Congedi. Arrigo Levi 1926-2020 – “I fatti sono fatti, se non sono quello che tu vorresti che fossero, peggio per te”.

Stefano Rolando

Ad Arrigo Levi l’Università IULM conferì la Laurea Honoris Causa in Scienze e Tecnologie della Comunicazione, il 13 dicembre 2004.

In quell’anno le scelte dell’ateneo andarono verso figure (appunto come Arrigo Levi e come Giuseppe De Rita) che, consistendo mirabilmente nel loro specifico professionale, avevano speso parti importanti della loro vita a migliorare il rapporto tra istituzioni e società.

Per questo ebbi l’onore di leggere questa motivazione: ”Arrigo Levi ha contribuito al miglior giornalismo italiano di indagine e di spirito civile legato a grandi nodi della politica internazionale. E a lui si deve anche una frequentissima attività di connessione tra sistema dell’informazione, soggetti politici ai più alti livelli di rappresentatività e studiosi compiuto in qualificate sedi di dibattito e di ricerca tese al miglioramento dell’internazionalizzazione del nostro Paese. La sua scrittura di recente ha toccato temi rilevanti di riflessione sulla condizione umana: l’età, la memoria, e la ricerca spirituale. Per questi ineguagliabili contributi viene conferita la Laurea Honoris Causa in Scienze e Tecnologie della Comunicazione ad Arrigo Levi”.

Arrigo Levi, nel suo intervento in Aula Magna IULM quel giorno, dopo aver ricordato l’anniversario dei 60 anni del suo primo articolo siglato su un giornale stampato a Buenos Aires, aveva parlato del profilo etico di un giornalista davanti a un evento che deve raccontare. Dicendo, a proposito dell’obiettività giornalistica, che “non c’è nulla di male se il giornalista è spinto dalla passione e se raccontando i fatti li giudica con il metro delle sue ambizioni, dei suoi sogni, dei suoi interessi profondi di uomo del suo tempo». Con questa conclusione: “Attenzione però l’ispirazione, i sogni, la passione se deve guidare la ricerca, se deve aiutare a capire ciò che si vede, non deve distorcere il giudizio, il resoconto, la rappresentazione dell’evento. I fatti sono fatti, se non sono quello che tu vorresti che fossero, peggio per te, i fatti hanno sempre ragione. Il giornalista non deve piegarli a quello che vorrebbe che fossero”.

Arrigo Levi era nato a Modena il 17 luglio 1926 da famiglia ebraica. Il padre, Enzo Levi, era stato l’avvocato che aveva redatto l’accordo fondativo della Ferrari. Emigrato con la famiglia a causa delle leggi razziali in Argentina iniziò a fare il giornalista in Italia Libera!, giornale antifascista della comunità italiana di Buenos Aires. Tornò in Italia in tempo per votare al referendum costituzionale del 1946. Riprese gli studi e si laureò in Filosofia a Bologna, scrivendo per giornali e riviste di impegno civile e politico come Unità Democratica di Guglielmo Zucconi e come Critica Sociale di Ugo Guido Mondolfo. Nel 1948 andò in Palestina a combattere come volontario nella guerra di indipendenza israeliana: seconda compagnia del Genio della Brigata del Negev. Poi alla BBC, per alcuni anni. Corrispondente della Gazzetta del Popolo, entrò nell’orbita del Corriere della Sera nel 1953 diventando nel 1960 corrispondente da Mosca del quotidiano milanese. Nel 1966 passò al Telegiornale della Rai. Tra il 1969 e il 1973 alla Stampa, diventandone poi il direttore fino al 1978 (nel 1977 il suo vice Carlo Casalegno fu assassinato dalle Brigate Rosse). Torna alla fine degli anni ’70 ai rapporti con la stampa internazionale curando la rubrica di problemi internazionali del Times. Poi molta tv, con costante attenzione per le dinamiche della Russia e del comunismo. Ma altresì sempre vivamente interessato ai temi mediorientali. Dagli anni ’90 prende spazio la sua saggistica, largamente dedicata ai problemi di politica internazionale ma anche a questioni vita e pensiero. Dedica libri-intervista a figure rilevanti del tempo, da Gianni Agnelli e Carlo Azeglio Ciampi. Dal 1998, con Ciampi e poi con Napolitano, per 15 anni è al Quirinale come consigliere per le relazioni esterne, con una tessitura quotidiana che ha riguardato professioni, istituzioni, associazioni e fondazioni impegnate nel dibattito pubblico.

E nel cui quadro ero sempre ammirato dell’ampiezza del suo radar cognitivo e tematico e della sua militanza morale a sostegno dei valori repubblicani.

Giorgio Calcagno ricorda oggi sulla Stampa un suo piccolo libro a cui, passati i 70, cominciò a lavorare per fare i conti con gli inesorabili cambiamenti identitari di una vecchiaia a poco a poco guardata non come “horrenda senectus” ma, grazie a opportuni accorgimenti, come diceva Cicerone, come consapevolezza “iucunda”. Così alla fine intitolando “La vecchiaia può attendere”.

Caso mai alzando la soglia del vaglio critico circa il nostro tempo: “Sono diventato più intollerante verso certe cose di bassa qualità, verso la sciatteria della scrittura, verso le reazioni demagogiche delle mode”.

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