Infallibile

Francesco e Benedetto XVI

Una nota di Gianluca Veronesi

È difficile conquistare il potere, ancora più arduo mantenerlo. 
Un modo di preservarlo è non pretendere di monopolizzarlo ma essere disponibili a condividerlo, non ergersi a tiranno ma accontentarsi del ruolo di oligarca.
Il Papa credo sia una delle poche se non l’unica autorità al mondo che ha per statuto il diritto-dovere di governare da solo e per sempre.
Certamente anche altri potenti sono riusciti a raggiungere questo risultato ma modificando le regole costituite. Ad esempio, se ho capito bene, lo ha fatto recentemente anche il Presidente cinese abolendo la data di scadenza del proprio incarico e, in modo più prosaico, ci sta provando Putin, alternando le cariche di Presidente della repubblica e di governo.
Però quando si cambiano le regole in corsa, può capitare che ciò riaccada poi di fronte al modificarsi degli avvenimenti e degli equilibri in campo. 
Il capo della Chiesa Cattolica è comunque imbattibile da qualunque altro potente della Terra per il semplice motivo che è infallibile. Credo che persino il giovane dittatore della Corea del Nord non oserebbe professarsi tale.
Certo il Papa assurge a tanto ruolo solo quando sale in cattedra e parla di dottrina,  non quando parla degli adorati calciatori argentini.
Tuttavia anche l’immutabile Vaticano ha vissuto un infarto istituzionale al momento delle dimissioni di Benedetto sedicesimo. Siamo passati drasticamente dalla eroica resistenza alla malattia di Giovanni Paolo alla responsabile consapevolezza di Ratzinger di non farcela più. Come comportarsi quando si hanno due Papi in circolazione?
È vero che il dimissionario si è ritirato in convento, è consapevole dei suoi doveri e dei suoi limiti e mai si permetterebbe di interferire sul governo materiale della Chiesa. Ma, come ovvio, non cessa di esprimere il suo pensiero sulle questioni identitarie della fede cattolica, essendo stato tra l’altro l’interprete ufficiale della sua ortodossia per decenni.
Quindi paradossalmente interviene proprio nella sfera di cui il successore è pieno e “incontestabile” titolare. 
Ovviamente questo accavallarsi di ruoli ha eccitato i media di tutto il mondo, spingendoli a interrogarsi su chi comandi davvero, chi ci sia dietro o chi sfrutti la situazione.
Pochissimi si sono interessati al motivo del confronto.
Un maggior ruolo della donna nella chiesa e il celibato dei religiosi sono due materie su cui si discute da secoli ma ogni volta assistiamo ad un aggiornamento degli argomenti in campo perché cambiano le situazioni o vengono alla luce nuovi fenomeni (quali, ad esempio, la crisi delle vocazioni o la pedofilia).
La natura della discussione dovrebbe essere di interesse generale perché, pur trattandosi di materia teologica, ha ricadute sulla vita di qualunque fedele, direi di qualunque persona.
L’aspetto curioso è che sul punto in se’ l’opinione dei due papi non diverge o è perlomeno molto simile.
Diverso mi sembra l’atteggiamento verso la discussione, con Bergoglio molto più disponibile al fatto che la comunità cristiana dibatta liberamente, al proprio interno, le ragioni fondative del suo stare insieme.
Ora -come direbbe Francesco- chi sono io (ignorante, laico e peccatore) per esprimere giudizi su temi così alti e delicati? 
La mia incompetente impressione è che la Chiesa, apparentemente immobile, non finisca mai di stupire per il suo dinamismo, pluralismo interno, apertura mentale.
Contrariamente ai luoghi comuni, sulle diversità (gli immigrati non sono questo innanzitutto?) essa è pronta al dialogo. In fondo per noi cittadini laici e secolarizzati si tratta di confrontarci con altri popoli su tradizioni divergenti, stili di vita e regole di comportamento lontane ma per un fedele ortodosso e praticante si tratta di relativizzare non solo i valori ma le proprie ragioni costitutive e dirimenti. Deve essere molto faticoso offrire pace e comprensione a chi teorizza la guerra di religione.
Non mi inoltro su un terreno pieno di specificità e sensibilità che mi sfuggono. Mi rimane solo un’ultima considerazione molto più vicina al mio gusto di dilettante della scienza della comunicazione.
Nel mondo della informazione di massa contano tantissimo le icone, i simboli che sono una drastica semplificazione e sintesi di migliaia di ragionamenti e tradizioni.
Tutti i miti, le leggende della nostra epoca hanno due caratteristiche differenti: essere popolari e universalmente condivise e, nello stesso tempo, isolate,uniche e irripetibili.
Una enorme corona e una infinita’ di cappellini dichiarano la regalità (e tutto quanto ciò comporta) di Elisabetta d’Inghilterra ma anche la sua banalità (si fa per dire) borghese.
Mentre, al contrario, la giacca militarizzata di Mao comunicava come il capo assoluto volesse apparire uguale a tutti gli altri cinesi, salvo nuotare ottantenne nel fiume.
Orbene solo un uomo al mondo può vestirsi tutti i giorni solo di bianco, da capo a piedi, senza sembrare ridicolo, trasmettendo anzi (altra contraddizione) semplicità e solennità insieme. Ma a condizione che così vestito c’è ne sia solo uno. 
Se prendesse piede la figura del Papa “emerito”, trovategli un altro colore altrimenti, dopo due millenni, la Chiesa vacillerà.
GianlucaVeronesi

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