefing era mio ma la trama era tutta di Corrado – apriva il rideau della Scala (l’Italia del pur splendido stereotipo del paese d’arte e spettacolo) per scoprire un paese ormai consolidato nel sistema economico-industriale. Il film ebbe successo e ci aiutò in quei negoziati. Non ho mai raccontato a Corrado però che in sede comunitaria, quando si cercò di far produrre a tutti i paesi membri un simile prodotto per raccontare sé agli altri in vista dell’apertura del Mercato unico interno, tutti calcarono la mano così forte sui cambiamenti rispetto agli stereotipi (a cominciare dai tedeschi che fecero l’esatto contrario nostro, cioè mostrando trenta secondi di Ruhr industriale e poi un paese in vacanza al mare e a bere la birra) che quell’antologia sulla nuova Europa rimase nei cassetti.

Cento di questi anni – in cui Corrado diresse uno strepitoso Gassman che introduceva la collezione di citazioni che Corrado aveva fatto da par suo per contendere – diciamolo pure la celebrazione del centenario ai francesi – è il pezzo più pregiato di quella produzione. Fu applaudito in sala stampa alla Biennale di Venezia (tirando tutti un sospiro di sollievo) salvo un critico che dal fondo sala accusò di avere dimenticato Pasolini. Qualcuno si doveva pur dimenticare, rimpicciolendo cento anni in 50 minuti. E così i giornali intitolarono il giorno dopo: “lo Stato italiano ha censurato Pasolini[6].  Ma il filmato è lì per essere visto accertando il grande amore di Corrado Farina (e anche di tutti noi) per il cinema e per il cinema italiano[7]. A cominciare dal lungo finale dell’applauso tributato  – con legittima manipolazione narrativa – a questa stessa storia centenaria, a sua volta “citazione”, tratto da Senso.                                                                                                                                 

Alla fine di quel decennio (dal 1985 al 1995) si ragiona sulla crescita di ruolo mondiale della lingua italiana e si comincia ad investire comunicativamente su un asset dell’identità italiana nel mondo (ribaltando lo stereotipo negativo della nostra emigrazione e unendo l’eccellenza della nostra lingua in tanti segmenti settoriali). Ero appena reduce da una conferenza a New York (con Piero Bassetti, Susanna Agnelli e altri) per fare il punto su questo nuovo “punto di vista” quando impostammo – con la nostra Mirella Boncompagni e con Corrado Farina – una impegnativa produzione per sostenere questa linea di promozione culturale. E Corrado inventò un dialogo – in unità di tempo – tra Dante, Bembo e Manzoni per prendere da lontano (e cinematograficamente in maniera molto elegante) quel tema[8].

C’è molto altro, ovviamente, in questa storia di amicizia e di collaborazione fondata sulla sicurezza culturale e professionale. Nel suo libro, edito nel 2016, Corrado mi racconta come “il più disponibile[9] di tutti gli interlocutori della sua vita professionale[10]. Nel mio libro (di otto anni prima) avevo scritto che lui rappresentava al meglio “una modalità lavorativa che coinvolgeva la passione di entrambi per il cinema e per ciò che il cinema aveva rappresentato per l’identità italiana[11].

Per essere due “nordici”, prudenti con i sentimenti, dite voi se queste non sono le premesse per un’amicizia di tutta la vita!


[1] Alla Casa del Cinema a Roma, il 28 ottobre 2016, ricordando Corrado Farina con Giorgio Gosetti, Alberto Farina, Emiliano Morreale. Stefano Rolando è professore di ruolo (dal 2001) all’Università Iulm di Milano. In precedenza ha lavorato – come dirigente o direttore generale –  nella comunicazione di impresa, alla Rai, all’Istituto Luce, per dieci anni alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, poi all’Olivetti e al Consiglio regionale della Lombardia.

[2] Corrado Farina, Attraverso lo schermo – Film visti e film fatti, Edizioni Il Foglio – La Cineteca di Caino,2016

[3] Vita di Corrado Farina (scritta da esso) – dicembre 2010;  in http://corradofarina.altervista.org/pagine/vita.htm

[4] Ho raccontato quell’esperienza in “La strana coppia dei miei maestri professionali” (parlando di Riccardo Felicioli e di Mario Lucio Savarese) in Quarantotto – Argomenti per un bilancio generazionale, Bompiani, 2008 (pagg. 175-180) in cui naturalmente Corrado Farina è citato.

[5] Steel dialogues, film di 35’ realizzato da RPR per Italsider nel 1972.

[6] Ricorda lo stesso Corrado Farina nel suo libro che “a scanso di equivoci, inseriamo poi in Cento di questi anni una sequenza del Vangelo secondo Matteo e, così modificato, il nostro video girerà per tutto il mondo” (in Attraverso lo schermo, pag.205).

[7] Raramente carteggi di lavorazione, dato il tempo attraverso il fax, finiscono nei libri. Ma in questo caso la discussione tra me e Corrado sull’approccio a questo film ci è finita e testimonia il clima id libertà, di autonomia creativa ma anche di tensione al risultato “istituzionale” che del resto Corrado Farina nel suo libro riconosce in generale a quella storia della nostra collaborazione. In “Le cento candeline del cinema”, Quarantotto, op. cit. da pag. 466 a pag. 470.

[8] Italiano parola del mondo, Presidenza del Consiglio dei Ministri, 1994.

[9] Attraverso lo schermo, op.cit. pag.202

[10] Lo ha raccontato con più parole (parlando di Italo Moscati alla Rai e di me nelle istituzioni) in un’ampia intervista del 2008 che il sito piemontemovie ha riproposto dopo la sua scomparsa:  http://www.piemontemovie.com/site/in-ricordo-di-corrado-farina/

[11] Quarantotto, op, cit. pag. 459.

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