Sono nato…

Oggi mio compleanno, ritrovo una noterella scritta quattordici anni fa. La aggiungo qui.

La foto a poco più di un anno (estate 1949) dimostra una certa inclinazione alla laboriosità

Dieci pensieri su un fatto che ha avuto parecchie conseguenze sulla mia vita

Testo scritto il 20.2.2006

Sono nato a Milano, coetaneo della costituzione italiana, il venti febbraio del 1948. Tra i diminutivi e i vezzeggiativi che inondano una creatura, mia nonna Emma – nella memoria ambrosiana dell’epica risorgimentale – giudicando carattere e anagrafe mi chiamò subito (e lo fece a lungo) “quarantott”.

Sono nato in un luogo intermedio alle fabbriche di due prodotti esemplari della Milano dell’epoca, la Lambretta e il panettone Motta. Due prodotti a cui sono sempre rimasto affezionato. Fumiggine e tute blu dell’Ortica operaia e un po’ ladronesca dove Innocenti contendeva a Piaggio il primato italiano degli scooter. Lieviti e zuccheri nell’aria dell’intero quartiere di viale Corsica dove era sempre Natale e dove, tra l’altro, abitava la mia citata nonna paterna.

Sono nato nella clinica Felix di via Sanremo, traversetta appunto di viale Corsica verso lo sbocco al viale Forlanini. In linea retta a qualche centinaio di metri dal grande slargo di viale Argonne, dove di fronte alla monumentale chiesaccia dei Santi Nereo e Achilleo ho vissuto per ventiquattro anni. In quella in realtà amata parrocchia i miei genitori si sono sposati alla fine del 1946, siamo stati battezzati (io nel ’48, mio fratello Maurizio nel ’50, mia sorella Alessandra nel ’52), ho fatto come mio fratello le scuole elementari, abbiamo giocato a tutto il giocabile nel tempo dell’infanzia e dell’adolescenza (dalle cerbottane alle simulazioni di battaglie salgariane, dal calcio o-la-palla-o-il-piede alla guida furtiva dell’automobile di mamma nelle nebbie di inverno), abbiamo salutato con sgomento papà strappato alla vita dall’infarto nel 1971.

Sono nato in una famiglia borghese, da un padre laureato in economia alla Cattolica di Milano che aveva fatto gli ultimi esami sotto le bombe correndo dal maledetto fronte di Grecia e poi era eroicamente transitato a piedi, condannato a morte dai tedeschi, dalla Turchia alla Palestina all’Egitto in  una strana cobelligeranza obbligata nei campi degli inglesi. Un padre con ferite e lutti di guerra ma con la straordinaria vitalità di una vita da costruire con le proprie mani. Una madre, figlia di un prefetto del Regno, a sua volta coraggiosa fidanzata di guerra (guerra che le aveva strappato fratello e casa, dopo aver prima perso il padre). Con due straordinarie nonne vedove e di forti personalità, tra la milanesissima nonna paterna e un’italiana d’Egitto, francofona radicatasi nella sicilianissima famiglia di mio nonno, pur nomade dell’amministrazione italiana del primo novecento.

Sono nato nella Milano dei tram, degli immigrati, delle commistioni sociali, delle fabbriche, dello smog, del coeur in man, dei commenda, della rèclame, della villeggiatura. Le nostre, ad un certo punto, nella meraviglia odorosa di una Bocca di Magra ancora di pescatori e di una piccola rete di grandi intellettuali che ruotavano attorno a Vittorini, Fortini, Sereni e Treccani. Alla fine degli anni cinquanta arriverà – e per sempre – la Versilia.

Sono nato primo di sette, tre noi e quattro i miei cugini Anzà, che per nascere dovevano attendere il rimpatrio dal Kenia di un capitano dell’esercito italiano, fratello di mia madre ormai indisponibile all’università e alla vita civile e proiettato alla scuola di guerra di Civitavecchia per una carriera brillante che lo porterà generale di corpo d’armata nella Milano degli anni settanta. Nascere primo voleva dire la prima felicità di un nucleo familiare che aveva sofferto, ma anche una grande stimolazione affettiva, che resterà come un fattore di successo, con i suoi difettucci, per una buona parte della vita.

Sono nato ancora nella coabitazione, pur di una dignitosa casa, tra noi e la nonna Amelia, la nonna materna. In quella casa avevano senso i Natali (con il mascarpone), i compleanni (con la torta Sacher), le comunità degli amici (con strudel croccanti), le casse dalla Sicilia (piene di noci, mandarini e caciocavallo), i brodini della nonna Emma e il vitello tonnato di mamma.

Sono nato con  i racconti della diaspora della famiglia d’Egitto, con la voglia di Sicilia (che a otto anni diventerà luogo conosciuto, con i suoi mandorleti, agrumeti, noccioleti e con i suoi guai post-gattopardeschi), nell’allegria di un nucleo famigliare vitale e rivolto al futuro, nell’apprendimento della lingua da leggere e da scrivere prima dell’ingresso a scuola e con una creatività in cui si proiettavano più o meno le cose poi realmente fatte nella vita.

Sono nato nella Milano del sindaco Greppi e del cardinale Schuster, modelli di socialismo dal volto umano e della ieraticità della Chiesa. Sono nato nella libertà e non sarò mai tanto grato alla bizzarria del tempo di avere scelto per la mia “discesa in campo” quel tratto di storia, fervido e senza vessazioni.

Sono nato con l’idea della composizione sociale fondata sull’etica del lavoro (mio padre) e con l’idea della qualità dell’educazione fondata sulla lettura e sulla modernità (mia madre). La libertà dell’epoca e la liberalità della mia famiglia non sono stati campi senza regole. Anche per questo serbo ai miei genitori – che oggi riposano insieme a Pietrasanta,  tra le Apuane e il mare – un sentimento intoccabile di gratitudine.

Stefano

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *