Walter Tobagi nato a Spoleto il 18.3.1947, assassinato dai terroristi il 28.5.1980 a Milano. In ricordo personale.

Il 28 maggio 1980 – 40 anni fa – Walter Tobagi, giornalista del Corriere della Sera, alle 11 della mattina viene assassinato a Milano in via Salaino, zona Solari, nella vicinanza della sua casa, da un commando terroristico denominato Brigata XXVIII marzo composto da Marco Barbone, Paolo Morandini, Mario Marano, Francesco Giordano, Daniele Laus e Manfredo De Stefano, in buona parte figli della borghesia milanese, due dei quali – Barbone e Morandini – figli di noti operatori dell’ambiente giornalistico-editoriale, un gruppo di estremisti che perseguì quel crimine anche nello scopo di accreditarsi con le Brigate Rosse. A sparare furono Mario Marano e Marco Barbone.

In occasione del quarantennale di quel tragico evento, Luigi Covatta, direttore della rivista socialista Mondoperaio – nel ricordo più ampio da parte della famiglia culturale e politica alla quale Tobagi appartenne, con convincimento politico e sindacale – ha scritto una nota di memoria e ha chiesto a collaboratori della rivista che ebbero un rapporto personale significativo con Walter Tobagi di rievocare la sua figura.

Questa che segue è la nota scritta da Luigi Covatta, a cui fa seguito il mio testo, per altro scritto nel 2005, in occasione della posa della targa del Comune di Milano in via Salaino dopo 25 anni dalla morte di Tobagi e poi pubblicato nel 2008 nella raccolta dei miei “scritti civili” Quarantotto- Argomenti per un bilancio generazionale, edito da Bompiani.

Tobagi quarant’anni dopo
Luigi Covatta

Il 28 maggio di quarant’anni fa veniva assassinato Walter Tobagi. Ad ucciderlo furono alcuni ragazzi della Milano bene la cui massima aspirazione era quella di essere arruolati nelle Brigate rosse: le quali
evidentemente godevano ancora di un notevole appeal, nonostante la retorica della fermezza con cui, per evitarne il “riconoscimento politico”, l’anno prima democristiani e comunisti avevano sacrificato Aldo Moro
Walter era mio amico. Come me aveva cominciato a scrivere sulla Zanzara, il giornale studentesco del nostro liceo. Poi, una volta assunto all’Avanti! (e poi come redattore di Avvenire), non fece mancare (con lo pseudonimo di Palmiro Fiorelli) la sua collaborazione a Settegiorni e ad Alternativa, i settimanali coi quali, a cavallo fra gli anni ’60 e ’70, cercavamo di superare l’unità politica dei cattolici nell’ambito di una auspicata (e mai realizzata) ristrutturazione della sinistra.
Nel 1978, da inviato del Corriere della Sera al congresso di Torino, mi trasse d’impaccio durante una conferenza stampa in cui cercavo di illustrare i contenuti del Progetto socialista navigando fra le astrazioni ideologiche. “E’ il manifesto della socialdemocraxia”, disse, cogliendo con esemplare sintesi giornalistica i due principali aspetti di quel documento: il definitivo approdo del Psi al socialismo europeo e la sua altrettanto definitiva identificazione con la leadership di Craxi.
Eravamo insieme anche il 7 aprile dell’anno dopo, quando il giudice Calogero pensò di avere debellato le Br con la retata dei “cattivi maestri”: ed insieme manifestammo il nostro scetticismo, anche polemizzando con
i due docenti dell’Università di Padova che erano con noi e che non nascosero un peraltro comprensibile sollievo. Del resto Walter era stato il primo, già nel 1970, a prendere sul serio il terrorismo rosso, pubblicando con Sugarco una Storia del movimento studentesco e dei marxisti-leninisti in Italia: e quindi sapeva che i brigatisti non solo non erano da confondere con i teppisti di Autonomia operaia, ma non erano neanche invincibili samurai, come avrebbe scritto un mese prima di essere ucciso a commento dei successi conseguiti dal generale Dalla Chiesa in seguito al pentimento di Patrizio Peci.
Non fu per questo, comunque, che Walter venne ucciso: fu per il clima infame che si era stabilito nelle redazioni dei giornali da quando aveva osato sfidare il conformismo filocomunista del sindacato dei giornalisti. Una sfida che comunque non venne raccolta come tale, e cioè come stimolo ad un confronto di merito sulle questioni che riguardavano l’esercizio della professione in quella delicata fase di evoluzione del sistema mediatico: ma veniva buttata in caciara politica, rivolgendogli puramente e semplicemente l’accusa di essere “un craxiano”.
L’accusa gli pesava, come mi confidò nell’ultimo incontro che avemmo, un mese prima della sua esecuzione. Non perché rinnegasse la sua simpatia per Craxi: perché lo scandalizzava quel modo di eludere le questioni che aveva messo sul tavolo, e lo spaventava l’odio che vedeva affiorare nel confronto politico.
Quest’anno cade anche il 50° anniversario dello Statuto dei diritti dei lavoratori, una legge concepita da Giacomo Brodolini e varata da Carlo Donat Cattin: un’occasione anche questa per rammaricarsi del compromesso storico che non c’è stato (quello fra socialdemocrazia e cattolicesimo sociale), e per valutare i risultati del compromesso storico che invece c’è stato.

I veri eroi del nuovo pantheon democratico. Walter Tobagi  [1]

Stefano Rolando

Questo ritratto sta negli anni sessanta di questo libro “Quarantotto – con uno strappo narrativo rispetto ai contenuti qui di seguito proposti – perché in quegli anni, sui banchi di due diversi licei o meglio nelle redazioni di due giornali studenteschi gemelli, stringemmo amicizia. Perché in quegli anni nacque in noi ragazzi la passione del giornalismo, che Tobagi tradusse al più presto possibile in professione. E perché il contesto della nostra formazione fu rilevante nel suo magnifico percorso di vita e di lavoro a cui, nel 1980, misero fine coloro che, in fondo, odiavano noi, la nostra formazione e i nostri valori. Queste riflessioni sono del 2005, dopo che su Tobagi quasi tutto era stato scritto. E sono state scritte nel giorno in cui finalmente una lapide con una sua frase fu posta a memoria del luogo prescelto per l’esecuzione. Non avevo ancora letto i recenti memoriali di brigatisti o terroristi, più o meno pentiti, che per aver spezzato una o più vite hanno avuto la immensa ed esagerata possibilità di raccontare la loro vita, di spiegare le loro scelte, di attenuare le loro responsabilità. Qualunque sia stato l’esito giudiziario, la loro responsabilità è scritta nel marmo. Come è scritta nel marmo la frase di Walter Tobagi. Come lo spiega bene, ora con il libro Spingendo più in là la notte, della fine del 2007, Mario Calabresi, giornalista di Repubblica, figlio del commissario Luigi Calabresi, ucciso a Milano il 17 maggio 1972. Nella sola Milano tra il ’71 e l’81 il fatturato del terrorismo sarà di 36 morti e 33 gambizzati.

Per anni non sono riuscito ad andare sul luogo del delitto. Ci sarò passato cento volte accanto, perché dista poco sia da casa mia che dall’università. È un quartiere – quello del parco Solari – della media borghesia milanese, grigiotto, ora abbastanza restaurato, commerciale e trafficato. In cui arrivandoci non in una ora di punta nulla può richiamare la condizione di teatro così violento e crudele. Ci hanno ammazzato vigliaccamente un padre di due creature piccole, un professionista affermato di soli 33 anni, una persona diritta, un giovane con alte passioni civili e una testa, la propria, per ragionare, distinguere, criticare, spiegare e amare.

Ero suo amico dai tempi del liceo, quasi coetaneo. Lui Parini, io Carducci, lui redazione Zanzara io Mister Giosuè, lui cattolico e socialista io repubblicano e poi socialista, lui passato dall’Avanti! all’Avvenire e infine al Corriere della Sera, io – da collaboratore esterno – dall’Avvenire all’Avanti! e infine alla Rai. Lui sempre a Milano, io a Roma da dieci anni.

Per prendere la macchina al garage di via Valparaisio da via Solari (parallela alla via Foppa, dove aveva casa Bettino Craxi), c’è da percorrere una vietta come tante a Milano, case allineate, molte di anteguerra e pochi negozi. È la via Salaino, un altro pittore, di minore fama. Ci sono tornato venticinque anni dopo, nel maggio del 2005 quando il Comune di Milano, l’Ordine dei Giornalisti e la “Lombarda”, che lui presiedeva, gli hanno dedicato una targa. Lì all’inizio della via Salaino, sul marciapiede di sinistra, sotto una pioggia battente, il 28 maggio 1980 Marco Barbone e Mario Marano – mentre Paolo Morandini fa il palo e Manfredi De Stefano è l’autista che raccoglie il manipolo degli assassini mettendolo al sicuro – gli scaricano addosso le loro pistole.

E finisce la vita di Walter Tobagi, uno un po’ speciale, pur se come tanti, coetaneo della Repubblica e della Costituzione, giornalista di ricerca e di analisi, politicamente moderato e riformista. Sindacalmente impegnato e diverso dalla sinistra ideologica che da qualche anno comincia ad inquadrarlo come un nemico. Nemico nelle redazioni e nelle assemblee dove per tutti gli anni settanta dichiarare guerra agli Stati Uniti d’America era il minimo che si doveva fare nella spirale dello scavalcamento a sinistra (sindrome storica dei comunisti diventata nevrosi con il sessantotto).

Nemico per i terroristi, attorno a cui scrisse sistematicamente a partire dal caso Moro e di cui scrisse un mese prima di morire l’ormai famoso articolo sul Corriere “Non sono samurai invincibili”.

Nemico per una diffusa mentalità neo-massimalistica coltivata in tante famiglie borghesi per la quale i genitori si accontentano della loro appartenenza al PCI ma sono orgogliosi dei loro figli aggregati alla modernità rivoluzionaria.

Quelli della Brigata 28 marzo sono appunto i figli di dirigenti di spicco e marcatamente di sinistra dell’editoria milanese (Barbone), di un gruppo petrolifero (Marano) o di giornalisti notissimi (Morandini) che coabitano con la loro dialettica nella famiglia del partito “di lotta e di governo, rivoluzionario e conservatore”, eccetera eccetera, in cui una frangia non irrilevante si colloca nella apparente terra di nessuno del “né con lo Stato né con le Brigate Rosse”. Si capirà presto che quella “terra di nessuno” non esisteva e che anche chi, negli anni, è stato educato al rifiuto sprezzante dei riformisti e della cultura socialdemocratica continuerà – una volta che tutto sarà stato chiarito e spiegato – a parteggiare per Sofri e non per Tobagi.

Quelli della Brigata 28 marzo devono mettere in evidenza platealmente i loro requisiti rivoluzionari per accedere dalla porta principale nelle Brigate Rosse. Marco Barbone dirà: “Una carogna come questo da ammazzare non lo ritroveremo più”. Ci avevano provato con Guido Passalacqua, giornalista di Repubblica riuscendo solo a ferirlo. Poi con il giudice Guido Galli crivellato a morte davanti all’Università Statale perché “appartenente alla frazione riformista e garantista della magistratura”. Si chiamano Brigata 28 marzo perché il 28 marzo del 1980 i reparti del generale Dalla Chiesa fanno secchi a Genova quattro brigatisti di punta della colonna genovese – che viene sterilizzata – tra cui l’omicida del sindacalista del PCI Guido Rossa. I samurai del salotto rivoluzionario milanese (in un clima di stretta, che proprio l’azione dei nuclei speciali di Dalla Chiesa sta producendo in tutto il nord Italia) pensano di investire sulla vendetta.

Aveva dedicato l’ingegno della sua preziosa giovinezza a sgominare i fantasmi della demagogia e dell’irrazionalità”, dirà a caldo Carlo Tognoli, sindaco di Milano. Un obiettivo naturale, per l’inquietudine violenta e irrazionale di un brandello di generazione fuori dalle regole arginate dalla cultura costituzionale.

Leonardo Sciascia non è entrato nella vicenda specifica della guerra tra la sinistra riformista e quella massimalista (che è una guerra che dura per tutto il Novecento e che ha fatto morti come una guerra vera, educando al sospetto e alla cultura della trama generazioni dopo generazioni) ma entra nel merito di una cultura criminale, dicendo “L’hanno ammazzato perché aveva metodo”.

Ma sono Indro Montanelli, Giorgio Bocca, Massimo Fini, Giampaolo Pansa, a cogliere il senso assurdo – perché ormai senza una qualche legittimità di contesto, come fu la guerra di liberazione – di una prolungata guerra civile, di uno scontro culturale tra due blocchi della sinistra e della stessa borghesia.

Ha scritto Indro Montanelli: “Il PCI, lo si è detto, esitò a lungo prima di prendere una posizione risoluta contro il terrorismo, nel timore di parere reazionario e amico dei padroni. Il sindacato fu anch’esso perplesso e ambiguo[2]. Giorgio Bocca (citato dallo stesso Montanelli) a proposito del sindacato dice: “Sa che l’ideologia e i metodi dei terroristi derivano in parte dai metodi e dalle ideologie delle lotte operaie. Certo c’è differenza ora tra il picchettaggio duro e lo sparare all’avversario di classe, ma è difficile dire dove finisce l’illecito e comincia ad essere terrorismo[3].

Ha detto con precisione lapidaria Massimo Fini – che insieme a Franco Abruzzo e a Walter Tobagi aveva rappresentato discontinuità rispetto alla linea filocomunista in seno al sindacato dei giornalisti – che “Tobagi non fu ucciso da dei veri terroristi, fortemente anche se malamente motivati, alla Curcio o alla Franceschini, ma da dei figli di papà male educati, che avevano perso completamente il senso delle cose per mano dei loro genitori che fino al giorno prima (e per la verità anche dopo) avevano coccolato e vezzeggiato quei loro pargoli tanto “rivoluzionari” di cui andavano orgogliosi[4].

Giampaolo Pansa – nel suo percorso di riesame degli equivoci della “sinistra ideologica italiana” – ha scritto: “Tobagi sul tema del terrorismo non ha mai strillato. Però pur nello sforzo di capire le retrovie e di non confondere i capi con i gregari era un avversario rigoroso. Il terrorismo era tutto il contrario della sua cristianità e del suo socialismo[5].

Anche il nome di Leo Valiani (l’uomo che Sandro Pertini considerava dotato di maggiore coraggio fisico, insieme a Giancarlo Pajetta, in tutto il gruppo dirigente della resistenza italiana) era stato trovato in un elenco di una quarantina di persone in vista, “giustiziabili” dai terroristi dei “Reparti Comunisti d’Attacco” dopo l’assassinio del giudice Emilio Alessandrini, insieme a quello di Franco Abruzzo e di Walter Tobagi. Ed è Leo Valiani (il procuratore capo della Repubblica Mauro Gresti dirà che Tobagi e Abruzzo erano più esposti perché “Valiani vive oggi da clandestino come nel ’43-’45”) a fare questa riflessione: “L’Italia repubblicana non ha fatto, sotto i colpi del terrorismo, la stessa fine dell’Italia liberale sotto i colpi dello squadrismo. I politici, i sindacalisti, i magistrati, i poliziotti ed i carabinieri, i giornalisti, e le grandi masse del paese, hanno imparato qualche cosa dall’amara esperienza del primo dopoguerra. Se hanno saputo difendere la repubblica, lo si deve anche ad uomini come Tobagi ed al loro sacrificio. Buono, generoso quale era, se fosse rimasto in vita, Tobagi non se ne vanterebbe. Ma noi gli dobbiamo sempre un accorato omaggio[6].

Quando eravamo al liceo ci conoscemmo attorno al marzo del 1965. Lui stava nella redazione della Zanzara organo degli studenti del Parini, che era diretto quell’anno da Stefano Magistretti. Io a mia volta dirigevo la redazione del Mister Giosuè, che vantava la sua nascita proprio negli anni della Resistenza. Così le due redazioni – che stampavano il giornale dalla stessa tipografia in via Boscovich della signora Aurelia Terzaghi – decisero di fare un numero unico, con due testate distinte, per il ventennale della Resistenza, cioè per il 25 aprile del 1965. Walter scrisse due articoli importanti: un’inchiesta sulla conoscenza degli studenti di quel periodo storico e un’intervista al giornalista ex partigiano allora più noto a Milano, Giorgio Bocca.

Grazie a quella vicenda, rimanemmo amici nel passaggio dal liceo all’università. Entrambi alla Statale, lui a Lettere (che ricordo, quando lo annunciò sottovoce, ci sembrò una scelta in linea con la sua mitezza ma anche con il suo bisogno, espresso nei suoi articoli del liceo, di comprendere in primis i processi culturali), io a Scienze Politiche. Fu lui a dire una parola di introduzione a Leonardo Valente – direttore di Avvenire – che favorì la pubblicazione dei miei primi articoli significativi. E avendo compiuto il mio ingresso a ventidue anni proprio nell’Ordine dei giornalisti e proprio nella “Lombarda” grazie alle pubblicazioni costanti sulla stampa cattolica italiana (sia Avvenire che Settegiorni, diretto da Orfei e Pratesi, occupandomi di diritti umani, di politica internazionale e di America latina in particolare), lo raccontai con fierezza a Walter durante un “panino” nell’iperaffollato bar della Statale, che se ne uscì in una grande risata dicendomi che il pubblico del giornale (lui era già all’Informazione) mi considerava uno stagionato esperto di America latina, forse un diplomatico di lungo corso; e che non lo avrebbe detto a nessuno che ero invece uno studente formato nelle file dei laicissimi repubblicani. Era la passione per il giornalismo a rendere forse più importante le cose che scrivevamo rispetto a dove avevamo l’opportunità di scriverle.

Poi Roma e Milano, qualche diradazione. Sono i miei amici socialisti a tenere con lui un legame stretto, Ugo Finetti a Milano e Claudio Martelli a Roma. Saranno loro a scrivere le parole più addolorate subito dopo quel maledetto 28 maggio (Martelli ci tornerà su ampiamente con un programma televisivo nel 2004 centrato su un’intervista a Marco Barbone). La scelta del PSI per me arriva nel momento della maggiore crisi di quel partito, dopo le elezioni del 1976, quando si tocca elettoralmente il fondo. Ma si capisce che, occupando lo spazio politico “più giusto”, solo combattendo per le proprie idee si potrà risalire la corrente. È la prospettiva degli “autonomisti”. Fu la mia. Fu quella di Walter Tobagi, anche da prima. Lui la praticò – per dirla con Sciascia – “con metodo”. Fino a lavorare sul sistema del terrorismo, non cedendo di un millimetro là dove la confusione dei giovani postsessantottini e di tanti adulti, cercava di tenere dentro il proprio perimetro politico anche i percorsi dei “compagni che sbagliano”.

Ci incontrammo a Venezia in occasione di un convegno sull’informazione promosso dalla Fondazione Rizzoli nel giugno del 1979[7]. Lui giornalista-sindacalista (e curatore di quell’evento), io dirigente della Rai, in rappresentanza di Paolo Grassi di cui ero l’assistente. Se ricordo bene il convegno avveniva a Palazzo Grassi. E ci dedicammo un po’ di tempo all’intervallo, passeggiando nelle calli circostanti. Quello che mi disse Walter – un anno prima della tragedia – non l’ho ritrovato da nessuna parte, né sui resoconti, né sui libri che hanno raccontato il caso. Mi disse: “Adesso basta, di raccontare i fatti, gli eventi, i morti, i comunicati deliranti. Io adesso mi metto a studiare l’economia delle BR, mi metto a capire da dove prendono i soldi, come funziona il sistema di interessi che ci deve essere dietro”. Ho sempre pensato che un’intenzione così sia dovuta filtrare in un mondo che lo pedinava per strada, che lo registrava ai convegni, che lo rubricava in tutte le sue mobilissime attività.

Oggi – quasi trent’anni dopo – penso che il tributo pagato dai riformisti italiani alla guerra innescata dai terroristi di estrema sinistra, pagato dai tanti che hanno scelto concretamente la via del cambiamento graduale possibile per sconfiggere la via del cambiamento assoluto predicato astrattamente, ha nell’arco che va dall’assassinio di Walter Tobagi all’assassinio di Marco Biagi un percorso inequivoco che deve essere scelto, nel rinnovamento della politica italiana come l’unico pantheon accettabile per parlare dei problemi d’oggi con i profili simbolici di veri eroi che hanno avuto attorno a quei problemi il maggior coraggio possibile, il “coraggio della ragione[8] .

Dopo quasi trent’anni – a proposito – Marco Barbone, dopo miti pene e pochissima prigione, lavora nel settore editoriale, si dice essendosi avvicinato alle posizioni di Comunione e Liberazione. Mario Marano – per essersi pentito solo tra il primo e il secondo grado – ha scontato qualcosina in più, è naturalmente libero e, ha dichiarato lui stesso, “con una visione cristiana della vita”. Paolo Morandini – pochissima galera – vive a Cuba. Manfredi De Stefano è morto in carcere a Udine nel 1984. Gli altri sono da tempo fuori dai guai[9]. Quando scarcerarono gli assassini di Tobagi Bettino Craxi era a Palazzo Chigi. Lasciò l’edificio e si trasferì a via del Corso per dettare da lì alla stampa, con la libertà di uomo di parte, tutta l’indignazione per la magistratura che aveva accolto le inaudite domande dei difensori.

Sulla lapide posta a memoria, allo sbocco di una via di Milano troppo tranquilla che rende dunque quella lapide in sé oggetto di scandalo, c’è una frase tratta dalla vita privata di Walter Tobagi, una lettera a sua moglie Stella. Si vedrà cosa voglio dire quando cerco di sottolineare quanto la propria vita, la propria famiglia, la propria intimità, per alcuni di coloro che hanno avuto la grazia di nascere nella pace e nella tenace ricostruzione dell’immediato dopoguerra, si mescola profondamente con il sentimento della collettività.

Anche nel pensiero che in quel sentimento ci siano drammi. E per Walter il dramma della negazione stessa della pace e della vita: “… al lavoro affannoso di questi mesi va data una ragione, che io avverto molto forte: è la ragione di una persona che si sente intellettualmente onesta, libera e indipendente e cerca di capire perché si è arrivati a questo punto di lacerazione sociale, di disprezzo dei valori umani (…) per contribuire a quella ricerca ideologica che mi pare preliminare per qualsiasi mutamento, miglioramento nei comportamenti collettivi”. (W. Tobagi, dicembre 1978)


[1] Questo brano, con questo titolo, è stato pubblicato dodici anni fa nel libro: Stefano Rolando, Quarantotto – Argomenti per un bilancio generazionale, Bompiani, 2008.

[2] Indro Montanelli, Mario Cervi, Milano ventesimo secolo, Rizzoli, 1990.

[3] Giorgio Bocca, Noi terroristi, Garzanti, 1985.

[4] Intervista di Daniele Biacchessi a Massimo Fini in Giallo e Nero (Radio 24, 2005).

[5] Giampaolo Pansa, citato da Carlo Carotti in “La Rivisteria”, 152, dicembre 2005, p. 18-29

[6]Leo Valiani, “Perché lui?”, in Testimone scomodo. Walter Tobagi – Scritti scelti 1975-80.

[7] Fondazione Rizzoli, convegno sul tema Il giornale e il non-lettore (Venezia, 15-17 giugno 1979), atti a cura di Walter Tobagi e Carlo Remeny, editi da Sansoni nel 1981

[8] Il coraggio della ragione è il titolo di un libro distribuito nel 1980 da Sugar.co, curato da Gianluigi Da Rold e introdotto da Ugo Finetti, per raccogliere e rendere noti i più significativi articoli di Walter Tobagi dal 1964 al 1980 (il libro è ormai introvabile, sono grato a Carlo Tognoli che avendone io presa in mano nel suo studiolo di via dei Bossi una copia non ha esitato a regalarmela).

[9] Sull’assassinio di Walter Tobagi torna nel 2005 Daniele Biacchessi, giornalista milanese di Radio 24, ricostruendo eventi e contesti. Walter Tobagi. Morte di un giornalista, Baldini Castoldi Dalai editore.

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