La “valanga” sul caso Craxi. Disgelo? Un dibattito e dieci tweet.

Mondoperaio n. 2/2020

La copertina del n. 2/2020 della rivista Mondoperaio. Si conclude con i contributi di Alberto Benzoni, Stefano Rolando, Benedetto Sajeva, Riccardo Nencini, l’analisi sul dibattito in Italia a venti anni dalla scomparsa di Bettino Craxi (aperta sul n. 1/2020)

Stefano Rolando

E’ proprio vero che le cancellazioni forzate – furia popolare, giudiziaria, mediatica; opportunismo della politica; caduta di autorevolezza delle istituzioni; magari aiutate da qualche venatura suicidaria – possono un giorno o l’altro ritrovare la forma carsica di scivolare anche in mezzo alle rocce e generare nuovi fenomeni. Il “carsismo”, come si sa, prima produce dissoluzione e poi agisce costruttivamente, consolidando. Possono. Ma non è detto che ci riescano solo in virtù di un evento fortunato.

Dopo aver dedicato testimonianze, soprattutto esterne alla “famiglia socialista”, al ventennale della morte di Bettino Craxi nel precedente fascicolo (1/2020), Mondoperaio qui accoglie i contenuti stessi di questa – per alcuni impensabile, per altri inaspettata, per altri ancora invece progettata e immaginata – ripresa di interesse per la vicenda di Craxi e dell’ultracentenario socialismo italiano finito pressoché a margine del sistema politico in Italia.  Mantenendo invece ancora un ruolo anche di governo in Europa e in altre parti del mondo. Lo scopo è di cercare di capire se appunto gli eventi possono oppure riescono a mutare stereotipi e radicamenti percettivi. Insomma con questo contributo si cerca di dare profilo alla vera e propria valanga di interventi e di opinioni che si concentrano nel gennaio di questo anno attorno a due eventi: il 9 gennaio l’uscita nelle sale cinematografiche del film di Gianni Amelio “Hammamet” e il 19 gennaio la chiamata sulla tomba di Craxi ad Hammamet non di qualche visita di familiari e amici stretti ma di una vasta platea di italiani disposti alla trasferta per testimoniare il “caso aperto” del rapporto tra Craxi e il giudizio del popolo italiano[1].  Di mezzo alcuni libri che – ciascuno con una sua audience e un suo dibattito – trattano la vicenda con diverse sensibilità e diversi angoli di documentazione: L’antipatico, di Claudio Martelli (La Nave di Teseo); Controvento, di Fabio Martini (Rubbettino); Presunto colpevole, di Marcello Sorgi (Einaudi); L’ultimo Craxi. Diari da Hammamet, di Andrea Spiri (Baldini e Castoldi); Da Hammamet. Ascesa e caduta di BC, di Mario Pacelli (Aracne); Il tramonto dell’avvenire, di Paolo Franchi (Marsilio). A cui si sommano altri libri degli ultimi anni, di Luigi Covatta, Carmelo Conte, Ugo Finetti, Mattia Feltri, Paola Sacchi, Enzo Catania (uno anche mio del 2009 sulla vicenda comunicativa del Psi di Craxi, edito da Marsilio). Oltre alle ampie biografie precedenti di Luigi Musella e Massimo Pini.  Si è cercato di fare un inventario di ciò che è tracciato nel dibattito di questa parte di gennaio investita dai due eventi ricordati. E’ un lungo viaggio che solo attraverso un certo modo di pesare parole, allusioni, ricordi e precisazioni, permette di cogliere se oltre alla quantità – va detto, impressionante – ci sono elementi altrettanto impressionanti di qualità. Chi scrive proverà ad esercitare imparzialità. E, salvo un leggero pessimismo di esperienza, non proverà ad anticipare conclusioni riservate alle ultime righe.

Il “caso Craxi”

Per metà della sua vita Bettino Craxi, figlio del socialista Vittorio Craxi, che fu parte importante della resistenza, studia, cresce, si forma nella scia familiare, trova il suo percorso politico a partire dai 17 anni (1951, anno di iscrizione al Psi) e compie – ai tempi secondo regolare successione di incarichi – il completo cursus honorum.  Dal 1968 (anno in cui approda a Roma come parlamentare) al 1992 è per i primi 7 anni parte del gruppo dirigente e per altri 16 anni figura molto influente nella politica italiana ed europea.

Dal 1993, con venti avvisi di garanzia e numerosi processi a carico, inizia l’emarginazione che porterà anche alla dissoluzione del Partito Socialista e dal maggio 1994 al giorno della sua morte (19 gennaio 2000) espatria in Tunisia. Dunque Craxi per il 25% della sua vita compie il cursus honorum e per un altro 25% della sua vita è nella prima linea nella politica nazionale ed internazionale. L’ultimo 10% della sua vita si ritrova protagonista di un declino politico, reputazionale e di salute fisica che lo condurrà a prematura scomparsa.

La “cancellazione” data in sostanza dall’ultimo suo discorso parlamentare, il 29 aprile del 1993 (53’), che resta tra i documenti emblematici della storia repubblicana italiana, ma che non ha la sorte di cambiare il corso del rovesciamento di potere che si è innescato. Con i successivi venti anni dalla scomparsa, attorno a lui si mantiene una maggioritaria diffidenza in Italia, generata dal riuscito effetto del “capro espiatorio”. Non sono bastate le meritorie e realistiche ricostruzioni della sua vita, del suo pensiero e della sua azione politica e istituzionale (in primo luogo la lunga proposta che Fondazione Socialismo guidata da Gennaro Acquaviva svolge con una serie di studi tematici e anche il lavoro che Fondazione Craxi, animata dalla figlia Stefania, va svolgendo anche in forme di sollecitazione politico-mediatica) a riequilibrare il baricentro dell’opinione pubblica. Il declino di ruolo politico, di immagine e di reputazione di Craxi si accompagna a quello di quasi tutta una classe dirigente, compresa quella vastissima neppure sfiorata da questioni giudiziarie, che aveva condiviso quella storia. Salvo – per ruoli meno rilevanti di un tempo – per coloro che hanno cercato rifugio nello schieramento della destra italiana. Non era quello lo schieramento in cui Craxi aveva deciso di giocare la sua partita politica; ma Silvio Berlusconi esprimeva una linea politica di attacco ai post-comunisti che aveva la forza di recuperare il più ampiamente possibile l’ex-voto tanto socialista quanto democristiano.

L’insieme dei caratteri ormai acclarati della cosiddetta “seconda Repubblica” – nuovismo, taglio della memoria, post-ideologia, crescita delle forme del populismo e della disintermediazione – ha soprattutto creato un pesante diaframma tra storie impacchettate sotto l’etichetta di “prima Repubblica” e storie che reagivano a vari fenomeni: la caduta del muro di Berlino, la progressiva crisi dell’unità europea, certi aspetti della globalizzazione, la ripresa dei nazionalismi, il movimentismo demagogico. Soprattutto che reagivano confusamente a un periodo almeno decennale di crisi economico-finanziaria, alla fine quasi cancellando dall’agenda del dibattito pubblico (non da quella degli storici, si intende) il mezzo secolo post-bellico italiano in tutta la sua straordinaria portata ma anche insieme ai suoi gravi insoluti e alle sue insufficienze.

E’ sorprendente chiedersi perché a Craxi tocca ora quello che non è toccato nemmeno ad Aldo Moro – nato nel 1916 e morto tragicamente il 9 maggio del 1978 per mano delle Brigate Rosse in un intrico di storie svelate e non svelate, in cui hanno agito i servizi segreti di mezzo mondo – che fu architrave complessa della vicenda italiana di una parte sostanziale di quel mezzo secolo.  Nel 2018, per i quaranta anni dalla morte, forse troppi per rilanciare un vero dibattito, sono usciti libri, si sono svolti convegni meritevoli, qualche paginata dei giornali e un po’ di tv. Tutto secondo la regola degli “anniversari di interesse nazionale”. Qui invece nessuno ha decretato l’anniversario di interesse nazionale e tuttavia l’interesse dell’opinione pubblica si è espresso. L’interesse dei media è tracciato da un dossier enciclopedico. In rete – sia sui giornali on line sia sui social media più frequentati da post-giovani, come Facebook – il gennaio vede crescere vecchi e nuovi dibattiti, attacchi e difese secondo uno schema non sopito ma mutato. Il diffuso trattamento televisivo di un film co-prodotto dalla Rai avviene con abbassamento generale di toni rispetto al passato nei programmi sia radiofonici che televisivi (anche quelli privati). L’affluenza del pubblico nelle sale cinematografiche compete con quella destinata al film di Checco Zalone. Nelle librerie i citati contributi non rimangono impilati e invenduti. Mondoperaio intitola il primo dossier del fascicolo precedente “Craxi, il disgelo”.

I miei dieci tweet

A caldo, nel mezzo del bailamme, ho provato a fare una estrema sintesi di due cose diverse: le ragioni e le novità di questo “disgelo”. Ho usato la misura della consacrata leggibilità (meno di 280 battute) per fissare dieci argomenti che mediano tra la sensibilità personale (contenendo il pessimismo e, anzi, lasciando emergere la brezza tiepida della buona sorpresa) e quella che giornalisticamente pare essere ora, appunto, un sentiment in ripresa. Che tuttavia continua a confliggere con radicate reticenze.  Per utilizzare un mezzo di “contenimento” e di “ordinamento” della grande mole di materiale (opinioni, articoli, interviste) che sta sul tavolo nella rassegna che va dall’uscita del film all’evento sulla tomba di Craxi, dunque “i dieci giorni che sconvolsero una quieta e per alcuni amareggiata dimenticanza”, ripropongo qui i dieci tweet[2], aggiungendo a ciascuno alcune citazioni che appaiono interessanti ini questo dibattito.  Dibattito naturalmente non uniforme, in cui persistono voci critiche e di dissenso, ma in cui trovano coraggio voci di aperto sostegno alla rivalutazione che formano un confronto nuovo che in un certo senso si affianca in modo maturativo allo scontro viscerale tra gli anatemi e la difesa militante. Un dibattito che potrebbe incistare oppure rimuovere la marginalità di un nome e di una storia. E’ doveroso dire – pur non dando soverchia importanza alla cosa – che gli alti vertici della Repubblica (Governo e Parlamento compresi) non hanno detto la loro. E anche che i principali leader attuali sono rimasti per ora nettamente fuori dalle voci inventariate, salvo Renzi e Berlusconi, il primo per criticare l’aggressione al tempo, il secondo per lodare il profilo di un “visionario coraggioso”. Proprio il 19, tuttavia, sembrano dischiuse le porte del Quirinale per un atto simbolico di rilievo, l’incontro del presidente Mattarella con i soggetti più significativi della memoria di Bettino Craxi, la famiglia e la Fondazione.

Primo tweet.

Le storie popolari che hanno subito rimozioni forzate prima o poi tornano a galla. Se esse non erano popolari, ovvero se hanno tolto al popolo anziché dare al popolo, fanno la fine dei videomessaggi di Emanuele Filiberto di Savoia. Durano una sera.

In effetti il tema della rimozione serpeggia nelle tracce di discussione.  Domenico Cacopardo avverte (Gazzetta di Parma e anche Italia Oggi) – tra film e libri – il senso della discontinuità dei contesti:  ”un’epoca è finita”. Dunque lo spazio per una rivalutazione più distaccata. Il film è commentato anche da critici cinematografici. Suscita in alcuni delusione, in altri interesse. Pareri discordi. Filippo Facci (Libero), che frequentò assiduamente Hammamet abitata da Bettino Craxi, apprezza le musiche e gli attori ma arriva dire che “il film è penoso, un’occasione persa per chiudere i conti con il passato”. Anche Cristina Piccino (Manifesto) lamenta che il film “non abbia chiuso i conti in sospeso”, ma nel complesso apprezza l’efficace riapertura di attenzioni storiche e umane. Mariarosa Mancuso (Foglio) giudica il film – sintetizzo – lungo, descrittivo, privo di idee.  Ma Titta Fiore (Il Mattino) legge la chiave che dà invece autonomia al film: “Racconta insieme il perdere il potere e il perdere la vita”. In rete la connotazione più presente è quella comparativa, confrontando il profilo a chi è venuto dopo. Chi ne parla da “gigante”, chi da “competente”, chi da “patriota”. E, beninteso, c’è chi attacca la rievocazione come “illegittima santificazione”. Il segnale forte che il film non scivolerà via è dato dal primo commento, prima dell’uscita, quello di Natalia Aspesi su Repubblica in prima pagina.  Franco Cattaneo introduce (Eco di Bergamo) la lentezza del film (in rapporto alla “velocità” della cultura politica rappresentata dal craxismo) per il contenuto centrato sul “crepuscolo di un uomo” e intitola “uno dei grandi rimossi dell’Italia”. Valerio Caprara (Il Mattino) accenna al tentativo “di far uscire più volte il film dalla tenaglia di una posizione in parte coraggiosa, in parte prudente, in cui la dimensione da tragedia greca della storia non emerge con la prepotenza che avrebbe meritato”. Da ultimo Gianni Canova (critico di Sky ma anche rettore IULM) interviene sui meriti del film considerato nella tipologia del “mimetismo”.

Secondo tweet.

Le storie rimosse vengono facilmente riproposte all’attenzione pubblica se chi le racconta non appartiene al coro militante. Ma senza la cocciutaggine di quel coro non si mette di mezzo l’acrimonia dei vecchi denigratori. Grazie ai quali finalmente la gente capisce da che parte stare.

Qui i due eserciti si ricompongono facilmente nel dibattito indiretto tra testata e testata, tra cosiddette coerenze di posizioni, tra cocciutaggini. Tralasciamo qui per ora di citare la forte sequenza degli interventi dei socialisti, soprattutto degli ex-maggiori dirigenti del PSI, che sono compatti – nelle loro diversità – attorno all’esigenza della “rivalutazione”. Frequenti i pareri “esterni” favorevoli all’onda. Aldo Cazzullo (Corriere) introduce il tema dell’addolcimento di carattere di Craxi “capace di passare dall’arroganza all’ascolto, dalla collera all’umanità”. Persino L’Espresso (Giuseppe Genna) coglie, nel cambio di clima, il problema di superare quella “morte senza fine” e tornare a dare parola a “una generazione cresciuta con il suo corpo e il suo fantasma”. Il fortino degli irriducibili è, si sa, quello del Fatto Quotidiano in cui Marco Travaglio centra i titoli su “le tangenti per interesse personale” e Gianni Barbacetto, con usuale eleganza, parla della “Salò dei craxiani”. Anche Guido Crainz (Repubblica) cita Bobbio – al contrario di Martelli che lo cita “a discarico” – per concedere che si profili “un’altra faccia del leader”, ma ruotando a buoni conti attorno a quelle che considera le criticabili “scelte politiche degli anni ‘80”. Cristina Battocletti (Sole 24 ore) lamenta che il film non arrivi a “inquadrare meglio la politica di lottizzazione dell’epoca” (ammettendo che il Psi “non era l’unico agente anche se una pedina di peso”). Ciriaco De Mita è intervistato all’uscita del cinema (a Lioni in provincia di Avellino) dove ha visto il film di Amelio, svia le domande politiche ma si compiace per quanto il film renda Craxi “così com’era”, con qualche ricordo anche sulla generosità di Craxi.

Terzo tweet.

I vecchi denigratori raccontano vecchie storie. I nuovi narratori scelgono un altro verso della disputa. Che deve coincidere con tre stelle comete: l’assenza dei padri, l’assenza delle patrie, l’assenza dei progetti. Ciò che produce tre pubblici: orfani, sognatori, professionisti. Assenze che prima o poi chiedono riparazione.

Questo appare come ciò che ispira molte opinioni, magari senza profilare esattamente questi argomenti, ma cogliendo che, cambiando lo sguardo dell’analisi, si può leggere in modo diverso quell’epoca e gli stereotipi che ne sono derivati.  Restano istanze che le nuove classi dirigenti hanno per lo più disatteso. Sono ragionamenti piuttosto lunghi, per cui limito le citazioni.  Silvano Moffa (Il Dubbio) sente che nemmeno un film ben fatto può ricostruire il profilo “di un politico che seppe interpretare gli umori degli italiani cercando di calibrarne bisogni, difetti e aspettative, per racchiuderli in una visione riformista e di futuro e che, soltanto in rari momenti della nostra storia, ha avuto cittadinanza nella sfera della alta politica”. E sul film aggiunge: “Eppure questo film ci dice che sta maturando il tempo della storicizzazione, della analisi approfondita e comparata delle sue azioni e dei suoi gesti, degli scritti e dei discorsi”. Anche antichi oppositori confermano conflitti di gestione senza negare un certo rispetto per visione e progettualità. Michele Achilli, che fu all’opposizione della gestione Craxi nella direzione del Psi, ricorda (Repubblica.it) ampie discussioni negli organi dirigenti, ma anche conclusioni autoritarie del segretario, pur riconoscendogli autorevolezza e una visione complessiva in particolare in politica estera che era valida per il Paese.

Quarto tweet.

A destra questa vicenda fa capire che è finita l’appropriazione indebita di Berlusconi del voto socialista. A sinistra fa capire che è finita l’appropriazione indebita delle idee dei socialisti (dove qui ci sarebbe un punto politico aperto sul futuro).

Giorgio Gori dedica una pagina intera del Foglio cercando di rintracciare gli argomenti per cui l’attuale Pd dovrebbe riconoscere un debito di contenuti al pensiero di Craxi e dei socialisti che traghettò il vecchio Pci nell’internazionale Socialista. E’ il punto politicamente più connesso al tema della caduta di verità e di progettualità nella politica italiana degli ultimi venti anni: “Berlinguer aveva torto e Craxi aveva ragione. E’ evidente che il manifesto fondativo del Pd – il Veltroni del Lingotto – ha le sue radici nel pensiero di Craxi ben più che nella tradizione comunista. Eppure ancora oggi appare difficilissimo ammetterlo”. Il Pd è impacciato a trovare risposte univoche. Per ora perde l’occasione di dimostrarsi capace di questa rielaborazione. 

Quinto tweet.

Craxi piaceva ai comunisti che lavoravano, ai dc che amavano l’Italia laica, ai liberali che credevano più alle persone che alle corporazioni, agli intellettuali che avevano deciso di smettere di predicare la rivoluzione purché a contratto (dove ci sarebbe da raccogliere il frutto del rapporto istituzionale con il Paese e non strettamente di partito).

Paolo Guzzanti (Il Quotidiano del Sud) riconosce nella figura di Craxi “un’Italia che seppe farsi rispettare”, Pierferdinando Casini si ritrova “nella condivisibile ricostruzione”. Giuseppe De Tomaso, svolge una robusta analisi (Gazzetta del Mezzogiorno) sulla “lezione di politica estera” che resta quella consegnata dall’azione di governo di Bettino Craxi. Luigi Manconi si dichiara storicamente “dalla parte opposta a quella del leader socialista”, ma racconta (su Repubblica) di essere rimasto molto colpito – a fronte della politica di oggi che giudica “senza anima” – “dalla tormentata profondità e dallo sguardo della malinconia per descrivere gli ultimi sei mesi della vita di Craxi”. Antonino D’Anna (Italia 0ggi) parla di “carisma accompagnato da sostanza” ricordando che “anche Khol finì in solitudine ma sarà ricordato come lo statista della riunificazione tedesca”.

Dopo l’evento di Hammamet lo storico Guido Melis (su FB) analizza la vicenda come una “mutua responsabilità” di Craxi e del Pci: “Come è noto l’idea di Craxi non ebbe successo. Il Pci preferì aprire alla Dc “saltando” il Psi. Il compromesso storico fu il nome che assunse quella politica, implicitamente anti-Craxi. Lui reagì nel modo peggiore: invece di puntare su una conquista dell’elettorato di sinistra con un progetto liberal, si alleò con la peggiore destra interna della Dc. La morte di Moro favorì questa politica (Berlinguer fu intransigente sulle trattative per la salvezza di Moro, e sbagliò). Il Psi si infilò definitivamente in una via letale, quella del potere fondato sulla corruzione”.

Sesto tweet.

Craxi non era né esule né latitante. Era semplicemente espatriato. Per lui questa fu la pena maggiore, non la furbata maggiore. Questa è la cornice di lettura del film di Gianni Amelio (nella consapevolezza del nodo più divisivo in campo).

E’ lo stesso Gianni Amelio che, ampiamente intervistato, offre la chiave di una analisi cinematografica della “agonia del potere” per sostenere la narratività del film (QN). “La mia pellicola non è né politica né militante” dice a Cinzia Romani (Il Giornale). “Latitante? Esiliato? Non mi interessa, voglio solo sollevare domande” dice a Beatrice Bertuccioli (La Nazione). Mario Ajello (Il Messaggero) legge nel film “più pietas che storia”. Paolo Mereghetti sceglie invece un’altra angolatura: “Uno sconfitto che non perde l’arroganza” (Corriere della Sera). L’opinione riguardante la “latitanza” che, per la posizione istituzionale avuta, Craxi avrebbe dovuto evitare non diffidando della giustizia italiana, è tuttavia ricordata. Lo fa ad esempio in rete Vittorio Beonio Brocchieri (Università della Calabria), proprio criticando il mio tweet: “Il termine “espatriato” è un po’ generico. Si può espatriare per molti motivi, economici, religiosi, politici, climatici. E giudiziari. Se ci si sottrae alla giustizia del proprio paese espatriando si è tecnicamente un latitante. Se riteniamo che l’espatriato sia vittima di un’ingiusta persecuzione, possiamo considerarlo un esule. Come Mazzini, i fratelli Rosselli. O Pietrostefani.  Craxi ha ricoperto incarichi di primissimo piano nel proprio paese e un minimo di sensibilità istituzionale avrebbe dovuto indurlo a non mostrare un evidente disprezzo per la giustizia italiana. Per di più ottenendo asilo in uno stato autoritario governato da un ex ufficiale golpista”. Gli ho naturalmente risposto. E Claudio Martelli – presentando a Milano il suo libro – ha risposto a tutti coloro che svolgono quel genere di argomentazione: “E’ grave non ammettere la distinzione tra legge e giustizia. Altrimenti non ci sarebbe mai tensione legittima nel voler cambiare leggi sbagliate o superate per ottenere effettiva giustizia. I casi di persecuzione nei confronti di Craxi hanno avuto conferma nelle sentenze della Corte di giustizia europea e in molte altre ammissioni istituzionali.  Per questo il suo espatrio – a casa sua, in Tunisia e a dichiarata disposizione dei magistrati – è parte di una battaglia giusta per ottenere giustizia”.

Settimo tweet.

Favino assomiglia a Bettino grazie alle tecniche cinematografiche. Ma la sua voce è quella di Bettino – rigenerando così per molti un rapporto vibrante – grazie ad uno studio introspettivo che non è stato fatto da nessuno psicologo e da nessun giornalista.

Pierfrancesco Favino esce come l’indiscutibilità del film di Amelio. Tutti lo applaudono. Anche nei suoi interventi, in interviste e presentazioni, pacati, introspettivi, mossi da un approccio indagatore e non assertivo, si fa apprezzare. Dice ad Arianna Finos (Repubblica) in una delle prime interviste: “Il film è stato un viaggio nel mio mondo, anche da figlio. Ho pensato alla generazione di mio padre. Che non aveva accesso alle proprie emozioni. Per crescere figli solidi bisognava nascondere le proprie lacrime. Vale ancora di più se sei un padre della patria. E’ stata una generazione molto sola, da figlio ci ho messo un po’ a capirlo”. Ed è giusto qui annotare le opinioni dei figli di Craxi. Bobo ha considerato che “Favino in certe pose è addirittura in stato di grazia” (Repubblica). Stefania dice: “Ho rivisto papà finalmente umano, dopo tanti veleni” (Il Giornale) e “Un passo avanti che documenta la solitudine e il dolore dell’esule” (La Stampa). Una battuta colta nel programma Gli Stati generali condotto da Serena Dandini su Rai3 è un minuscolo iceberg sul fatto che non tutto lo spettro politico Rai applaude incondizionatamente Favino. Sabina Guzzanti imita una funzionaria zelante del Pd emiliano, comicamente generica e galleggiante, ma che sente come urticante il nome di Renzi, buttando lì, in un soffio, che un giorno farà un film (Renzi?)  intitolato “Favino stai sereno”. Battuta volante, ma segnalino indiretto che Favino ora – nel sistema dello spettacolo – potrebbe essere sotto tiro.

Ottavo tweet.

I piedi nudi di un milanese con il loden e la sciarpa che cammina tra le guglie del Duomo andando verso suo padre sono una pagina dedicata alla stravagante idea della libertà. Questa pagina Craxi l’ha ereditata e l’ha coltivata.

Ecco, ho percepito così quelle sequenze finali. Con una certa commozione. Come hanno fatto molti spettatori. Ma in rete e tra i critici cinematografici ci sono casi di incomprensione se non di irritazione per questa parte finale. E’ ancora Mereghetti (Corriere) a leggere non la sequenza descritta ma un’altra che si presta al giudizio a considerare “il finale felliniano” come discontinuità stilistica. Su Milano è critico anche Paolo Pillitteri, cognato di Craxi e già sindaco della città (in gioventù critico cinematografico): “Un film senza Milano non racconta Craxi” (Repubblica). E’ inevitabile che su Milano torni la questione della via o piazza da intitolargli. E su questo – presentando a Milano il libro di Martelli – parla il sindaco Sala: una via o forse meglio una targa sulla casa di via Foppa, vedremo, dovrà parlarne il Consiglio Comunale. Forse si sarebbe potuto dribblare il tema. La cornice che Repubblica fa è “La versione di Sala: Craxi criticabile, ma fu un innovatore”.

Nono tweet.

Vi è chi ha avuto il coraggio di intervenire ammettendo di avere lodato Craxi e poi di aver ceduto all’idea di considerarlo indifendibile. E’ interessante leggere l’aggiornamento di pensiero secondo cui gli ultimi venti anni di storia italiana gli restituiscono difendibilità.

L’ammissione coraggiosa del tempo delle lodi e di quello della indifendibilità è parte dello scritto di Giorgio Gori sul Foglio. Ma ci sono altri a tenere in piedi il registro dei meriti e degli errori. Lo fa perfino Rino Formica rispondendo alle domande del Mattino: “Craxi capì il rischio del populismo ma fece tre errori”. E lo fa un esponente del Pd romano come Roberto Morassut secondo cui “dopo meriti e intuizioni innegabili, dopo l’89 Craxi sbagliò tutto” (Il Riformista). Roberto Chiarini (Il Giornale) ritiene questo ventennale decisivo: “è finita la condanna all’oblio”. C’è chi esprime sostanziale delusione per la soglia raggiunta, malgrado l’impennata di attenzione pubblica, dalla qualità storico-politica del confronto. Gianpasquale Santomassimo – storico allievo di Emilio Ragionieri – lascia in rete una lunga analisi di questa insoddisfazione, carica anche di contenuti qui non contenibili. Questo è l’incipit del suo intervento: “Mi pare di capire che il film di Amelio, per le sue caratteristiche, non è in grado di suscitare una riflessione di carattere storico su personalità e ruolo di Bettino Craxi. Vedo ribaditi in rete giudizi consolidati, che appartengono al tempo della battaglia politica dell’epoca che sancì la sua eliminazione dalla vita politica. La riduzione della sua vicenda a pura cronaca criminale di corruzione e malversazione, da un lato, e dall’altro la difesa acritica del suo operato, in nome di un malinteso “orgoglio socialista” che non sa interrogarsi a fondo sulla distruzione di una grande tradizione politica e ideale, che non avvenne esclusivamente ad opera di agenti esterni. Eppure il tempo trascorso dovrebbe favorire almeno lo sforzo di un giudizio equanime su una figura che ebbe un enorme rilievo nella vita politica italiana”. Giorgio Benvenuto (presidente della Fondazione Nenni e della Fondazione Buozzi) mette (in rete) l’asticella un po’ più alto del registro positivo del “clima” attorno a film e ventennale: “Il nodo Craxi insomma potrebbe essere sciolto se si mutasse la prospettiva con la quale si guarda a questo politico socialista, che socialista lo fu davvero anche se si potevano non condividere talune sue idee come pure sue decisioni. Perché l’aspetto che è rimasto nell’angolo per molto tempo è proprio quello forse più importante da riportare alla luce: il rapporto fra la sinistra ed i cambiamenti colossali avvenuti in questi ultimi trenta anni. Restituendo, senza dimenticare gli errori, anche a Bettino Craxi quella civiltà di giudizio che gli è dovuta”.

Nell’ultimo giorno preso in esame in questo dibattito – domenica 19 gennaio – sull’Espresso Susanna Turco pubblica un’intervista con Antonio Di Pietro. Non so se farà rumore, ma la sua nuova versione è che lui puntava ai rapporti tra Andreotti e la mafia e che “Craxi era uno dei tanti”. Si annota qui la cosa, nel contesto di questa improvvisa “notiziabilità di Craxi”. Altri faranno analisi.

Decimo tweet.

Craxi era meglio di certo craxismo. Craxi non era la sintesi di tutto il socialismo. Craxi aveva difetti e ha commesso errori. Adesso queste cose si possono dire e pensare – in una nuova discussione –   senza difese o omissioni di ufficio.

Qui si può rinviare alla parte forse più corposa della rassegna stampa, quella alimentata dal vecchio gruppo dirigente del Psi. Il rischio che si corre è di esserci perso qualcuno. La rassegna stampa (in cui la nuova linea “pop” di Repubblica segnala una robusta disponibilità del quotidiano che fu di punta contro Craxi a trattare altri e nuovi risvolti del tema, come mostrano le due fitte pagine di Francesco Merlo e Goffredo De Marchis il 19 gennaio in corrispondenza da Hammamet, mentre le corrispondenze del Fatto segnalano un evento trash “per cancellare la Storia e le tangenti” ) dà conto naturalmente di tante iniziative locali in tutta Italia, di “proiezioni con dibattito” seguite dai media locali, che riassegnano uno spazio di memoria e di valutazione a ex-sindaci ed ex parlamentari del territorio. Stefano Pareti, ex-sindaco di Piacenza loda il ritorno al dibattito restando di parere contrario alla fuga in Tunisia; Sergio Simone, ex-sindaco di Como segnala che la pochezza di chi è venuto dopo “rende Craxi un gigante”; Andrea Parini, ex segretario regionale lombardo dice che “è finita la stagione dei detrattori”; Fabio Morchio, ex-esponente ligure dice che “caduto il muro di Berlino avrebbe dovuto uscire dal governo e fare il capo della sinistra”; Onofrio Introna, ex presidente del Consiglio regionale della Puglia ammette: “si torna a casa però anche con amarezza e un po’ di rabbia”; Gianvito Mastroleo, presidente della Fondazione Di Vagno è contento a metà per il contributo del film ma “da qui si riparte per restituire Craxi alla storia italiana”; eccetera.   Poi interviste e articoli di pugno arrivano da Claudio Signorile (Gazzetta del Mezzogiorno): “Con la scomparsa di Craxi finisce il ruolo euro-mediterraneo dell’Italia”, aggiungendo anche una riflessione precisa sulla nascita della “non politica” nel sistema italiano;  da Mario Raffaelli (L’Adige) “Cosa Craxi capì e cosa non capì”; da Stefano Caldoro (Il Mattino) “Ero al Raphael mentre tiravano le monetine: il punto più alto di aggressione al Psi”; da Rino Formica (Gazzetta del Mezzogiorno): “Bettino Craxi può essere considerato un sovranista europeo, non va ricordato solo per l’esilio”; Da Valdo Spini (Repubblica Firenze): “Il film propone più pietas che politica, può forse distogliere da interrogativi irrisolti”; da Ugo Intini (Repubblica):”Al centro di tutto il rimpianto evidente per quegli anni”; da Fabrizio Cicchitto (Il Tempo): “Odiavate Craxi? Tenetevi Grillo”.

Il dossier del Tg2 dell’11 gennaio (Miska Ruggeri) offre un panorama d’opinioni collettivo (Luciano Pellicani parla di “Craxi lettore”, Carlo Tognoli di un “anticomunista non pregiudiziale”, Matteo Renzi – fuori dal coro socialista –  ricorda il “giorno barbaro del Raphael” e anche che da ragazzino sentiva in casa dibattere tra Craxi e De Mita che nei suoi ricordi risultava vincitore. Con più evidenza di altri è Claudio Martelli, che accompagna l’uscita del suo libro (“L’antipatico”), a proporre più argomenti rivendicando la “costruzione di Craxi e del Psi nel tempo della sua lunga gestione di un pensiero che incarna il socialismo liberale che fu osteggiato in quegli anni dai comunisti e resta osteggiato oggi dal Pd che caso mai eccede in zelo di accreditamento optando piuttosto per la cultura liberale”. Insomma, dice il nuovo segretario del Psi, Enzo Maraio: “ciò che sta succedendo riapre le condizioni di un nuovo dibattito su chi siamo, da dove veniamo e che futuro abbiamo”. Uno spazio in cui prendono corpo i giudizi di due rilevanti giornalisti italiani autori di libri su Craxi in presentazione a gennaio: Fabio Martini e Marcello Sorgi[3].

Conclusioni

Dieci giorni restano pochi per capire se si è mossa – tra il 9 e il 19 gennaio – solo la cerchia degli addetti ai lavori (forse la cerchie degli ex-addetti ai lavori), oppure se vi è un significativo trascinamento di opinione pubblica che consenta di dire che, sommando peso specifico degli eventi e maturazione di giudizio storico in generale, si possa parlare non di impressioni di clima ma di sostanza di percezione sociale.

All’ultima curva del tratto di discussione qui preso in esame (l’evento del 19 e i due giorni seguenti) si affacciano – soprattutto in rete – opinioni di chi ha soppesato con occhi diversi l’onda dell’apertura di un varco nell’opinione pubblica. Naturalmente con tre diverse letture: chi nettamente a favore (tra questi Mario Raimondo, Marcello Inghilesi, Stefano Parisi); chi nettamente a contrasto (al “fortino” del Fatto, con Travaglio che sull’argomento fa gli straordinari, si aggiunge anche Paolo Flores D’Arcais) e chi con posizioni che esprimono tratti di distinzione ma che si collocano nelle ragioni non solo storiche ma anche politiche della rivalutazione (tra cui Claudia Mancina, Massimo Teodori e il direttore de Linkiesta Christian Rocca).

Il primo dato demoscopico che appare in rete è di Renato Mannheimer che in chiusura di questo breve arco di tempo scrive su FB l’esito di un approccio che pare ancora in sintonia con l’epoca reattiva del ventennio che si conclude più che con le premesse di coerenza della politica di Craxi[4].

A chi scrive pare invece evidente che in assenza – o in sparsa ininfluenza – di una forza politica radicata e impegnata nei destini attuali del Paese che accolga non solo il verdetto storico su questa o quella persona, ma la traiettoria dell’evoluzione di un pensiero e di un progetto politico di cui quelle figure sono state rilevanti interpreti, un evento o alcuni eventi possono avere in modo molto limitato la forza di rigenerazione necessaria. Ma possono aprire in forma diversa questo dibattito di fondo. Che chiede realismo e lavoro.

P.S. Dimenticavo. Nel dibattito – a margine di una montagna di scritti con Craxi oggetto – c’ anche un testo con Craxi soggetto. E’ il libro postumo dello stesso Craxi “Parigi-Hammamet”, edito da Mondadori. Un romanzo inedito in cui il narratore descrive Ghino, primo ministro in vacanza in Tunisia. Anteprima sul Corriere e sul Mattino il 14 gennaio. Ho consumato lo spazio a disposizione. Leggere il romanzo per saperne di più. Con la rivista in bozze trova spazio anche il sondaggio realizzato da Nando Pagnoncelli verso fine mese[5] in cui la fascia dei colpevolisti  senza attenuanti costituisce una robusta minoranza (22%), mentre la fascia dei riabilitatori senza indugi costituisce una debole minoranza (5%), con una larga fascia centrale (46%) che risponde affermativamente a questo profilo. “Le critiche sono in parte giuste ma va riconosciuto anche il ruolo positivo”. L’indecisione si situa su una percentuale piuttosto alta (22%), ed è il segnale dell’evoluzione ancora da compiersi del dibattito.


Note

[1] Questo testo è stato scritto in concomitanza dell’evento ad Hammamet in cui erano annunciate 600 persone dall’Italia e ne sono state dichiarate presenti 1000.

[2] Pubblicati su FB dopo un tentativo di mettere a confronto i pro e i contro del lungo e un po’ incancrenito dibattito precedente attorno a Craxi sul giornale on line Moondo.Info (https://moondo.info/i-due-piatti-della-bilancia-nel-giudizio-su-craxi-ripensare-e-un-dovere-della-storia/)

[3] Fabio Martini presenta “Controvento” attualizzando la figura di Craxi rispetto all’attuale contesto italiano: “Racconto il “vero” Craxi, l’ultimo leader della Prima Repubblica. Una figura che “parla” alla politica dei nostri giorni con la sua lunga gavetta, diversa dalle fulminee ascese di tempi più recenti: Craxi impiegò 24 anni prima di diventare segretario del Psi, un apprendistato che lo aiuterà a guidare uno dei governi più longevi dell’Italia repubblicana. Volle la migliore élite del Paese e prese decisioni impopolari, contribuendo all’ultima stagione di crescita dell’Italia. Leader accentratore e controverso, non fu mai populista”. Mentre Marcello Sorgi annota nella quarta di copertina di “Presunto colpevole” “Negli ultimi decenni i governi italiani hanno negoziato su tutto e con tutti. Sempre, tranne in due occasioni: per Moro e per Craxi (…) un uomo che come pochi, nel dopoguerra, è stato amato e odiato. Il destino di un politico con cui, prima o poi, il Paese dovrà fare i conti.”

[4]La risposta ci viene fornita dai risultati di un sondaggio effettuato da Eumetra per conto della trasmissione “Quarta Repubblica “ condotta da Nicola Porro su Rete4. Occorre dire subito che emerge un gran numero di risposte “non so” – pari a circa un quinto del campione intervistato – che sottolineano una diffusa scarsa conoscenza di quel periodo. È una situazione che si riscontra particolarmente tra i giovani, ove per molti (29%) ciò che accadde è completamente ignoto. Le risposte nel merito del quesito, viceversa, spaccano decisamente il campione intervistato. La maggioranza relativa (41%) ritiene che il leader socialista non sia stato una vittima dei giudici: una risposta che, in qualche misura dipende anche dal diffuso giudizio anti-craxiano che permane in alcuni settori di popolazione, specie all’interno dell’elettorato Pd (ove questa opinione è condivisa dal 50%) e dai votanti per il M5S (48%).Ma, al tempo stesso, si rileva una corposa minoranza, pari a circa un italiano su tre (33%), che si pronuncia in maniera opposta, ritenendo Craxi una vittima della magistratura e rivalutando, anche in questo modo, il profilo del leader socialista. Questi ultimi appartengono in misura maggiore all’elettorato di centrodestra, vale a dire alla Lega (48%), a Fratelli d’Italia (50%) e, ancor più, a Forza Italia (53%). Il che mostra come, col tempo, il giudizio su Craxi va mutando, con un progressivo apprezzamento per l’operato del leader socialista”.

[5] Corriere della Sera, 25 gennaio 2020.

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