Intervento alla tavola rotonda OCSE-Club di Venezia sul futuro della comunicazione pubblica – Parigi webinar 30.9.2020

OCDE – Club of Venice – UK-Government Communication Service

Première réunion du groupe d’experts de l’OCDE sur la communication publique

Discussion des résultats préliminaires à l’enquête de L’OCDE sur la communication publique et le futur de la communication

Réunion en ligne via Zoom, 30 Septembre 2020

Tour de table sur le futur de la communication

Cette session vise à permettre aux participants de partager leurs perspectives sur des domaines d’intérêt pour de futures réunion du réseau et l’orientation à suivre dans le développement de standards et principes pour la communication publique.

Stefano Rolando

Presidente del Club of Venice

Testo predisposto e illustrato in forma sintetica

Pubblicato nelle Note di Rivista italiana di comunicazione pubblica / https://www.facebook.com/notes/rivista-italiana-di-comunicazione-pubblica/intervento-alla-tavola-rotonda-ocseclub-di-venezia-sul-futuro-della-comunicazion/10223198536889029/

Prima di fare riflessioni sul tema delle prospettive future della comunicazione pubblica (intesa come organizzazione istituzionale, come professione, come disciplina  e come cultura civile del nostro tempo) ringrazio – anche a nome di tutta la rete del Club di Venezia – l’OCSE per aver portato in emersione questo tema nell’agenda interna  ed esterna dell’organizzazione nel momento in cui la pandemia porta appunto questo settore del sistema comunicativo e relazionale nella sfera delle questioni strategiche (che non è sempre stato così evidente nel lungo quadro del dopoguerra). In particolare Alessandro Bellantoni (capo dell’unità “Governo aperto” dell’OCSE) che è gradito partecipante alle attività del Club di Venezia. Ringrazio il segretario generale del CdV Vincenzo Le Voci per essersi prodigato nella collaborazione all’evento e Alex Aiken direttore della comunicazione del governo britannico per continuare a volere a tenere stretta l’interlocuzione europea e internazionale in questa materia.

  • Si è parlato di andamento presente e si è parlato di orientamenti alla battaglia pubblica contro la disinformazione e l’infodemia nel quadro della crisi Covid-19. Giusti punti di riferimento per arrivare a parlare della prospettiva futura. I paesi – e in generale le istituzioni anche quelle territoriali –  che hanno a cuore il nesso solidale e di credibilità tra istituzioni e cittadini devono analizzare attentamente l’evoluzione della domanda sociale e dei comportamenti comunicativi pubblici nel quadro della pandemia per proiettare queste analisi sui cambiamenti e le rigenerazioni necessarie per il medio e lungo termine.
  • La società, nella crisi, ha detto: “Più istituzione, più spiegazione, memo propaganda, meno visibilità effimera per la politica. Non è solo per paura che emerge una domanda. E’ per dare basi al programma di ripensamento e rilancio del nostro modello di sviluppo; del nostro quadro in cui crescita e uguaglianza faticano a equilibrarsi; del nostro modello di nazionalismi separati (e anche localismi separati) nel trattare i cittadini.
  • Può anche essere che più istituzione possa significare meno politica. Il che di per sé apre anche a rischi. Ma nel caso della lezione che viene dalla pandemia vuol dire istituzione come garanzia che la politica non si proponga con incompetenza e come fonte in cui la statistica (dato certo) guidi l’informazione rispetto alla sondaggistica (dato percepito). E vuole anche dire – come la riunione OCSE indica – che è il momento di alzare il livello della mission professionale e operativa della comunicazione pubblica per cogliere quali strade sostengono il cambiamento e la rigenerazione.
  • Al termine di un monitoraggio condotto quotidianamente anche sulla stampa internazionale sul rapporto tra comunicazione e crisi (che ha portato ora alla realizzazione del rapporto “Pandemia, laboratorio della comunicazione pubblica che è in uscita) credo di avere raccolto elementi per riassumere in pochi punti le “strade”, ovvero i contenuti che appaiono più rilevanti.

Sono lieto di anticipare in questa occasione questo messaggio perché penso che l’OCSE sia l’organizzazione più sensibile – per il privilegio che accorda alle questioni economiche e sociali – per sviluppare politiche di orientamento delle classi dirigenti.

  • “Più spiegazione” – in generale – vuol dire ora più comunicazione scientifica. Cioè non bisogna pensare che il grande flusso dei virologi in prima serata tv e in prima pagina sia un tampone alle paure. Da far smettere, il giorno dopo i contagi. Ma bisogna creare reti comunicative istituzionali, sociali e mediatiche – che riguardano ovviamente anche la scuola e le università – per portare a regime il processo di divulgazione che spieghi i principali processi di trasformazione patologica del nostro contesto ma anche le principali cognizioni per modificare i comportamenti e costruire contrasto culturale.
  • E’ stato spesso penoso durante la pandemia vedere che il dialogo tra comunità scientifica e comunità economica è stato più regolato dal lobbismo rispetto al decisore legislativo che rispetto all’equilibrio delle loro rispettive ragioni. Questo equilibrio fa parte di una tessitura quotidiana di iniziative, di rapporti, di comprensione reciproca millimetrale. Sia condotto da istituzioni che da imprese, sia dal pubblico che dal privato, questo campo è per eccellenza un campo di comunicazione pubblica in cui si devono misurare gli operatori, alzando il livello della loro missione attuale di semplice informazione ai cittadini.
  • L’obiettivo della lotta all’analfabetismo funzionale è il terzo snodo di questo rialzo di livello della mission. In alcuni paesi la soglia è altissima. Con dolore dico che l’Italia è nei punti bassi della classifica. Ma dico di più: l’OCSE tiene conto soprattutto dei dati della scolarizzazione. Bisogna vedere il rapporto reale di parti sociali che sono scolarizzate ma poi non in condizioni di leggere una pagina di giornale, di capire una parola di quello che stiamo dicendo oggi, di capire non tanto una notizia ma il nesso tra le notizie (e qui c’è anche un tema grande come una casa, che riguarda il rapporto dei giovani e giovanissimi con la rete). E’ evidente che l’aggressione delle fake news è tanto maggiore quanto più ampia è la platea della loro “ricevibilità”.

Mi limito a questi snodi. Ma ricordando che ci sono due trasversalità connesse che sono altrettanto importanti:

  • La prima riguarda la riqualificazione della materia nei processi disciplinari (ricerca) e formativi (didattica), dove poggi c’è una geografia sregolata, un tendenziale ritardo dell’insegnamento, una prevalenza della formazione tecnica rispetto all’inquadramento teorico (cioè valoriale, giuridico, economico, sociologico e politologico della materia)
  • La seconda riguarda il ridisegno delle professionalità verso modelli più armonizzati nei paesi dell’area delle democrazie liberali e di mercato. Perché al servizio di modelli di relazione pubblico-privato che sono diversi da quelli della comunicazione pubblica delle nazioni a guida autoritaria.

Serve un maggiore ruolo strategico della comunicazione pubblica nella governance” ha detto Alessandro Bellantoni in apertura. Dobbiamo però guardare non solo ai nuovi obiettivi (ho fatto qualche breve proposta), ma anche ai vecchi problemi non risolti o mal risolti. Tre principalmente:

  • Tre quarti degli operatori del settore in Europa non hanno mai rapporti con i decisori;
  • Con l’idea di “semplificare e popolarizzare i messaggi” spesso si è forzata la “giornalistizzazione” e la “politicizzazione” della comunicazione istituzionale. Non siamo alla propaganda. Ma siamo al rischio di avvicinarci alla propaganda e comunque di avvicinarci spesso alla banalizzazione.
  • Terzo: non c’è strategia senza rinnovamento della formazione in ordine a cui manca ancora un patto e una valutazione stretta tra università e istituzioni, pur in presenza di molte esperienze incrociate.

Questa pandemia – come è stato per le due guerre mondiali nel ‘900 – offre nuove basi per questa riqualificazione. Le gravi crisi belliche hanno spinto la comunicazione ma la hanno anche distorta.

  • La prima guerra mondiale ha alzato la soglia della materia; ma la ha spaccata tra democrazie e dittature.
  • La seconda guerra mondiale ha formalmente sconfitto la cultura della propaganda; ma ha poi ristabilito la propaganda perché essa era al sostegno della guerra fredda.
  • E non ci siamo più fermati su questa strada. Questa volta tocca al tema più difficile: debellare davvero la propaganda. Se avessi vent’anni non penserei ad altro.

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