“Domani”, un mese dopo

Articolo pubblicato sul giornale online L’Indro, lunedì 12 ottobre 2020

Stefano Rolando

Basta un mese per capire che carattere avrà un bebè? Basta un mese per capire che ruolo avrà un nuovo giornale? I fisiognomici dicono sì nel primo caso. Mentre i vecchi consumatori di carta&inchiostro hanno qualche diritto per provarci nel secondo caso.

Come si è capito parliamo di “Domani”, qui – su L’Indro – valutato la sera prima della nascita, con qualche augurio e qualche caveat. In prossimità del 15 ottobre trasferisco appunti presi. Niente di sistematico. Ma – come si fa nelle indagini – impressioni con riscontri.

Il giornale c’è. Edicolanti consultati (Roma e Milano) dicono che “va abbastanza bene”. La prima lettura al mattino è veloce. Batte i competitor. La lettura di approfondimento è più lunga di quella dei competitor. Ma sei tu che scegli. Le articolesse non sono quelle di una volta, conservano una certa snellezza e una scrittura abbastanza ”corta”. Dunque niente di insopportabile.

Carlo De Benedetti il giorno dopo il parto aveva detto che si aspettava “un po’ più di pepe”. Secondo me è stato moderatamente accontentato. Ma se quella testata finisce a “cacio e pepe”, diventa altro (Il Fatto, il Foglio, eccetera). Invece questa “sonnolenza”, da supplemento letterario, obbliga a misurare il pepe e a non dimenticare il sale.  Ed è proprio il sale l’ingrediente più importante e interessante. Come da programma: il discernimento e l’interpretazione. Spiegare più che intervistare.

Ho sbagliato io sulle prime a vederci un po’ del solito cerchiobottismo dei “giornaloni”. No, qui c’è scelta di indirizzo. E’ stato così per il referendum. E’ così sull’approccio al Recovery Fund. E’ così ora sull’ondata2 del Covid 19 in termini di chiarezza di inquadramento dei problemi. Bene Penati, bene Zulianello, bene il fondo di Feltri su “l’economia prossima vittima della seconda ondata”. Bene Lisa De Giuseppe su “noi che eravamo i migliori d’Europa contro il virus”. Punto nevralgico lavorare sulla verità (ma adesso servirebbe anche la sintesi) a proposito dell’analisi della relazione tra comunità scientifica e comunità economica. E’ quel che non fa il governo, per prolungati populismi ancora troppo forti (il prezzo che si paga a dare priorità ad ogni costo – pur con qualche argomento –  alla tenuta della legislatura). Ed è quel che dovrebbe fare una testata “liberaldemocratica” (poi vedremo la cosa in sé), sapendo che, per evitare tendenze autoritarie, economia e salute devono indurre a sintesi non a slalom.

Cominciano le firme dei competenti. Per essere “giornale critico” non si deve avere paura di avere cultura di governo. Su questo punto “Domani” è ancora oscillante.

A differenza di chi storce il naso, a me non dispiacciono le firme degli scrittori e delle scrittrici. Diciamo che sono generazionalmente una forma di “meditato attacco” che non guasta.  16 pagine ne fanno comunque un secondo giornale. Se combinato al Sole, fa integrazione. Se combinato al Corriere, fa distinzione. Se combinato a Repubblica, fa “come eravamo”. Se combinato alla Stampa, rischia qualche overlap.

Feltri scrive in questa fase senza retorica e senza protagonismo. Se serve sta in quarta o in quinta. Se sta in prima, connota. Insomma guida. Per chi pensa che senza cronaca non c’è giornale, si può dire che stare sulla cronaca con giornali così non è impossibile. Anche qui basta saper passare dai fatti ai perché (Antonella Lattanzi, per esempio, sulla mente degli assassini, a proposito di casi recenti; o Igiaba Scego sul razzismo degli italiani).

Liberaldemocratico?”. Troppo presto per dirlo. Sul format ci sono alcune allusioni al “Mondo” di riverita memoria (1949-1966). Circa il contenuto forse serviranno firme caratterizzanti (il ticket di direzione – Feltri, Fittipaldi – ha ottime radici professionali, ma viene da altro giornalismo).  Non sarà inutile anche vedere come verrà coniugato il rapporto tra tradizione e innovazione. Lo sguardo non vuole andare ancora indietro (Corriere/Repubblica lo fanno fin troppo), ma per rispondere a quella domanda sarà un po’ necessario. Il pezzo di Alberto Melloni sui “cattolici ossessionati dalla rilevanza rimasti a mani vuote” è comunque un buon indizio.

Un po’ noioso? Direi di no, rispetto alle lunghezze. No, rispetto alle narrazioni. No, rispetto a titolazioni non strillate. E per chi lo trova comunque noioso, pazienza. A Natale il rodaggio sarà compiuto.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *