Calzini

(a proposito di Emilia Romagna e Salvini)

Una nota di Gianluca Veronesi

Anche a me come a Salvini non piacciono i calzini di cachemire. Perché mi fanno bollire i piedi, perché si consumano rapidamente sul tallone, perché sono, appunto, calzini e per me le calze sono solo lunghe.

Tra parentesi un problema che i nostri ragazzi hanno risolto all’origine non indossando più le calze, neppure nel gelo invernale (anche perché le scarpe sono sempre più tecnologiche).

Appassionante il caso: chi sono queste masse che calzano simile sofisticato accessorio? A parte i freddolosi cronici, riesco ad immaginare due categorie: i parvenu, i recentemente ricchi che indossano esclusivamente indumenti di cachemire, dalla testa ai piedi, sopra e sotto, oppure gli snob che riservano il loro acquisto di lusso a un luogo nascosto, non come fanno gli altri, gli esibizionisti.

Credo però che Salvini sia meno vacuo e frivolo di me e che volesse additare una categoria costituita da ipocriti dalla doppia vita, falsi democratici che fingono sobrietà esterna e praticano lussuria interna. Insomma dei sepolcri imbiancati, naturalmente politicamente corretti.

Non penso però che in Emilia-Romagna dilaghi questa pedestre abitudine e che il segretario della Lega abbia perso le elezioni per questa critica.

Credo che cercasse un simbolo che descrivesse al meglio l’odiata élite. Ma perché prenderla così alla lontana, perché non denunciare che abbiamo una classe dirigente che non dirige, autoreferenziale, saccente e magniloquente.

Che non si aggiorna, con poca conoscenza del mondo e dell’evoluzione internazionale. Per classe dirigente non intendo solo la politica (che per vanagloria e sete di potere si intesta anche le colpe che non sono sue), ma penso al mondo imprenditoriale e dell’economia, alle istituzioni culturali, gli ordini professionali e le associazioni di categoria.

Tutti enti diventati puri e semplici difensori dello status quo, poco propensi alla competizione, alla innovazione e molto portati alla difesa corporativa. Ad esempio, ci siamo beati del Made in Italy, dei nostri stilisti famosi nel mondo, salvo vendere tutto al momento di uscire dall’artigianato e diventare industria. E con il solito autolesionismo nazionale abbiamo rafforzato il nostro competitor principale: il Made in France. Nell’interpretazione italiana i creativi possono essere solo genio e sregolatezza; quindi non in grado di pianificare strategicamente il proprio business e incapaci, per egocentrismo, di condividere la gestione insieme ai manager.

Quindi porte aperte ad un ricambio intellettuale e generazionale di dirigenza che, però, è questione diversa se non opposta allo concetto di spoils-system (chi vince prende tutto).

Il problema, apparentemente solo mio, è che il sovranismo è una ulteriore e superiore chiusura in se stessi, che il reddito di cittadinanza diventa il contrario di uno stimolo ad agire, l’opposto di una spinta verso la ricerca del lavoro più adatto alla persona e più necessario al Paese, che quota 100 rischia di essere solo una baby pensione (vi ricordate l’illusione: ne va in pensione uno anziano e perciò costoso, vengono assunti due giovani più convenienti). Gli imprenditori, alle prese con l’innovazione tecnologica, non vedevano l’ora di abolire il posto.

La delusione dell’Europa non si risolve uscendone ma combattendoci dentro; già una Europa unita non conta più niente nel mutato equilibrio geopolitico mondiale, pensate l’idea di giocare in solitudine, a livello nazionale. So che queste decisioni sono stare prese nel tentativo di smuovere l’economia, anche con soluzioni meno accademiche e consolidate; in fondo l’altro fronte non sembra avere proposte molto più originali, capaci di stimolare la ripresa.

D’altronde per ripartire ci vuole una vera emergenza, una priorità che metta d’accordo tutti e che costringa alla rapidità: questa urgenza si chiama difesa del territorio, green economy. Tutto quello che spenderemo ci ritornerà con gli interessi, considerando i danni che l’Italia subisce ogni anno per i disastri ambientali, meteorologici e da inquinamento.

C’è un’altra necessità urgentissima: investiamo in istruzione e ricerca. Proprio per aumentare non solo il sapere ma anche e soprattutto il pluralismo del sapere. Invece di diffidare degli altri confrontiamoci con gli altri, purché ciò avvenga a un livello scientifico superiore.

Dobbiamo passare da disprezzo e arroganza intellettuale a confronto, collaborazione e sintesi. Allora vada in pensione qualcuno con i suoi calzini di cachemire (in questo caso non si tratta certamente di pensione anticipata) e subentrino altri con idee più fresche ma nella consapevolezza generale che si ha una classe dirigente quando si ha un’idea minimamente condivisa di Paese.

Già se mettiamo tutti i cervelli insieme, fatichiamo ad avere ricette vincenti per tempi così calamitosi. Temo che sarà necessario, a livello planetario, ripensare i modelli di sviluppo novecenteschi ma intanto, nel nostro piccolo, troviamo un minimo comun denominatore, una soglia di sopravvivenza da cui partire. GianlucaVeronesi

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *