Domani è un altro giorno. Sarà anche un altro giornale?

15.9.2020 – Oggi esce in edicola il quotidiano “Domani” diretto da Stefano Feltri, mentre Coronavirus ha polverizzato un quarto delle copie vendute della stampa italiana, con quindici giovani professionisti al desk che si ispirano all’idea di un giornale digitale che va anche in edicola, che l’editore (Carlo De Benedetti) ha annunciato come “indipendente e liberaldemocratico” e che se la deve vedere con il ripensamento generale di ruolo e di rapporto con il dibattito pubblico di tutta la stampa professionale nel mondo.

La direttrice di L’Indro, quotidiano on line, Margherita Peracchino, mi ha chiesto di commentare questa notizia. Ecco il commento, ispirato al “Domani è un altro giorno, si vedrà” che Ornella Vanoni cantava quaranta anni fa.

Domani è un altro giorno, si vedrà…”, cantava quarant’anni fa Ornella Vanoni.

Voce inconfondibile, per trasmettere la malinconia di una stagione morta e la speranza di una rinascita. Possibile ma per nulla certa.

C’è qualcosa nell’aria di quella canzone, in questa giornata a pandemia ancora in corso, con la scuola con i suoi irrisolti, con un milione di posti di lavoro in crisi, con un governo che vende come “priorità” una finta riforma (il taglio dei parlamentari) a fronte di priorità sotto-valutate e sotto-discusse.

Abbiamo bisogno di parlare, di immaginare, di collocare progetti e narrative attorno alla parola “domani”. Soprattutto lasciando tutto il diritto di parola alle libertà necessarie di una generazione che deve fare di questa parola una bandiera.

E proprio oggi esce –  nell’Italia che ha perso nel lockdown il 25% delle vendite dei suoi quotidiani – un nuovo quotidiano. Che si chiama “Domani”. Diretto da un direttore giovane che ha le spalle coperte da un coraggioso investimento di impresa per mettere una squadra di giovani professionisti all’opera che – uso l’espressione lanciata dall’editore (l’ing. Carlo De Benedetti) – vuol fare un “giornalismo indipendente di ispirazione liberaldemocratica”.

Abbiamo il dovere di salutare con felicità repubblicana questo evento.

Abbiamo il dovere di considerare non banale l’intenzione di potenziare il giornalismo di interpretazione, perché la crisi provocata da Coronavirus (ma anche da decenni di insufficienza civica del sistema Italia) ha posto una nuova domanda di “spiegazione”. Ma ha fatto anche vedere un paese con un terzo abbondante di analfabeti funzionali.

Abbiamo il dovere di non tenere i piedi puntati nelle tipografie e di apprezzare un’impresa editoriale che nasce nella cultura digitale ma non tralascia l’edicola.

Abbiamo il dovere di capire bene se questa linea di cultura politico-civile che si richiama alla tradizione liberaldemocratica ha la rocciosità – sia consentita l’espressione – post-azionista (rocciosità culturale, si capisce, perché  quella elettorale ha già pagato prezzo settanta anni fa);  oppure è un mantello flessibile, che già appartiene a una certa tradizione di giornalismo che si richiama alla borghesia progressista, flessibile perché quando il mercato editoriale si è trovato a ripartire l’esercito dei lettori dell’Unità in rotta sono cominciati i compromessi (chi scrive per invito della brava direttrice di questa testata sul tema di oggi, ha anche il dovere di dichiarare che la pur solo allusiva testata racconta una certa indipendenza più che quella “rocciosità”).

Abbiamo il dovere di leggere la parola “disuguaglianze” nel trattamento della selezione delle notizie. Consapevoli che la visione “liberal” mette un carico di responsabilità a questo trattamento. Non basta “denunciare” bisogna anche sostenere le forme della crescita compatibili a dare risorse per combattere quelle disuguaglianze.

E infine abbiamo il dovere di leggere con grande attenzione ciò che spunta dalle prime dichiarazioni (il direttore Feltri nei giorni scorsi rispondendo a Marco Mancini su FS News) e cioè di un interesse professionale a non considerare chiuso il compito “consegnando e pubblicando i pezzi” ma contribuendo al “dibattito pubblico”. Che è uno dei nodi asfittici oggi di tipo sistemico. Qui – parlo solo per una cosa che conosco un poco – magari intrecciando il nuovo corso dichiarato dal sistema universitario italiano chiamato “public engagement” che ha spunti concreti ma anche remore concrete.

Credo che “Domani” si aspetti lettori che fanno domande.

Nel nostro piccolo è il modo più festoso che immaginiamo per fare auguri sinceri a questa scommessa nel campo dell’editoria.

Ornella Vanoni avrebbe aggiunto: “Si vedrà”.

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