Vince il paese impaurito che ridimensiona la sua voce critica

Stefano Rolando

Testo scritto per il giornale on line L’Indro sulle proiezioni delle ore 20.00

Metà degli italiani non ha votato al referendum. Tra chi ha votato, netta affermazione del sì, 7 a 3.

Nelle sei regioni in competizione – che partivano 3 a destra e 3 a sinistra – il Pd ha perso le Marche ma ha spuntato le due battaglie più difficili, anche se di misura: quella della Toscana e quella della Puglia. Mantenendo il punto in Campania.

Il centro destra è Zaia a valanga con lista autonoma. E’ la Liguria che conferma la giunta Toti uscente che ha retto bene lo shock del Covid e quello del ponte Morandi. Ribalta le Marche (non da poco, dopo 50 anni) con ampio margine: Acquaroli è il segnale della crescita (in generale) di Fratelli d’Italia.

C’è un filo rosso di questi risultati esposti in sintesi?

Proviamo a proporre alcuni argomenti.

  1. Coronavirus ha gettato la sua ombra sulle consultazioni, premiando – dove possibile e appena sensato, dati i candidati in campo – chi ha governato, non chi ha fatto opposizione. Paura e fragilità non sono state la fonte di “cambiamenti” ma la condizione per mantenere il punto di esperienza maturato fino a qui per tirare dritto sul percorso (che tutti vedono difficile) di portare il paese fuori dalla crisi.
  2. Sul referendum ciò premia M5S, confermando l’onda lunga di un sentimento, pur pericoloso, contro la “casta” e di ridimensionamento della politica, perché la gente durante la pandemia ha chiesto “più istituzioni” non “più politica”.
  3. Il Pd esce stretto. Forse anche con incrinature. Ma si è schierato ufficialmente dalla parte del “sì” forse intuendo questo flusso, certo non avendo la certezza di questo esito. Soprattutto non immaginando il 7 a 3. La tenuta della Puglia e soprattutto della Toscana consente di “cantar vittoria” e obbliga M5S a dividere la corona. Quanto al successo di De Luca è rivendicabile, ma si sa che esso è amministrato a Salerno non a Roma.
  4. Salvini morde il freno. Farà qualche acrobazia interpretativa. Non vince. Non perde. Anche se il sud non crede più all’estemporaneo “meridionalismo” degli ultimi tempi (15 punti in meno in Puglia!). Anche se il Veneto permette dichiarazioni di facciata ma pone problemi di equilibri interni. Anche se il risultato di misura in Toscana, se non fosse stato preceduto da spavalderie, potrebbe essere rivendicato come un successo.
  5. Forza Italia, ai margini della politica italiana, ha un’unica speranza. Affidarsi a Mara Carfagna e a un nucleo di resistenza liberale per tentare di marcare l’europeizzazione dei moderati. In qualche sintonia con l’area liberaldemocratica di centrosinistra che esce a coriandoli dagli esiti sia del referendum che delle regionali.
  6. Tuttavia l’area lib-lab (+ Europa, Azione, Italia viva) è l’anima e la colonna sonora di quel 30%, modesto in sé, ma grande per quel segmento frammentato e critico. Non vale il 30% ma lo racconta, lo interpreta, lo incarna. Se si mette in cammino, lento pede, può provare a costruire – relazionandosi di più e raccogliendo anche altri soggetti in cammino, tra cui i Verdi – un progetto italiano che oggi non c’è e che gli esiti del 21 settembre umiliano.
  7. Il governo. E’ più forte e la posizione del premier Conte è naturalmente indicata per attutire la rivendicazione “conflittuale” di meriti tra Pd e 5S, cercando di drenare qualcosa a vantaggio dell’Esecutivo, promuovendo magari un rimpasto per regolare conti e gestire premi e provando a blindare la poltrona dei parlamentari con la prospettiva di costituire la base decisionale per l’elezione del prossimo Capo dello Stato.

Chi ha creduto che il “no” fosse una voce della ragione e un collante dello spirito critico necessario per trovare la base di negoziato interno ed europeo all’altezza delle condizioni di crisi, soprattutto la base per un risveglio della battaglia per la produzione e il lavoro, contro le assistenze, fa i conti con un paese in cui questo “spirito” è minoranza. La maggioranza dei cittadini delega, prende i bonus e le camomille, spera che in cambio di questa condizione addomesticata ci si ricordi – uno per uno, famiglia per famiglia, caseggiato per caseggiato – di un’Italia che non ha fatto colpi di testa e che vuole far passare “a nuttata”.

De Luca, Zaia, Emiliano veglieranno – insieme a Conte e Zingaretti – su questa domanda di pannicelli caldi.

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