Discorsi interrotti

Un’opinione chiesta da Corriere della Sera-Milano (15.6.2020)

Stefano Rolando

Foto di Gaia Menchicchi (Linkiesta, 6.5.2020)

L’isolamento fisico individuale ha fatto emergere memorie e cose anche più recenti che riguardano la nostra città, che hanno il carattere di “discorsi interrotti”.

Intanto perché la brutalità dell’epidemia li ha interrotti. I numeri ci hanno obbligato a uno stupore attonito, soprattutto per chi ha tracce in amici e conoscenti di dolorosi congedi. Ma in quei “discorsi interrotti” c’è anche un’idea di fondo del percorso di Milano. Abbiamo la necessità di capire cosa ci porteremo dietro il giorno in cui la città tirerà su davvero la claire. E anche cosa non ci porteremo più dietro.

Questo esercizio lo si è chiamato “brand”, da non confondere con le griffe e con gli aperitivi. Contro cui non si deve avere nulla. Ma questa è una partita in cui, nell’immediato, c’è poco da vendere o da comprare. Casomai c’è da vedere – come per i corredi rimasti in soffitta – in cosa consiste il bagaglio della “ripartenza” e cosa è meglio lasciare lì, in quella soffitta, diventata magari il luogo delle cose con significati cambiati. Non è un esercizio retorico. E neanche ingenuo. Una volta si sarebbe detto “politico”.

Ci saranno idee diverse. Ci saranno traguardi diversi. In campo ci dovrebbe essere non solo la politica, ma impresa, cultura, soggetti sociali, reti di conoscenza, media. A patto che gli eventi scaldino l’impegno pubblico non solo a parole.

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