Cos’è il valore aggiunto nell’informazione?

Scritto personale – 25.1.2020, h. 9.30

Stefano Rolando

Tu prendi il punto di partenza.  Un vago straccio di conoscenza reale, un luogo, alcuni attori, la trama di un passato complesso che ormai ha più buchi nella tua testa di un Gruviera.  Poi prendi la predisposizione ad incrementare le conoscenze.  E poi la strumentazione materiale e immateriale (percezione, tempo, condizioni di accesso, emersione del dettaglio, approccio di scultura al “levare”, levigazione) per passare dall’indistinto alla prima narrazione.

Qui, come è noto, il mestiere ha elementi universali, tra cui questo: la narrazione ti conduce anche a tua insaputa. Poi a te, che sei del genere scrupoloso, una volta accertati i fatti, quella parola è diventata familiare. E ti sembra una sorta di omicidio toglierla di mezzo a causa della sua instabilità.  Ti convinci che senza un po’ di colore e di approssimazione la narrazione resta imprigionata in uno schema burocratico.  Quello che stai scrivendo non è un verbale di polizia. Caso mai è un capitolo di un libro giallo, in apparenza secco e senza ridondanze. In verità insinuante e ammiccante. Usciamo allora allo scoperto. SI incontrano persone. Si pongono domande. Si avverte reticenza. Si scoprono sentimenti di paura. Allora, c’è un pregresso al fatto di cronaca. Eri all’oscuro di quei frammenti di “indicibile” che ci hai messo così poco a fare emergere. Vabbè.  E’ venuto il momento di un caffè seduto. A girare piano piano il cucchiaino nella tazzina, fino a che la striatura della schiuma del macchiato abbandona il suo ordine progettato e diventa un formicolante strato indistinto. 

Accidenti, la metafora è quella delle tracce confuse. Era così chiaro il sentiero!  Adesso per troppa informazione sei tornato indietro. Non sei più il battistrada illuminato, ma un qualunque astante molto moderatamente sospinto a voler di più, a voler approfondire. Bevi il caffè ma hai capito che il puro movimento attorno ai fatti riporta quasi sempre alla genericità. Quella che produrrebbe sofferenza anche ad essere solo materia di premesse. Sai che il fatto c’è, ma non hai il privilegio di averlo visto dal vero. Sai che qualcuno sa, ma non lo hai scovato. Sai che la peculiarità del contesto non è così originale da generare essa stessa il valore aggiunto. Torni sui tuoi passi e rientri nella tua tana, nella forma più silenziosa e affrettata. Far ricorso alla macchina emozionale ti sembra pericoloso. Come perdere il controllo della trama e ritrovarti sospinto in acque diverse.  Per carità, hai già perso un po’ i contatti con la folgorante chiarezza dell’inizio. Non sai più se sei in piedi, seduto, sdraiato. Vuoi disperatamente ritrovare in te stesso la fonte di ispirazione. Ma hai anche la certezza che il tuo mestiere non è quello dello scrittore, è quello del professore, caso mai del giornalista. Devi sapere, non immaginare.  E te lo vai ripetendo come un mantra, a dispetto delle opportunità che hai attorno di incrementare le notizie di contesto. Stai cercando il “valore aggiunto” non l’ampliamento del quadro contestuale. E quindi hai la forza, per il momento, di non attaccarti al pc per guadagnare qualche riga con date, circostanze geo-storiche, fosse anche una citazione pertinente. Su una storia come quella che hai deciso di svelare e narrare, il valore aggiunto è in te stesso. Lo sapevi anche prima. Ma non ti sei messo in condizione di fare emergere con chiarezza lo spunto metodologico quando esso sarebbe stato impulsivo e preliminare. Hai creduto che immergerti fisicamente nelle cose avrebbe reso questa ricerca facile e rapida. Ora sei anche deluso da te stesso. Lo spunto è rimasto intrappolato nelle pieghe dell’avvicinamento narrativo e le tue immersioni sono state puro moto e poca indagine. Va bene, inutile provocarsi ansia. Meglio svegliarsi.

Già. Questo brano non è la descrizione di una pratica professionale reale, con tanto di aggiornamento teorico.E’ l’insieme dei brandelli di sogni e associazioni in dormiveglia, di questa mattina, verso le sette e mezza. Con una infrequente coerenza di argomenti. E con una conclusione improduttiva, rispetto al tema indagato. Che ho provato a correggere con questo rapido e modesto piccolo prodotto comunicativo.

P.S. L’antefatto è di ieri sera, tra le 21.30 e le 22.00. Un messaggio di Giulia, una mia collaboratrice molto preparata, che segue il master di giornalismo a Bologna. Che mi avverte di avere passato la giornata al quartiere Pilastro a Bologna (quello di Salvini al citofono) e mi dice di avere scritto un pezzo interpretativo con sguardo diverso da quello circolante che andrebbe pubblicato nella giornata di sabato. La metto in contatto con uno dei giornali on line per cui scrivo e il contatto va a buon fine. Poi ho sentito un po’ di musica, ho portato avanti un mio lavoro di scrittura di ricerca e poi a dormire. In termini meno contingenti, da tempo il mio cruccio è quello della perdita di ruolo interpretativo nei media, nella cultura, nella politica e persino nell’educazione (media e universitaria). Lasciando spazio eccessivo all’impasto tra approcci descrittivi conditi con esuberanza verbale.

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