Smart working a Milano. Luci e ombre della trasformazione digitale

“Scomodo” è un giornale online realizzato della redazione under 25 più grande d’Italia.

Questa è l’inchiesta che Matteo Cortellari, Thomas Brambilla, Stefano Corno, Maria Cristina Odiernahanno realizzato sul tema dell’impatto dello smart working a Milano.

Tra gli intervistati il prof. Stefano Rolando, direttore scientifico dell’Osservatorio sulla comunicazione pubblica, il public branding e la trasformazione digitale dell’Università IULM di Milano

Facendo una classifica delle parole più usate e abusate del 2020, un premio speciale andrebbe assegnato a smart working. La legge n°81/2017 definisce lo smart working o lavoro agile come “modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa”.

In Italia, la possibilità di lavorare da casa sembrava destinata a declinarsi in abusi da parte dei datori di lavoro o in episodi di furbizia “all’italiana” da parte dei dipendenti. Nonostante tutto, le profezie più nefaste non sembrano essersi avverate, sebbene lo smart working sia stato spesso adottato frettolosamente in mancanza di veri “accordi” tra datori e dipendenti, come nel caso di Milano.

Prima di discutere di come il lavoro agile abbia stravolto la vita dei lavoratori italiani dobbiamo fare il punto su quale fosse la sua diffusione prima della pandemia.

Smartworking prima

Uno studio dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (2015) poneva l’Italia all’ultimo posto tra gli allora 28 paesi dell’Unione Europea per utilizzo del lavoro da remoto. L’Osservatorio smart working del Politecnico di Milano stima che nel 2019 solo il 58% delle grandi imprese avesse all’attivo dei progetti strutturati di lavoro agile. Nello stesso anno, tra le piccole e le medie imprese la percentuale era talmente bassa da risultare trascurabile.

Negli ultimi mesi qualcosa sembra essere cambiato. Il numero di coloro che hanno lavorato da remoto è aumentato esponenzialmente, sebbene sia prematuro fare stime precise. Datori di lavoro e dipendenti hanno improvvisamente scoperto i vantaggi, e gli svantaggi, del telelavoro. Dal risparmio negli spostamenti alla mancanza di dialogo tra colleghi, lo smart working ha posto numerose sfide e introdotto altrettante innovazioni nel mondo lavorativo italiano. Da risorsa emergenziale, il lavoro agile sembra starsi tramutando in un’opzione strutturale; è necessario dunque valutare le conseguenze di questo cambiamento epocale sul tessuto cittadino, specialmente quello milanese.

Si può fare una stima dell’impatto che la pandemia ha avuto sull’afflusso di pendolari a Milano osservando le statistiche del Comune sugli accessi giornalieri all’area C. Numeri raramente al di sotto dei 100.000 accessi giornalieri si sono quasi dimezzati in seguito alle misure restrittive del 9 Marzo e nel giro di pochi giorni si sono toccate minime di 10.000 accessi giornalieri. Quali sono stati gli effetti più evidenti sulla città che, più di tutte in Italia, si nutre della linfa vitale dei pendolari? E soprattutto, lo smart working è stato un’esperienza positiva per il tessuto cittadino? 

Mobilità e risvolti economici

La città di Milano si è trovata nella condizione di perdere in poche settimane l’enorme flusso di lavoratori, studenti e turisti che popolavano la città e contribuivano alla sua crescita. Da uno studio commissionato dal comune nel 2011, il pendolarismo per motivazioni lavorative raggiungeva numeri vicini alle 800.000 persone al giorno.

Lo scoppio della crisi del covid è stato accompagnato dalla consapevolezza che le dinamiche preesistenti non si sarebbero potute ripristinare in breve tempo e, in termini più generali, che questa forte scossa sarebbe dovuta essere un punto di partenza e di riflessione per radicali cambiamenti da apportare alle città nel medio-lungo periodo, e al contempo di quanto questi ultimi sarebbero dovuti essere accompagnati da scelte tanto difficili quanto necessarie. Solo perseguendo una simile prospettiva si sarebbe stati in grado di recepire mutamenti sociali positivi all’interno della tragicità della situazione scatenatasi con la pandemia.

Il primo passo è stato quello di ripensare la mobilità in una città che da tempo soffre per l’inquinamento da polveri sottili, elemento che ha riscontrato, inoltre, un nesso non trascurabile con la letalità del covid-19, dovuto anche al grande traffico presente quotidianamente in città. L’amministrazione aveva già avviato un percorso volto a favorire un incremento generale di mobilità sostenibile, un potenziamento della rete di mezzi pubblici e il parallelo tentativo di ridurre il traffico automobilistico, e questo evento radicale, come spesso accade, ha velocizzato i processi già in corso.  

Sono state sviluppate in primo luogo una serie di reazioni, contenute nel documento Strategia di adattamento di Milano 2020, che hanno portato come primo risultato concreto all’incremento di una rete di percorsi ciclabili realizzati con sola segnaletica che si estende in ampie parti della città.

Si è trattato di una risposta rapida, efficace e in linea con le esigenze di mobilità ciclabile in sicurezza, fortemente richiesta da una larga parte di cittadinanza ormai da molti anni e già presente nei piani dell’amministrazione, che la crisi del Covid ha velocizzato per questioni di urgenza e necessità” spiega Antonella Bruzzese, Vice Presidente e Assessora all’Urbanistica del Municipio 3. “Affinché potessero essere realizzate in sola segnaletica è stato necessario attendere un cambio di regole nel Codice della Strada, cosa che ora permette di realizzare a minor costo i percorsi ciclabili e di portare a termine anche a Milano interventi simili a quelli di città europee o statunitensi”.

Nell’ambito della stessa Strategia è stata anche concessa la sospensione temporanea del canone sull’occupazione di suolo pubblico per le attività commerciali che hanno potuto espandersi anche all’aperto nel corso dell’estate. Un aiuto per i commercianti, ma un ulteriore ridimensionamento degli introiti comunali in un anno in cui sono sensibilmente calati.

Le sfide dei prossimi mesi e anni” continua Bruzzese “saranno quelle di proseguire su questa linea mantenendo salde le priorità relative al contrasto all’inquinamento dell’aria che da anni penalizza la città, adottando criteri di sostenibilità ambientale e di maggiore coinvolgimento nell’utilizzo dello spazio pubblico”. Conclude poi affermando che “sarà altrettanto necessario tentare di ridimensionare una cultura dell’automobile fin troppo presente e radicata in una città piccola, inquinata e ben servita dal trasporto pubblico come Milano”.

Per quanto riguarda l’ambito economico invece le metropoli come Milano hanno subìto un doppio effetto al ribasso. In primo luogo sono state colpite dalle conseguenze trasversali che hanno caratterizzato l’economia mondiale. Oltre a questo però c’è stato l’impatto specifico su alcuni settori che beneficiavano dell’attrazione che Milano esercitava su un gran numero di studenti, lavoratori e turisti, la cui presenza è venuta meno, fenomeno che abbiamo analizzato in modo più approfondito in questo articolo.

A livello nazionale sono quattro i settori principali che risentono di questa dinamica. Quello che rileva la perdita maggiore (il 34% del fatturato in meno rispetto al 2019) è il settore della ristorazione. Poi c’è il trasporto pubblico locale che vede un calo del 17% rispetto all’anno precedente. I dati relativi al settore segnavano che in media gli italiani impiegavano 90 minuti ogni giorno per gli spostamenti casa-lavoro con 49 km medi di percorrenza.

Questo grosso problema dell’indotto economico, quell’insieme di attività economiche che dipendono da altre attività più centrali, si è in seguito riversato in maniera indiretta sulle scelte dei legislatori. Una delle affermazioni più rilanciate e contestate del sindaco di Milano, Giuseppe Sala, è stata sicuramente quella a proposito del potenziale rischio di quello da lui stesso definito “effetto grotta”. Il primo cittadino ha espresso chiaramente le sue perplessità sulla possibilità di permettere il proseguimento oltre la fase emergenziale dell’esperienza di telelavoro ai propri dipendenti comunali.

Al di là delle singole opinioni che si possano avere sullo smart working, questa vicenda induce ad un’importante riflessione su due elementi connessi al momento storico che stiamo vivendo. Il primo riguarda la compatibilità dell’adozione del lavoro da casa su vasta scala con il sistema economico su cui le grandi città si fondano, tenendo conto delle ripercussioni che ciò avrebbe su domanda e offerta di lavoro.

Risulta evidente il rischio di come questi dati scoraggianti possano influenzare le scelte istituzionali, inibendo il cambiamento. L’enorme carico di negatività e perdita economica rischia di archiviare fin da subito la possibilità di quella che potrebbe essere una trasformazione sociale decisiva, ancora prima di valutarne i vantaggi e gli svantaggi.

Tutto rose e fiori? Cosa pensano i lavoratori.

Sebbene lo smart working si sia rivelato utile, soprattutto nella prima parte dell’emergenza, permettendo a numerose aziende di poter continuare a lavorare in sicurezza, i rischi sommersi sono numerosi. Tralasciando i risvolti economici e ambientali di cui abbiamo già discusso, uno sviluppo poco considerato, tuttavia centrale in questa emergenza, è legato alla salute mentale dei lavoratori. Sono proprio loro, volente o nolente, a fare da cassa di risonanza per il grande esperimento di gestione e riorganizzazione a cui è sottoposto il mondo del lavoro. Nell’immaginario comune, il poter lavorare da casa rappresenterebbe il sogno di chiunque. La possibilità di svolgere il proprio lavoro comodamente, senza dover uscire per immergersi nella realtà caotica della città, sulla carta è quello che tutti vorremmo. Ma è davvero così?

Linkedin Italia, già qualche mese fa, si era posto la stessa domanda. In una ricerca su oltre 2000 lavoratori scelti a campione è emerso che il 46% degli intervistati dichiarava di sentirsi più stressato e ansioso rispetto a prima mentre il 48% degli intervistati affermava di lavorare di più e di non riuscire a staccare la spina. A confermare quanto emerso dallo studio la dottoressa Chiara Venturi, psicologa e psicoterapeuta a Milano, secondo la quale: ”La ricezione di telefonate a qualsiasi ora e nei fine settimana e orari di lavoro senza limiti possono comportare maggiore stress e maggiore pressione, con il rischio di un esaurimento psicofisico, il cosiddetto burnout”. L’incapacità di segnare una distinzione netta tra gli orari di lavoro e la vita privata si unisce a sentimenti negativi, che restano intrappolati tra le mura domestiche. Sempre secondo la ricerca condotta da Linkedin, infatti, il 18% degli intervistati nel mese di maggio (quando è stato condotto lo studio) dichiarava di aver notato un peggioramento della propria salute mentale. Il quadro si complica ulteriormente per i lavoratori che vivono da soli. I rischi legati alla solitudine sociale sono ancora più palpabili quando a fare da cornice è la realtà di una grande città come Milano. Abituati all’iperattiva vita cittadina, fatta di incontri e scontri caotici, i milanesi sembrano soffrire per l’impossibilità di riprendere i normali ritmi lavorativi.  “La maggior parte di queste persone è tornata presso la propria famiglia. Per chi non ha potuto, senza una rete sociale a Milano è stato difficile affrontare i momenti di solitudine, accompagnati talvolta da ansia o sentimenti depressivi” prosegue la dottoressa Venturi. Un circolo vizioso in cui si è più esposti alla tentazione di lasciarsi andare, prendendosi sempre meno cura di sé.

Le voci e le opinioni sono contrastanti eppure, nonostante le premesse, osannare lo smart working come la soluzione non solo del presente, ma anche del futuro, sembra un atteggiamento superficiale e forse troppo ottimistico. Ciò che è chiaro però è che l’emergenza sanitaria, oltre a non poter essere considerata una mera crisi congiunturale, ci costringe a quello che Piero Bassetti nel suo libro Glocal a confronto chiama ridimensionamento.

“Milano prima della crisi sanitaria aveva tre obiettivi principali: più turismo, più mobilità, più velocità. Ora è evidente che le regole vanno cambiate” afferma Stefano Rolando, docente di Comunicazione pubblica e politica all’università IULM. “Nella trasformazione digitale dello smart working siamo ancora allo stato di crisalide. Occorre studiare il fenomeno, soppesando i pro e i contro” aggiunge il professor Rolando. “Milano può essere usata come campo di sperimentazione e credo che, in questo senso, la città stia già dando un grande contributo”.  A dispetto di ciò che ci ripetevamo all’inizio dell’emergenza sanitaria, che si tratti di salute mentale o efficienza cittadina, l’espediente per farla franca non sembra essere più il ritorno alla vita prima del virus. Come spiega Chiara Venturi, infatti: “Noi milanesi dovremmo imparare a vivere secondo ritmi più lenti e più solidali: mi auguro di cuore che saremo in grado di cogliere questa opportunità”.

Smart working in tutte le salse

Resta ancora da definire quale sarà il ruolo dello smart working nello scenario lavorativo post-pandemico e per farcene un’idea bisognerà attendere il ritorno alla normalità. Sebbene gli scettici siano molti, c’è chi caldeggia la prospettiva di una graduale affermazione di questo paradigma lavorativo. Quel che è probabile, in ogni caso, è che l’opinione pubblica e le amministrazioni faticheranno a raggiungere un compromesso tra posizioni discordanti e questo dibattito rimarrà a lungo attuale. In relazione alla possibilità che questo modello si affermi definitivamente, sono state proposte alcune iniziative volte a metterne in luce i pregi e a fornire degli strumenti per fruirne al meglio.

Nell’ottica di rendere il lavoro da remoto più stimolante, è interessante il cosiddetto “coworking”, un tipo di lavoro basato sulla condivisione di spazi tra smart workers, anche appartenenti a settori differenti. Il principio è molto simile a quello delle sale studio, ma la differenza risiede nella maggiore apertura verso gli altri: il contatto con altri professionisti può offrire notevoli spunti per la propria crescita professionale.

In questo contesto ricoprono un ruolo di primo piano alcune startup che, cogliendo al volo l’evoluzione del panorama lavorativo, offrono agli smart workers la possibilità di prenotare le postazioni online. Una di queste è Nibol, una piattaforma che consente al fruitore di scegliere fra le numerose proposte quella che più si adatta alle sue necessità. Attraverso questa app è anche possibile mettere a disposizione i locali, di modo che l’offerta sia in continuo aggiornamento. Inoltre l’iniziativa non è rivolta soltanto a coloro che cercano un contesto in cui lavorare in autonomia, ma anche a chi stia organizzando riunioni o attività con i colleghi.

Parlando invece di tendenze che hanno tratto beneficio dal peculiare scenario di questi ultimi mesi, il “Southworking” riveste un ruolo di primo piano. Fin dal primo lockdown abbiamo assistito ad un vero e proprio esodo di lavoratori del Mezzogiorno, residenti al Nord, verso le proprie regioni d’origine. Questo fenomeno ha rappresentato un’inversione di tendenza, costituendo un notevole vantaggio per tutte quelle terre da cui i giovani si allontanano. In molti vedono nello smart working un’occasione attraverso cui assottigliare lo squilibrio economico tra Nord e Sud. Allo stesso modo il “Sea working”, un’iniziativa patrocinata dal Comune di Brindisi e rivolta a tutti gli smart workers interessati a sperimentare un contesto lavorativo differente, ha voluto evidenziare le eccezionali qualità del Meridione quale ambiente ideale per coloro che sono in cerca di un contesto tranquillo e conciliante. Il vincitore del concorso, raggiunta la città pugliese all’inizio di ottobre, ha potuto lavorare da remoto per una decina di giorni all’interno di una barca dotata di wi-fi

Come abbiamo visto lo smart working ha tutte le potenzialità per proporsi non solo come extrema ratio in un momento critico, ma anche come strumento di confronto con quel modello lavorativo che fino ad un ventennio fa sembrava l’unico ipotizzabile. Per questo prendere posizione su una questione così delicata non è semplice. Com’è naturale infatti, benché in questi mesi abbiamo imparato a conoscere lo smart working e alcune delle sue implicazioni, da sempre tutto ciò che contiene una carica rivoluzionaria è fonte di timore, specialmente quando ad essere intaccate sono le nostre più stabili certezze. Senza dubbio il lavoro agile è una di quelle innovazioni in grado di modificare radicalmente le nostre abitudini relazionali in ambito sia professionale sia privato. Cosa aspettarci quindi, da una Milano in cui il dibattito sullo smart working rischia di essere sottovalutato, senza dare i frutti sperati? La chiave resta probabilmente quella del dialogo e della propensione al dinamismo. Come afferma il prof. Stefano Rolando, infatti: “Milano funziona, e funziona soprattutto quando nelle crisi pensa a come adattarsi al cambiamento.”

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