Una pagina dal tempo della Ricostruzione.Costanti, novità e discontinuità nella narrazione di Milano.

Stefano Rolando

ArcipelagoMilano, mercoledi 7 ottobre 2020

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AIM- Associazione per gli interessi metropolitani (presidente Carlo Berizzi) insieme al Collegio degli Ingeneri e degli Architetti di Milano hanno promosso nei giorni scorsi una iniziativa singolare con sguardo al passato per parlare all’oggi. Riproponendo un filmato di circa un’ora prodotto dal Comune di Milano nel 1954, restaurato dalla Cineteca italiana, dal titolo “Milano vive” (una sorta di esclamazione, dopo nove anni di duro impegno della collettività attorno alle macerie), sostanzialmente verso la prima fase di quell’epico processo di trasformazione.

Testo e regia di Mario Milani, in lucido bianco e nero e qualche trascinamento della retorica del documentarismo istituzionale abbondante nel fascismo, qui però con la pacatezza di una amministrazione democratica orientata al sociale che ha l’orgoglio di profilare un modello e di mostrare una grande quantità di innovazioni che riannodano anche più antiche tradizioni.

Sono stato chiamato a discuterne insieme all’arch. Alberico Belgiojoso (e introduzioni di Gianni Verga e dello stesso Carlo Berizzi). Questa che segue la sintesi delle riflessioni fatte (in attesa che filmato e registrazione dell’evento siano messi a disposizione in rete).

Uno sguardo di commozione, di ammirazione e ben inteso anche di spirito critico (che è da sempre lo spartito milanese di approccio alla “rigenerazione”) a quelle immagini di una città, ineludibile per chi, nato nel 1948, aveva allora 6 anni e frequentava la seconda elementare.

La quantità di bambini, di ogni età, che popola il film mi ha fatto facilmente riconoscere in quei grembiulini neri e fiocco blu, in quella spensieratezza della organizzazione collettiva e in quell’impegno a fronte strizzata di fronte al nuovo apprendimento. Ma addirittura mi ha fatto riconoscere nella sequenza di un gioco di gruppo, tutti travestiti da vigili urbani (una mitologia del tempo), per via di un carnevale ambrosiano del 1951, a tre anni, di cui conservo la foto di un mio travestimento completo in vigile urbano, che ebbe una laboriosa preparazione (faccio uscire quella foto dal privato, perché è segnale appunto delle narrative simboliche del tempo).

Ma la commozione ha riguardato l’impianto complessivo del tessuto sociale di una collettività ricomposta, nel paradigma della mano pubblica tesa al servizio e del sistema produttivo al centro della cultura della operosità.

Ammirazione per le responsabilità pubbliche (penso in particolare ai dieci anni della giunta Ferrari che, in probità, gestì il grosso delle risorse eccezionali per la ricostruzione), al chiodo fisso collettivo di lasciarsi alle spalle l’incubo che il testo del film esprime così: ”la città aveva un solo volto, quello delle macerie”.

Potente la sequenza delle immagini dell’avvio dell’epopea della MM, ripetuta la sequenza dei “nuovi quartieri” (un vero protagonismo del periodo) mescolando ordine, grigiore e fruibilità, che potremmo oggi chiamare la “risposta socialdemocratica” (come quella viennese) agli squilibri.

Ma la tensione alla modernizzazione segnala anche punti alti: la Biblioteca Sormani si ricrea dal nulla, il Piccolo Teatro va a regime, le infrastrutture e il traffico appartengono a nuove culture tecnologiche.

Enfasi sul lavoro, tanta edilizia, poca enfasi nel film sull’industria e il commercio (il produttore è il Comune, la saga del commenda qui è fuori copione), i servizi pubblici (tram, acqua, economato, energia, pulizia, scuole con attenzione anche al disagio e alla diversità) hanno la meglio su cultura e spettacolo. Ma era questa anche la cultura sociale del tempo delle ciminiere. Sesto San Giovanni una mitologia, Brera (al tempo) neanche nominata.

Il lungo salto all’oggi è un complesso romanzo sulla narrativa di Milano che andrà dopo un po’ verso i “magnifici sessanta”, verso i “cupi settanta”, verso il “rilancio degli ottanta”, verso l’enigma involutivo dei “novanta”. Eccetera.

Il ‘900 disegna stagioni identitarie (e quindi di racconto) in cui la volontà delle classi dirigenti non è costante. Spesso è il “destino” a piegare quelle volontà. Ma che resistono ai contraccolpi della storia riorganizzando le trame. Esattamente come oggi, durante il Coronavirus. Immigrazioni, ibridazioni, finanziarizzazioni: il romanzo ci riconsegnerà presto una città trasformata: stupore e un po’ di angoscia, spostamento nella globalità e rischio di giapponesizzazione delle tradizioni (sotto teca, tra cui il dialetto). E ancora con il nuovo secolo il tema di una certa fine del disallineamento di Milano (la città industriale) rispetto al brand nazionale (il bel giardino), che è tema che investe Expo e che ancora non ha del tutto risolto la sua definizione narrativa: come chiamare Milano adesso?

E’ chiaro che la risposta è nel dibattito pubblico che Covid 19 ha sconvolto. E’ chiaro che la sollecitazione di quel dibattito è un impegno di politica, media, impresa che ha fatto segnare battute di arresto (con quel paragone che Ferruccio de Bortoli fa, parlando di una borghesia scomparsa, con i signorotti dell’età della peste raccontata dal Manzoni chiusi a chiave nelle proprie case).

Problemi che abbiamo sollevato più volte, anche su queste pagine. Fino a fissare oggi un’agenda che non ha ancora un presidio saldo, colto e progettuale da parte di quasi tutti i soggetti che invocano e scansano questa responsabilità a giorni alterni.

Ma questo – rispetto al film “Milano vive” del 1954 – è davvero un altro film. Che non potrebbe essere né prodotto, né recitato, né visto con pari commozione e ammirazione, se non partendo filologicamente da quelle storie e da quello spirito. Epica di una reattività pensante. Che forse Coronavirus aiuterà a ripristinare.

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