La pandemia obbliga ad aprire una quarta fase della comunicazione istituzionale europea

Club of Venice (CdV)

Sessione Plenaria  3-4 Dicembre 2020

Intervento introduttivo

Stefano Rolando

Presidente del Club di Venezia

Il ministro Affari europei del Governo italiano Enzo Amendola, affiancato da Diana Agosti, capo Dipartimento, all’apertura dei lavori del CdV

Sono grato a Diana Agosti (Presidenza del Consiglio), Fabrizio Spada (Rappresentanza Parlamento europeo), Antonio Parenti (Rappresentanza Commissione europea) e Simone Venturini (Assessore del Comune di Venezia) per i saluti istituzionali portati ai lavori di questa 34° sessione autunnale annuale del Club di Venezia. Alla quale nel lungo percorso di questa rete operosa si sommano almeno altri 70 eventi che ci hanno fatto crescere professionalmente e civilmente.

Grato naturalmente al nostro segretario generale Vincenzo Le Voci – io lo chiamo il nostro “emigrato calabrese”, perché quando torna a casa si commuove ancora – ma Vincenzo è un tassello della nuova Europa, moderna, fervida, europeista, con le porte aperte e amico di tutti. Tignoso – come si dice a Roma –  per difendere l’autonomia e il ruolo di questo progetto che – Signor Ministro glielo voglio dire – è figlio dell’Italia per lo spunto iniziale, ma poi è stato figlio di una pluralità di soggetti che hanno accettato (anche in contesti non scontati rispetto al tasso di “europeismo” dell’Europa) di sedersi sempre al tavolo della discussione in cui vige  il format dell’informalità, ovvero della non decisionalità.  Ma che consente in cambio di confontarsi nella franchezza del dialogo, con un  trasferimento vero di conoscenza e di esperienza e, sotto sotto, lavorando per una sostanziale armonizzazione in un terreno che era ed è ancora di forte gelosia nazionale.

Intanto la ringrazio, ministro Enzo Amendola, di essere con noi. E di parlare anche a nome di quel tavolo europeo di intenti di chi oggi è al lavoro per cambiare e far crescere l’Europa che protegge i suoi cittadini e le sue comunità.

Ho richiamato prima il tempo ormai lungo del nostro lavoro. Non per nostalgia e francamente nemmeno per la civetteria di invecchiarmi. Ma perché su questo spunto vorrei concentrare il mio breve intervento di apertura.

Se nel novembre del 1986 (si ragionava con nove paesi membri e due istituzioni europee, oggi i paesi sono 27, le istituzioni comprensive di agenzie sono una dozzina, il tavolo ha più di cento partecipanti)  abbiamo aperto un primo ciclo di esperienze in un contesto di entusiasmi che erano maturati già nel vertice europeo di Milano dell’anno precedente (quello che decise il mercato unico e che lanciò Erasmus), oggi noi apriamo, dopo tre distinte fasi, certamente una quarta fase. Forse anche un vero e proprio quarto ciclo.

Consenta un brevissimo riepilogo dei tratti essenziali.

  • I primi dieci anni servirono a misurarci con la forza e con un certo primato che, nel campo comunicativo, aveva la comunicazione di impresa. Ma per farlo dovevamo inventare un altro marketing, un’altra pubblicità, un’altra demoscopia, un altro accompagnamento ai diritti e doveri dei cittadini. Non entro nel dettaglio, ma gli esperti credo mi seguano. Furono anni di vera e propria fondazione della comunicazione pubblica.
  • A cui seguì un altro dodicennio, dal 1996, che faceva invece i conti con l’invenzione della rete, con nuovi diversi profili professionali, con una forte sinergia europea istituzionale e valoriale. Ma che finì con l’arrivo della crisi economico-finanziaria globale del 2008.
  • E la terza fase – lo sappiamo tutti noi qui presenti – è stata quella più complessa e anche più tortuosa. La politica ha conflittuato. Il progetto sociale si è fatto ambiguo. La comunicazione si è fatta forse più tecnica ma meno valoriale. Anche se la trasformazione digitale ha lavorato per cambiamenti enormi.
  • Noi ci riuniamo oggi dopo nove mesi di pandemia e dopo una letalità che ha cifre da guerre mondiali. Non è una nuova fase perché stanno accadendo “cose gravi”. E’ una nuova fase perché c’è chi si arrende e aspetta la fine della crisi. Ma c’è anche chi lavora nella necessaria revisione di paradigmi e abitudini e riprogetta condizioni di resilienza, di sostenibilità, di equilibrio tra le ragioni della salute e dell’economia, in cui – scoperta mondiale – senza un’adeguata e competente comunicazione non si arriva a risultato.

Non sta a me entrare nel merito (su cui per altro ho lavorato intensamente in questo anno soprattutto in Università). Perché il programma che ci attende schiera relatori di prim’ordine.

Il professor Alberto Mantovani (direttore scientifico Humanitas) Key Note speaker del panel su “Covid e comunicazione”

E si avvale di key-notes speakers che voglio fin da ora ringraziare.

  • Il primo di tutti è Enzo Amendola, che non parla mai “di maniera” e che sa le opportunità e i rischi della nostra casa comune.
  • Poi il prof. Alberto Mantovani membro di una comunità scientifica internazionale in prima linea nel contrasto ma anche nella redazione dell’adeguamento, nel suo campo, di alcuni paradigmi.
  • E poi Lutz Gullner (esperto di comunicazione strategica), Robert Govers (specialista di public diplomacy) e fatemi aggiungere il mio amico Paolo Verri (che ha portato al successo l’esperienza di Matera capitale europea della cultura 2019, con cui lavoriamo insieme nel campo del public branding).
  • Ognuno di loro è parte di quegli esperti che stanno ormai allargando il tavolo del Club of Venice in permanenza, triplicando il novero dei membri “di rappresentanza” in uno scambio (quattro/cinque volte all’anno) prezioso.
Danila Chiaro (ICMED, agenzia europea migrazioni) coordinatrice del panel su “comunicazione e migrazioni”

Concludo con un veloce riferimento al lavoro di approfondimento fatto quest’anno sulla relazione tra pandemia e comunicazione.

Nel redigere il rapporto finale (da poco diventato un libro tematico) ho espresso tre auspici che penso possano interessare il nostro dibattito:

  • Il primo è di immaginare che la comunicazione scientifica non sparisca il giorno in cui Coronavirus si sarà arreso, trovando il modo – mi rivolgo anche alla sensibilità del prof. Mantovani – che ci sia un patto politico istituzionale per portare a regime un ruolo permanente della comunicazione scientifica nei nostri paesi.
  • Il secondo è che la mediazione tra i messaggi degli scienziati e quelli del sistema sociale e produttivo non abbiano più mediazioni a macchia di leopardo tra territori e nazioni, ma un orientamento di mediazione generale di cui l’Europa sappia farsi carico, non per correre dietro a uno scienziato il lunedì e a un imprenditore il martedì, ma per compenetrare logiche e priorità.
  • Il terzo è di spostare una parte della mission generale della comunicazione pubblica verso un programmato abbassamento della quota di analfabetismo funzionale che c’è nei nostri paesi (e purtroppo in percentuale ancora grave in Italia). E che resta la causa di scarso civismo e scarsa partecipazione oltre a indurre populismo politico.

Troveremo sedi e modi di approfondimento.

A chi ha lavorato all’organizzazione della sessione e agli amici traduttori un ringraziamento speciale.

Buon lavoro a tutti.

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