Francesco Cossiga intervistato nel 2008 da Stefano Rolando su Craxi e i socialisti. La miopia dei democristiani

Articolo pubblicato nel dossier “Craxi, il disgelo” sulla rivista Mondoperaio n. 1/2020

Fotografia del 2002.

Nel film di Gianni Amelio Hammameth, le figure esterne al quadro familiare che entrano in scena non sono molto numerose e ciascuna è ben identificabile. Non è facilmente identificabile la figura di un alto esponente democristiano che rende visita a Bettino Craxi nella sua casa in Tunisia, perché il regista volutamente lo trasforma in una figura con una sintesi di molteplici caratteri. Di fatto il più alto esponente della DC che rese visita a Craxi in vita – poco tempo prima della sua scomparsa, dunque verso la fine del 1999 – fu Francesco Cossiga[1]. A cui almeno una parte del dialogo che è parte della sceneggiatura del film non si può attribuire. I rapporti tra Cossiga e Craxi furono intensi e riguardarono anche il primo incarico di governo che, divenuto presidente della Repubblica succedendo a Sandro Pertini, Cossiga diede a Craxi, rinnovandogli il mandato nel 1986.  Nel quadro di un diffuso dibattito che ha accompagnato l’uscita del film e più in generale degli interventi – tra cui alcuni libri usciti ad inizio 2020 – attorno al ventennale della scomparsa di Craxi, Stefano Rolando ripropone il colloquio che ebbe con Francesco Cossiga a fine 2008 dedicato ai suoi rapporti con Craxi e ai suoi giudizi attorno al Partito Socialista. Colloquio che ebbe pubblicazione – in forma articolata – nel libro promosso dalla Fondazione Craxi ed edito da Marsilio che lo stesso Rolando predispose tra il 2008 e il 2009 intitolato “Una voce poco fa – Politica, comunicazione e media nella vicenda del Partito Socialista Italiano dal 1976 al 1994”.

Cosa scriverà un importante dizionario storico-politico pubblicato tra cinquant’anni alla voce Bettino Craxi?

Che, essendo uno dei maggiori uomini di governo del suo tempo, sarebbe potuto diventare uno dei cinque o sei maggiori uomini di Stato italiani, in ragione della sua capacità di visione della politica interna ed estera – che non era quella di stampo provinciale ereditata da Giolitti e Crispi – con una percezione della necessità di modernizzare il ruolo e la politica della sinistra italiana pena andare incontro al fallimento.

Quali sono state le ragioni essenziali della conflittualità nata attorno al segretario del PSI Bettino Craxi?

Craxi ha creduto di poter avere un rapporto di reale unificazione con il Partito Comunista Italiano. I Ds sono entrati nell’Internazionale Socialista perché Craxi ha convinto i tedeschi ad accettarli e anche i laburisti, entrambi accanitamente contrari. Non è che li voleva sottomettere, pensava quello che poi è avvenuto. Se oggi esiste il Partito Democratico è perché sono esistiti i Ds. E i Ds sono esistiti perché Bettino Craxi ha permesso e facilitato la transizione dal Pci.

È stato scritto che Craxi è stato un politico tra i più odiati nella storia politica italiana. Se ciò è ritenuto vero, perché?

Mah, un uomo odiato da metà del paese è stato De Gasperi. Mussolini è stato odiato quando è caduto, anzi quando sono cominciati i bombardamenti sull’Italia. Non prima. A Sassari la mia era una famiglia repubblicana e antifascista. Erano in quattro gatti. Impressionante è vedere piuttosto che i volontari della Rsi furono 300 mila. Molti più ragazzi si sono arruolati con Salò di quelli che sono andati in montagna. Craxi dava l’idea di essere un uomo prepotente. In realtà era un decisionista, in un paese di continue mediazioni. La Dc si è retta attraverso questa modalità. Spesso con soluzioni compromissorie. Io fui accettato dalla Dc alla presidenza della Repubblica nell’ipotesi che contassi poco. La battuta era che per essere democristiani non era necessario essere né democratici né cristiani, perché questo avrebbe potuto dare fastidio.

Perché, a suo avviso, il declino del PSI arrivò fino alla catastrofe, alla disintegrazione?

L’idea che il Psi fosse diventato il vero nemico della Dc, che faceva saltare il rapporto privilegiato tra Dc e Pci, fu pervasiva e mise in moto meccanismi distruttivi. Ma successero tante cose, anche strane in quella fase. Come quella che Craxi accolse alla fine, contro il suo proposito, l’idea di non andare alle elezioni che vennero a sostenergli D’Alema e Veltroni nell’altro camper, nel timore che quelle elezioni li avrebbero spazzati via. E poi il fatto che non emerse adeguatamente l’uso del denaro che Craxi e il psi facevano per il sostegno di molteplici cause internazionali.  Craxi aveva sostenuto i socialisti spagnoli, quelli cileni, quelli peruviani, l’Olp e grandemente Solidarnosc. Ero ai funerali di Craxi a Hammamet quando giunse il telegramma di cordoglio del Vaticano, non firmato dal segretario di Stato ma eccezionalmente dallo stesso papa.

Craxi nello scenario della politica italiana del 2009. Come si collocherebbe?

Non ci sarebbe l’attuale situazione italiana se Craxi fosse sopravvissuto fisicamente e politicamente. Il quasi inspiegabile successo di Berlusconi è dovuto al crollo del psi e della dc. Oggi il suo schieramento è nutrito da dirigenti ex liberali, repubblicani, socialisti, dc e massoni. Se Craxi non fosse stato distrutto, anche dalla Dc, una cui parte era felice delle disgrazie che arrivarono dalla procura di Milano, il quadro politico italiano oggi sarebbe diverso. Ma per giudicare davvero Craxi in rapporto alla politica bisogna anche ricordare che lui non era un milanese, era un siciliano. Era molto impetuoso, sanguigno. Con padre siciliano trasferito al nord per fare l’avvocato e che fu prefetto di Como.

Come presidente della Repubblica lei fu un interlocutore di primissimo piano di Craxi. Anche in ragione di molteplici sostegni elettorali…

Sì, Craxi fu determinante nel fatto che io diventassi presidente del Consiglio dei Ministri nel 1979. Dopo che Mancini mise il veto a Pandolfi, mandò a dire a Pertini di dare l’incarico a Cossiga. Poi fu determinante nella mia elezione al Senato nel 1983. E fu determinante nella mia elezione al Quirinale nel 1985. Sostenuta da Forlani che argomentò che disponevo di un «pacchetto di voti» tra socialisti, liberali e repubblicani che ne consigliavano l’appoggio. E aggiungo una cosa. Quando nel 1992 non si riusciva a eleggere il mio successore, ero tornato per così dire dall’esilio allo scopo di sostenere l’elezione di Forlani. Ci fu la sciocchezza dei comunisti che non vollero votare Giuliano Vassalli, perché aveva difeso un imputato al processo «Antelope Cobbler». Una vera sciocchezza che rientra perfettamente nella mentalità dei comunisti. Craxi allora indisse una riunione nella stanza del presidente del Consiglio a Montecitorio. C’era il giovane La Malfa, il liberale Altissimo, per la Dc Forlani e Gava e propose di rieleggere Cossiga. Forlani, in quella riunione, avvertì di non essere in grado di assicurare a Cossiga più di un terzo dei voti democristiani. E così Craxi scelse Scalfaro. Alla fine dei suoi giorni, Craxi disse che ero tra i pochi che gli era rimasto amico fino all’ultimo.

Comunque nei primi anni del suo mandato al Quirinale il governo Craxi veniva molto sollecitato dal suo partito, la DC, ad accettare l’alternanza a palazzo Chigi in nome della «staffetta». Quel capitolo di storia, grazie al ring quotidiano, fu ottimo pane per i denti dei media. Gli italiani ebbero una rappresentazione corretta dei fatti o ci furono distorsioni?

Sei mesi dopo la mia elezione, proprio sull’equivoco del patto della staffetta, dissi che a me non risultava niente. Come effettivamente era. Mi dissero dalla Dc che il patto della staffetta c’era e che era il momento di mandare via Craxi. Spiegai che De Mita aveva una via maestra se voleva: quella di ritirare i ministri, creare oggettivamente la crisi, portare alle consultazioni e determinare – come partito di maggioranza relativa – le condizioni di sostituzione a palazzo Chigi. Allora De Mita mi mandò due ambasciatori, Fabiano Fabiani – che quasi si vergognava di quella missione – e Peppino Gargani, che mi spiegarono che non avevo capito niente perché ero stato eletto al Quirinale proprio allo scopo di cacciare via Craxi. Mandai a dire a De Mita che mi meravigliavo molto del concetto che il mio partito aveva dell’istituto del presidente della Repubblica. Nascendo da una famiglia laica, repubblicana, radicale, l’idea che il presidente della Repubblica fosse uno strumento nelle mani della segreteria di un partito era cosa per me sinceramente non concepibile. Avevano tutti i modi per mettere in pratica politicamente il loro proposito, sia che ci fosse stato o che non ci fosse stato quell’accordo.

Scrisse Gianfranco Piazzesi che la DC aveva avuto il convincimento che Craxi le corna se le sarebbe rotte da solo, sulla scala mobile e sulla questione dei missili a Comiso, non durando così a lungo il governo a guida socialista.

Sì c’era questo pensiero nella Dc. Comunque l’avversario in quegli anni più duro e più implacabile per Craxi fu senz’altro De Mita. La cosa che non riuscivano a capire fu che, nonostante Sigonella, gli americani considerassero ancora Craxi l’alleato più sicuro. Hanno creduto a un certo punto che il vero partito alternativo alla dc non fosse più il Partito Comunista ma il Partito Socialista.

Tutta la DC pensava che non riprendere rapidamente in mano la guida del governo avrebbe significato un sicuro declino politico?

Lo credeva la segreteria Dc. Perché la Dc, sbagliando, ha sempre preferito la via diretta di gestione del potere rispetto al radicamento sociale e culturale, radicamento che era alla base del Partito Comunista e che è oggi in eredità al Pd. Se tuttora si guarda ai media, alle università, a tutto il resto del territorio culturale nella società, l’egemonia comunista è ancora ben leggibile. La Dc invece è sparita.

Sull’altro versante però Craxi viene apprezzato in quegli anni anche a sinistra (sindacato, cooperative ecc.) in nome di un principio di governabilità assicurato anche in nome della sinistra. Ed è questa tendenza a valergli l’altrettanto dura opposizione del PCI di Berlinguer.

Certamente nel gruppo dirigente del Pci si fece strada l’idea di una possibile perdita di consenso a favore del Psi. La morsa si faceva stretta. Ma devo ricordare qui che uno che non ha mai parlato male di Craxi fu Massimo D’Alema. Non è stato mai giustizialista. Vero anche che il comportamento del presidente della Repubblica rispetto alle pressioni di cacciata di Craxi è stata una delle cause delle mie disgrazie. Do qui una notizia. La mia intenzione di pubblicare un libro per raccogliere tutti gli attacchi del gruppo «la Repubblica-L’Espresso» al capo dello Stato in quegli anni. Anzi per sette anni. Titolo: Damnatio memoriae in vita. Ho anticipato questa riflessione su quel periodo nel discorso per i festeggiamenti al Senato dei miei cinquanta anni di vita parlamentare. Quanto al Pci, certamente Tatò riuscì a convincere Berlinguer che Craxi e i suoi fossero una banda di delinquenti. Lui – cattolico-comunista, forse più fedele a Rodano (che era per una Chiesa intransigente e anti-conciliare in religione e per l’Unione Sovietica «come chiesa» in politica) che a Berlinguer – nei fatti dice sempre la verità. Stravolgendo poi i significati. Berlinguer me lo venne a dire un giorno, di primo pomeriggio, a palazzo Giustiniani di persona. Berlinguer non era cattolico ma era affascinato dalla Chiesa. Questo era un varco importante dell’influenza di Tatò.

E il progetto di impeachment promosso dai comunisti nei suoi confronti?

Il progetto di impeachment promosso dal Pci aveva come contenuto la questione del figlio di Donat Cattin ricercato per terrorismo, cioè mi accusarono di aver segnalato informazioni al padre e fu archiviata, cioè ritenuta manifestamente infondata dal Parlamento in seduta comune, nel 1980. Ma in realtà serviva a far saltare un governo appoggiato e molto sostenuto dai socialisti. Berlinguer mi mandò a dire, attraverso Tonino Tatò, che se mi dimettevo da presidente rinunciavano a raccogliere le firme contro di me. E a proposito, due grandi sostenitori di Craxi nella dc furono Carlo Donat Cattin e Albertino Marcora. I due leader della sinistra sindacale e sociale. Gli oppositori a Craxi erano sostanzialmente quelli della «banda dei quattro». Con Morlino (moroteo) e Marcora andammo da Zaccagnini per convincerlo a sostenermi in un primo incarico che poi non ebbi. Zaccagnini si convinse e poi la «banda dei quattro» (tra cui Bodrato e Pisanu) impedì la nomina. Quando il Pci mi mise in stato d’accusa, Bettino convocò una riunione a Villa Madama e si scagliò duramente contro i comunisti che volevano principalmente fare cadere il governo: «Quelli ce l’hanno con me, non con te!» disse.

Il Partito Socialista e lo stesso Craxi restano associati – nell’opinione pubblica italiana – ai caratteri più pesanti della crisi della politica tuttora al centro delle discussioni: un professionismo considerato «separato dalla gente che pensa più agli affari che al paese». È un giudizio giustificato? Il giornalismo ha contribuito a formare questo giudizio. Può ancora avere un ruolo per correggerlo? O il compito – ove perseguibile – è già passato agli storici?

Ci fu anche ingenuità nel gruppo dirigente socialista. Ai primi anni ’90 ricordo di essermi fermato a Milano di ritorno dalla Germania. C’erano prime avvisaglie giudiziarie. Incontrai Pillitteri che era sindaco di Milano e che mi disse: stai tranquillo, la Procura è presidiata saldamente, abbiamo Borrelli voluto da Craxi contro la dc e abbiamo Di Pietro che è nostro amico. Ora, Pillitteri era simpatico ma magari un po’ casinista, ma i socialisti avevano a Milano gente avvertita, tra cui Tognoli, uno dei più bravi sindaci d’Italia. La mia tesi – esplicitata nel recente discorso al Senato che si è riferito al giustizialismo mediatico – è che si trattò di una oscura forma persecutoria. Oscura, come è scritto nel recente libro L’Italia vista dall’America che analizza i rapporti della Cia su «mani pulite» e il favore della Cia per quell’azione giudiziaria. Anche per questo penso che si sia ormai, appunto, aperto un capitolo nuovo di indagine storica su questo periodo.

A trent’anni dal «caso Moro», come giudica il dibattito che si è sviluppato nella ricorrenza, sia rispetto all’evento in sé, sia rispetto al ruolo che nella vicenda ebbero le principali forze politiche italiane tra cui il PSI?

È difficile contenere in poche battute la questione. Vorrei ricordare a Eugenio Scalfari, che fa lo spiritoso al riguardo, che il giornale più duro sulla fermezza fu «la Repubblica» e lui l’autore degli articoli più duri. Emerge chiaro che i comunisti vedevano nelle Br un grande pericolo e vedevano quello che ha scritto Rossana Rossanda, l’album di famiglia. Come si sa per i comunisti il n’y a pas d’ennemi a gauche. O si assorbono o si distruggono.

Si può sostenere che il 1985 – anno poi della sua elezione a presidente della Repubblica – ebbe una cifra simbolica di consenso popolare nei confronti dei socialisti rappresentati da Pertini al Quirinale e da Craxi a palazzo Chigi?

Anche se mi trovai più volte in mezzo tra i due, i cui rapporti non erano facili, effettivamente quel ciclo della vita politica e istituzionale ebbe un segno forte dalle due personalità.

Qual è la sua opinione sulla diaspora dei socialisti, perché essa ha nutrito – in ciascun segmento con una apparente giustificazione – tutto lo schieramento della politica italiana da sinistra a destra? Vero che Montanelli sosteneva che due socialisti fanno due correnti, ma era immaginabile quell’esplosione?

Sì, era immaginabile. Molta rissosità. Dalle prime fratture tra riformisti e massimalisti in poi. Una diaspora totale succede appunto perché la fine avvenne per esplosione non per consunzione. I gruppi dirigenti dei partiti democratici dell’Italia repubblicana hanno avuto molti difetti. Maggiore compattezza e maggiore adattamento hanno dimostrato i gruppi dirigenti di estrazione comunista. Quando ho portato Massimo D’Alema a palazzo Chigi mi ha molto meravigliato che in tre mesi sapesse guidare la macchina governativa. Come è ricordato dai militari nel quadro della guerra del Kossovo. Tanto che D’Alema è ancora credibile nelle relazioni internazionali dell’Italia.

La tessitura delle scelte che nella democrazia italiana furono fatte dal dopoguerra in poi all’insegna dello schieramento occidentale, del mercato temperato, delle riforme sociali possibili, insomma da quella che oggi pare una politica condivisa del Paese, videro una storia di alleanza pur competitiva tra socialisti e democristiani, all’insegna del no al comunismo e al fascismo. Come spiega che socialisti e democristiani siano stati cancellati (come gruppi dirigenti) e dalla tradizione comunista e fascista si siano formati i nuclei dirigenti portanti dei due attuali schieramenti politici.

È vero, i postcomunisti e i postfascisti sono gli unici due partiti, se così si può dire, che sono sopravvissuti alla bufera. E così hanno potuto loro raccontare più di altri la storia recente. L’ho detto nel discorso al Senato. E anche in un libro recente in cui ho spiegato che «gli italiani sono sempre gli altri». Insomma, le Italie. L’italiano unico è una pura invenzione di Giuseppe Mazzini, un’idea laico-religiosa


[1] Francesco Cossiga, nato a Sassari il 26 luglio 1928 e morto a Roma il 17 agosto 2010, è stato l’ottavo presidente della Repubblica italiana dal 1985 al 1992. In precedenza è stato: presidente del Senato (1983-1985), presidente del Consiglio dei Ministri (1979-1980), presidente del Consiglio europeo (1980), ministro degli Esteri (1979), ministro dell’Interno (1976-1978), ministro per la PA e le Regioni (1974-1976), sottosegretario alla Difesa (1966-1970). Iscritto alla Democrazia Cristiana dal 1945, è stato parlamentare per sette legislature.

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