Coronavirus, in avvio la terza settimana. Cronaca del dibattito pubblico nel week-end.

Domenica 8 marzo 2020 . La svolta

Stefano Rolando

Dopo avere svolto con breve nota qualche riferimento ai temi del dibattito pubblico sul caso coronavirus nella giornata di sabato 7 marzo, pubblicata sul giornale on line Linkiesta [1],  tento qui  sul mio blog personale una sintesi della più impegnativa giornata di domenica 8 marzo, che comprende l’attivazione del DPCM con le nuove misure di fronteggiamento della crescita dei contagi e una reattività mediatica complessiva che parte dal peso delle misure adottate e da mutamenti percettivi e comportamentali dell’opinione pubblica. Questi due contributi apriranno domani o al massimo dopodomani il nuovo dossier di documentazione sull’evoluzione comunicativa della crisi che “Osservatorio su comunicazione e situazioni di crisi” sta seguendo nel portale dell’Università IULM con altra documentazione, video-opinioni e una selezione della stampa [2].

Il fine settimana torna ancora ad essere lo snodo di bilancio e di rilancio sia delle misure pubbliche, sia dei comportamenti privati. La svolta tra sabato 7 e domenica 8 marzo è stata laboriosa e drammatica. Rispetto ai conflitti registrati in precedenza, qui alcuni si sono sopiti. Sopito quello – pur sulla brace ardente – tra economia e salute, rimandato al varo di una manovrina comunque decisa e nel frattempo autorizzata da Bruxelles. Sopito (pare) quello interno alla comunità scientifica, pur con i toni più esclamativi di chi polemizza con i moderati (Roberto Burioni, immunologo dell’Università Cattolica a Roma); o con i toni più conciliativi di chi pensa che l’accompagnamento alla responsabilità collettiva debba essere metabolizzabile (Ilaria Capua, virologa, esperta di virus influenzali, già parlamentare di “Scelta civica”, che dirige il Dipartimento dell’Emerging Pathogens Institute dell’Università della Florida). Intanto la domenica va verso la sua raggelante statistica: 6.387 contagi, (1.326 più di ieri), 622 guariti, 366 decessi.

Il nuovo decreto di Palazzo Chigi

Ora, comunque, guidano le istituzioni sanitarie. Che hanno lavorato tutto sabato per mettere a punto lo schema di decreto sulle misure più severe da varare con DPCM, sentiti i ministri competenti e i presidenti delle Regioni coinvolte. Ma quella bozza di decreto ad un certo punto del pomeriggio va ai media, fa capolino in rete, attiva un circuito di discussione anche fuori dalla cerchia dei decisori. E la componente regionale (trainata dal governatore del Veneto Zaia che vorrebbe lo stralcio dalla “zona bloccata” delle tre province del Veneto) comincia obiettare su più aspetti che investono quella fascia applicativa discrezionale che nel cuore della notte il premier Conte spiegherà essere la componente di flessibilità affidata ad un principio più forte di auto-responsabilità degli italiani. A buoni conti alle 2 di notte la stesura è compiuta. Ora sono le 2 del pomeriggio di domenica e il DPCM è pubblicato sul sito del Governo[3], con quella grafica proto-moderna che distingue la comunicazione ministeriale italiana, così che lo riporto in forma più leggibile nelle note di “Rivista italiana di comunicazione pubblica[4]. Si vede anche in prima lettura che il perimetro delle misure è vasto e complesso e che il lavoro dei tanti uffici legislativi coinvolti è stato intenso. Peccato che la “fuga” della bozza del decreto verso fine pomeriggio (che alcuni ritengono sia stata favorita, mentre probabilmente è stata l’esito di una consultazione obbligatoria di soggetti piuttosto vasta non tenuta del tutto in pugno) abbia riaperto la polemica sulla comunicazione. Lasciamo qui la parola a un giornalista molto esperto di “quadro ministeriale”, che è il capo della redazione romana della Stampa Fabio Martini, per capire la natura dell’inconveniente:“La politica si sta barcamenando in una emergenza micidiale, ma la gestione infelice di stanotte fa capire la differenza tra propaganda di governo e una comunicazione al servizio dei cittadini. Nessuno vorrebbe essere nei panni dei nostri governanti: siamo davanti ad un’emergenza mai vista prima, che non concede punti di riferimento, modelli. Ma stanotte si è capito come in queste occasioni servirebbero politici a tutto tondo, capaci di dominare gli eventi. Per diverse ore, da Palazzo Chigi, è stata lasciata correre l’ipotesi – e persino il testo di un decreto – che avrebbe sigillato in modalità cinese, un altro pezzo di Italia. Un’ipotesi che ha indotto migliaia di italiani – potenzialmente contagiati – a fuggire. Solo in tarda notte, a “buoi” scappati, è stato reso noto il testo “ufficiale”. La comunicazione istituzionale è un concetto che si è dissipato in questi ultimi anni: esiste soltanto la propaganda. Conte in maglioncino alla Protezione Civile era comunicazione-propaganda, ma quando è arrivato il momento di centralizzare la comunicazione istituzionale, bloccare le notizie allarmistiche e diffondere le notizie giuste, Palazzo Chigi si è ritrovato con un “know how” di pura propaganda, inadatto e incapace alla gravità del momento. Non c’è da gioire per la tragica nottata, bisogna sperare che non provochi danni irreparabili e invece sperare che il governo – da sostenere finché dura – abbia imparato la lezione. Nel frattempo si spera che qualcuno abbia finalmente capito la differenza tra propaganda e comunicazione istituzionale”.

A pubblicazione avvenuta in Gazzetta Ufficiale del provvedimento, restano punti di dissenso tra Governo e sistema regionale, soprattutto le regioni direttamente implicate, che sull’interpretazione di alcune espressioni comprese nel decreto e in generale sulle modalità di attuazione hanno chiesto con lettera formale di «attivare con assoluta urgenza un tavolo di confronto con il governo».

Mutamenti

Rispetto al clima di sabato, in questa domenica il cambio di marcia è evidente.

La cosa più emergente è l’avviso degli epidemiologi sul mutamento di una regola. Quella che voleva fare sintesi con il paradigma “tre epidemie per secolo”. Ora molti parlano di una tale maggiore complessità delle fonti di contagio,  per intravedere la formazione di una nuova regola: “Sei epidemie per secolo. E tutte lunghe e combattute”. La mappa della crisi planetaria di CODIV-19 polarizza alcune aree finora prevalenti e trascura – per ortuna – aree del mondo (come l’Africa) tormentate costantemente da fenomeni epidemici.

E veniamo alle cinque  storie di maggior dettaglio che hanno oggi dominato i commenti.

La prima è quella dell’assalto ai treni.

In rete molta polemica. Dapprima come fosse rivolta ai settentrionali che scappano. Ma le tv della domenica, diciamo i Tg di mezza giornata, hanno ripreso l’argomento mostrando che si è trattato in larga misura di non residenti che a fronte dell’ipotesi del blocco della mobilità forse prolungato hanno ritenuto di “tornare a casa”. Un fenomeno così al nord ibridato produce situazioni di massa. E quindi da nell’occhio. Ma l’idea di “starsene a casa” è il portato psicologico delle stesse misure che hanno fin qui insistito nello “stare a casa”. Se poi chi dice “stare a casa” vuole intendere “la casa del momento” è difficile farlo intendere proprio nella fase in cui i numeri, gli allarmi, le curve impennate nei contagi e una certa consistenza dei decessi, fa pensare a tutti alla “propria casa”, quella in cui rifugiarsi. Il mutamento percettivo che in questa storia si coglie potrebbe anche andare nel senso delle misure. Tuttavia generando un rischio sanitario, speriamo non tale da alterare gli andamenti, ma che preoccupa oggi per il risvolto da molti segnalato di territori – in particolare al sud – che hanno un’infrastruttura di contrasto sanitario del tutto insufficiente. Morale, sono stati proprio i presidenti delle Regioni meridionali ad alzare la voce contro i loro ragazzi precipitosamente rientrati.

La seconda è, appunto, la storia dell’intero Paese.

Sempre sabato esce in rete una tabella sostanzialmente nuova. Questa.

Nessuna descrizione della foto disponibile.

La rilancio sempre in rete con pochissime righe di accompagnamento: “Il quadro nazionale va prendendo dimensioni che fanno dell’Italia una comunità che deve assumere il più unitariamente possibile percezione, comprensione, reazione e organizzazione”. E vedo che questo cenno compatta nord e sud, incontra un sentimento rabbonito rispetto ai toni dei primi giorni e al rovesciamento un po’ abbaiato del vecchio stigma nordico nei confronti dei “terroni”. Lentamente la cartina “unitaria” assumerà anche un profilo europeo, già evidente.  

Per capire la velocità delle dinamiche si aggiunge qui la tabella realizzata dalla Protezione Civile il giorno dopo, ossia oggi 8 marzo.

La terza storia è quella degli ospedali che vedono la soglia del collasso.

Qui emerge a forza la lettera dell’Associazione degli Anestesisti al presidente della Regione Lombardia Fontana. Divenuta “comunicazione pubblica”, per il suo dirompente contenuto: “In assenza di tempestive decisioni saremo costretti ad affrontare un evento che potremo solo qualificare come una disastrosa calamità sanitaria”. In relazione a cui, infatti, la Società italiana di anestesia, rianimazione e terapia intensiva ha accompagnato un documento tecnico in cui scrive che “può rendersi necessario porre un limite di età all’ingresso in terapia intensiva; non si tratta di compiere scelte meramente di valore, ma di riservare risorse che potrebbero essere scarsissime a chi ha in primis più probabilità di sopravvivenza“.

Nella rassegna stampa di oggi la dominante d’ansia dei giorni scorsi emerge meglio. Più del 60% dei contagiati è già ricoverato negli ospedali. L’11% è nei reparti di terapia intensiva. Ogni due giorni e mezzo raddoppiano i contagi. La spinta alla “differenziazione sociale” – che nel DPCM di questa notte viene chiamata con più chiarezza “distanza di sicurezza interpersonale” – ha qui una delle sue forti motivazioni. Rallentare processi inevitabili e dare un po’ di tempo in più per la riorganizzazione di spazi complementari al fine di non dover escludere dai ricoveri ospedalieri malati per altre patologie, che già in questi giorni cominciano ad essere abbondantemente rifiutati. Il rafforzamento degli organici sanitari di 20 mila unità (per ora) è già una conseguenza rigenerativa della crisi in atto. Non senza segnalare che – a fronte della violenza (anche potenziale) dell’epidemia, c’è una “disponibilità di assistenza” dei medici che mette in subordine l’appartenenza alla specializzazione. Medici e basta. Basta per un primo soccorso. Una piccola inversione di tendenza rispetto alla frammentazione disciplinare della categoria.

Ma per tornare alla lettera degli anestesisti, che segnala la difficoltà di fronteggiamento che ha l’Italia ma che in verità hanno tutti i paesi, il nostro Osservatorio ha interpellato il sociologo Nadio Delai. Dice: “Già succede regolarmente con i trapianti. I paesi nordici hanno già fatto questo genere di scelte. Gli anziani vengono scalati spesso. E, insomma, è già in atto il rapido riepilogo che i sanitari fanno interpretando non solo gli aspetti clinici ma anche il rapporto tra l’età e la condizione morale dei pazienti in ordine alla loro motivazione di vita, alla loro voglia di vivere”. E aggiunge: “I media vanno a volte su una retorica difesa degli anziani, di tipo populista. Sul tema ho sentito la posizione di Enrico Mentana in questi giorni. Ma quando gli spazi si stringono, è inevitabile che si ponga una questione di scelta. Distinguendo la legittimità di ogni posizione delle famiglie rispetto alle posizioni necessariamente macro, come è quella della associazione degli anestesisti”.

La lettera degli anestesisti è oggetto di un editoriale sul Messaggero oggi dell’ex–magistrato Carlo Nordio. Che così scrive: “Sembra conformarsi a quelle tragiche opzioni emergenziali ben note dopo le battaglie, quando i feriti venivano divisi in due gruppi: ai primi una dose di morfina per il dolore, ai secondi (i più gravi) due dosi per l’eternità”. Poi svolge varie considerazioni, tra cui quelle giuridiche: “Il diritto alla salute è garantito dalla nostra Costituzione a tutti indistintamente. In realtà si tratta di una formulazione imperfetta e vagamente ideale. Perché la salute come la felicità dipende dagli dei o dalla nostra condotta. Nessuna autorità può assicurarla”. Alla fin dell’analisi, il realismo: “Se il numero dei pazienti supera quello dei letti e dei respiratori nessuno può fare miracoli. Si possono solo fare selezioni dolorose, come i chirurghi sui campi di battaglia”. E alla fine un rimprovero perché non ha previsto questo genere di crisi ponendo per tempo problemi di prevenzione. Inutile dire che la questione ha un suo risvolto sociale importante: chi ha risorse e chi non le ha, sanità pubblica e sanità privata, chi viene potenzialmente discriminato dalle “selezioni dolorose” e chi può, in altra forma, fronteggiarle.

Intanto esce nel fascicolo domenicale dell’Espresso un’interessante analisi di Emiliano Fittipaldi (A lezione dal virus , 8 marzo 2020), secondo cui invece “gli scienziati avevano previsto la pandemia e già spiegano come dobbiamo prepararci alla prossima” (ma nelle tabelle della John Hopkins School si vede che l’Italia è mal messa nella classifica generale di chi sa affrontare una epidemia infettiva: 56,2 punti con dieci paesi davanti e primi gli Stati Uniti con 83,5 punti).


(fonte:  John Hopkins School -. In L’Espresso, 8.3.2020)

La quarta storia è quella delle raccolte fondi non per la politica ma per le imprese (sanitarie e non).

Siamo abituati a vedere – in tempo di primarie americane, ma da poco usciti anche da elezioni in casa – a mille modi per finanziare bottom up la politica che non ha più fondi copiosi sempre dai cittadini ma con la vecchia gestione “a fondo perduto” dello Stato. Così che vedere in campo ricchi e poveri, insomma cittadini abbienti e cittadini di buona volontà, che convergono sull’idea di generare risorse finanziarie popolari e diffuse per la sanità e per le imprese. La comunicazione porta tutto in evidenza. Il noto influencer Tommaso Zorzi, tra i dominatori di Instagram, spinge donatori da 5 e 10 € a fare risultati ogni ora a favore della Croce Rossa. Tronchetti Provera, dice Repubblica, promuove un network per dare risorse dirette al Sacco. Il presidente delle banche italiane Patuelli, lancia la campagna della moratoria per i debiti delle imprese per almeno un anno. Giorgio Armani dona 1 milione e 250mila euro agli ospedali Luigi Sacco, San Raffaele e Istituto dei Tumori di Milano, all’Istituto Spallanzani di Roma e a supporto dell’attività della protezione civile. Eccetera.

Una quinta storia, quella che tocca il bisogno di identità nazionale, partendo da mezza Italia che ha storpiato il tema e l’altra mezza che ha dimenticato le storie che lo nutrono.

Oggi ripartono gli editoriali e le note di opinione sulla materia che forse sta aprendo il cantiere di come riprendere una narrativa che affronti la delegittimazione internazionale che il caso Coronavirus ha un po’ sollevato, con punte di sciacallaggio che non si può risolvere in pura irritazione psicologica o giornalistica. Sarebbe troppo facile rispondere alle fonti della commiserazione respingente sull’Italia ricordando che la momento dell’esplosione della crisi, con il primo migliaio di casi in Italia, un esponente del governo francese ha convocato una conferenza stampa per dare sfacciatamente un dato, quel giorno un dato vero: “Noi abbiamo un solo paziente”. E oggi anche la Francia vede la sua grave impennata statistica. Ma il nodo “competitivo” è solo una leva. La quesitone vera è quello dei sentimenti collettivi rispetto alla qualità sociale e ambientale che la nostra storia ci ha fatto ereditare. Oscar Farinetti fa in questi giorni – facilmente recuperabile in rete – un commovente e responsabilizzante intervento (anzi una lezione davanti a un grande pubblico) per passare in rassegna le ragioni che ci fanno ancora dire “che culo essere nati in Italia!”. Oggi domenica, svariati editoriali sui grandi media (Eugenio Scalfari su Repubblica, Ernesto Galli della Loggia sul Corriere) riaprono il dossier dei “valori degli italiani” per capire se c’è ancora un capitale simbolico a cui attingere in momenti difficili. “Non è tanto facile ammazzare l’Italia” dice Galli della Loggia, propendendo per una certa resilienza. Scalfari coglie che nella centralizzazione decisionale della crisi l’Italia deve fare in conti con la sua già fragile democrazia. E non rinuncia alla sua lunga abitudine di “suggerire al Principe” (cioè al premier) cosa sarebbe giusto fare: tener conto del gruzzolo morale della Repubblica. E dimostrarlo.


[1] https://www.linkiesta.it/it/blog-post/2020/03/07/conflitti-e-coronavirus-rimodulate-regole-non-affermato-pensierounico/28846/

[2] https://www.iulm.it/it/sites/osservatorio-comunicazione-in-tempo-di-crisi/comunicare-in-tempo-di-crisi

[3] https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2020/03/08/20A01522/sg

[4] https://www.facebook.com/notes/rivista-italiana-di-comunicazione-pubblica/decreto-del-presidente-del-consiglio-dei-ministri-8-marzo-2020/3196807810337887/


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