Le nuove professioni umanistiche: spettacolo e comunicazione (Università di Cagliari)

Tavola rotonda promossa dall’Università di Cagliari (Studi umanistici) in occasione dei 400 anni dell’Ateneo

L’intera registrazione su Youtube


#400anni #UniCa400 #unitinelsapere # Studi Umanistici – Lingue Cagliari per i 400 anni di UniCa.                

Quattro lanci stampa dedicati a brani dell’intervento del prof. Stefano Rolando

Stefano Rolando, docente alla Iulm Università, interviene all’evento sulle nuove professioni organizzato dalla Facoltà di Studi umanistici per i 400 anni di UniCa:

  1. Negli anni ’90 iniziò la cultura dell’accesso, della trasparenza – ha detto – poi ci vollero ancora anni perché si dicesse che certe professioni erano necessarie, perché la politica aveva immaginato di essere lei a spiegare, a raccontare la realtà ai cittadini. Così la politica preferì che i rapporti disegnati dalla Legge 150 fossero di basso profilo, il volano strategico della materia venne tenuto basso. Altrimenti avrebbe significato creare un esercito di funzionari e dirigenti, potenzialmente capaci di dialogare con i cittadini e con i decisori. Così le soglie e le missioni furono tenute basse. Poi è arrivata la rete a creare nuove professioni e nuovi conflitti, tra giornalisti e comunicatori. Poi le crisi economiche e sociali: e chi poteva metter mano ad un adeguamento? La pandemia di oggi ci ha messo davanti a molti problemi e alla pervasività della comunicazione scientifica“.
  2. C’è una domanda di conoscenza determinata dalla pandemia che non può essere spenta. La pandemia ha ribaltato numerosi paradigmi: tutte cose da rimettere a punto. Possiamo rivendicare anche dalle università la costruzione dei nuovi percorsi formativi a partire dalle condizioni cambiate, con l’orecchio sulla domanda di spiegazione. Purtroppo un pezzo di Paese non ha domanda, a causa dell’ignoranza funzionale che lo pervade: è un grande obiettivo a cui metter mano. Si dirà la scuola, ma la scuola dovrà muoversi tra tanti altri soggetti mossi da una competenza in materia comunicativa. Il mondo mediatico avrà la sua componente di ruolo, come ce l’aveva mezzo secolo fa  ce l’ha anche oggi. Serve una visione di insieme e un’accelerazione di processo
  3. Ci troviamo di fronte aree specialistiche nate dai nuovi bisogni, ma che non vengano inserite nel mondo della comunicazione. Ci sono nuovi processi complessi, cognitivi e relazionali: il governo di questa fase non può essere confinato solo nell’ambito pubblico, deve essere coinvolto anche il privato purchè nell’interesse collettivo. La ‘Public diplomacy‘ è impegnata nel contrasto alle fake news, ma non può essere paragonata al controspionaggio, ma deve essere portata a livello civile a difendere le libertà e noi dal rischio di essere avvelenati. La ‘pubblica utilità‘ può coinvolgere il sociale organizzato, fatto di competenze, di giovani che fanno anche comunicazione pubblica senza nemmeno saperlo. Deve sviluppare un forte livello di coinvolgimento. Il futuro è dare nuova mission, nuovi percorsi umanistici, perché essi sconfinano tra materia e materia: proviamo a immaginare un ridisegno formativo, che richiederà un grandissimo lavoro. Bisogna formare nuovi modelli organizzativi con la forza di creare sussidiarietà: non significa assumere nuovi dirigenti, ma aumentare spazi di lavoro“.
  4. Per il dopo non immagino un pauperismo comunicativo in cui trovare modelli adeguati all’oscurità che stiamo vivendo. Sogniamo certamente di essere mobili e di tornare a frequentarci, per rimettere in moto tutta la rappresentazione: lo spettacolo, l’arte, la capacità di porci interrogativi attraverso un coinvolgimento emotivo. Le professioni relazionali, e la ricerca che ci sta dietro, hanno subìto uno sviluppo in cui il valore aggiunto era più creare visibilità anziché costruire valore sociale. Ormai la domanda del mercato è di posizionamento: si vuol sapere come un’azienda è posizionata, se è stimata e come produce. Questo vale anche per un partito. Purtroppo anche per una istituzione.  La comunicazione ha seguito questo andamento: quella pubblica in particolare si è trovata più votata alla causa di visibilità della politica, che a quella di relazione sociale. La responsabilità si deve spostare sulla domanda se non ci sia un’economia che allarghi lavoro e opportunità attraverso questo cambiamento di obiettivo. In questo momento quindi la politica ha una grande responsabilità: la domanda dal basso è davvero di conoscenza. Sarebbe bene capire come riprodurla nel tempo“.

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