Monitoraggio “Comunicazione e pandemia” (febbraio-agosto 2020). Tre brevi inventari.

Stefano Roloando

Integrazione ad un articolo per la rivista “Relazioni” (Luca Sossella editore)

Primo inventario

Non c’è lo spazio per scendere nei dettagli, ma quelli inventariati nel commenti dell’Osservatorio già a marzo erano di evidenza comune: Salute/Economia (scontro già aperto nella terza settimana della crisi e mai composto); Stato/Regioni (dialettica più volte esplosa, alla fine col dubbio che le competenze istituzionali in materia sanitaria l’avrebbero rialimentata di fronte a ogni ostacolo); Nord/Sud (dualismo costruito sugli stereotipi di sempre e alimentati da chi vive di stereotipo e non di sintesi); Giovani/Anziani (anche qui cercando di proiettare sui gusti di Coronavirus un tema che il mercato del lavoro e della previdenza ha peggiorato di recente); Europa si/Europa no (un’artiglieria sempre meno servibile ma accumulata in anni di lucro politico sul tema); Istituzioni/Partiti (col bisogno dei cittadini di avere rapporti certi con le prime mentre la crisi ha segnalato evanescenza progressiva dei secondi); Media tradizionali /Rete (in parte scontro generazionale, in parte inerzie professionali e di impresa; ma anche ineludibilità tecnologica); Sanità pubblica/Sanità privata (meno nei fatti concreti della cooperazione instaurata, molto nella diatriba politico-mediatica); Lavorare/Non lavorare (in relazione ai dpcm che chiudevano o rubricavano come “servizi indispensabili”); Presente/Futuro (per l’Italia un dualismo di cornice, bravi nelle emergenze pessimi nel progettare il lungo periodo)[1].

Secondo inventario

Un secondo “inventario” (questo a metà aprile) è stato dedicato alla pesatura della valanga mediatica, quella che viene chiamata “flottante notiziabile”. Nel pieno del lockdown le tre aree della totalizzazione informativa distribuivano quasi alla pari notizie e commenti: 35% i temi sanitari (natura e dimensioni del contagio, vicende ospedaliere, caratteri del virus e tema del vaccino); 35% i temi sociali (misure di contenimento, ricadute produttive e occupazionali, ricadute personali e psicologiche), 30% i temi politici (norme, confronto interno, cornice internazionale). In questo equilibrio la “totalizzazione” sui media si è mantenuta fino al giorno della liberazione della cooperante italiana Silvia Romano (avvenuta il 9 maggio, arrivata a Ciampino l’11 maggio), prima notizia che ha avuto la forza di squarciare la sequenza infinita attorno a Covid-19.

Terzo inventario

Il terzo “inventario” ha riguardato la preparazione all’uscita dal lockdown stretto, nella cornice della crescente discussione sui caratteri e le dimensioni del “bazooka europeo”. Ma anche sullo scontro tra “frugali” e cicale”, in sostanza la doppia pressione da nord e da sud che avrebbe potuto trovare un punto di equilibrio solo nel momento della piena assunzione di responsabilità tedesca (non solo Ursula von der Leyen alla Commissione, ma soprattutto Angela Merkel alla guida del Consiglio e quindi del semestre europeo).  Parliamo dunque della fitta sequenza dei fatti connessi in Italia alla cosiddetta “ripartenza”. Una “trovata” comunicativa del capo del governo, il quale aveva avuto un certo successo nella fase uno per avere ottenuto – sia pure con una narrativa vagamente paternalistica – una maggioranza di obbedienza sociale attorno alla non scontata priorità di “stare a casa”. Perché “trovata comunicativa”? Perché nella difficoltà di operare nette scelte sugli orientamenti e di sostenere una complessa polemica con la comunità scientifica attorno alle necessità di riprendere fortemente la produzione, Giuseppe Conte ha tenuto in galleggiamento il paese – e il dibattito pubblico – prima con l’inventario (tecnicamente ben fatto ma nel piatto rigore di voler mostrare che si dava retta a tutti) del “Piano Colao” e poi nella simile gestione degli “Stati generali”, volendo dimostrare che tutti avevano “diritto di parola” anche se quelle parole non erano destinate a disegnare la gerarchia delle priorità e delle scelte. In questo terzo inventario ci sta naturalmente la sequenza dei dpcm, il linguaggio di quei dispositivi (non ci scorderemo mai la confusione definitoria a proposito dei “congiunti”), le fustigazioni dei giuristi (Sabino Cassese in testa) per l’eccesso di ruolo dell’esecutivo e le debolezze costituzionali palesate. Ma è oggi polemica in soffitta, perché di tutta quella fase conta che – piaccia o no – il governo abbia tenuto alla fine la gente a casa. Cosa che ha fatto dire agli operatori che la comunicazione, pur mancando di molte cose, qui ha funzionato.


[1] In Stefano Rolando, Comunicazione pubblica, laboratorio pandemia, ES-Edizioni scientifiche, settembre 2020, questi dualismi sono più argomentati. 

Nel corso dell’articolo in via di pubblicazione sulla rivista “Relazioni” l’autore, per stare nel format, ha dovutro rinunciare anche ad alcune citazioni. Qui riprodotte.

La prima

Citazione ricordata un anno fa da Giovanni Belardelli per porre la questione della comprensione degli accadimenti, ovvero la capacità di cogliere i nessi e non solo le notizie riguardanti “i fatti”. Ciò che dovrebbe sempre più diventare l’obiettivo strategico del rinnovamento della stessa comunicazione pubblica.  Scriveva dunque Belardelli:

Fino a qualche anno fa, la parte della popolazione in grado di discutere di una questione con qualche competenza era sì una minoranza, ma riusciva comunque a contribuire alla discussione pubblica con argomentazioni che, condivisibili o meno, avevano uno spessore, andavano oltre la battuta estemporanea o il tweet. Qualcosa di quelle argomentazioni — si trattasse di un discorso parlamentare, un dibattito in una sezione di partito, un corteo sindacale, un servizio televisivo, l’editoriale di un quotidiano — si diffondeva per mille rivoli nella società influenzando alla fine anche le proverbiali chiacchiere nei «bar dello Sport». Oggi invece abbiamo superato la soglia di guardia, se gli stessi servizi dei Tg sono spesso incentrati sulla semplice riproduzione di un post o di un video dei due vicepresidenti del Consiglio. Se le discussioni politiche – che si tratti dei leader o dei follower poco cambia – riproducono di continuo una banale contrapposizione amico-nemico, dando forma a una realtà parallela e virtuale: secondo alcuni saremmo di fronte a un’invasione dei migranti, secondo altri saremmo invece sommersi da un’onda nera parafascista e così via”.

La seconda

Non direi precisamente che la nostra è una politica per la ripresa – ha detto in una intervista ad hoc per il “Domenicale” dell’Osservatorio a maggio il sociologo Nadio Delai[1] – cioè è difficile leggerci dentro la determinazione alla reattività, alla mobilitazione al lavoro, al sostegno non all’assistenza ma appunto alla produzione. Capisco che devi far sentire di presidiare un welfare funzionante (in Europa con molta minore burocrazia distributiva). Ma il punto di fondo è mettere in moto con furore la necessità di lavorare, non di compilare liste infinite di categorie da sostenere con i bonus. Il punto è di non promuovere la sportellizzazione dell’assistenza”.


[1] Domenicale n. 11 del 24 maggio 2020, nella fase cioè di gestazione delle misure di uscita dalla situazione di stretto lockdown. Nadio Delai è presidente di Ermeneia. E’ stato direttore del Censis, successivamente direttore di Rai 1 e direttore centrale Strategie delle Ferrovie dello Stato.

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