Lettere dalla Merica n. 4/2020 – USA, il ritorno alla “normalità”. Ma quale?

Paolo Giacomoni

Nell’agosto del 1943, a meno di un mese dalla caduta del fascismo, Luigi Einaudi scriveva un articolo dal titolo “Heri dicebamus” in cui riprendeva un discorso di politica economica, che era stato interrotto nel 1925 con l’allontanamento dal governo di Luigi Albertini, ultimo oppositore del fascismo in parlamento.

L’articolo parla delle illusioni legate alla politica inflazionistica messa in atto nel 1918 e si estende a quanto si rischierebbe di fare nel 1943, ma è stato rimproverato al futuro presidente della Repubblica Italiana, di aver considerato, con quell’ ” Heri” , che il fascismo non fosse stato altro che una sgradevole parentesi nella storia italiana e di aver trascurato tutti i rivolgimenti sociali e culturali avvenuti in Italia e in Europa dopo la fine della prima guerra mondiale. Gli fu anche rimproverato di aver considerato “normali” gli anni dell’avvento del trionfo del fascismo.

In modo analogo si può rimproverare ai corifei del partito democratico qui negli USA, di chiedere e magari annunciare, con la vittoria di Biden, un ritorno alla “normalità”, come se fosse stata “normale” la situazione del 2016, in cui i due candidati espressi dal Paese per la corsa alla Presidenza erano da un lato, una vaginocrate guerrafondaia convinta che la presidenziale spettasse per diritto divino e dall’altro, un affarista analfabeta che in paesi come la Francia, e magari anche in Italia, sarebbe in prigione per bancarotta fraudolenta.

E di sicuro non si possono considerare i quattro anni passati sotto Trump come una parentesi sgradevole della storia americana (ammesso e non concesso che Trump non sia rieletto!).

Infatti la Presidenza Trump ha fatto cadere, con più efficacia di quanto non fece la guerra fredda, la foglia di fico che nascondeva la realtà americana, e sarà difficile per Biden ricostruire una politica internazionale fondata sul mito dell’America che portala democrazia nel mondo.

E poi una Presidenza Biden si troverà di fronte gli alleati della sinistra socialdemocratica, come Sanders e Ocasio Cortez, che premeranno per ottenere vere riforme: dell’assistenza sanitaria, della legislazione “criminale”, dell’infrastruttura stradale, della produzione di energia, delle imposte sul reddito, del comportamento dei cittadini di fronte alla pandemia…

Questi compiti saranno gravosi ma non impossibili da assolvere.

E si può anche sperare che questa azione riformatrice metta in secondo piano, e magari lo lasci spegnersi, quel movimento intellettuale che rischia di condurre la nuova realtà americana verso numerosi disastri sul piano culturale e scientifico.

Se ciò non accadesse, la perpetua autoflagellazione praticata da una certa ala “liberal” a causa delle colpe imputate all’umanità occidentale, passando dai greci ai romani  ai vichinghi (lo sapevate che i vichinghi avevano gli schiavi anche loro?) e viavai agli inglesi e agli spagnoli e ai cattivissimi nord-americani e ai loro alleati (lo sapevate che Enrico Fermi era anti-femminista? e che Franklin D. Roosevelt era anti-semita?) , unita all’endemica carenza scolastica nell’insegnamento della storia (chi è che diceva che del Foscolo ce ne possiamo fregare?), rischia di risolversi in una situazione in cui i cittadini non avranno riferimenti culturali comuni, rendendo il dialogo impossibile. Aggiungiamo il politically correct e finiremo con l’imposizione di una pesantissima autocensura in un sistema in cui tutti potranno dire qualunque cosa ma in cui il dibattito critico verrà reso impossibile.

Come dire che anche nel campo accademico il ruolo essenziale dell’ “advocatus diaboli” verrà emasculato (ah, ancora una parola che non piace alle femministe) ogniqualvolta l’oggetto delle critiche sarà un lavoro realizzato da un  membro di una minoranza protetta, etnica,  XX-cromosomica o LGBTQ.

E per finire ci sarà quello che io chiamo il fiorire della scienza opinabile, in cui l’esistenza di dati sperimentali a sostegno di una tesi sarà un optional. Ne voglio come esempio la recente pubblicazione di un libro “Smellosophy: what the nose tells the mind” in cui l’autrice A.S.Barwich sostanzialmente dice che la nostra reazione all’odore ha più a che fare con noi che con l’odore stesso. Vedete un po’ fin dove questa conclusione può spingersi!

Viene in mente l’orazione funebre pronunciata dal Prof. Criscini in onore del compianto linguista Ugo Angelo Canello, alla fine del XIX secolo, in cui l’oratore disse, tra le altre piacevolezze, che il defunto suppliva con le fervida immaginazione alla mancanza di dati.

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