Comunicazione e situazione di crisi. Dossier dell’ultimo scorcio del 2020

Università IULMOsservatorio su comunicazione pubblica, public branding e trasformazione digitale

Direttore scientifico: prof. Stefano Rolando (comunicazione.pubblica@iulm.it)

Giovedi 31.12.2020

https://www.iulm.it/it/sites/osservatorio-comunicazione-in-tempo-di-crisi/comunicare-in-tempo-di-crisi

Dossier dell’ultimo scorcio del 2020


Immagine: «Sunset» Turner, Wikimedia Commons

Lasciando alle spalle il 2020 e con il 2021 a vista, l’Osservatorio Comunicazione e situazione di crisi, che ha cessato le rassegne da ottobre in poi, restando tuttavia vigile sulla materia del dibattito pubblico legato ai tempi ormai lunghi della pandemia e delle sue connessioni, ha selezionato articoli del giornalismo online, pubblicati negli ultimi giorni dell’anno, tratti da testate che hanno abitualmente alimentato i nostri “domenicali”.

Sono contributi civili, culturali, scientifici e divulgativi segnalati in rete sulla crisi epidemica Covid-19 attorno al suo impatto sulla salute, l’economia, le dinamiche pubbliche, sociali e individuali, sul sistema della comunicazione e dell’informazione, in ordine alle problematiche di contrasto, all’applicazione delle misure di contenimento e ai nessi nazionali e internazionali dell’epidemia. Soprattutto articoli che colgono il nesso tra le eredità del 2020 e le implicazioni della crisi nel 2021.

Una sorta di agenda tematica proposta qui sia alla comunità di ateneo attraverso il sito dell’Università sia a destinatari esterni che hanno segnalato il loro interesse.

Il nuovo anno – Buone e cattive notizie

Buone Notizie” – settimanale del Corriere della Sera – dedica l’ultimo numero dell’anno alla “buona notizia” secondo cui (copertina) “il futuro sarà donna”, articolando il dossier con le testimonianze di donne (professioniste, insegnanti, cooperatrici, imprenditrici, madri, scrittrici) che esprimono la ferma determinazione di “non avere paura dell’anno nuovo”. Non potendo tuttavia lo stesso fascicolo omettere in apertura che il Covid ha “fermato la parità”: “Ingiusta la pandemia: senza lavoro più donne e il 2021 sarà peggio”. Al 52,5% delle donne la pandemia ha peggiorato le condizioni di vita (per gli uomini il dato è del 45,2%); 330 mila lavoratrici in Italia sono rimaste senza contratto tra giugno 2019 e giugno 2020. Come si sono altresì espresse le Nazioni Unite “L’impatto di una crisi non è mai gender-neutral”. A questa contradditoria notizia in agenda nel passo tra il 2020 e il 2021 è dedicata la controcopertina con la nota di Rural Huck sull’omicidio del 29 dicembre in trentino dell’imprenditrice agricola etiope laureata a Trento Agitu Ideo Gudeta.

La foto

Tra gli articoli qui selezionati.

Un’analisi sull’eccesso di mortalità del 2020 e delle differenze tra la prima e la seconda ondata della pandemia.

Dalla rivista scienzainrete.it: “Una valutazione esaustiva dell’eccesso di mortalità osservato nella prima ondata ha stimato un eccesso di mortalità del 29,5% se riferito a tutta la popolazione italiana, con un incremento del 71% se ci si riferisce a solo tre Regioni del nord (Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna), con dati impressionanti in alcune province della Lombardia (la regione più colpita) dove sono stati osservati incrementi dell’800% nella settimana di picco della pandemia”.

Sommario

Evoluzione dei contagi (sopra i 200 mila) e dei decessi nel mondo l’ultimo giorno dell’anno 2020

Controcopertina

  • 1. Rural Hack – L’ultimo femminicidio dell’anno (Agitu Ideo Gudeta)

Cornice 2021

  • 2. Giampiero Massolo (ispionline.it) – Il mondo che verrà. 10 domande per il 2021.
  • 3. Stefano Rolando (lindro.it) – Il 2021 della politica italiana. Anno nero, se non ci sarà fiducia nel futuro.

Eredità 2020

  • 4. P. Michelozzi, F. de Donato, M. Scortichini, M. De Sario, F. Noccioli, M. Davoli (scienzainrete.it) – Nel 2020 in Italia un eccesso di mortalità totale senza precedenti dal dopoguerra.
  • 5.  Dario Ronzoni (linkiesta.it) – L’anno che se ne va. Che cosa rimarrà di questo assurdo 2020?
  • 6.  Paolo Perulli (rivistailmulino.it) – Dopo la pandemia, un futuro urbano diverso si impone.

La corsa lunga di Coronavirus  

  • 7. Bruno Giorgini (parliamoneora.it) – L’epidemia. Ieri. Oggi. Domani.
  • 8. Vittorio Mapelli (lavoce.info) – Investire in salute è un buon affare.
  • 9. Ruben Razzante (key4biz.it) – COVID e Vaccini. Le sfide per l’informazione medico-scientifica nel 2021.
  • 10. Giovanni Sabato (lescienze.it) – I negazionisti del Covid sul lettino dello psicoanalista.

Cosa c’è dietro l’angolo?

  • 11. Enzo Cheli (rivistailmulino.it) – Agenda 2021. Una nuova legge elettorale dopo la riduzione del numero dei parlamentari.
  • 12. Marco Bollettino (rivistailmulino.it) – Dieci punti per salvare quest’anno scolastico.
  • 13. Daniele Checchi e Maria De Paola (Lavoce.info) – La scuola “Next Gen” ha bisogno di solide basi.
  • 14. Gianluca Veronesi (moondo.info) – Che spettacolo di lavoro!

Storie comunque implicate

  • 15. Laura Boscherini (scienzainrete.it) – Non solo dati, la crisi climatica va dipinta, raccontata, cantata.
  • 16. Serena La Rosa (scienzainrete.it) – Fenomenologia di Greta Thunberg.
  • 17. Arturo Di Corinto (Democrazia Futura – Key4biz.it) – Snowden, Assange, sorveglianza globale e informazione scomoda.

Grande Europa

  • 18. Francesco Bascone (affarinternazionali.it) – Un piano per la ripresa o per la Next Generation?
  • 19.  Tommaso Monacelli (lavoce.info) – Recovery Plan, un prestito con precise condizioni.

Piccolo Mondo

  • 20. Sondaggio ISPI (ispionline.it) – Gli italiani e la politica internazionale.
  • 21. Lorenzo Torrisi intervista Mario Deaglio (ilsussidiario.it) – Scenario 2021/ La scelte difficili di Italia e Ue sulla Cina.
  • 22. Stefano Rolando (moondo.info) – Che ruolo avrà Barack Obama nell’America obamiana che apre il sipario a gennaio?

Informazione, Comunicazione, Spettacolo

  • 23. Augusto Preta (lavoce.info) – Così il 2020 ha rivoluzionato la tv.
  • 24. Paolo Anastasio (key4biz) – 5G, i nodi aperti in Europa nel 2021 per chiudere il gap con Cina e Usa.
  • 25. Angelo Teodosi Zaccone (key4biz) – Dal Governo 11 miliardi alla cultura. Ma cinema e teatri restano chiusi.

Roma&Milano

  • 26. Gianfranco Viesti (rivistailmulino.it) –  Investire su Roma per l’Italia
  • 27. Stefano Rolando (arcipelagomilano.it) – L’allegoria di Sant’Ambrogio. Messaggi lanciati nella giornata di rito.

Sociale&solidale

  • 28. Giorgio Fiorentini (lindro.it) – Il Natale sociale? E’ quello del consumismo solidale.
  • 29. Barbare Beghelli int. Nives Zaccherini (cantierebologna.com) – Anziani impauriti, pensano che nulla tornerà come prima.

Consigli di lettura

  • 30. Istituto Bruno Leoni (brunoleoni.it) –   Consigli di lettura 2021 (prima parte).
  • 31. Istituto Bruno Leoni (brunoleoni.it) –   Consigli di lettura 2021 (seconda parte)
  • 32. Francesco Bellusci (doppiozero.it) – Edgar Morin: vita, incontri, fatti

Memoria

  • 33. Piero Ignazi (rivistailmulino.it) –   Giorgio Galli (1928-2020).
  • 34. Mauro Ferraresi (FB) – Paolo Rossi (1956-2020)

Osservatorio

  • 35. Attività settembre-dicembre 2020.

Il dossier

Evoluzione dei contagi (sopra 1 milione) e dei decessi nel mondo l’ultimo giorno dell’anno 2020

Per ordine di contagi, facendo riferimento alle ultime rilevazioni mensili dell’Osservatorio relative a luglio e agosto 2020 (da fine luglio +67 milioni di  contagi, + 1,2 milioni di  decessi)

25.7.2020 (sopra 200 mila)

Nel mondo: Contagi: 15.745.359/ Decessi 639.891

USA: 4.112.651/ 145.546 – Brasile: 2.287.475/ 85.238 – India: 1.337.024/ 31.358 – Russia: 805.332 / 13.172 – Sud Africa: 421.996/ 6.343 – Messico: 378.285 / 42.645 – Perù: 375.961 / 17.843 –  Cile: 341.304 / 8.914 – Gran Bretagna: 299.500/ 45.762 – Iran: 286.523/ 15.289 – Spagna: 272.421/ 28.432 – Pakistan: 271.887 / 5.787 – Arabia Saudita: 262.772 / 2.477 –  Italia: 245.590 / 35.097 – Colombia:    233.541/ 7.975     –  Turchia: 224.252 / 5.580 – Bangladesh:  218.658 / 2.836 –  Francia: 217.797 / 30.195  – Germania: 205.976 / 9.123.

28.8.2020 (sopra 200 mila)

Nel mondo: Contagi: 24.551.207/ Decessi 833.239

USA: 5.889.652 / 181.186– Brasile: 3.761.391 / 118.649– India: 3.387.500/ 61.529– Russia: 977.730/ 16.866– Perù: 621.997 / 28.277–  Sud Africa: 618.286 / 13.628– Colombia:    581.995 / 18.467-    Messico: 579.914 / 62.594– Spagna: 439.286 / 29.011–  Cile: 405.972 / 11.132– Argentina: 380.292 / 8.129–   Iran: 369.911 / 21.249– Gran Bretagna: 333.789/ 41.573–Arabia Saudita: 312.924 / 3.813-– Bangladesh:  306.794 / 4.174–  Francia: 304.864 / 30.601–  Pakistan: 295.053 / 6.283– Turchia: 265.515 / 6.245– Italia: 265.409/ 35.472-  Germania: 241.827 / 9.291- Iraq: 223.612 / 6.814 – Filippine: 209.544/ 3.325 – Sopra i 9 mila decessi anche Belgio (9.884) e Canada (9.148).

31.12.2020 (sopra 1 milione)

Nel mondo: Contagi: 82.835.563/ Decessi 1.807.638

USA: 19.745.136/ 342.414 – India: 10.266.674/ 148.738 –  Brasile: 7.619.200/ 193.875 – Russia: 3.127.347/ 56.271 – Francia: 2.657.624/ 64.508 – Gran Bretagna: 2.440.202 / 72.657– Turchia: 2.194.272 / 20.642 – Italia: 2.083.689 / 73.604 – Spagna: 1.910.218 / 50.689 – Germania: 1.741.153 / 33.297- Colombia:  1.626.461 / 42.909 –  Messico: 1.413.935 / 124.897 –  Argentina: 1.613.928 / 43.163 –  Polonia:   1.294.878 / 28.554  – Iran: 1.225.142 / 55.223 – Ucraina:    1.086.997 / 19.281 –  Sud Africa: 1.039.161 / 28.033 –  Perù: 1.010.496 / 37.574.

Sopra i 19 mila decessi anche Indonesia 22.138 e Belgio 19.441.

Angelo Turco (già pro-rettore dell’Università IULM)

A quelli che il coronavirus ci ha portato via

Dedico il mio ultimo post di quest’anno atroce ai morti di Covid 19: 1.807.638 nel mondo. Numeri che probabilmente non registrano tutti. Numeri che assolutamente non dicono tutto. Numeri tragici. Numeri senza nome. Persone senza pelle, né religione, né orientamento politico, né età, né sesso. Persone. Agli occhi che si chiudono, ai fiati che si arrestano, agli affetti che si spengono. Ai 73.604 morti del mio Paese. A Bergamo, a quelle bare. Ai medici, agli infermieri, ai farmacisti caduti nell’adempimento della missione ippocratica. Alle solitudini dei momenti estremi. Al dolore impotente di chi è rimasto. A loro e a tutto questo, un pensiero che rinuncia alla consolazione ma non alla compassione. Un pensiero rispettoso, consapevole, partecipe. Una memoria che passerà, come tutte le memorie umane: ma non tanto presto, ci impegniamo a credere.

Controcopertina

L’ultimo femminicidio dell’annoAgitu Ideo Gudeta (1978-2020)

Rural Hack [1]


[1] La pagina FB di una task-force del programma Societing 4.0. che realizza progetti  che tengono insieme l’innovazione sociale con l’agricoltura di qualità per la riattivazione delle comunità rurali in armonia con gli strumento dell’innovazione digitale

Riceviamo la notizia che il sorriso bello e impegnato della nostra cara Agitu Ideo Gudeta ha smesso di splendere.

Il suo corpo è stato trovato brutalizzato e senza vita nella propria abitazione.

Agitu era arrivata a Trento nel 2010 dopo essere scappata dalle violenze e dagli scontri in Etiopia e dopo aver ricevuto diverse minacce dal governo del suo paese dove il problema principale era ed è quello del landgrabbing e cioè gli espropri forzati dei terreni agricoli dei contadini per essere poi dati in mano alle multinazionali per l’impianto di grosse coltivazioni a monocolture per prodotti destinati all’esportazione. Ed è proprio qui che Agitu, assieme ad un altro gruppo di giovani, iniziò la propria lotta per denunciare l’illegalità degli espropri. Una battaglia che l’ha portata a ricevere minacce e intimidazioni tanto da costringerla a prendere la decisione di scappare dalla propria terra.

Avendo studiato sociologia a Trento torna in Italia nel 2010 dove viene ospitata da amici, avendo notato moltissimi terreni in montagna abbandonati comincia ad elaborare un progetto per il loro recupero.

L’abbiamo tanto amata e stimata perché dal 2010 ad oggi Agitu Idea Gudeta è riuscita a realizzare la nostra idea di innovazione rurale con la costituzione dell’azienda biologica

Una innovazione inclusiva, progressista, militante, ricca di senso…

Aveva dichiarato al giornale Dolomiti: “Ci sono tantissimi terreni che non vengono coltivati in queste montagne trentine e possono diventare un’occasione importante sia per i giovani migranti ma anche i ragazzi italiani che stanno cercando un lavoro. Potrebbero mettersi assieme, creare delle piccole cooperative dove tutti offrono le proprie capacità, dalla forza fisica alla propensione per il marketing. E’ un progetto che voglio portare avanti e mi sono già messa la lavoro”.

E ancora: “All’inizio le persone che vivevano nelle zone montane non avevano mai visto una ragazza di colore e c’era molta diffidenza ma un po’ alla volta sono riuscita a conquistare la fiducia di tutti”.

Ma malgrado fosse ormai amata da una grande comunità doveva spesso subirsi frasi del genere di “Brutta negra“, “voi non potete stare qua, tornatevene al vostro Paese“, “devi morire“…

Due anni fa una aggressione in casa dalla quale riuscì a salvarsi, e tanti attentati alla sua azienda agricola ed alle sue capre.

Le ultime notizie dicono che ad ucciderla sia stato un pastore suo dipendente di origine ghanese per motivi economici.

Ma non ci interessa entrare nei particolari della cronaca.

Comunque siano andate le cose vogliamo questo evento ci sta dando l’occasione per meditare ancora una volta sull’urgenza di rifuggire l’oleografia del paesano, smettendola di dipingere valli e borghi come il paradiso di artigiani e tradizioni folkloristiche. I fanatici dei borghi, della restanza, gli opportunisti dei bandi, gli avvoltoi del recovery fund devono per un attimo fermarsi e calibrare bene il senso delle loro parole e delle loro azioni che, involontariamente, ma non senza responsabilità, possono finire per avallare tutta una serie di chiusure e il senso di isolamento che spesso hanno reso necessario la fuga dei giovani dai paesi verso le braccia del mostro di una modernità barbara.

Da mostro a mostro.

Dal patriarcato al padrone.

Da barbarie a barbarie.

Tertium non datur.

Tertium non datur?

Così pare.

Così è e così sarà se continuiamo a fare finta di niente e se non ci raccontiamo queste violenze e quel senso di isolamento che ancora è un dato costitutivo di molte comunità locali.

Agitu era venuta a mostrarci, praticandola, una via per creare ponti verso forme di futuro più desiderabili. Ed abbiamo preferito, ancora una volta, crocifiggerla.

Andrà tutto bene” ci siamo ripetuti nei mesi scorsi.

Non ci pare…

Non stiamo riuscendo a trovate forme alternative per rispondere alle fragilità svelate da questa pandemia che non siano ancora forme di violenza e coercizione.

Di questo si tratta:

Violenza è quella che ha subito ieri Agitu.

Violenza è quella che devono subirsi le donne ogni giorno se decidono di emanciparsi e portare avanti idee, progetti ed ideali (dentro e fuori dai borghi);

Violenza è quelle che ha dovuto subirsi (fisica e verbale) una donna di origini africane (!!!!) a causa di una mentalità razzista sdoganata da certi comportamenti politici;

Violenza è quella di chi sottolinea che ad ucciderla è stato un africano come se questo bastasse a negare l’evidenza di sentimenti razzista e maschilisti ancora vivi alle soglie del 2021.

Se ce le diciamo queste cose magari possiamo anche andare avanti ed evolvere…

Non abbiamo parole, non vogliamo trovarne.

Ci sono momenti in cui non bisogna necessariamente parlare.

Sospendiamo le pubblicazioni fino al nuovo anno e ci mettiamo a meditare su questo strazio.

Cornice 2021/1

Il mondo che verrà: 10 domande per il 2021 [1]

Giampiero Massolo [2]


[1] Ispionline.it – 29.12.2020 – https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/summit-watch-2021-il-g20-italiano-28789

[2] Presidente dell’ISPI

Quali sono le principali variabili dalle quali potrà dipendere il successo della presidenza italiana del G20 nel 2021? La domanda appare particolarmente pertinente a pochi giorni dalla chiusura di un anno che ha reso ancor più evidenti, al contempo, l’assenza e il bisogno di efficaci meccanismi della governance globale.

Sembrerebbe piuttosto naturale, dunque, rivolgere uno sguardo speranzoso al G20 – un foro che esprime circa il 90% del PIL mondiale – alla ricerca di risposte alle tante inquietudini che il 2020 ci lascerà in eredità. La storia di questo formato, tuttavia, deve indurre ad un atteggiamento di prudenza. Il trade-off tra rappresentatività ed efficacia è infatti uno dei nodi più difficili da sciogliere nei consessi internazionali e proprio il G20 ha più volte mostrato di non fare eccezione a tale regola.

Come orientarci in questo quadro carico di incertezze? Entrano qui in gioco le variabili evocate in apertura.

L’agenda, innanzi tutto. Alla definizione di obiettivi chiari ma realistici è legata la possibilità di favorire l’adozione di formule inclusive nelle quali tutti i partner possano riconoscersi. In ciò, l’Italia potrà investire sul suo riconosciuto status di potenza di dialogo e di equilibrio. Vale la pena quindi di provare ad essere ambiziosi, pur se appare opportuno evitare inutili velleitarismi. Nel metodo, promuovere il dialogo non vuol dire essere amici di tutti ad ogni costo. Su snodi fondamentali del nostro programma potremmo dover andare avanti con i partner disposti ad assumersi maggiori responsabilità. Sarà in questo caso importante ricordarci che la parola “partnership” non è un sinonimo di “alleanza”. Nel merito, la nostra credibilità sarà legata anche alla capacità di difendere di quei valori occidentali ai quali la nostra politica estera e il nostro stesso interesse nazionale sono intimamente legati. Questi trovano ampio ed opportuno riflesso nei temi al centro della nostra agenda, riassunti nelle tre direttrici “people, planet e prosperity”. Avremo così l’occasione di ingaggiare i nostri partner su sfide decisive quali il clima, il digitale, il debito dei paesi in via di sviluppo promuovendo un approccio pragmatico ed orientato al risultato. La co-Presidenza della COP 26 e lo svolgimento nel nostro Paese del Summit Mondiale sulla Salute rappresentano felici coincidenze sulle quali potremmo fare leva per rafforzare la nostra azione.

Vi è poi il contesto, un dato per definizione tanto mutevole quanto imprescindibile. Il 2021 sarà inevitabilmente ancora segnato dalla pandemia. È lecito tuttavia attendersi che l’inizio delle campagne di vaccinazioni potrà consentire di affrontare il problema da un’angolatura diversa rispetto a quella del mero contenimento del contagio, aprendo auspicabilmente la prospettiva di una progressiva eradicazione del virus. Un lavoro complesso che richiederà un coordinamento internazionale nel quale il G20 potrà giocare un ruolo prezioso, anche al fine di tutelare le esigenze dei paesi più svantaggiati. Si colloca in questo orizzonte l’obiettivo dell’affermazione dei vaccini come beni pubblici globali, sul quale opportunamente sono risposte molte delle nostre energie. Tutte da decifrare, pur nella loro prevedibile durezza, saranno poi le conseguenze della crisi socio-economica associata a quella sanitaria, una volta che verranno allentati gli schemi di sostegno messi in piedi dagli Stati. Attenuarne le inevitabili asimmetrie non potrà che giovare alla ripresa globale e rilanciare la lotta alla povertà.

La terza variabile è la volontà della membership di cooperare in funzione del conseguimento di obiettivi comuni. Su questo punto, è indubbiamente opportuno armarsi di un sano realismo e non farci troppe illusioni. Il G20 è un club i cui membri muovono da punti di vista e interessi spesso molto lontani tra loro. Un dato che rende di per sé difficile la ricerca di formule di sintesi. Proprio il carattere “emergenziale” dell’attuale congiuntura potrebbe tuttavia schiudere utili spazi di manovra per favorire un atteggiamento collaborativo e maggiormente incline al compromesso. In questo senso si può guardare con positività anche alla dichiarata volontà di rilancio del multilateralismo espressa dal Presidente eletto Biden, come pure alle aperture all’integrazione e al libero scambio di cui sono recenti espressioni il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) e l’annunciata possibile finalizzazione dell’accordo sugli investimenti tra l’UE e la Cina. Vi è inoltre il crescente dinamismo delle democrazie asiatiche, che l’Occidente ha tutto l’interesse a sottrarre all’influenza esclusiva di Pechino.

Su queste basi, un’Unione ricompattata dagli esiti del Consiglio Europeo di dicembre che si presentasse al G20 senza dissonanze tra gli Stati membri potrebbe contribuire alla ricostituzione in termini più strutturati quel rapporto a tre con USA e Cina dal quale ogni schema realistico di governance globale non può prescindere. Le alternative le conosciamo: un G2 sino-americano o un G0 privo di punti di riferimento. In entrambi i casi l’Europa rischia di trovarsi relegata al ruolo di mero terreno di scontro (economico, tecnologico, normativo) tra le due superpotenze. Bene dunque farsi trovare pronti all’appuntamento, magari riportando al centro della scena anche la questione del rafforzamento delle relazioni transatlantiche.

Il G20, piattaforma che ha il pregio di tenere insieme tutti gli attori rilevanti, ben si presta a un esercizio di questo tipo. Ancorché non figuri espressamente nella nostra agenda, si tratterebbe di per sé di un “deliverable” di grande significato per la Presidenza italiana. Le variabili, per parte loro, potrebbero rivelarsi utilmente allineate.

Cornice 2021/1

Il 2021 della politica italiana.

Anno nero, se non si trova chi sappia proporre senza demagogia fiducia nel futuro [1]

Stefano Rolando [2]


[1] Lindro.it – 30.12.2020 – https://www.lindro.it/il-2021-della-politica-italiana-speranza-e-futuro-cercasi/

[2] Professore di Comunicazione pubblica e politica all’Università Iulm di Milano

Basta accontentarci di spot e annunci! Forse è stata una “trovata comunicativa” quella del Teatro alla Scala, a nome di tutta la cultura italiana dello spettacolo, di lanciare una speranza rispetto al dramma in corso, per il nuovo anno, intitolando il Sant’Ambrogio alla più grande invocazione della nostra storia culturale: il dantesco motto “a riveder le stelle”. Ma essendo il 2021 il 700° della morte di Dante Alighieri, con un vasto programma, in quello spunto c’era anche la promessa di tornare a lavorare sui nostri fondamentali. E proprio nelle crisi questo è un modo non banale di mettere fondamenta allo sforzo di scrutare il futuro. Che la politica prenda esempio. Ha riferimenti, se vuole e se può, per immaginare una moderna riorganizzazione delle speranze. 

Dare speranze al popolo



Sandro Pertini, il memorabile discorso a piazza Duomo a Milano nel giorno della Liberazione del 1945

Un carattere che le “tifoserie” del tempo passato riconoscevano ai leader (preferendo ovviamente il proprio leader all’avversario, ma ammettendo l’estensione del principio) era quello di “dare speranze al popolo”. La cosa – che era già stata vera ai tempi dello scontro tra la DC di Alcide De Gasperi e il PCI di Palmiro Togliatti – riguardò poi principalmente il duello più accesso, quello a sinistra. Quello tra socialisti e comunisti condotto negli anni ’70 e ’80 da Bettino Craxi e Enrico Berlinguer. Tuttora la memoria di chi visse il primato del berlinguerismo si “consola” (rispetto a miopie sul cambiamento sociale mal percepito, ma anche a proposito delle ambiguità e della sparizione stessa del soggetto politico comunista) dicendo: “sì, ma dare una speranza a un popolo restava la cosa più importante”. E lo stesso succede nella memoria di chi visse il primato del craxismo, a sua volta consolandosi (rispetto ai travolgimenti giudiziari, a violenze delegittimanti e anche qui rispetto alla sparizione del soggetto politico socialista) dicendo: “oltre a vedere più chiaro il presente, offriva una più robusta speranza al popolo”.

Non pochi sono i nomi che hanno contato nella politica italiana che potrebbero vedersi riconosciuta questa qualità.  Ovviamente quasi tutti i “padri della patria”, giusto per avere creato le condizioni di libertà e delle nuove regole costituzionali.  I presidenti della Repubblica, soprattutto quelli dotati di una narrativa capace di non nascondere mai una fede profonda nel Paese (con punti alti nel settennato di Sandro Pertini e nel settennato di Carlo Azeglio Ciampi a cui fa eco – soprattutto in tempo di pandemia – anche la presidenza Mattarella).  Vi erano poi i leader politici che non si trinceravano dietro il politichese d’occasione ma usavano cultura e visione per il loro ottimismo o per il loro pessimismo (da Aldo Moro ad Amintore Fanfani, da Luigi Einaudi a Ugo La Malfa). Vi fu chi incarnò una certa intransigenza attorno ai principi, con un’offerta dunque di sincerità (vengono in mente Giorgio Amendola, Giovanni Malagodi, Marco Pannella, Giuseppe Saragat e persino Giorgio Almirante). Dare “speranza al popolo” era naturale quando il vissuto popolare di un leader era capace di leggere sempre radici profonde (da Alcide De Gasperi a Pietro Nenni, da Pietro Ingrao a Tina Anselmi, ai leader sindacali fino alla generazione di Lama, Carniti, Benvenuto, Trentin). Dopo il ’68 contò molto il riconoscimento della forza ferma e positiva delle donne (da Nilde Jotti a Rosetta Jervolino, da Lina Merlin a Emma Bonino, da Rossana Rossanda a Rosy Bindi). E nelle scelte difficili e coraggiose contò il rapporto tenace con l’idea d’Europa (da Antonio Giolitti a Emilio Colombo e Giulio Andreotti, da Altiero Spinelli a Romano Prodi, da Giuliano Amato a Gianni De Michelis).

Nomi a parte – che qui servono a restituire memoria delle cose, non a esaurire liste – lo sguardo lungo costituito dalla razionalità della visione progettuale e dalla emozionalità di una cultura della speranza non nutrita da demagogia, ha formato – in Italia come nel mondo – il pensiero consapevole di sostegno degli elettori nel dare delega ai politici: consenso sui programmi (tra loro anche alternativi) e fiducia nei caratteri simbolici di una narrativa.

Esaurita la proposta di futuro

Scrive in questi giorni Paolo Pombeni – studioso bolognese di scienza politica – che è esaurita “la proposta di futuro”. Qualunque proposta di futuro. Lo dice a proposito dell’Italia oggi e lo riferisce a tutto il quadro della leadership in campo che conta su numeri per orientare la politica rappresentata.  Non ci potrebbe essere giudizio più pesante per dare una cornice a ciò che ci aspetta il prossimo anno, in vista di un contrasto a Coronavirus bilanciato a vera visione del “dopo”. Soprattutto perché non se ne esce rispetto alle avvisaglie ormai di molti anni fa: più scade il livello della politica, più essa si riduce ad autoreferenzialità. Come dice Pombeni: “Per affrontare il futuro con qualche serenità occorrerebbe avere qualche segnale di speranza e non ce ne sono molti. Soprattutto manca il potersi riferire ad una classe politica capace di mostrare consapevolezza che c’è sul tavolo il futuro di tutti e non il suo”.

Da anni – nella rilevazione di fine anno che Démos dedica (su Repubblica) alla fiducia degli italiani in ciò che essi considerano “istituzioni” – i partiti sono all’ultimo posto.  Hanno raggiunto anche livelli minimi (3/4%) e comunque mai oltre l’8 o il 9%. Da anni, insomma, come si è scritto qui qualche giorno fa, non arriva a uno su dieci il rapporto di fiducia degli italiani nei confronti della politica organizzata, rappresentata, delegata, retribuita. Un evidente vulnus democratico che ha spiegazioni, naturalmente. La prima delle quali riguarda proprio esattamente ciò che dice Pombeni: la progettazione del futuro di tuttie non la ricerca perenne di smodate, continuate, nascoste, palesi, occupazioni di tutti gli spazi di visibilità per parlare in sostanza della progettazione del “proprio futuro”.

Se qualcuno ci venisse a dire di non essere ingenui, perché senza un proprio futuro la politica non può provvedere al futuro di tutti, verrebbe da rispondere con la storia non massiccia ma nemmeno esile di generazioni di italiani che dal Risorgimento hanno salvato l’onore e le libertà collettive con i propri sacrifici anche estremi. I trecentomila resistenti (pur sempre meno dell’1% dell’allora popolazione adulta) ad esempio sono stati un caso al tempo stesso di dedizione estrema e poi, per la parte superstite, di oggettivo ricambio della classe dirigente. In cui non sono usciti solo funzionari di partito ma anche non pochissimi Enrico Mattei.

Il punto di confronto, si intende, è grave ma ancora non così drammatico. Anche se la chiave di svolgimento ha fattori simili nel tempo: la speranza è un cambiamento spiegabile con realistica raggiungibilità; il futuro è l’occhio collettivo lanciato oltre l’ultima curva, disegnato su bisogni evolutivi ora irrisolti che possono diventare diritti grazie alla democrazia. Non sommatorie, non solo economia, ma disegno che risponde a una narrativa sociale e identitaria, cioè collettiva e individuale.


Ursula von der Leyen, presidente della Commissione UE, lancia da Bruxelles il 2 luglio 2020 il Recovery Plan

L’argomento si colloca centralmente nello sguardo – afflitto ma pur sempre speranzoso – all’anno in arrivo, con particolare riguardo all’impianto di organizzazione e partecipazione attorno al nostro “Recovery Plan”, che la presidente Ursula von der Leyen ci ricorda essere un “piano” europeo costituito da altrettanti “piani” (non “fagotti”) nazionali. Appunto un “piano”, che dovrebbe portare con sé radici, motivazioni, meditate scelte, di una logica progettuale in cui economia, società, salute e diritti siano fattori collocati a matrice con le opzioni per progetti che ricevono una seria valutazione di “strategicità”.  Un grande processo che risponda a ciò che va, da sempre, sotto il nome di “pensare Paese” che è, da ogni tempo, l’anticamera della proposta di futuro. Il “piano” non è un coniglio estratto dal cappello. Dovrebbe essere anche parte di un “dibattito pubblico”. Certo, un documento alla fine arriverà, rispetto all’elenco dei 52 progetti “inodori e insapori” reso noto dal Sole 24 ore il 27 dicembre). Ma difficilmente sarà ciò che si dice “pensiero pubblico”. Intanto non è un passante o un critico antigovernativo di parte ma il commissario europeo all’Economia Paolo Gentiloni, membro del PD partito di governo, a dire che “sul Recovery Plan a Bruxelles c’è un caso Italia”.

Siccome le previsioni economiche per il 2021 restano contraddittorie – anche quelle dell’ultima ora, con un’ipotesi di +4% di PIL ma con una stima di 1 milione di posti di lavoro in ballo – è chiaro che la cornice sulla “fiducia” ha una priorità nella transizione.

Alla ricerca dei cantieri della rigenerazione

Pombeni, nel lanciare questo appello, immagina che la posta in gioco dovrebbe rovesciare ciò che appare la linea di tendenza che ha dominato fin qui la scena di contrasto alla pandemia: “un festival di richieste di bonus e mancette”. L’equazione spicciativa che un po’ l’autoconservazione di sistema un po’ i media hanno diffuso e servito alla rassegnazione civica degli italiani è che “i numeri in parlamento sono questi e senza alternativa” e che “fa orrore pensare che in una situazione simile si debba fermare l’azione di governo”.

Così ora non solo si profila continuità di quella scena di governo, ma la si potrebbe vedere – nella capacità dei partiti di motivare il loro stesso ruolo spartitorio come cosa più efficace delle squadre tecniche proposte da Giuseppe Conte – come un festival bonus e mancette legalizzato e partitocratico.  E’ difficile insomma pensare che, in quel clima proteso a vedere dove collima l’interesse di partito rispetto a progetti pescati e ripescati, nasca la filosofia della speranza che pur appartiene a radici non lontane della politica italiana.

La contraddizione è resa possibile dall’assenza di cantieri importanti che esprimano una rigenerazione della dialettica politica proprio attraverso la fuoriuscita dai ricatti. Ecco perché le elezioni che potrebbero svolgersi a tarda primavera – che riguardano tra l’altro lo snodo delle quattro capitali italiane (Torino, Milano, Roma, Napoli) – contengono forse l’unica possibilità in agenda per creare condizioni di cantiere che, ove riuscissero, contrasterebbero la resa ai ricatti, riaprendo una ricerca di cambiamento che ora pare scoraggiare i più. 

In questo schema il contesto di Milano e Torino appare potenzialmente più ragionevole a creare condizioni sperimentali diverse, ma sarebbe talmente importante immaginare un’inversione di tendenza per Roma (dove ci sarebbe qualche segnale) e Napoli (dove forse il segnale potrebbe venire da una fonte per i più non immaginabile) da non mettere – per stereotipo o per principio – la museruola alle speranze.

Insomma, pur sapendo che una formula non è di per sé una garanzia di contenuti e quindi nemmeno una fidejussione a garanzia del “futuro di tutti”, laddove l’area liberal-democratica estesa a verdi e civici progressisti mettesse da parte ego-prerogative e dimostrasse possibile indurre i dem ad alleanze di governo scevre da populismo e con evidente rinnovamento generazionale, le pre-condizioni di un recupero di qualità della politica sarebbero meno velleitarie. Saldandosi – come ora non sembra avvenire – a ciò che società, impresa, scienza e ricerca stanno comunque facendo anche in Italia per declinare a “vantaggio di tutti” la parola futuro.

Se Massimo D’Alema ritiene che ci voglia “senso della storia” e “visione del mondo” per andare “oltre il PD”, questa rete LIB-LAB ha radici più profonde, ma diverse, per proporre con spessore europeo la stessa cosa.

Naturalmente, fin qui gli “appelli al futuro” si sprecano nel dibattito politico. Soprattutto quello orientato alla demagogia. Spesso evocando una sorta di melassa pacificata e indistinta che, delegando questo o quel partito, si otterrebbe. Stesso stile di indicazioni generiche vengono dalle forze di governo e dall’opposizione di destra. Un altro genere di proposta riguarda scorciatoie rappresentate da una diversa forma di delega, quando si legge su Wired che già ora il 25% degli elettori europei dimostra propensione addirittura a consegnare all’intelligenza artificiale e non ad esseri umani le decisioni politiche. Algoritmi di “deep learning”.

E’ un po’ la stessa logica che pervade ormai una parte consistente della comunicazione politica che si vive solo come in una continua e incessante competizione elettorale. 

Pensare che basterebbe tenere in tensione elementi veri di tradizione e innovazione, studiando di più e non imbrogliando se stessi e l’opinione pubblica con l’idea che la politica sia fatta di “trovate”.

Per il nuovismo politico, sono per lo più trovate comunicative. Bacchette magiche, in verità inservibili per un Paese che – dopo Caporetto e l’8 settembre del ‘43 – non si meriterebbe la terza débâcle nella sua storia unitaria.

Eredità 2020/1

Nel 2020 in Italia un eccesso di mortalità totale senza precedenti dal dopoguerra [1]

Paola Michelozzi, Francesca de’ Donato, Matteo Scortichini, Manuela De Sario, Fiammetta Noccioli,

Marina Davoli [2]


[1] Scienzainrete.it (21.12.2020) – https://www.scienzainrete.it/articolo/nel-2020-italia-eccesso-di-mortalit%C3%A0-totale-senza-precedenti-dal-dopoguerra/paola

[2] Paola Michelozzi, Dirigente U.O.C. Epidemiologia Ambientale, Occupazionale e Registro Tumori, Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale – Regione Lazio. Francesca de’ Donato, Dirigente meteorologa U.O.C. Epidemiologia Ambientale, Occupazionale e Registro Tumori, Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale – Regione Lazio. Matteo Scortichini, Statistico U.O.C. Epidemiologia Ambientale, Occupazionale e Registro Tumori, Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale – Regione Lazio. Manuela De Sario, Dirigente Biologa U.O.C. Epidemiologia Ambientale, Occupazionale e Registro Tumori, Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale – Regione Lazio. Fiammetta Noccioli, Statistica U.O.C. Epidemiologia Ambientale, Occupazionale e Registro Tumori, Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale – Regione Lazio. Marina Davoli, Direttrice U.O.C. Clinica, Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale – Regione Lazio.



Figura 1 – La curva dell’andamento stagionale della mortalità dal 2016-2020 nel report SISMG
 

I decessi del 2020 sono senza precedenti nel confronto con altri anni caratterizzati da fenomeni demografici ed eventi estremi. Dall’inizio dell’epidemia di Covid-19, l’Italia è stato uno dei paesi più colpiti con il maggiore impatto in termini di mortalità. Considerando solo i primi tre mesi dell’epidemia (marzo-maggio), sono stati registrati 31.936 decessi nei casi microbiologicamente confermati di SARS-CoV-2 (Sorveglianza integrata Covid-19 dell’Istituto Superiore di Sanità, ISS). Tuttavia, i decessi accertati da SARS-CoV-2 risentono dei criteri di priorità nell’esecuzione dei test diagnostici, e pertanto è cruciale disporre di dati sulla sorveglianza dell’eccesso totale di mortalità, che possono fornire un quadro non distorto dell’impatto della pandemia e della sua gravità (Weinberger JAMA Internal Med 2020, Leon Lancet 2020).

A causa dell’emergenza pandemica, il bilancio demografico per il 2020 nel nostro paese sarà caratterizzato da un valore di mortalità eccezionalmente elevato. L’ISTAT ha registrato per due soli mesi, marzo e aprile, in corrispondenza della fase di crescita della curva epidemica, un eccesso di 47.500 decessi, e tale incremento ha interessato soprattutto le regioni del nord, dove si è protratto fino al mese di maggio (ISTAT ottobre 2020). Un incremento di simile entità era stato registrato nel 2015 (47.378 decessi in più rispetto all’anno precedente) (ISTAT annuario 2018). La sovramortalità del 2015 è stata per diverso tempo un vero enigma per i demografi e infine spiegata da una concomitanza di diversi fattori: un fenomeno demografico che ha incrementato la popolazione dei molto anziani (85+ anni) e un’influenza stagionale ad alta incidenza. Il dato del 2015 tuttavia era cumulato sull’intero anno e riferito all’intero paese e quindi molto più contenuto rispetto all’eccesso associato ai primi mesi di pandemia (la cosiddetta prima ondata), quasi totalmente localizzato nelle regioni del nord, in particolare in Lombardia.

L’ISTAT a oggi ha pubblicato i dati sui decessi 2020, seppur non definitivi, fino al mese di settembre. Per disporre di dati più aggiornati sull’impatto dell’epidemia sulla mortalità, è stato utilizzato il Sistema rapido di sorveglianza della mortalità giornaliera del Ministero della salute (SiSMG), attivo in 32 grandi aree urbane, che permette il confronto della mortalità 2020 con il 2015 e i cinque anni successivi, aggiornato al mese di novembre. La figura 1 descrive l’andamento mensile della mortalità per gli anni 2015 – 2020, mentre la figura 2 mostra lo scarto cumulato di mortalità tra i valori del 2015 e i valori mensili dei singoli anni. Nel 2020 rispetto al 2015 si evidenzia uno scarto positivo della mortalità a partire dal mese di marzo; l’ unico altro anno che mostra uno scarto positivo è la prima metà del 2017, quando in tutto il paese si sono verificati eventi di freddo intenso con un’epidemia influenzale a elevata incidenza, a fronte di una copertura vaccinale negli ultrasessantacinquenni molto bassa, intorno al 50% (Vestergaard 2017, Rosano 2019). Altro aspetto peculiare del 2020 è l’assenza di eventi estremi sia in termini di temperature che di influenza stagionale. Questo ha determinato una mortalità inferiore all’atteso, probabilmente ampliando il pool dei soggetti suscettibili ad alto rischio di decesso che si sono trovati esposti all’epidemia a fine febbraio e che può avere amplificato l’impatto iniziale dell’epidemia di COVID-19 nelle regioni più colpite.



Figura 1. Confronto della mortalità cumulata mensile nelle città incluse nella sorveglianza SISMG tra il 2015 e novembre 2020


Figura 2. Scarto cumulato mensile nelle città incluse nella sorveglianza SISMG per gli anni 2016 – novembre 2020 (riferimento 2015)

Confrontando l’andamento dei dati mensili delle città SISMG con i dati nazionali ISTAT, sempre per il periodo 2015-2020, e considerando la correlazione dei dati mensili tra i due flussi è possibile stimare i decessi a livello nazionale per il mese di ottobre pari a 63.823 decessi (IC95%: 63.221 – 64.423) e di novembre pari a 88.300 (IC95%: 86.276 – 90.367). Complessivamente per il periodo gennaio-novembre 2020 vengono stimati circa 680.000 decessi che entro la fine dell’anno supereranno i 700.000 decessi totali, valore di gran lunga superiore al dato annuale ISTAT per il 2015 (656.196 decessi) e 2017 (659.473 decessi).

Covid-19 ha determinato un incremento della mortalità anche nelle fasce più giovani

Sia gli eventi estremi che l’influenza stagionale del 2015 e del 2017 hanno colpito una popolazione molto anziana, con il maggiore incremento di mortalità negli ultrasessantacinquenni (Rosano 2019) e ultra-ottantacinquenni (Michelozzi 2016).

L’incremento osservato nel 2020 ha interessato sin dall’inizio dell’epidemia anche la fascia 15-64 anni, soprattutto uomini (Michelozzi Eurosurveillance 2020). Per questo, sono importanti analisi dell’impatto dell’epidemia, basate sugli anni di vita persi o sugli anni vissuti con disabilità, indicatori che assumono una maggiore rilevanza quando la quota di decessi nella popolazione più giovane è maggiore. Le analisi di impatto già disponibili (Hanlon 2020, Nurchis 2020) utilizzano i decessi Covid-19 da sorveglianza integrata ISS. Un’analisi appena pubblicata ha stimato che a causa del Covid-19 la speranza di vita alla nascita negli italiani si sarebbe ridotta di 1 anno circa, da 83,2 anni a 82,1 anni (stima basata sui parametri di sopravvivenza della tavola di mortalità ISTAT 2019) (Cislaghi 2020). La mortalità Covid-19 rappresenta solo una frazione dell’eccesso di mortalità totale. Nell’analisi delle 32 città SISMG sulla prima ondata (Michelozzi BMC PH 2020), la frazione di decessi Covid-19 era pari al 66% nelle città del Nord e tale quota tendeva a diminuire con l’età, probabilmente a causa dei criteri di esecuzione dei test diagnostici, più orientati verso pazienti più giovani che in persone già fragili con un quadro clinico grave (es. ospiti delle RSA). Parallelamente, una quota aggiuntiva di decessi può essere riconducibile ad effetti indiretti dell’epidemia, per esempio in conseguenza della contrazione dell’offerta sanitaria dovuta alle misure di contenimento del contagio o alla paura di rivolgersi ai servizi assistenziali, diffusasi nella popolazione soprattutto nella prima ondata epidemica. In diverse regioni italiane, per esempio, durante il lockdown si è osservato un minore ricorso ai servizi di emergenza per condizioni anche gravi come ictus e infarto del miocardio, che può avere avuto ricadute in termini di mortalità (Pinnarelli 2020, Arniani 2020, Bonetti 2020), e questo probabilmente a svantaggio delle fasce socialmente svantaggiate (Michelozzi E&P 2020).

Solo la disponibilità dei dati sulla mortalità per causa consentirà di indagare gli effetti indiretti della pandemia su pazienti cronici, anche in relazione alle disuguaglianze di salute della popolazione.

Eccesso di mortalità, cosa è cambiato durante la seconda ondata?

Al 16 dicembre, l’Italia con i suoi 65 mila decessi Covid-19 è il quinto paese a livello mondiale per impatto sulla mortalità, e il primo in Europa (https://covid19.who.int/table). Questo valore sarebbe ancora maggiore se fossimo in grado di includere la quota di mortalità non Covid-19 comunque legata all’epidemia. Alla luce delle diverse considerazioni fatte, appare evidente come la mortalità totale rimanga l’indicatore più solido per monitorare l’impatto sulla salute dell’epidemia.

La sorveglianza SISMG e il network EuroMOMO, già collaudati in occasione di eventi estremi e picchi influenzali (Michelozzi 2016, Vestergaard 2017, 2020), forniscono uno strumento essenziale per stimare l’impatto della pandemia ed effettuare confronti geografici dell’eccesso totale per classi di età e genere. Per esempio, i dati EuroMOMO fino ad aprile 2020 stimano un eccesso totale di 185.287 decessi nei 24 paesi europei coinvolti e confermano che l’eccesso ha interessato principalmente gli ultrasessantacinquenni, ma anche le fasce più giovani 45–64 e 15–44 anni (Vestergaard 2020).

Uno dei dati più rilevanti e un’importante differenza tra la prima e la seconda ondata rimane la forte eterogeneità geografica della diffusione dell’epidemia e quindi degli eccessi di mortalità osservati nelle diverse aree del paese. Una valutazione esaustiva dell’eccesso di mortalità osservato nella prima ondata (Scortichini et al. 2020) ha stimato un eccesso di mortalità del 29,5% se riferito a tutta la popolazione italiana, con un incremento del 71% se ci si riferisce a solo tre Regioni del nord (Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna), con dati impressionanti in alcune province della Lombardia (la regione più colpita) dove sono stati osservati incrementi dell’800% nella settimana di picco della pandemia. Questi dati sottolineano l’importanza di considerare il forte impatto dell’epidemia in alcune aree che hanno fatto registrare eccessi di mortalità elevatissimi concentrate in alcune popolazioni e in un arco temporale molto limitato (Scortichini et al.2020).

I dati del SISMG consentono un monitoraggio dell’andamento della mortalità e dell’eccesso settimanale stimato nei 32 comuni aggiornati a cadenza settimanale utili per valutare l’evoluzione dell’epidemia e del suo impatto sulla salute in tempo reale (Rapporti SISMG, Ministero della salute).

La tempestività della sorveglianza SISMG consente un confronto in termini di eccesso di mortalità tra la prima e la seconda ondata. La figura 3 evidenzia come i dati siano pressoché sovrapponibili in termini di eccesso totale (+35% e +31% rispettivamente nella prima e seconda ondata), nonostante la prima fase dell’epidemia sia stata concentrata solo tra le città del Nord Italia mentre la seconda abbia interessato tutto il territorio nazionale. La seconda ondata dell’epidemia è stata però più prolungata rispetto alla prima, perché nella fase 1, in seguito alle misure di contenimento adottate dal Governo italiano a inizio marzo in tutto il paese, si è osservata una rapida flessione della curva epidemica che ha riportato dopo circa 63 giorni, a inizio maggio, la mortalità osservata entro i valori di riferimento.

Per quanto riguarda l’eccesso di mortalità per classi di età, si osserva un trend simile nelle due ondate, con un impatto maggiore nelle classi di età anziane (85+ anni: eccesso di mortalità del +47% e +36% nella prima e seconda ondata rispettivamente), ma con incrementi anche nella classe 15-64 anni. In particolare, nella seconda ondata l’eccesso di mortalità è stato lievemente maggiore proprio nelle classi di età più giovani (+20% vs +14% nella classe 15-64 anni e +28% vs +21% nella classe 65-74 anni) rispetto alla prima ondata. Queste differenze possono essere interpretabili alla luce della diversa estensione geografica delle due ondate, la prima prevalentemente al nord, e la seconda che ha interessato tutte le aree del paese con eccessi paragonabili pari a +33% e +29% rispettivamente al Nord e Centro-Sud, con il risultato di una maggiore pressione sul sistema sanitario anche in aree meno preparate ad affrontare la pandemia, per esempio con minor numero di posti letto in terapia intensiva o con una rete di medicina del territorio meno efficiente. Da sottolineare che anche nella seconda ondate le città in cui è stato osservato il maggior incremento di mortalità rimangono quelle del Nord (Rapporti SISMG) e la spiegazione delle differenze di diffusione dell’incidenza di epidemia e di impatto sulla mortalità tra le varie aree del paese devono essere ancora chiarite.

Anche nella seconda ondata non si può escludere che una quota dell’eccesso totale possa essere attribuibile a effetti indiretti della pandemia, soprattutto nelle aree del paese maggiormente interessate dai lockdown localizzati per il contenimento del contagio a livello locale.  


Figura 3. Eccesso di mortalità nelle due ondate dell’epidemia Covid-19 nelle città incluse nella sorveglianza SISMG

Perché la mortalità Covid-19 e l’eccesso di mortalità totale sono così elevate in Italia?

Uno studio americano che ha analizzato i dati fino a settembre 2020 inserisce l’Italia, insieme agli Stati Uniti fra gli otto paesi a elevata mortalità Covid-19 (tasso > 25 per 100.000 ab.) stimando per il nostro paese un tasso pari a 59.1 per 100.000 (Bilinski 2020). Differenze nella definizione di caso e nella capacità del sistema di identificare i casi di infezione e i decessi per Covid-19 possono essere alla base delle differenze osservate tra paesi e tra aree all’interno dello stesso paese. Un altro determinante importante è la capacità del sistema sanitario di far fronte all’emergenza sanitaria e di adattarsi all’andamento dell’epidemia per gestire flussi molto elevati di pazienti, attraverso la riorganizzazione di aree di degenza per intensità di cura e complessità assistenziale, oltre alla capacità di gestione dei pazienti non ospedalizzati assistiti presso il proprio domicilio o in strutture dedicate. L’offerta dei servizi e l’accesso all’assistenza sanitaria possono inoltre variare molto tra paesi essendo influenzate da fattori economici e sociali, e variare nel tempo in risposta alle misure di contenimento più stringenti (lockdown), spiegando parte delle differenze osservate nell’esito della malattia con meccanismi sia diretti che indiretti.

Alla base delle differenze osservate nella mortalità Covid-19 e nell’eccesso di mortalità totale vi sono anche differenze nella quota di anziani e nella prevalenza di patologie croniche ovvero nella quota di popolazione più suscettibile all’infezione e a maggior rischio di complicanze e decesso a causa della malattia. In conclusione, la mortalità è una importante sentinella non solo dell’impatto dell’epidemia in atto, ma anche dei complessi processi che legano i cittadini al servizio sanitario, oltre che ai determinanti che aumentano il rischio di decesso sia per COVID-19 che totale, come il livello di deprivazione socio-economica e la prevalenza di comorbidità (Jin 2020). Quella sui fattori di suscettibilità è un’altra importante area di ricerca, utile anche al fine di indirizzare per esempio la vaccinazione prioritariamente a coloro che hanno un maggior rischio di decesso (Jin 2020).

Bibliografia

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Eredità 2020/2

L’anno che se ne va. Che cosa rimarrà di questo assurdo 2020 [1]

Dario Ronzoni


[1] Linkiesta.it (30.12.2020) – https://www.linkiesta.it/2020/12/cosa-rimane-2020-mascherina/

Archiviati i lieviti e le lezioni di yoga online, continueranno ad accompagnarci lo smart working, la mascherina, qualche nuova abitudine salutare e la voglia di rivedere le persone. Per fortuna non ci sarà più Trump presidente, Conte purtroppo sì (per ora)

Da tempo sono state messe da parte le scatole di lievito, e archiviati gli esercizi di ginnastica a casa insieme agli apertivi su Zoom. Tutte abitudini nuove, eccezionali e di breve durata. Come i tremendi appuntamenti sul balcone con inno nazionale a tutto volume.

Quello che resterà del 2020, oltre ai ricordi e alla diffusione del QR Code, sono altre cose. Quali? Secondo questo pensoso articolo del Financial Times, sarebbe imprudente sbilanciarsi con previsioni ottimiste. La nuova normalità, se è quella che è stata abbracciata nel mese estivo, non ha niente a che vedere con la solidarietà nei confronti del personale medico (gli attacchi di pochi folli non sono rappresentativi, certo, ma il rifiuto da parte del governo inglese di alzare la paga forse sì) e nemmeno con un ritrovato senso di responsabilità nei confronti degli altri.

Si consideri il caso di Francis Scott Fitzgerald durante la guerra e la pandemia spagnola: alla notizia della morte dell’amico prete Sigourney Fay, ucciso dall’influenza, lo scrittore dichiara di voler diventare anche lui prete, esprimendo un sentimento di sacrificio e raccoglimento adatto al momento. Ma, come tutti sanno, finita l’epidemia, il buon proposito fu dimenticato e prevalse un’ansia vitalista fatta di consumo ed eccessi.

Senza per forza dedicarsi a fare scelte di vita così drastiche, è possibile che i Ruggenti anni ’20 si ripresentino anche stavolta, a distanza di un secolo, spazzando tutti i buoni intendimenti sviluppati in questi mesi? Non è detto: le condizioni economiche erano diverse e l’Europa arriva alla pandemia dopo un decennio di calo e cambiamenti, tra cui alcune innovazioni.

Per questo del 2020, con ogni probabilità, resterà il nuovo modo di lavorare. Senza gli estremi raggiunti con il lockdown, ma lo smart working è arrivato per restare. Secondo una ricerca del Pew Research Center, almeno quattro americani su 10 sostengono che il loro lavoro possa essere fatto, in tutta tranquillità, anche a distanza. E di questi almeno la metà intende continuare.

La conseguenza sarà un crollo – lo dice anche Bill Gates – nei viaggi di lavoro, che secondo le previsioni diminuiranno del 50%, soprattutto quando per gli incontri a due, mentre le riunioni di gruppo continueranno: Zoom, per quanto sia entrato a far parte della vita di tutti, non restituisce lo stesso effetto della presenza per il suo valore aggiunto in fatto di serendipity e interazione sociale. Insieme, rimarrà (anzi crescerà) la sensibilità per il digital divide, che al momento davvero spacca il Paese e per il ritardo tecnologico in generale.

E forse si svilupperà davvero il cosiddetto Southworking.

Per quanto riguarda i rapporti umani, è verosimile che non ci sarà l’ansia di socialità che era seguita alla Spagnola (in concomitanza con la Prima Guerra mondiale) e forse rimarrà qualche titubanza in fatto di frequentazioni.

Sparirà (per fortuna) il saluto fatto col gomito, non prevarrà l’inchino all’orientale e si tornerà a darsi la mano, ma le mascherine resteranno per tutto il 2021 e forse anche oltre.

Si è imparato che, Covid o meno, sono dispositivi che consentono di ridurre il propagarsi dei virus (anche l’influenza) e non è peregrino aspettarsi di rivederle, magari addosso a chi è raffreddato o quando ci si trova in mezzo alla folla.

Di sicuro, i risultati più notevoli il 2020 li ha concretizzati sul piano della politica. Il primo è buono, anche se ottenuto a caro prezzo: la fine (o l’appannamento, se non si vuole esagerare con l’ottimismo) dei populismi.

In Italia Matteo Salvini si è sgonfiato, mentre in America un numero record di elettori ha votato per cacciare Trump, anche se alla fine quelli decisivi sono stati solo

42.918. Il 2021 inizia, insomma, con un nuovo presidente americano che forse non sarà l’artefice del New Deal ma di sicuro è meglio del precedente.

Il secondo è ancora da definire: l’Europa, nonostante i tentennamenti iniziali, ha risposto in modo deciso e tutto sommato unito alla crisi. Ha messo in piedi un piano di investimenti, il NextGeneration EU, che ne sancisce una comunità di intenti. Se ben organizzato, poi, pone le basi per un rilancio economico, sociale, ambientale e tecnologico. Una nuova partenza, si potrebbe dire.

Il problema è che in Italia, tra i Paesi più colpiti dal virus e dalla crisi che ne consegue, la gestione di questa occasione di rinascita è affidata (per ora) a un governo che definire inadeguato è un complimento.

Resterà anche nel 2021, ma si spera non troppo a lungo.

Eredità 2020/3

Dopo la pandemia, un futuro urbano diverso si impone [1]

Paolo Perulli [2]


[1] Rivistailmulino.it (21.12.2020) – https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:5470

[2] Paolo Perulli è professore ordinario di Sociologia economica e direttore del Master in Sviluppo locale presso l’Università del Piemonte Orientale “Amedeo Avogrado”. Ha pubblicato, tra gli altri, Nord. Una città-regione globale (a cura di, Il Mulino, 2012) e Il dio contratto. Origine e istituzione della società contemporanea (Einaudi, 2012).

La grande fuga dalle città si è materializzata nel corso del 2020 in forme incerte, provvisorie, selettive. I quartieri ricchi di New York e di Milano si sono svuotati, con i residenti trasferiti nelle seconde case nel verde. I lavoratori in remoto sono rimasti a casa, spesso nell’hinterland o nelle città di residenza, prossime alla metropoli. La mobilità si è ridotta nelle città e tra le città, ma soprattutto la business community viaggiante sui treni ad alta velocità si è dissolta. Il trasporto aereo è crollato. Interi settori dell’economia sono stati congelati e come nel caso del turismo, della cultura e del divertimento, forse non torneranno più come prima, ponendo seri interrogativi all’economia creativa delle città che vive di contatti e di interazioni dirette e all’ampia sfera del consumo culturale di massa. Le imprese di punta si sono arrese, e poi velocemente riconvertite ai nuovi mercati della prossimità (AirBnB ha spostato la sua offerta verso le residenze suburbane), quelle del digitale e del delivery hanno moltiplicato addetti e utili (come Amazon, che ha aumentato gli addetti da 800.000 a 1.200.000 in pochi mesi). Il mondo urbano si è fermato, poi è ripartito molto lentamente e senza una precisa direzione.

Dove andranno a vivere le classi creative, gli analisti, i software developer, i ricercatori, i lavoratori intellettuali che sono il fulcro dell’economia dei Paesi avanzati? A Milano, Torino e Bologna le classi creative e le figure funzionali alle classi creative superano il 40% della popolazione residente. Si approfondirà la tendenza di una simile popolazione urbana a vivere online nei sobborghi o in zone remote, una specie di “villaggio globale” di McLuhan che ritorna di attualità? Nel 2021 il 100% del valore finanziario dell’economia degli Stati Uniti d’America sarà fatto di brevetti, algoritmi, software e proprietà intellettuale. Dove vivranno questi soggetti protagonisti del capitalismo immateriale?

Uno schema interpretativo della grande crisi pandemica in corso dovrebbe rispondere a queste domande. Un esempio è l’approccio, schematico seppur sofisticato, di geografi e urbanisti. Per chi come loro pensa la società come un campo di gioco di forze di attrazione e di agglomerazione, la pandemia è una delle tante evenienze cui le città ancora una volta sopravvivranno: e saranno come sempre le città globali – New York, Londra, Los Angeles, S. Francisco, Toronto a Occidente; Tokyo, Shanghai, Hong Kong, Singapore a Oriente – a guidare la rincorsa.

Queste interpretazioni ignorano il polo microsociale del comportamento umano, quello privilegiato dalla psicologia e dalla sociologia interazionista. Esse riguardano i comportamenti psichici soggettivi e la vita nervosa degli individui, quella che Simmel studiò per la metropoli di inizio Novecento. Il «distacco» del tipo blasé, il suo riserbo nei confronti della folla metropolitana assumono oggi un valore profetico, una tragica attualità. L’individuo della metropoli è oggi schiacciato dal sapere oggettivo incorporato nelle grandi strutture e infrastrutture che gli si rivolgono contro: le vetture claustrofobiche della metropolitana e gli shopping mall pieni di folla diventano la principale fonte di rischio.

Le scienze esatte della fisica, così come l’epidemiologia medica e la ricerca clinica, misurano curve e andamenti dell’epidemia in ciascuna città e regione, ma non colgono gli aspetti interpretativi, comportamentali, sociali che queste grandezze esprimono. Sarebbe necessario un modello circolare che sappia unire fattori economici-oggettivi ed extraeconomici-soggettivi.

Fattori oggettivi e soggettivi li ritroviamo uniti nella società del rischio globale. La moltiplicazione dei rischi, la Risikogesellschaft annunciata da Ulrich Beck oltre trent’anni fa, si è materializzata con un crescendo: nei catastrofici cambiamenti climatici planetari, nel rischio finanziario che coinvolge tutti, nella caduta in povertà di ampi strati di ceti medi e bassi, infine nella prima pandemia per sua natura globale. La radice di questi rischi è comune. È il capitalismo nella sua «fase estrema»: quella attuale, in cui i fenomeni globali rendono impossibile circoscrivere le fonti del rischio, come invece era possibile nelle società nazionali e locali del passato.

Questa nuova configurazione pone al centro la dimensione globale assunta dal rischio e la sua attuale «incalcolabilità». Siamo lontanissimi da quando il rischio era calcolabile da un agente economico, da un governo, da una famiglia. La finanziarizzazione globale e l’economia delle imprese globali – le due entità che hanno sostituito la sovranità degli Stati – hanno contribuito a globalizzare il rischio. Il debito che esplode in un punto qualunque del sistema si propaga a tutto il mondo, esattamente come avviene con la pandemia e con la crisi ecologica. Siamo sull’orlo di una completa trasformazione dell’economia: il cambiamento climatico obbliga gli investitori a riconsiderare le fondamenta stesse della finanza moderna. Ciò significa che investire oggi in un’impresa o in un Paese comporta un rischio incalcolabile: non sappiamo cosa avverrà a causa del cambiamento climatico in quell’economia nazionale, quell’impresa, quella città. Saranno state inondate o distrutte dalla siccità, saranno state colpite da mutamenti irreversibili?

Gli abitanti delle città reagiranno al rischio globale in modi certo differenziati, ma tenderanno a isolarsi? A creare ancora di più comunità recintate e protette?

La sregolazione delle nostre società ha esasperato un aspetto, quello della responsabilità individuale nei confronti del rischio, dell’esigenza di sicurezza. Nella pandemia si è richiesto alle persone un comportamento attento e responsabile, senza fornire loro un quadro affidabile e organico di risposte da parte delle istituzioni (sanitarie, scolastiche, dei trasporti ecc.). Si tratta di un aspetto essenziale in cui la responsabilità civica individuale si connette a quella istituzionale collettiva. Due dimensioni, individuale e collettiva, che sono state scisse e allontanate l’una dall’altra, in primo luogo, dall’ attuale cultura del capitalismo, interessata a manipolare il consumatore individuale (come si vede nel campo dei consumi digitali) rendendolo estraneo e ostile a ogni soluzione collettiva alternativa al mercato (ciascuno si risolve i problemi affidandosi agli algoritmi delle piattaforme, non certo alle iniziative collettive).

Ma la distanziazione e la rarefazione delle interazioni sociali ha aggravato il senso di isolamento; ci si è affidati alle piattaforme (shopping online, smart working) più per necessità che per scelta. Una possibile creazione di reti su base locale, civica e translocale, potrebbe rappresentare una auspicabile risposta istituzionale (di quartiere, di città, di sistemi locali) rispetto alla privatizzazione digitale imposta dal modello dominante.

Questo ci riporta al tema della città come luogo di elezione dei fenomeni pandemici. La densità sociale urbana non è una novità, è sempre esistita a partire dall’antichità. Ha accompagnato le epidemie del passato, accompagna la pandemia del presente. Wuhan, Milano, New York ecc. sono metropoli globali a elevata interazione con il resto del mondo, per la presenza di imprese globali e di flussi densi di funzioni assemblate e di merci globalizzate. Il resto lo fanno la densità morale durkheimiana che unisce le persone in un tutto sociale, e l’intensità delle relazioni e degli scambi tra infinite cerchie sociali cui Simmel attribuisce la differenziazione sociale. Si sta insieme tra simili in cerchie, club e ambienti diversissimi, e l’individuo passa dall’uno all’altro a seconda della «maschera sociale» che assume di volta in volta. Una prefigurazione su vasta scala della società pandemica.

Prime ricerche sull’intensità della pandemia nelle città mondiali hanno mostrato che i distretti e i quartieri più colpiti sono quelli a maggiore densità, e quelli in cui la povertà e il disagio sociale impediscono il distanziamento. Inoltre quartieri legati alle funzioni della mobilità, come quelli in prossimità degli aeroporti internazionali e per questo abitati dai lavoratori dei trasporti e dei servizi aeroportuali, sono risultati i più colpiti.

Ammettiamo pure che la densità da sola non spieghi tutto, che la pandemia sfugga a questa categorizzazione. Ma altri aspetti di «ecologia umana» entrano in gioco: come il verde per abitante, i servizi di prossimità, la mobilità urbana ed extraurbana.

Possiamo immaginare una risposta nel decentramento urbanistico, una dissoluzione della città in comunità locali ecologiche, fornite di energie rinnovabili e basata su scambi remoti? La visione di Bruno Taut, il grande architetto e urbanista che nel primo Novecento fece l’edilizia sociale di Berlino con le Siedlungen semicircolari nel verde, in un testo profetico, La dissoluzione delle città (1920) immaginò comunità ecologiche decentralizzate, distanti e solo debolmente connesse, con uso di energie naturali rinnovabili. Una regione di giardinieri del vetro, case ecologiche con serbatoi d’acqua e irradiatori solari mobili che realizzano la Glas Architektur. Anche Walter Gropius nella nuova architettura (1935) immaginava accanto alle zone centrali popolose una struttura suburbana a bassa densità. E Frank Lloyd Wright (come Taut influenzato dal Giappone) immaginava colonie urbane, prairie houses e le textile block houses, case leggere fatte come un tessuto orientale, e in Broadacre City (1932) una città fatta di lotti per una civiltà individuale e comunitaria, un nuovo concetto spaziale.

Tutto ciò è stato travolto dall’urbanizzazione selvaggia e dal consumo di suolo e di risorse naturali nella nostra epoca del «capitalismo estremo». Oggi un ripensamento si impone, sui modi di abitare, lavorare e pensare la città. Un discorso nato quasi all’improvviso, il lavoro da remoto (si passerà dall’attuale 3-4% al 30-40% degli addetti a lavori smart non manuali nelle grandi città, in certi casi come Londra i lavori smart superano il 50%), potrà essere l’occasione di riflessione e sperimentazione.

Ma occorrerà guardare alle diseguaglianze sociali tra lavoratori manuali (i più esposti alla pandemia: a Singapore metà dei lavoratori migranti sono stati colpiti dal virus) e non manuali, tra inattivi e attivi, di genere ecc. e ripensare il lavoro in senso più generale. Un futuro urbano diverso si impone, anche per fronteggiare il cambiamento climatico che tra pochi decenni trasformerà Milano in una Karachi. Ma nelle città dei Sud del mondo dove prosegue l’urbanizzazione massiccia e dove il virus si è presentato in forme differenziate non è chiaro come si potrà rispondere alla sfida delle migrazioni, dei residenti in circolazione, di una popolazione sempre meno definita e rappresentata, senza impegni di lungo termine, che vive negli interstizi dell’informale e nella continua rinegoziazione della vita.

L’orizzonte si allunga al 2050: abbiamo trent’anni per rispondere alle sfide da noi stessi provocate, mediante un immane sforzo ricostruttivo – fisico e morale – delle città.

La corsa lunga di Coronavirus/1

L’epidemia. Ieri. Oggi. Domani [1]

Bruno Giorgini [2]


[1] Parliamoneora.it (15.12.2020) – http://www.parliamoneora.it/2020/12/15/epidemia-ieri-oggi-domani/

[2] Fisico, docente di Fisica dei Sistemi complessi, associato a INFN, Università di Bologna – Giornalista scientifico

Ieri. L’origine

Tutto cominciò con un ecosistema che viveva e prosperava in uno stato dinamico stazionario. Ovvero in una condizione d’equilibrio tra le evoluzioni delle diverse specie animali e vegetali. Dagli organismi microscopici e submicroscopici (batteri, virus, microbi, germi e quant’altro) fino ai mammiferi, agli uccelli, ai pesci ecc… Dai muschi e licheni alla vegetazione suboschiva, fino alla foresta amazzonica, senza dimenticare il giardino sotto casa, l’osservabile più pregnante che modella l’intero ecosistema essendo la biodiversità. Modella e protegge. Senza esagerare, ma quanto più la biodiversità è ricca e vivace, tanto più l’ecosistema è resiliente (non è una proporzionalità diretta matematica ma solo un’osservazione fenomenologica).

In questo contesto nasce il paradigma che va sotto il nome di One Health.

Possiamo enunciarlo così: la salute è una caratteristica e qualità unitaria nonchè plurale, dell’intero ecosistema.

Soltanto in questo quadro che, se si vuole, possiamo definire olistico, riusciamo in modo corretto e efficace a definire, perseguire, e tracciare la salute dei vari componenti tra cui noi umani. In qualche modo quindi la nostra salute dipenderà, almeno in parte, dalla salute del nostro ecosistema (e quindi dalla sua biodiversità). Non a caso in un recente articolo su Nature, i ricercatori scoprono che le specie che condividono parassiti e patogeni con l’uomo sono più numerose negli ecosistemi sfruttati dagli umani, agricoli e urbani, rispetto a habitat prossimi indisturbati. Il che non stupisce, anzi appare essere del tutto ragionevole, se non ovvio.

Più interessante è forse osservare che le azioni umane su habitat naturali possono causare cambiamenti nella composizione delle specie locali serbatoio di parassiti, e in quelle che funzionano come tampone rispetto al rischio che parassiti e patogeni possano raggiungere la specie homo.

Quando l’intervento umano frantuma il nostro ecosistema (Global areas of low human impact [..] and fragmentation of the natural world – Nature 2019), ecco che l’equilibrio si spezza, e in una sorta di rompete le righe l’insieme dei componenti si sparpaglia e diffonde e contamina nei modi più vari nonchè fantasiosi, con inusitati salti di specie dei microrganismi dai pipistrelli ai maiali selvatici fino agli umani. Microrganismi che, laddove non patogeni per la specie di riferimento naturale, possono esserlo, spesso lo sono, per la nuova specie che vanno a colonizzare.

La deforestazione per esempio lasciando gli animali selvatici senza cibo, li spinge a migrare verso i luoghi abitati dall’uomo, sovente verso gli slums delle grandi metropoli, dove incontrano, e si ibridano con loro lontani parenti addomesticati nei secoli, con sregolata trasmissione di germi, microbi, batteri e virus i più vari.

Così One Health si sgretola preparando il terreno alla possibile, probabile epidemia prossima ventura.

L’epidemia oggi

Ed eccola qua, in corso d’opera. L’epidemia che abbattendosi come un maglio sulla società degli umani, la frantuma, con molte persone decedute giorno dopo giorno. Una coltre di morte che permea ormai l’intero immaginario, per non dire tutto il corpo sociale.

Il 3 dicembre 2020 in Italia si contano quasi mille morti, per la precisione 993 in un solo giorno. Una cifra spaventosa. Oltre sessantamila in totale.

In Italia il numero di persone decedute a causa dell’infezione da coronavirus è particolarmente alto, il più alto per quanto riguarda l’Europa, almeno quella che un tempo chiamavamo “occidentale”, Spagna, Francia, Germania eccetera.

Numero dei morti che corre tra circa 600 e 800 al giorno e, al momento in cui scrivo (13/12/20), non si percepiscono indizi consistenti di decrescita.

(l’indice di letalità vale 3.47% per l’Italia, 2.75% per la Spagna,  2.35% per la Francia e, udite udite, l’1.61% per la Germania – con il doppio dei tamponi e il tracciamento – mentre la media mondiale vale 2.3%, un numero giusto per dire).

Si impone una domanda: come mai questo gran numero di deceduti italici rispetto ai numeri significativamente più contenuti dei nostri fratelli europei oltre frontiera.

Si danno spiegazioni multiple, in particolare le defaillances del sistema sanitario che spesso implica la presenza di molte patologie pregresse latenti o dispiegate; e la vecchiaia della nostra popolazione che indebolisce il sistema immunitario. Per così dire l’inverso dell’immunità di gregge alcune volte evocata.

Personalmente vorrei proporre un’altra concausa: la mancanza di tracciamento.

È ben noto che il contrasto all’epidemia si fonda sulle ormai classiche 4T. Trasparenza pubblica rigorosa per quanto attiene i rischi nonchè i metodi di prevenzione e cura, invece dell’insano balletto mediatico cui si abbandonano purtroppo legioni di virologi esperti e/o improvvisati davanti a giornalisti a caccia di scoop. Mi sia qui permesso di sottolineare come la mancanza e/o debolezza estrema di una cultura scientifica diffusa sia perniciosa sia per la salute pubblica che per la democrazia (il luogo in cui nessun sapere viene disperso, secondo Solone se non sbaglio).

Test (o tamponi che dir si voglia) a valanga, tendenzialmente fino a saturare l’intera popolazione.

Tracciamento almeno di tutti gli individui positivi, o comunque il più possibile. Trattamento dei soggetti tracciati contagiosi e/o malati.

È evidente che il tracciamento permette di cogliere le persone contaminate e/o malate al tempo t=0, cioè al tempo iniziale dello sviluppo dei sintomi, quindi quando la carica virale è più debole e contenuta, per cui è più facile debellare il virus.

Questa è una cosa arcinota, soltanto che in Italia a un certo punto il tracciamento è stato interrotto, evaporandosi sub specie del numero eccessivo di persone contaminate o in via di esserlo. A mio avviso un errore madornale. Certamente frutto della debolezza del sistema sanitario, ma che poteva essere assunto e pian piano corretto, ricordando pure che il tracciamento permette di individuare e segnalare i cosidetti superdiffusori, che come dice il nome, sono delle specie di bombe biologiche a alto tasso di infettività. Però dopo il tentativo della app immuni via cellulare, clamorosamente fallito, nulla più è stato esperito.

A proposito di One Health, questo ampliamento del concetto di salute da un singolo, per esempio un umano ma anche un gatto, a un intero ecosistema e ai suoi più vari componenti elementari, non cancella né tantomeno calpesta la mia specifica salute, e il diritto di ognuno alla salute e alla cura. Col che proprio oggi quando siamo immersi e sommersi in una epidemia, percepiamo la debolezza e incompletezza di una idea di salute individualistica e privata (voce del verbo privare: privata degli altri viventi). Nel contempo l’epidemia ci obbliga a rifugiarci nel nostro particulare, sfuggendo il contatto con l’altro, tenendolo a distanza (di sicurezza, ove la si possa definire). In un paradosso evidente: l’epidemia, male pubblico e globale, viene contenuta, affrontata e contrastata con azioni pubbliche collettive e globali, epperò io individuo non posso stringere la mano al mio compagno di lotta contro il morbo, a nessuno dei miei compagni, a nessuno di coloro che partecipino del mio stato – devo praticare il cosiddetto distanziamento sociale, mentre nella popolazione si produce un partizione tra individui quiescenti, infetti, guariti e/o immuni(zzati ) – almeno temporaneamente. Ovvero in modo evidente, mi pare, l’epidemia frantuma la società mettendo a rischio e in predicato il benessere del singolo, e insieme la sua libertà.

Per dirla con Aristotele, la libertà umana è essenzialmente libertà di movimento, proprio la prima a essere claudicante quando non inibita, o del tutto vietata dall’imperio epidemico che recita: meno ti muovi, meglio è. O anche, in altra versione con l’esortazione: state a casa, se una casa avete è ovvio. La libertà viene sostituita dalla responsabilità, con lodi e peana da parte dei cantori dell’establishment.

Muoversi significa dire il perché e il percome, il dove e il quando, il luogo di partenza e quello d’arrivo, a chiunque abbia titolo per chiedertelo dai vigili urbani ai volontari della protezione civile, dalle forze di polizia, un qualunque agente, a una autorità sanitaria, e certamente qualcun altro che dimentico.

L’incubo orwelliano realizzato, se si esclude per ora il rogo dei libri.

Eppure, risponde l’epidemiologo, il dato è incontrovertibile: il virus non ha motilità, e quindi mobilità, propria. Egli sceglie i viventi mobili come mezzi di trasporto, in particolare noi umani che siamo tanti e agglomerati molto densamente, l’uno a contatto di gomito con l’altro. Nelle città, nelle strade, nei palazzi, in ogni luogo di socialità, dall’aula di un tribunale all’aula scolastica, dal reparto di una fabbrica al reparto di un ospedale e via diffondendosi e contagiando. Quindi noi portatori potenziali del virus dobbiamo rinunciare a muoverci. La contraddizione esiste, è pesante e va interamente assunta.

Mentre i batteri, primo gradino della scala biologica che va dal semplice al complesso, hanno una propria mobilità. Batteri che abbiamo imparato a debellare (non tutti però) cogli antibiotici, e per cui il nostro sistema immunitario appare più attrezzato a respingerli, se non annichilirli.

D’altronde i virus sfuggono alla definizione di entità biologiche, stando in una sorta di terra di nessuno tra il pre-vita e la vita.

Domani. Il vaccino

Si apre la fase di ricerca creazione sperimentazione e quindi diffusione di un vaccino, o più. Un medicamento che al meglio dovrebbe avere, e raggiungere, due obiettivi: prevenire il morbo, o almeno attenuarlo, e impedire al virus patogeno di passare da una persona all’altra. Ma per il vaccino scriveremo alla prossima puntata.

La corsa lunga di Coronavirus/2

Investire in salute è un buon affare [1]

Vittorio Mapelli [2]


[1] Lavoce.info (18.12.2020) – https://www.lavoce.info/archives/71370/investire-in-salute-e-un-buon-affare/

[2] Vittorio Mapelli è stato professore di Economia sanitaria presso l’Università degli studi di Milano. È stato socio fondatore e presidente dell’Associazione Italiana di Economia Sanitaria. Ha collaborato con l’Ocse, l’Oms e la Camera dei Deputati.

Solo 9 miliardi alla sanità nel Piano da finanziare con il Recovery Fund. Gli altri fondi necessari andranno presi a prestito. Ma il Ssn sarà capace di generare le risorse per ripagare il debito? Servono gli investimenti giusti e un cambio di paradigma.

Le risorse nel Piano

La delusione è stata forte. Ai primi di settembre sui tavoli del ministero della Salute circolava una lista di 22 progetti per 68 miliardi di investimenti da finanziare con il Recovery Fund, ma la bozza valutata dal Consiglio dei ministri il 7 dicembre contiene solo due macro-progetti per 9 miliardi di euro. Il ministro della Salute Speranza ha dichiarato che, comunque, “la dote ottimale per il Servizio sanitario nazionale resta quella proposta mesi fa al Parlamento: 68 miliardi (…)” e che “si dovrà attingere a tutti i canali disponibili, quelli europei, compreso il Mes, e quelli nazionali”. Affermazioni condivisibili, perché servono grosse cifre per rigenerare la sanità italiana. Ma essendo soldi a prestito, serve anche chiedersi se il Servizio sanitario nazionale saprà generare le risorse necessarie per ripagare il debito. Con le dovute cautele, la risposta può essere affermativa, se il Ssn farà i giusti investimenti in sanità e sulla salute degli italiani e se si terrà una contabilità completa di tutte le ricadute degli investimenti: per lo stato, per l’economia e per la società. Perché ciò che è spesa per il Ssn, è investimento in capitale umano per la società, che quindi ne beneficia.

L’elenco iniziale dei progetti con i finanziamenti previsti è contenuto nella tabella 1, dove sono stati raggruppati per aree di intervento e suddivisi tra investimenti in immobili e tecnologie e spese di sviluppo (correnti) dei servizi esistenti.

Tabella 1 

N.Descrizione del progettoSPESE (milioni €) (*)
sviluppo (correnti)investimentototale
STRUTTURE E TECNOLOGIE3.13451.63654.77
135Case digitali per assistenza domiciliare2.52.55 anni
136Case di comunità 555 anni
137Presidi sanitari a degenza breve445 anni
139Salute mentale30070015 anni
140Prevenzione e promozione salute con il digitale (*)7501.752.55 anni
141Centri vicino per contrasto povertà sanitaria (*)6706705 anni
143Consultori e medicina di genere (*)30070016 anni
146Contrasto alla migrazione sanitaria (*)1.51.535 anni
147Sistema emergenza-urgenza846167006 anni
145Edilizia sanitaria, Nuovo ospedale20034.234.46 anni
costruzione nuovi ospedali, ammodernamento12.612.6
parco tecnologico1.31.3
digitalizzazione3.33.3
adeguamenti sismici e antincendio1414
interventi green1.61.6
emergenza Covid1.41.4
piano change management (e altro)2000200
SERVIZI SANITARI4.51504.65
134Standard assistenza territoriale (formazione)1.151.152 anni
138RSA tecnologiche e adeguamento standard 1.51.55 anni
142Salute nelle scuole5005005 anni
148Salute, ambiente e clima (*)1.351501.5
RICERCA, SVILUPPO, INNOVAZIONE1.21.83
149IRCCS6006002 anni
150Ricerca biomedica SSN (*)1.21.25 anni
152Ecosistema innovazione salute 1.21.25 anni
FORMAZIONE2.64502.645
151Formazione dei professionisti in sanità2.6452.6455 anni
SANITA ‘DIGITALE2001.581.78
154Trasparenza delle informazioni al cittadino10106 anni
155Potenziamento Sistema informativo sanitario1301305 anni
156Fascicolo sanitario elettronico (*)1501.351.55 anni
157Governance del dato401001405 anni
 TOTALE GENERALE11.67955.16666.845 



Fonte : Ns elaborazione sui dati Quotidianosanità.it del 4.9.2020 e Corriere della sera del 20.9.2020
Nota : (*) Ns suddivisione tra i due tipi di spesa sulla base della descrizione del progetto

Investire nella sanità

Le macroaree di intervento sono cinque: i) le strutture edilizie e le tecnologie sanitarie, la quota preponderante (55 miliardi), ii) il potenziamento dei servizi sanitari territoriali (4,7 miliardi), iii) la ricerca e innovazione (3 miliardi), iv) la formazione del personale (2,6 miliardi) e v) la sanità digitale (1,8 miliardi). Nella prima area erano previsti 12,6 miliardi per l’ammodernamento e la costruzione di nuovi ospedali e 14 miliardi per la loro messa in sicurezza e adeguamento antisismico, mentre 17 miliardi erano destinati alle strutture territoriali (le “case di comunità” in cui dovrebbero operare medici di famiglia, infermieri e specialisti, aperte 24h/7g) e intermedie (presidi a degenza breve per i malati cronici), oltre a due nuove tipologie: i centri per il contrasto alla migrazione sanitaria (3 miliardi) e alla povertà sanitaria (0,67 miliardi). Nella bozza valutata dal Consiglio dei ministri il 7 dicembre la missione Salute ha solo due componenti: assistenza di prossimità e telemedicina (4,8 miliardi); innovazione, ricerca e digitalizzazione dell’assistenza sanitaria (4,2 miliardi).

Dei 9 miliardi approvati, circa 6 sarebbero prestiti da restituire all’Ue, mentre la cifra salirebbe a 65 miliardi nell’ipotesi del ministro. Posto che ciò avvenga in 30 anni, a tasso zero, il Ssn dovrebbe quindi generare ogni anno un surplus di 200 milioni nel primo caso o di 2,2 miliardi nel secondo. È realistico? Se il rimborso per i due progetti del Piano di ripresa e resilienza non appare problematico, non è neppure azzardato pensare che il Ssn riesca a restituire i prestiti per i 22 progetti, perché investendo per ampliare l’offerta di servizi territoriali, per la digitalizzazione o per abbattere i costi degli ospedali otterrebbe ritorni economici e, allo stesso tempo, creerebbe anche benefici “esterni” – per la società e per il sistema produttivo – di grande valore, perché salverebbe più vite, ridurrebbe i giorni di malattia e i casi di invalidità. È tipico, infatti, del sistema sanitario (anche privato) produrre sia valore “privato” – il surplus tra ricavi e costi delle aziende sanitarie (che non sempre c’è nel pubblico) – sia valore sociale – la buona salute (outcome), che consente alle persone di lavorare, studiare, fare impresa, realizzare i propri sogni. Attività che hanno un valore economico e si possono monetizzare nel calcolo dei ritorni. Un’analisi costi-benefici dei 22 progetti ipotizzati potrebbe agevolmente dimostrare la loro “redditività”, privata e sociale.

Se con i nuovi investimenti, ad esempio, un ospedale del Ssn accorcia la durata di degenza, tagliando i tempi morti, se con le nuove tecnologie e i nuovi farmaci tratta in day hospital o in ambulatorio casi che prima ricoverava per giorni, se diminuisce gli accessi impropri al pronto soccorso, se attiva la telemedicina non solo abbatte i costi di produzione e genera un surplus, ma produce anche grandi “esternalità positive” per la società.

Nell’ultimo decennio (2007-2017), ad esempio, quasi 4 milioni di persone in meno si sono ricoverate in ospedale, evitando di perdere 20 milioni di giornate, di cui ne hanno beneficiato anche l’Inps – che ha registrato una riduzione di 6,9 milioni di giornate indennizzate al settore privato (assenze superiori a 3 giorni), con un risparmio stimato di 249 milioni – e le imprese, che hanno ridotto tre volte tanto le loro perdite di produzione. Con nuovi investimenti, la degenza media si potrebbe abbattere dagli attuali 7 a 5,5 giorni, come in Francia, Svezia, Usa e altri paesi avanzati, guadagnando in pochi anni altri 10,5 milioni di giornate fuori dall’ospedale, a parità di ricoveri.

Quanto valgono, in moneta, questi benefici sociali, indotti dagli investimenti sul sistema sanitario? Quanto vale, in moneta, la riduzione dei tempi di attesa e dell’incertezza per un esame o un ricovero, la più tempestiva diagnosi di una malattia che salva vite, la fine dei viaggi della speranza?

Investire in salute

C’è però un’altra forma di investimento, che non richiede sempre grossi capitali, ma può garantire un ritorno ancora più alto, perché la sua forza sta nei numeri: investire in salute.

Investire sul capitale salute significa a) evitare che le persone sane si ammalino, rimuovendo le cause ambientali (inquinamento, clima) e modificando i comportamenti a rischio (alimentazione, fumo, alcol); b) diagnosticare precocemente determinate malattie attraverso screening di massa; c) sviluppare nuovi farmaci e tecnologie mediche per curare più efficacemente le malattie e guarire quelle incurabili. La nostra società sopporta un carico enorme di malattie evitabili, di disabilità e di anni potenziali di vita persi (16,6 anni pro-capite di vita persi, aggiustati per la disabilità-Daly, secondo l’Oms), che pesa negativamente sul sistema produttivo e sulla spesa sanitaria. È un peso di cui occorre disfarsi al più presto. Secondo l’Agenzia europea per l’ambiente nel 2018 gli inquinanti hanno causato in Italia 65.700 decessi prematuri, più che in Francia e Regno Unito. Secondo l’Istat e l’Istituto superiore di sanità vi sono in Italia almeno 20-30 milioni di soggetti a rischio di sviluppare tumori, malattie cardiache, diabete e altre patologie, perché obesi (5,2 milioni), ipertesi (14,9 milioni), fumatori accaniti (4,1 milioni), bevitori eccessivi di alcol (8,6 milioni), sedentari (23,1 milioni), dipendenti da droghe. Numeri che nell’ultimo ventennio sono in preoccupante ascesa (eccetto per il fumo) e causeranno un insostenibile carico di malattia (burden of disease) sul sistema sanitario e produttivo, se non si invertirà la tendenza. Una bomba a orologeria, già innescata.

Investendo sulla salute, si ottengono tre sicuri risultati per l’economia e la società: i) aumenta l’offerta e la produttività del lavoro e i salari sono più alti, ii) migliora il tasso di benessere della popolazione e cresce la propensione ai consumi e ai risparmi, iii) si abbattono, di conseguenza, le spese sanitarie, finanche al 2-3 per cento del Pil – rispetto al 9 per cento attuale –, perché il 70 per cento delle malattie è oggi prevenibile. Storicamente, la salute ha contribuito per il 30-40 per cento al benessere di oggi, secondo una ricerca dell’Unione europea basata sulla rassegna degli studi empirici pubblicati, che riporta stime, sempre molto alte, dei ritorni monetari dell’investimento in salute.

Le responsabilità dei cittadini

Servirà però un cambio di paradigma, dopo la pandemia, perché non basta lo sforzo solitario dello stato, bensì anche quello del sistema produttivo e di milioni di cittadini. Né bastano solo i soldi, perché serviranno anche visione di lungo periodo, nuove competenze professionali e molta tenacia politica. Il nuovo paradigma, coniato dall’Oms, è One Health: la salute deve entrare in tutte le politiche, perché tutto è interconnesso e la salute è parte fondamentale della felicità umana. Le evidenze scientifiche sull’efficacia dei programmi di prevenzione e di riduzione dei fattori di rischio esistono e si contano a centinaia ormai.

Lo stato può informare, persuadere, vietare, controllare, sanzionare, tassare, offrire diagnosi precoci e cure tempestive, ma anche l’agricoltura, l’industria alimentare, delle bevande, del tabacco, dei trasporti, dell’energia, dei pesticidi e tante altre devono riconvertirsi verso produzioni più sane, se non cessare del tutto quelle nocive alla salute – se veramente sentono la responsabilità sociale.

È ancora possibile invertire la tendenza, basta che lo stato e le istituzioni si mettano alla guida del cambiamento e che i cittadini lo vogliano davvero, perché il rischio è reversibile, dopo alcuni anni di astinenza, evitabile – e non necessario. Ma è indispensabile modificare gli stili di vita e abbandonare certe abitudini consolidate, soprattutto da parte dei giovani, i più vulnerabili. Del resto, il fondo non si chiama Next Generation EU?

La corsa lunga di Coronavirus/3

COVID e Vaccini. Le sfide per l’informazione medico-scientifica nel 2021[1]

Ruben Razzante [2]


[1] Key4biz (29.12.2020) – https://www.key4biz.it/covid-e-vaccini-le-sfide-per-linformazione-medico-scientifica-nel-2021/337014/

[2] Docente di Diritto dell’informazione all’Università Cattolica di Milano e alla Lumsa di Roma

Il bilanciamento tra diritto all’informazione e tutela della salute resta alquanto problematico, considerata l’attesa messianica che circonda il vaccino anti-Covid e le reazioni che si registrano di fronte a manifestazioni di scetticismo sulla sua capacità di farci uscire dalla pandemia. Il confine tra terrorismo mediatico e fake news appare sempre più sfumato. Ora è la volta delle bufale sui vaccini.

Il 2021 dovrà essere l’anno del riscatto dell’informazione medico-scientifica. La pandemia ha messo a nudo le approssimazioni e le leggerezze di certe narrazioni sul Covid-19 e ha evidenziato nitidamente la necessità di un maggiore equilibrio nella descrizione dei particolari di notizie riguardanti la salute dei cittadini.

Una più matura assunzione di responsabilità dovrà esserci sia da parte dei produttori di informazioni (comunicatori scientifici e giornalisti) sia da parte dei diffusori e in particolare delle piattaforme di condivisione sul web. Dovremo lasciarci alle spalle quanto accaduto quest’anno di fronte a un nemico invisibile, inizialmente rappresentato dai media con la spontaneità delle testimonianze dei protagonisti, come doveroso, ma progressivamente piegato a torsioni sensazionalistiche e spesso devastanti per la psiche degli individui.

Lo ha sottolineato nei giorni scorsi David Lazzari, Presidente dell’Ordine Nazionale degli Psicologi, parlando della variante inglese del Covid. In un’intervista ad Adnkronos, Lazzari ha dichiarato: “Angoscia e paura vengono alimentate e amplificate da un eccesso di ripetizione, da un bombardamento mediatico che genera allarmismo e timori superiori all’effettivo pericolo del virus stesso. Ed ecco che molte persone si chiudono nella propria nicchia, nel proprio mondo e non vogliono più uscire o comunque vogliono avere meno contatti possibili”.

Tra terrorismo mediatico e fake news

Peraltro, il confine tra terrorismo mediatico e fake news appare sempre più sfumato. Dopo l’overdose di notizie false e di dubbia autenticità sul Covid-19, che hanno spesso generato disorientamento rispetto ai comportamenti da tenere per contenere la diffusione del virus, ora è la volta delle bufale sui vaccini. Nelle ultime settimane, complice l’auspicata accelerazione nella somministrazione delle prime dosi di vaccini in alcune parti dell’Europa e del mondo, si sono susseguite comunicazioni più o meno ufficiali sulla presunta o reale affidabilità degli stessi.

Il bilanciamento tra diritto all’informazione e tutela della salute resta alquanto problematico, considerata l’attesa messianica che circonda il vaccino anti-Covid e le reazioni che si registrano di fronte a manifestazioni di scetticismo sulla sua capacità di farci uscire dalla pandemia.

Di certo un ruolo cruciale lo giocheranno le piattaforme social, territorio di esercizio di un sano pluralismo delle idee e delle opinioni, almeno in linea teorica, ma attualmente molto determinate nel supporto a campagne di sensibilizzazione circa l’importanza di vaccinarsi non appena possibile.

Muovendosi su scala planetaria, Facebook, Twitter e gli altri social sono in grado di canalizzare i flussi informativi in una direzione predeterminata che, nel caso di specie, è quella della selezione e rimozione di contenuti ritenuti falsi o quanto meno non supportati da evidenze scientifiche e non riconducibili a fonti istituzionali.

Facebook ha fatto sapere che, nel tentativo di frenare la disinformazione on line, sta iniziando a “…rimuovere le false informazioni sui vaccini che sono state confutate dagli esperti”. In concreto, la policy del social salva almeno in linea teorica la libertà degli utenti di scrivere e condividere determinati contenuti, ma prevede la censura di tutte le pubblicità che cercano di convincere le persone a non vaccinarsi. Tali azioni si inseriscono in una nuova campagna per la salute finalizzata a diffondere notizie autorevoli sulla profilassi antinfluenzale. È contemplata, quindi, la permanenza dei post No-vax e delle discussioni sui vaccini, ma senza più la possibilità di accedere al servizio di promozione dei contenuti di Facebook.

Se gli interventi restrittivi dei colossi del web saranno contenuti entro i confini descritti, non si potrà parlare di censura ma semplicemente di valorizzazione di notizie e punti di vista suffragati da evidenze scientifiche e da ricerche di autorevoli istituzioni deputate alla difesa del diritto alla salute dei cittadini.

Ove, per converso, quegli interventi straripassero rispetto alle barriere dichiarate, ci troveremmo di fronte a una soverchiante azione di compressione della libertà di espressione in Rete.

Sui vaccini esistono processi di certificazione imprescindibili, che ne comprovano l’affidabilità. Tuttavia ci si muove sempre e comunque sul terreno delle congetture, delle opinioni e delle interpretazioni. Non esistono verità assolute e un approccio dogmatico all’argomento rischia di rivelarsi fallace ed è pertanto sconsigliabile. Ecco perché sospendere il giudizio sul vaccino nell’attesa di ulteriori test, e chiarire che farlo non è un azzardo ma neppure una formalità, equivale a un atteggiamento di buon senso.

In ambito nazionale, per quanto riguarda la produzione di contenuti giornalistici sui vaccini e, in generale, sull’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, va segnalata una novità importantissima in materia di deontologia. Il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti ha aggiornato il Testo unico dei doveri del giornalista, integrando l’art.6, che prima si intitolava “Doveri nei confronti dei soggetti deboli” e che ora s’intitola “Doveri dei confronti dei soggetti deboli. Informazione scientifica e sanitaria”. Sono stati dunque recepite le indicazioni elaborate nel “Manifesto di Piacenza” (2018) dall’Ugis (Unione giornalisti italiani scientifici), con la collaborazione della Fondazione Ordine dei giornalisti dell’Emilia Romagna.

Il giornalista – si legge nel nuovo art.6 – evita nella pubblicazione di notizie su argomenti scientifici un sensazionalismo che potrebbe far sorgere timori o speranze infondate avendo cura di segnalare i tempi necessari per ulteriori ricerche e sperimentazioni; dà conto, inoltre, se non v’è certezza relativamente ad un argomento, delle diverse posizioni in campo e delle diverse analisi nel rispetto del principio di completezza della notizia; c) diffonde notizie sanitarie e scientifiche solo se verificate con fonti qualificate sia di carattere nazionale che internazionale nonché con enti di ricerca italiani e internazionali provvedendo a evidenziare eventuali notizie rivelatesi non veritiere;  d) non cita il nome commerciale di farmaci e di prodotti in un contesto che possa favorirne il consumo e fornisce tempestivamente notizie su quelli ritirati o sospesi perché nocivi alla salute.  Tali modifiche (indicate in neretto) entreranno in vigore il 1° gennaio 2021.

La corsa lunga di Coronavirus/4

I negazionisti del Covid sul lettino dello psicoanalista [1]

Giovanni Sabato


[1] Lescienze.it (17.12.2020)

https://www.lescienze.it/news/2020/12/17/news/origini_psicologiche_negazionismo_psicoanalisi_comunicazione-4854276/

Qual è la spinta psicologica profonda che porta una persona a negare le realtà evidenti dell’epidemia di COVID-19? È un classico meccanismo di difesa legato alla paura, che la psicoanalisi – la disciplina che l’ha studiato più di ogni altra – definisce “diniego psicologico”. Per questo anche i discepoli di Freud e Jung dovrebbero essere coinvolti nella lotta al negazionismo.

Se ne occupano esperti di salute pubblica, studiosi di comunicazione del rischio, psicologi e anche influencer. Ma per affrontare con efficacia il negazionismo su COVID-19 – negare che la malattia sia poi così grave, negare l’utilità degli sforzi per prevenirla o, all’estremo, negare addirittura che il virus esista – bisognerebbe arruolare anche un’altra categoria: gli psicoanalisti.

“La non adesione di massa alle raccomandazioni mediche negli Stati Uniti è un fatto unico nella storia moderna. Mai prima d’ora tanti cittadini hanno avuto un tale accesso all’informazione e, allo stesso tempo, hanno rifiutato le raccomandazioni di salute pubblica con una negazione così accalorata dei dati di fatto“, scrivono su “Lancet” Austin Ratner, che a New York è uno scrittore ed esperto di psicanalisi laureato in medicina, e Nisarg Gandhi, specializzando al Saint Barnabas Medical Center di Livingston, in New Jersey.

In questo rifiuto, i due vedono la manifestazione di un classico meccanismo di difesa psichico noto agli psicoanalisti: il diniego psicologico.

Il concetto di diniego è stato invocato per spiegare gli atteggiamenti riguardo a COVID-19 così come al cambiamento climatico e ad altri rischi gravi, ma non se n’è mai fatto un uso sistematico per affrontarli, spiegano i due. “Secondo noi è giunto il momento di farlo: chi si occupa di salute pubblica deve includere lo studio e il trattamento del diniego psicologico fra gli strumenti per contrastare la mancata adesione.”

Per questo bisogna costruire una nuova partnership tra la psicologia sperimentale, la salute pubblica e la psicoanalisi, la disciplina che per prima ha postulato questi meccanismi di difesa ed è tuttora la più dedita a studiarli e trattarli.

Rifiutare il cambiamento

È una tesi convincente“, dice a “Le Scienze” Vittorio Lingiardi, psichiatra, psicoanalista e docente di psicologia dinamica alla Sapienza-Università di Roma. “Riguardo a COVID-19, fra i miei pazienti alcuni erano più propensi a minimizzare il pericolo, se non a negarlo, per poter non cambiare niente nella loro vita e non affrontare i limiti che la minaccia imponeva. Altri invece ingigantivano la paura e rifuggivano da una qualunque possibile negoziazione con il cambiamento oggettivo. In realtà, però, queste due dimensioni convivono dentro ciascuno di noi e dobbiamo di continuo negoziare questa tensione. E questo è proprio il sistema dei meccanismi di difesa: il modo in cui un individuo, nei suoi pensieri, affetti, comportamenti, risponde a una sorgente minacciosa, che sia esterna, o che venga dall’interno in termini di paure, fantasie, ricordi.”

I tempi sono ormai maturi per la collaborazione con gli psicoanalisti, secondo Ratner e Gandhi, anche perché si stanno allentando le tradizionali barriere disciplinari, alimentate da un lato dalla tendenza degli psicoanalisti a uno “splendido isolamento”, a rifiutare l’onere della prova delle loro idee e la collaborazione con gli psicologi sperimentali, e dall’altro lato dalla diffidenza o dal disdegno di molti altri specialisti verso la psicoanalisi.

Oggi si tende a distinguere sempre meno tra mente e cervello, si sa che sono la stessa cosa. E sono state trovate basi neurofisiologiche per tanti aspetti della tradizione psicodinamica“, dice Lingiardi. “Questo ha ridotto le diffidenze e il campanilismo scientifico. E, in clinica, sta venendo meno l’idea che ci sia un modello unico a cui tutti i pazienti devono aderire, e si riconosce che pazienti diversi rispondono meglio a modelli diversi. Ciò ha creato una comunità meno litigiosa e più aperta al dialogo e alle collaborazioni. Lo segnala il fatto stesso che questa lettera sia stata pubblicata su ‘Lancet’, dove di rado trovi riferimenti al funzionamento psicologico e specialmente a un costrutto fondativo della psicoanalisi come i meccanismi di difesa.”

La paura che c’è dietro

Quindi la psicoanalisi come può aiutare ad affrontare il diniego?

Ovviamente non si può trattare individualmente ciascun caso. Ma si può istruire sul fenomeno il personale medico e istituzionale che si relaziona alla popolazione, e aiutarlo a creare messaggi efficaci, che tengano conto delle difese inconsce“, spiega Ratner a “Le Scienze”.

Per esempio gli psicoanalisti possono aiutare a capire, e a saper usare nelle relazioni, il fatto che dietro la negazione c’è sempre la paura, per la salute, per il lavoro o altro. O che nelle irrazionalità e anche negli attacchi c’è a volte il sentirsi abbandonati, e quindi non basta un messaggio di rassicurazione ma serve anche una presa in carico, il far sentire che si può contare su servizi pubblici, scuole, ospedali“, esemplifica Lingiardi.

Questi e altri esempi smontano anche una critica rivolta alla proposta: che un approccio simile rischi di patologizzare il diniego, come se fosse un disturbo da curare e non, molte volte, la manifestazione (seppur pericolosa e criticabile) di un disagio.

Al momento però – osserva Ratner – la questione principale non è tanto cosa e come, ma chi: dobbiamo reimmaginare le figure professionali che contrastano la non-adesione. Gli psicoanalisti hanno una formazione clinica unica nel riconoscere le difese (non solo il diniego ma anche altri meccanismi in gioco) e lavorarci intorno. Consideriamo un’analogia: se hai un eczema psicosomatico, un dermatologo può curare i sintomi, ma non la causa sottostante. Per quella ti serve uno psicoterapeuta: una figura professionale diversa.”

Dato che finora gli psicoanalisti non si sono dedicati a interventi simili, i programmi d’azione e le strategie per realizzarli non sono ancora definiti. “Gli psicoanalisti devono essere coinvolti nello scriverli. Ma posso già fare qualche riflessione su come potrebbero essere e cosa potrebbero dare in più rispetto a un’ordinaria checklist di comunicazione del rischio“, aggiunge Ratner.

Formare gli operatori sociali

Un’idea è far lavorare nella comunità operatori sociali di formazione psicanalitica che aiutino a veicolare i messaggi di salute pubblica. “C’è qualche precedente con risultati dimostrabili”, afferma Ratner. In uno studio ultradecennale, per esempio, il pediatra David Olds ha fatto lavorare alcuni infermieri con madri di neonati in contesti sociali ad alto rischio, per ridurre l’uso di punizioni corporali sui bambini e stabilizzare l’attaccamento madre-figlio. E ha dimostrato che questi ragazzi, a 18 anni, erano meno a rischio di psicopatologie e criminalità. L’epidemiologo Gary Slutkin, invece, ha impiegato “messaggeri credibili” (come ex membri di una gang) per fermare la violenza, con un lavoro sulla comunità basato semplicemente su dialogo e counseling, e ha dimostrato che funziona“.

Operatori sociali che hanno dimestichezza con le difese psicologiche, provenienti da comunità in cui dilaga il diniego di COVID-19, potrebbero aiutare a creare una campagna di comunicazione più credibile.

Gli psicoanalisti, inoltre, dovrebbero istruire i leader governativi circa i meccanismi di difesa, e fare da consulenti a chi scrive loro i discorsi. Quando c’è da comunicare con persone reali, in tutta la loro complessità, una generica checklist non può sostituire la formazione e l’esperienza clinica. Né può tenere conto di come il pensiero difensivo si manifesta specificamente in una data regione o in una particolare crisi. “Serve un lavoro più articolato e ricco di sfumature“, dice Ratner.

Basta con le guerre intestine

Non tutti, comunque, sono convinti. Anche se molte barriere disciplinari stanno cadendo, tanti psicologi restano ancora ostili alla psicoanalisi, ritenendone screditate le idee e le pratiche. Così, Richard McAnulty, psicologo alla University of North Carolina a Charlotte, ha liquidato l’intera nozione di difese inconsce e la psicoanalisi stessa come ascientifiche e non verificabili.

Questa sua visione è erronea, facile da confutare, e così obsoleta che potrebbe configurarsi come malpractice“, ribatte Ratner. “Il verdetto c’è stato, ed è che Freud aveva ragione: l’inconscio e le difese inconsce non solo sono verificabili, ma sono costrutti validati. E riguardo all’efficacia, la psicoterapia psicoanalitica funziona e ha benefici più duraturi di molte altre forme di terapia. La crisi di salute pubblica costituita dal diniego ci impone di cessare le guerre intestine sullo status scientifico della psicoanalisi, e mettere all’opera la scienza che studia le difese.”

Cosa c’è dietro l’angolo? / 1

Agenda 2021. Urge una nuova legge elettorale dopo la riduzione del numero dei parlamentari [1]

Enzo Cheli [2]


[1] Rivistailmulino.it (9.12.2020) – https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:5457

[2] Enzo Cheli ha insegnato Diritto costituzionale nelle Università di Cagliari, Siena e Firenze e Diritto dell’informazione e della comunicazione nelle Università di Napoli e di Roma.  Membro dell’Accademia dei Lincei, è stato presidente dell’Associazione di cultura e politica «il Mulino» e vicepresidente della Corte costituzionale. Con il Mulino ha pubblicato Nata per unire. Costituzione e conflitto pubblico (2012).

La riduzione del numero dei parlamentari, dopo la promulgazione della relativa legge costituzionale, è divenuta definitiva, ancorché destinata a divenire operante con l’inizio della prossima legislatura. Questa riforma, apparentemente circoscritta a un punto particolare, in realtà si prospetta sin d’ora carica di forti potenzialità per il futuro funzionamento del nostro Parlamento e, più in generale, della stessa forma del nostro governo parlamentare. La ragione è che questa riforma rappresenta soltanto il primo passo di un percorso riformatore che è destinato necessariamente a svilupparsi già nel corso di questa legislatura e che verrà a investire, in linea diretta e immediata, sia il livello della legislazione ordinaria sia il livello dei regolamenti parlamentari e, in una prospettiva più lontana, lo stesso livello costituzionale. Il primo livello di intervento che oggi questa riforma viene a mettere in campo riguarda la legislazione elettorale che la riduzione dei parlamentari impone subito di riformare al fine di un adeguamento dei collegi elettorali al numero ridotto dei candidati da eleggere. Su questa prima riforma il governo è già al lavoro ai fini del rispetto del termine (60 giorni) imposto dalla legge (l. n. 51 del 2019) per questo adeguamento.

Ma al di là di questo primo, necessario passaggio il mondo della politica ha da tempo posto in campo anche la prospettiva di una riforma elettorale più ampia in grado di modificare l’intero impianto della legge Rosato, vigente dal dicembre 2017, che ha retto nel 2018 l’ultima tornata delle elezioni politiche. L’idea di questa riforma più ampia nasce da un accordo maturato tra le forze di maggioranza al momento della nascita del secondo governo Conte e diretto a sostituire l’attuale sistema elettorale (che prevede, come sappiamo, una distribuzione dei seggi da effettuarsi per circa 2/3 con metodo proporzionale e per circa 1/3 con metodo maggioritario) con un sistema proporzionale integrato dalla totale eliminazione dei collegi uninominali, dal divieto per le coalizioni, da una clausola di sbarramento al 5% e da un “diritto di tribuna” per le minoranze che raggiungano un certo risultato in un numero limitato di collegi. Questo disegno – ufficialmente motivato dall’esigenza di controbilanciare una riduzione dei parlamentari che necessariamente riduce lo spazio accessibile alle minoranze – ha trovato la sua espressione formale nel progetto di legge presentato alla Camera dall’onorevole Brescia (Atti Camera 2329), progetto per il momento bloccato per le controversie insorte sia tra maggioranza e le opposizioni sia all’interno della stessa maggioranza.

Questo a oggi è lo stato dei fatti il cui blocco andrebbe superato restituendo al sistema elettorale la sua funzione primaria e naturale di regola del gioco diretta non tanto a favorire una vittoria o una sconfitta di parte, quanto il buon funzionamento complessivo delle istituzioni rappresentative.

In altri termini: dopo la riduzione nel numero dei parlamentari quale sistema elettorale, nelle condizioni date dal nostro sistema politico, si presenta oggi più utile e conveniente per rafforzare le basi della nostra democrazia e migliorarne il funzionamento dei nostri apparati governanti?

Per dare risposta a questa domanda occorre, a mio avviso, muovere da alcune premesse.

La prima premessa riguarda l’evoluzione storica che i sistemi elettorali hanno avuto in Italia nell’arco della nostra esperienza repubblicana. Su questo piano vediamo come la nostra Repubblica abbia inizialmente goduto di una grande stabilità nella legislazione elettorale che per ben 45 anni ha utilizzato, sia per la Camera sia per il Senato, sistemi proporzionali pressoché allo stato puro che hanno potuto ben funzionare sia perché connessi a una Costituzione nata su di un impianto fortemente garantista, sia perché sorretti da un assetto di partiti stabili e bene organizzati.

A tale fase iniziale è però succeduta una fase di grande instabilità che si prolunga già da 27 anni e che ha visto la successione di quattro diversi sistemi elettorali, con la legge Mattarella nel 1993, con la legge Calderoli nel 2005, con la legge Renzi (mai applicata) nel 2015 e con la legge Rosato nel 2017. Questa seconda fase è stata segnata dalla ricerca, sinora fallita, tra principio maggioritario e principio proporzionale, nel tentativo di rafforzare la stabilità dei governi attraverso la trasformazione del nostro sistema politico da multipolare a bipolare (e, possibilmente, bipartitico). Tentativo che ha dato luogo, dal 1994 al 2012, all’alternarsi di due schieramenti, ma che alla fine è fallito per la formazione di maggioranze troppo divise al loro interno e per la nascita nel 2013 di un terzo polo “antisistema” che ha conseguito rapidamente un largo consenso. Da qui l’inversione di rotta avviata con la legge Rosato che, attraverso l’adozione di un sistema elettorale prevalentemente proporzionale, è venuta a riaprire la strada ai governi di coalizione come soluzione naturale e necessaria.

La seconda premessa riguarda il ruolo svolto dalla Corte costituzionale che, negli anni più recenti, è intervenuta in materia elettorale con due fondamentali pronunce (una del 2014 sulla legge Calderoli e una del 2017 sulla legge Renzi) che hanno posto alcuni punti fermi in tema di sistemi elettorali. Con queste pronunce la Corte – pur senza manifestare una preferenza tra sistemi proporzionali e sistemi maggioritari la cui scelta va riservata alla discrezionalità del legislatore – ha espresso le sue censure sia nei confronti di quei sistemi maggioritari che prevedono un premio di maggioranza o una vittoria al ballottaggio sganciati dal conseguimento di una soglia minima di consensi (in quanto sistemi in grado irragionevolmente di alterare il rapporto tra maggioranza parlamentare e maggioranza reale); sia nei confronti delle liste bloccate che escludono il potere di scelta dei candidati da parte degli elettori. Questi sono punti che integrano oggi il disegno costituzionale e che il legislatore elettorale è tenuto comunque a rispettare qualunque sia il sistema elettorale che intenda adottare.

La terza premessa è la più rilevante perché riguarda il carattere performante che il sistema elettorale è destinato ad assumere nei confronti del sistema politico fino a determinarne la struttura e gli sviluppi.

E qui torniamo alla domanda che sopra si poneva. Considerando questo carattere peculiare dei sistemi elettorali quale sistema può ritenersi oggi funzionalmente più idoneo a guidare una realtà politica quale quella di cui oggi disponiamo? In altri termini, alla luce di questa realtà, la linea che i sistemi elettorali del nostro Paese devono oggi privilegiare è quella della rappresentatività, che conduce verso la scelta proporzionale, o della governabilità, che conduce invece verso la scelta maggioritaria? Il primo obiettivo da perseguire attiene alla tutela delle minoranze o alla stabilità dei governi?

La risposta che sarei portato oggi a dare a questi interrogativi assume come obiettivo primario da perseguire la sostenibilità della nostra democrazia costretta a operare in condizioni sempre meno favorevoli e muove altresì dal riconoscimento che l’evoluzione pacifica degli ordinamenti democratici risulta normalmente legata alla gradualità del loro sviluppo: una gradualità che nella scelta del metodo elettorale dovrebbe innanzitutto evitare inversioni di marcia o rotture troppo brusche con il passato. Questo tanto più con riferimento a un assetto politico qual è il nostro caratterizzato da sempre da una conflittualità molto elevata (che, per il suo contenimento, orienta verso la scelta proporzionale), ma anche da una frammentazione molto rischiosa (che, sempre per il suo contenimento, spinge invece verso la scelta maggioritaria).

Metodo tedesco

Queste considerazioni dovrebbero oggi orientare verso la conferma di un modello elettorale “misto”, ancorché in grado di equilibrare meglio di quanto non sia avvenuto con i modelli “misti” del passato la componente proporzionale (corretta da una clausola di sbarramento adeguata) con la componente maggioritaria (in grado di consentire, tra l’altro, all’elettore una valutazione diretta del candidato).

Questa linea, ove si volesse comunque privilegiare la scelta proporzionalistica auspicata dalla maggioranza, potrebbe d’altro canto condurre agevolmente verso la scelta di un sistema “proporzionale personalizzato” secondo il modello tedesco che consente all’elettore di esprimere un doppio voto disgiunto (in un collegio plurinominale) per la scelta della forza politica e (in un collegio uninominale) per la scelta del candidato, affidando al metodo proporzionale il calcolo finale sulla distribuzione dei seggi.

È una delle tante scelte possibili che, in ogni caso, una volta che si volesse comunque seguire la strada del metodo proporzionale, dovrebbe mirare – eventualmente anche attraverso riforme costituzionali e dei regolamenti parlamentari – non ad accrescere ma a ridurre lo spazio della frammentazione, vero demone del nostro sistema politico che ha impedito sinora alla nostra forma di governo parlamentare di ben funzionare.

Cosa c’è dietro l’angolo? / 2

Dieci punti per salvare quest’anno scolastico [1]

Marco Bollettino [2]


[1]Rivistailmulino.it (9.11.2020) – https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:5435

[2] Marco Bollettino –  Dirigente scolastico, fa parte del Gruppo Condorcet. Ripensare la scuola

Dunque ora le lezioni in presenza sono sospese per le scuole superiori su tutto il territorio nazionale; per le “zone rosse” questa sospensione coinvolgerà anche la seconda e la terza media. Sulla carta fino al 3 dicembre, ma questo periodo potrebbe facilmente estendersi sino alla pausa natalizia.

In questo contesto, è necessario guardare al futuro. Lo abbiamo già visto: caleranno i contagi, le terapie intensive e gli ospedali si svuoteranno e ci sarà un fortissimo richiamo per tornare alla normalità. Dovremo, però, continuare a convivere con il virus, perché il vaccino e le cure, anche quando arrivassero velocemente, potrebbero avere un impatto significativo sulla scuola solo a partire dal prossimo anno scolastico.

Che cosa possiamo fare, allora, per riaprire, tra qualche tempo, in sicurezza? Si propongono qui dieci punti, essenziali per tornare tutti a scuola.

1. I protocolli di sicurezza. Il “metro tra le rime buccali” è stato più che altro un escamotage per “salvare” il distanziamento e far entrare in classe tutti, ma non ha assicurato la distanza di sicurezza tra gli alunni. Dal momento che non è possibile trovare spazi alternativi, spezzare le classi o risolvere il problema con i banchi a rotelle è importante che, almeno per le superiori, vi sia l’obbligo della mascherina in classe, almeno fino a quando il clima non permetterà di tenere sempre aperte porte e finestre. È un piccolo sacrificio, ma è necessario farlo.

2.  Il contact tracing. In queste settimane è risultato evidente come i Dipartimenti di Prevenzione delle Asl siano sottodimensionati e facciano molta fatica a tracciare i contatti dei positivi. Vanno sicuramente potenziati a livello di personale con dei “tracciatori” che riescano a mappare le linee di diffusione del virus in tempi rapidissimi. Se salta il tracciamento, salta tutto il resto.

3. App Immuni. Come corollario al punto precedente è opportuno che l’App Immuni diventi obbligatoria almeno per gli alunni e il personale scolastico della scuola secondaria di secondo grado e che le Asl inseriscano correttamente i nominativi dei positivi nel database. Chi è segnalato dalla app, deve avere accesso veloce ai tamponi.

4. Screening. Il contact tracing permette di seguire i contagi ma il rischio è di accumulare ritardo e non riuscire a bloccare i focolai. Serve una forma di screening periodico, a tappeto, sulla scuola. Test rapidi, analizzati in pooling per non sovraccaricare i laboratori, meglio se salivari. È vero che i test rapidi lasciano sfuggire dei positivi, ma all’interno di uno screening a tappeto e periodico è un lusso che ci si può permettere.

5. Monitoraggio delle assenze. A scuola dobbiamo monitorare costantemente le assenze, dando alle famiglie precise informazioni sulle procedure da seguire. È un grosso lavoro per le segreterie didattiche, ma è utilissimo.

6. Tamponi. Va potenziata la capacità di analisi dei laboratori regionali per garantire sia lo screening che il tracciamento, anche con numeri grandi. Senza tamponi rapidi, il tracciamento salta.

7. Regole certe. Usiamo questo periodo per eliminare tutte le incertezze nelle regole che riguardano il personale scolastico e che vanno sistemate al più presto nelle sedi competenti. (per esempio: il docente in quarantena ma non positivo può lavorare a distanza? E chi è positivo asintomatico, oppure è guarito ma ha un tampone ancora positivo, può lavorare a distanza?)

8. Potenziamento dei trasporti. È una delle criticità principali. Quando torneremo al 100% di frequenza in presenza è necessario che ci siano le corse negli orari giusti, con i dimensionamenti giusti. Non ci possono essere tre autobus vuoti a una certa ora e uno solo strapieno l’ora prima. In certi orari gli autobus trasportano solo studenti; è tanto difficile riuscire organizzare l’offerta di trasporto pubblico a partire da una domanda che è fissa e nota?

9. Sangue freddo. Non si può dire che va tutto bene sino al giorno X e poi farsi prendere dal panico dal giorno X+1. Si decida subito cosa fare e in quali condizioni, sapendo che un piccolo intervento fatto nei tempi giusti può evitare una chiusura più lunga in seguito.

10. Calendario scolastico. Nel secondo quadrimestre abbiamo la fortuna di avere le vacanze di Pasqua a inizio aprile, in un punto strategico che potrebbe consentire di piazzare una sorta di mini chiusura di sicurezza, di due settimane, per stroncare sul nascere un’eventuale terza ondata. Bisognerebbe, quindi, riprogrammare il calendario scolastico, eliminando le vacanze di Carnevale, estendendo quelle di Pasqua in funzione di “mini chiusura”, e spostando la fine della scuola più avanti a giugno, per recuperare il tempo perduto.

Con un po’ di coraggio possiamo ancora salvare quest’anno scolastico: ma dobbiamo agire subito.

Cosa c’è dietro l’angolo? / 3

La scuola “Next Gen” ha bisogno di solide basi [1]

Daniele Checchi e Maria De Paola [2]


[1] Lavoce.info (21.12.20) – https://www.lavoce.info/archives/71418/la-scuola-della-prossima-generazione-ha-bisogno-di-solide-basi/

[2] Daniele Checchi – Professore di Economia del lavoro all’Università Statale di Milano. Attualmente Dirigente del Centro Studi e Ricerche di Inps. Ha collaborato come consulente economico del sindacato e successivamente ha partecipato a diverse ricerche sulla contrattazione decentrata. Si occupa di comportamenti sindacali e di economia dell’istruzione. È stato membro del Consiglio Direttivo di ANVUR (Agenzia Nazionale per la Valutazione delle Università e della Ricerca) nel periodo 2015-19.  Maria De Paola –  Ha conseguito un Dottorato di Ricerca in Economia presso l’Università la Sapienza di Roma. E’ professore Ordinario di Politica Economica presso il Dipartimento di Economia, Statistica e Finanza dell’Università della Calabria. Si occupa prevalentemente di Economia del lavoro e dell’istruzione, Discriminazione di genere, Political Economy e valutazione di politiche pubbliche.

Nella bozza del Pnrr a “Istruzione e ricerca” sono destinati 19,2 miliardi. Per evitare l’eccessiva frammentazione delle risorse, si deve partire da un’analisi attenta delle cause dei problemi e su questa base formulare proposte per risolverli.

Un Piano con molti obiettivi

Nella bozza del Piano nazionale di ripresa e resilienza alla missione “Istruzione e ricerca” sono dedicati 19,2 miliardi, di cui 10,1 rivolti al potenziamento della didattica e del diritto allo studio.

Gli obiettivi che si mira a raggiungere sono molteplici e includono la riduzione della dispersione scolastica e delle diseguaglianze educative, il miglioramento delle competenze dei giovani, l’aumento del numero di laureati, la promozione delle discipline scientifiche (Stem: science, technology, engineering and mathematics). Si tratta di obiettivi ampiamente condivisibili che riguardano momenti diversi del processo formativo e che servono a preparare i nostri giovani alle sfide che si troveranno ad affrontare in un mondo la cui complessità, già evidente prima del Covid-19, dopo la pandemia risulterà più intricata e minacciosa.

Non meno importanti degli obiettivi sono però le azioni che si metteranno in campo per realizzarli. Trattandosi di numerosi obiettivi, non c’è da sorprendersi se si intenda agire su più fronti, tuttavia è fondamentale non dimenticare i rischi che potrebbero derivare da una eccessiva frammentazione delle risorse. Qui ci concentreremo esclusivamente sulle iniziative che coinvolgono le scuole lasciando a ragionamenti futuri università e ricerca.

Selezione degli insegnanti e formazione continua

Il processo di formazione delle competenze è talmente complesso, coinvolge così tante variabili e interazioni, che anche per gli addetti ai lavori è difficile giungere a conclusioni univoche circa i fattori su cui fare leva per ottenere una migliore performance. È evidente, di conseguenza, che scegliere come investire i fondi Next Generation EU nell’ambito dell’istruzione non sia affatto semplice. Tuttavia, una scelta è necessaria in quanto è certamente meglio prendere una direzione chiara e sperimentarne gli effetti piuttosto che puntare in mille direzioni e non aver modo di capire cosa ha funzionato e cosa no, se non altro per escludere che l’eventuale mancato raggiungimento degli obbiettivi sia da attribuire al sottodimensionamento degli interventi. D’altra parte, pur non essendoci ricette facili, c’è una vastissima letteratura a cui fare riferimento: anche se non ha fornito risposte esaurienti su tutto, alcune questioni le ha evidenziate con sufficiente chiarezza.

Una di queste è il ruolo cruciale svolto dagli insegnanti nell’accumulazione di capitale umano. Dunque, se c’è un primo terreno di miglioramento nell’ambito della scuola, riguarda gli insegnanti, e questo il Piano nazionale di ripresa e resilienza lo ha recepito. Tra le riforme a cui viene assegnato il compito di rimuovere gli ostacoli alla “(…) efficiente attuazione delle varie iniziative di investimento e a rafforzarne la ricaduta attesa sul diffuso ampliamento delle competenze (…)” è inclusa quella del sistema di selezione degli insegnanti e dei dirigenti in modo da introdurre un periodo di formazione e di prova prima dell’assunzione. Considerato che i timidi tentativi di avviare sistemi incentivanti legati al rendimento degli studenti (quali quello della valorizzazione del merito introdotto dalla Buona scuola nel 2015) sono stati velocemente rimossi, provare ad agire sulla selezione può essere un modo di affrontare il problema della qualità e dell’impegno degli insegnanti in maniera meno divisiva e può portare a un effettivo progresso. Ciò a condizione che il meccanismo di selezione e formazione sia ben gestito e che la decisione della conferma, trascorso il periodo di prova, non diventi una pura formalità. Che una buona selezione possa sostituire i meccanismi di incentivazione è dubbio (anche docenti che hanno dimostrato capacità e attitudine all’insegnamento potrebbero con il tempo perdere motivazione), tuttavia, insegnanti meglio selezionati farebbero probabilmente meno resistenza a un sistema che offra prospettive differenziate in relazione alle energie profuse.

La formazione continua del personale (dirigenti, docenti e personale Ata) costituisce un altro tassello importante del Pnrr, che colloca la scuola nel contesto di un paese con una larga fetta di adulti funzionalmente e digitalmente analfabeti (vedi grafico sottostante – pag. 40 del Pnrr). Tuttavia, poiché apprendere richiede sforzo, non si può pensare che basti mettere a disposizione corsi di formazione e apprendimento, obbligando il personale a frequentarli, affinché essi si traducano in miglioramento della capacità didattica degli insegnanti o di quelle gestionali dei dirigenti. Anche in questo caso qualche forma di incentivo, sia pure di tipo simbolico, potrebbe risultare efficace.



Figura 1 – Indice di digitalizzazione dell’economia e della società: ranking e posizione dell’Italia rispetto ai principali sottoindici.
Fonte: Piano nazionale di ripresa e resilienza

Non spendere, ma investire

Se un indirizzo chiaro è stato affermato riguardo al ruolo che devono avere le competenze del personale scolastico nel piano di rilancio del nostro sistema formativo, su altri fronti le scelte sono molto meno evidenti. Ad esempio, nella linea di azione rivolta all’accesso all’istruzione e al contrasto ai divari territoriali sono inclusi interventi “(…) per il potenziamento delle competenze di base per la crescita nella scuola secondaria di I e II grado; contrasto alla dispersione scolastica attraverso la promozione del successo formativo e l’inclusione sociale”. In cosa però si andranno a declinare questi interventi è ancora tutto da definire. E conoscendo il rischio di frammentazione a cui ci hanno già abituati i diversi Pon (programmi operativi nazionali), bisogna stare attenti a che non si punti su troppi microprogetti che disperderanno le energie di chi dovrà presentarli e che difficilmente potranno mai essere valutati. Sui giornali già si legge di tutto (addio alle classi pollaio, allungamento dell’orario scolastico, assunzione di tutti i precari e così via), ma la strategia non potrà essere quella di accontentare tutti.

Nel mondo della scuola si pone grande fiducia nel promuovere la capacità progettuale di insegnanti, scuole o reti di scuole, senza purtroppo alcuna verifica a posteriori di cosa abbia funzionato e cosa no. Il concetto “evidence based policy” (politica basata su prove di efficacia) fatica a entrare nel gergo delle autorità scolastiche, dove alla “valutazione degli impatti” si preferisce la “valutazione formativa”, una sorta di trial and error (tentativi ed errori) di tipo esplorativo, in cui valutatore e valutato contribuiscono entrambi alla formazione delle conoscenze sull’efficacia dei diversi metodi formativi sperimentati. Questo ha il grosso limite della non replicabilità delle esperienze e quindi della impossibilità di addivenire a criteri chiari di scelta delle strategie rimediali da adottare per le scuole in difficoltà.

Invece questi fondi hanno una natura diversa, che ci deve indurre a comportamenti più attenti. Non possiamo permetterci ad esempio di stare a vedere se “riducendo la dimensione delle classi (ovvero aumentando il numero degli insegnanti) si riduca il tasso di abbandono scolastico”, perché sprecheremmo l’ennesima (e forse ultima) occasione. Si deve partire da un’analisi attenta delle cause dei deficit che stanno sotto gli occhi di tutti e su questa base formulare proposte. L’Italia non è abituata a questo metodo e invece chi avanza proposte dovrebbe avere l’onere di dimostrare che esse, in base alle esperienze pregresse, possono concorrere al raggiungimento degli obiettivi. Altrimenti, il rischio di disperdere inutilmente fondi pubblici rimane alto. Non si tratta infatti di spendere, ma di investire stando ben attenti a costi e benefici. Uno sforzo per circostanziare gli interventi aiuterebbe a orientare il dibattito e servirebbe a diffondere l’idea che quella che abbiamo difronte è una scommessa importante in cui c’è molto da guadagnare ma anche molto da perdere.

Cosa c’è dietro l’angolo? / 4

Che spettacolo di lavoro! [1]

Gianluca Veronesi [2]


[1] Moondo.info (22.12.2020) – https://moondo.info/che-spettacolo-di-lavoro/

[2] Nato ad Alessandria nel 1950, si laurea in Scienze Politiche, è Consigliere comunale ad Alessandria per tre legislature, Assessore alla cultura ed al teatro, poi Sindaco della città. Dirigente Rai dal 1988 al 2018, anni in cui ricopre gli incarichi di assistente del Presidente della RAI, direttore delle Pubbliche relazioni, presidente di Serra Creativa, amministratore delegato di Rai Sat. E’ stato consigliere dell’istituto dell’autodisciplina Pubblicitaria e del Teatro Regionale Alessandrino.

Prendiamo confidenza con la sigla SW, smart working. Terrà compagnia alle prossime generazioni.

Era un tipo di lavoro già praticato da alcune élite intellettuali (i famosi e misteriosi “consulenti”) e consiste nel non avere orario, luogo e organizzazione di lavoro precisi.

Hai solo un progetto da sviluppare, obiettivi concordati da raggiungere e tempi certi entro cui consegnarli.

L’epidemia ha costretto ad una drammatica accelerazione in questa direzione, con una evidente forzatura (dovuta al divieto di mobilità): farlo apparire un “home” working.

Si lavorerà invece dove si vorrà e sarà un mix di attività in remoto e in presenza.

Lo prevede -obbligatoriamente- la legge che norma la materia ma sono concordi anche i comportamenti e le strategie delle aziende interessate.

Naturalmente la presenza sarà funzionale al tipo di prestazione: in alcuni casi due giorni alla settimana, in altri una intera settimana al mese.

La legge lo definisce lavoro “agile” ma si sa che il legislatore e il burocrate che lo assiste amano mostrare creatività, cultura e delicatezza che è poi la base del “politicamente corretto”.  Certo che sarà difficile superare la famosa “obliterazione” del biglietto.

La legge sottolinea due obiettivi da raggiungere che possono apparire contrapposti e che io, invece, vedo sinergici e complementari: incrementare la competitività delle imprese (la famosa flessibilità) e agevolare la conciliazione di tempi di vita e di lavoro dei dipendenti.

In fondo alle aziende non dovrebbe dispiacere che i loro dipendenti lavorino non dico più felici ma almeno più comodi, a loro agio.

Tutte le grandi aziende che hanno dovuto riconvertirsi in fretta e furia – bisogna riconoscere il merito, soprattutto ai loro capi del personale- hanno già dichiarato che non si tornerà più indietro.

Ora ci sarà una fase di trattativa tra imprese e sindacati per ribilanciare le conseguenze economiche di queste novità: l’impiegato risparmierà sui trasporti (e sui tempi morti) ma perde la mensa o il buono pasto, e via di questo passo.

Le aziende abbandoneranno le sontuose sedi centrali per organizzare una rete di modesti luoghi decentrati, organizzati per riunioni di gruppo e dotati del più aggiornati e celeri strumenti di connettività.

Ne risentirà il mercato immobiliare che dovrà tenere conto anche del mutamento di forme e dimensioni degli appartamenti che dovranno ospitare l’attività di due o tre persone collegate in contemporanea con uffici, scuole e intrattenimento (di chi, in quel momento, non lavora).

Tutto bene quindi?!

Non esattamente, suggerirei io.

Apparentemente, in assenza di orario, lavorerai quando vuoi tu ma in realtà quando vorranno tutti gli altri che ti cercano. Non sei sempre alla scrivania ma sei sempre reperibile. Per cui alcune aziende cominciano a proteggere certe fasce orarie (ad esempio vietano l’organizzazione di riunioni dalle 13 alle 14.30 e l’invio di mail ai dipendenti dopo le 18).

Questo nuovo scenario è possibile grazie alle tecnologie. Sono loro il terminale che collega l’individuo al lavoro. E tutti i dati in esse contenute dovranno essere a disposizione dell’azienda, in tempo reale, per verificare il buon andamento di un processo operativo non più garantito dalla vicinanza fisica.

Oggi però in ufficio ti occupi di lavoro e a casa -su altri strumenti- della tua vita. Domani, per motivi di spazio o di risparmio, potrebbe ingenerarsi qualche confusione, con pericoli per la riservatezza di dati sensibili che riguardano te oppure -al contrario- riguardano l’azienda.

Così come capita per le donne che recandosi in ufficio dividono i loro ruoli di lavoratrici da quelli di madri, cuoche e casalinghe. Lavorando in casa tutto si riunifica.

Il buon equilibrio interno alla famiglia è dovuto anche agli spazi di libertà che ciascun membro consuma esternamente durante la giornata. Una stimolante vivacità intrafamiliare non basta a sostituire l’arricchimento che ti proviene dalla intelligenza, ironia, fascino di decine di colleghi e colleghe, clienti, fornitori. Che non sono altrettanto apprezzabili in versione on line.

Oggi il momento del lavoro contribuisce plasticamente ad articolare non solo la nostra giornata ma anche la nostra personalità. Se sei super capo, capo, capetto, semplice dipendente, metti in scena quello che ti compete.

Se hai un ufficio spazioso e la segretaria, ti vesti da capo e ti comporti di conseguenza. Calibri continuamente il tuo atteggiamento verso chi sta sopra di te e chi sta sotto di te. Ti rappresenti proporzionale al tuo ruolo, sapendo che la forma è sostanza.

Ma se presiedi una videoriunione in cui tutti -te compreso- sono in tuta e pantofole, la tua autostima crolla. A tal proposito gli esperti annunciano novità nei profili gerarchici, nelle competenze necessarie alla leadership.

Considerando che la mediazione delle tecnologie un po’ falsa e standardizza la “temperatura” della comunicazione, si prevede il successo di personalità trascinatrici, dotate di confidenza e attitudine televisiva. I nuovi capi dovranno “bucare lo schermo” e sapere fare spettacolo. Pause, accelerazioni, battute, sapersi prendere in giro.

Essendo la strumentazione enormemente invasiva, il gruppo di lavoro può ampliarsi notevolmente e quindi la platea, l’audience necessita di un palcoscenico e del relativo showman.

Forse da qui la parola smart?

Storie comunque implicate/1

Non solo dati, la crisi climatica va dipinta, raccontata, cantata [1]

Laura Boscherini [2]


[1]    Scienzainrete.it (26.12.2020) – https://www.scienzainrete.it/articolo/non-solo-dati-crisi-climatica-va-dipinta-raccontata-cantata/laura-boscherini/2020-12-26

[2] Laureata a Bologna in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche con una tesi sperimentale dove unisce due sue grandi passioni, la chimica e l’arte. Alla fine del 2017 comincia a parlare di libri sul web aprendo prima una pagina Instagram chiamata ilgiardinodellestorie e poi il relativo blog.

Raccontare la crisi climatica serve per immedesimarsi, per vivere le emozioni dei ricercatori, ma anche delle persone che vivono le conseguenze o rendere tangibili gli scenari futuri; questo non solo con le parole, ma anche con le immagini e l’arte.

Gli indizi nel passato

Testimoni e narratori attivi del cambiamento climatico. Ecco cosa si sono ritrovati a essere, forse inconsapevolmente, molti pittori e letterati nel corso della storia. Molti quadri, databili tra il XV e il XIX secolo, presentano infatti nei loro paesaggi indizi di questi cambiamenti. Uno studio, pubblicato sulla rivista scientifica Atmospheric Chemistry and Physics, e condotto da Christos Zerefos1,2, professore di fisica atmosferica presso l’Accademia di Atene, ha analizzato 550 quadri di 181 artisti per comprendere la relazione tra eruzioni vulcaniche e cambiamenti climatici. Grazie a queste pitture paesaggistiche, dove il sole al tramonto è protagonista assoluto, gli studiosi sono stati in grado di ottenere importanti informazioni riguardanti la concentrazione delle particelle atmosferiche.

Artisti come Turner non riportavano su tela semplicemente cromatismi mozzafiato, ma testimonianze attendibili di quello che stava accadendo sotto i loro occhi. Siamo nell’aprile del 1815 quando si ha l’eruzione del vulcano Tambora, situato in una delle isole dell’arcipelago indonesiano. Gli effetti di questa eruzione non saranno solamente locali ma soprattutto globali, dall’America settentrionale fino all’Europa. «Cielo rosso e luna crescente» di Turner e «Donna davanti al tramonto» (vedi immagine) di Friedrich sono solo alcuni dei quadri dove sono visibili i tramonti e i crepuscoli spettacolari dati dagli aerosol di gas e ceneri dell’eruzione. Lo stesso studio, prima citato, mostra come il rapporto rosso-verde dei tramonti di Turner sia più alto in concomitanza delle eruzioni vulcaniche. In questi anni, mentre Turner riportava su tela gli effetti dell’eruzione del vulcano Tambora con tramonti inediti dei paesaggi scozzesi, poeti e scrittori ugualmente ne lasciavano traccia nelle pagine delle loro opere, indizi di quello che verrà ricordato come l’anno senza estate con gelate inaspettate e diminuzioni di temperatura.

I had a dream, which was not all a dream.

The bright sun was extinguish’d, and the stars

Did wander darkling in the eternal space,

Rayless, and pathless, and the icy earth

Swung blind and blackening in the moonless air;

Morn came and went—and came, and brought no day,

And men forgot their passions in the dread

Of this their desolation; and all hearts

Were chill’d into a selfish prayer for light.

Così scriveva il poeta Lord Byron nel suo componimento «Darkness» (qui il testo completo)3, facendo riferimento anche alla paura della fine del mondo diffusasi tra la popolazione di fronte a un clima mutato e inaspettato. La stessa Mary Shelley riporta gli effetti di quell’infausto anno nell’incipit di Frankenstein4.

La letteratura ci viene in aiuto

Se i gas e le ceneri proiettati ad alta quota dall’eruzione vulcanica di Tambora, come in tutte le grandi eruzioni vulcaniche, sono rimasti intrappolati nella stratosfera provocando anomalie climatiche e le particelle hanno sedimentato nella realtà come nei quadri di Turner dando una concreta testimonianza ai posteri, che ruolo hanno oggi artisti e scrittori nel raccontare i cambiamenti climatici e quello che sta accadendo attorno a noi ora? Secondo Bruno Arpaia, giornalista, traduttore e autore di «Qualcosa, là fuori», romanzo nato dalla sua innata capacità di indagare il reale e dal suo sguardo attento all’urgenza climatica e a quella umanitaria dei migranti climatici5, sottolinea come sia fondamentale il ruolo di artisti e narratori di storie, siano esse scritte o cinematografiche. Continua affermando come siano insiti in «noi sapiens una serie di bias, di pregiudizi cognitivi che non ci permettono di affrontare la crisi climatica nella sua interezza. C’è un bias della distanza, sembra infatti che certi avvenimenti debbano sempre succedere agli altri e mai a noi, mentre invece l’Italia è passata in 10 anni da 15-20 eventi estremi a 1650 in un anno».

Ma il vero problema sembra proprio il non collegare questi eventi, ormai sempre più frequenti, con un’emergenza climatica della quale siamo spettatori attivi. «La crisi climatica è quello che Timothy Morton definisce un iperoggetto», prosegue Arpaia, col quale si trova in accordo l’antropologo, geografo e scrittore Matteo Meschiari che riafferma l’importanza cruciale di artisti, scrittori, persone qualsiasi nel giocare un ruolo cruciale in questa fase di lettura del nuovo immaginario collettivo in cui siamo immersi. Non parla solo di «sensibilizzare le coscienze», ma proprio di applicarsi con attitudine cognitiva rinnovata all’interpretazione di un macroproblema che riguarda le sorti del pianeta. «La diversità disciplinare, la molteplicità di interessi e punti di vista, sono un ingrediente necessario per avvicinare la complessità. Più nello specifico, scrittori e artisti lavorano con l’immaginario (in senso bachelardiano) e in quanto “professionisti” delle immagini sono forse in grado di vedere cose che allo scienziato, all’economista, al politico sfuggono. L’Antropocene, l’epoca geologica attuale, è anche un oggetto culturale, insomma, e per questo è importante farsi antropologi dell’Antropocene con ogni mezzo culturale possibile».

Anche secondo Amitav Ghosh, nel saggio «La grande cecità», «l’Antropocene rappresenta una sfida non solo per le arti e le scienze umane, ma anche per il nostro modo abituale di vedere le cose»6. Ghosh sottolinea inoltre come tale sfida nasca dalla complessità del linguaggio tecnico che utilizziamo come lente di ingrandimento sul cambiamento climatico, e proprio il fare luce su tutto questo potrebbe essere la chiave per capire perché la cultura contemporanea trovi così difficile affrontare la questione del cambiamento climatico, che altro non è se non la crisi della cultura e dell’immaginazione stessa. E quindi come superare questi bias cognitivi che non ci permettono di cogliere il problema della crisi climatica in tutta la sua totalità? Arpaia afferma che proprio «le storie possono essere un punto di svolta, perché il raccontarle è un modo per far vivere alle persone gli avvenimenti che stanno già accadendo e che hanno a che fare con la crisi climatica. Le storie hanno il potere di toccare la parte emozionale, cosa che non accade ad esempio con i saggi o con l’utilizzo di grafici, e permettono di superare quei bias, quei pregiudizi cognitivi che ci impediscono di vedere il problema in tutta la sua gravità».

Lo stesso Yuval Noah Harari lo scrive nel saggio «21 lezioni per il XXI secolo», «l’uomo elabora pensieri grazie a storie piuttosto che per mezzo di numeri e grafici»7.

Meschiari riafferma l’urgenza del convincersi di come il narrare sia una strategia operativa e non solo un passatempo o una forma d’arte o una pratica estetica. «Voglio dire che narrare è quella che Alain Berthoz chiama “vicarianza”, cioè la produzione di scenari immaginati che funzionano come simulazioni cognitive per agire poi nella vita concreta. Oggi abbiamo bisogno di praticare la vicarianza, di esercitare la mente speculativa, di riattivare l’immaginario per gestire meglio le nostre visioni del futuro, che ultimamente sono in crisi o addirittura in frantumi». È per cercare un senso nelle cose, per trovare una spiegazione che si ha bisogno di una narrazione, afferma Harari, e trovando il proprio ruolo nel dramma cosmico, facendoci partecipi di qualcosa di più grande di noi, diamo un significato a tutte le nostre esperienze e scelte. Ed è proprio su questo che insiste infine Arpaia, «Si pensa ancora alla letteratura come a un’avventura individuale. La letteratura viene definita, dall’800 in avanti come l’avventura di un uomo o di una donna e le sue vicissitudini e invece la letteratura è un qualcosa di collettivo, non parla un IO ma parla un NOI. E deve essere lo stesso modo che dobbiamo utilizzare per affrontare la crisi climatica, dobbiamo uscire dall’immaginario individualizzante, il male di questa società. La svolta è cominciare a pensare in modo collettivo».

Comunicare le storie, le emozioni e la meraviglia della complessità climatica

Climate Outreach, su richiesta dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), ha elaborato nel 2018 un manuale che servisse come strumento a disposizione della comunità scientifica per coinvolgere e sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della crisi climatica. Quando uno scienziato comunica la questione del cambiamento climatico al pubblico, secondo gli esperti del Climate Outreach, dovrebbe tenere presente 6 principi chiave che stanno alla base del manuale citato sopra:

  • parlare con sicurezza, trasparenza e sincerità, per instaurare un rapporto di fiducia con chi ascolta;
  • parlare di cose reali ed esperienze comuni, e non di concetti astratti: i numeri del cambiamento climatico sono spesso troppo distanti dall’esperienza quotidiana;
  • toccare i temi su cui il pubblico è più sensibile e cercare di mettere i fatti scientifici in relazione con i valori morali di chi ci ascolta;
  • raccontare una storia avvincente, usando una struttura di tipo narrativo e mostrando il volto umano che sta dietro la scienza;
  • concentrarsi su ciò che si sa e su cui c’è forte consenso scientifico, prima di affrontare ciò che è incerto (pur senza ignorare o nascondere il fatto che l’incertezza è parte integrante della climatologia);
  • usare una comunicazione visiva di impatto e coinvolgente: immagini che raccontino comportamenti che le persone possono mettere in atto, storie positive, «soluzioni» reali al cambiamento climatico.

Partendo da questi punti chiave, Elisa Palazzi, ricercatrice presso l’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del CNR, ci racconta come sia fondamentale creare un clima di fiducia con il pubblico, non eccedendo nella quantità di informazioni, sia per non sovraccaricare chi ascolta sia per lasciare spazio alla curiosità e alla ricerca personale. Anche «metterci la faccia» e far emergere il proprio lato umano è importante per accorciare la distanza tra scienza e società. «Bisognerebbe davvero riuscire a toccare le corde delle emozioni di chi ascolta, e far capire che la questione climatica non ha a che fare solo con i ghiacci che fondono al polo o in montagna, con i mari che si innalzano, con siccità più frequenti e prolungate o con alluvioni e con tutti gli impatti negativi connessi a queste trasformazioni, dalle migrazioni alle crisi idriche, dalla produzione agricola alla nostra salute», aggiunge la Palazzi, «ma ha che fare con il futuro che ci immaginiamo per noi e per i nostri figli, con l’armonia del vivere su una Terra in salute, dove gli ecosistemi ci aiutano a stare bene e dove essere felici».

Anche Giorgio Vacchiano, ricercatore in gestione e pianificazione forestale all’Università Statale di Milano, è concorde nel sottolineare come sia fondamentale tener conto delle reazioni psicologiche ed emotive delle persone e come sia invece errato fondare la comunicazione su dati e informazioni. Questo modello, che si chiama «modello del deficit», ha fatto comprendere infatti come le persone non siano vasi da riempire con numeri, perché la comprensione non passa solo dal cervello e dall’apprendere dei dati.

È giusto infatti coinvolgere la parte emotiva, ma molto spesso lo si fa nel modo sbagliato, suscitando emozioni di repulsione e di negazione. Secondo Vacchiano trasmettendo un senso di allarmismo, si rischia di suscitare un senso di colpa da cui poi chiunque cerca di liberarsi oppure un senso di paura e quindi di negazione del problema. È necessario dare le informazioni corrette e far capire la difficoltà della situazione nella quale ci troviamo, per stimolare un’urgenza nell’azione, ma non lo si può fare solo in negativo. «La comunicazione del cambiamento climatico, soprattutto in Italia, è molto carente anche dal punto di vista delle soluzioni», afferma Vacchiano, con il quale si trova in accordo la stessa Palazzi che sottolinea l’importanza di fare leva sulle informazioni positive, parlando di soluzioni concrete e alla portata di tutti, affinché ciascuno si possa sentire motivato a far parte di quella soluzione e non inerme o schiacciato dal problema. «Bisogna attivarsi dal punto di vista politico, economico e sociale per mettere in atto delle soluzioni. Non secondariamente, stimolare le emozioni positive e la voglia di attivarsi per un cambiamento. Sentirsi protagonisti è fondamentale», sottolinea Vacchiano, «perché se ci si sente inutili e soli, questo può portare solo al disimpegno e alla disillusione. Ognuno di noi fa parte di una comunità, che sia la famiglia, la scuola, la città, il gruppo parrocchiale. Fare leva sull’azione collettiva di questi gruppi evita la disillusione nei confronti della classe dirigente e ci conduce a un’azione collettiva e quindi attiva anche un senso di appartenenza, di comunità, tutte cose positive che devono essere attivate se vogliamo che qualcosa accada».

Un altro aspetto da considerare è che solo se colpiti in prima persona sentiamo l’urgenza di comprendere e capire realmente un evento. E questo avviene anche con i fenomeni legati ai cambiamenti climatici. «Bisogna lavorare sull’empatia, deve essere costruita, suscitata e questo è possibile solo grazie alle storie. Raccontando storie, non raccontando dati. Le storie hanno, per ognuno di noi, una potenza veramente inedita, è la cosa più potente che abbiamo», continua Vacchiano, «Quindi è importantissimo il ruolo dello storytelling, perché raccontare storie di persone il più possibile vicine a chi stiamo parlando, storie che di volta in volta saranno differenti e che dovranno essere calibrate sulle persone che abbiamo davanti, permettono di comprende il problema, ma allo stesso modo rendono consapevoli di come in tutte le storie ci sia anche una soluzione. Le storie sono fatte di una crisi iniziale e poi di una soluzione finale».

Ma secondo Isabella Pratesi, direttrice del programma di conservazione del WWF Italia, noi non raccontiamo abbastanza di come il clima sia anche il risultato del funzionamento della natura e di come questa c’entri con la vita di ciascuno di noi. «Alterando gli equilibri naturali noi stiamo cambiando anche il clima, che è il risultato di un’interazione importantissima della natura con l’atmosfera. Se noi distruggiamo le foreste e gli oceani, non solo distruggiamo il clima e il modo in cui questo impatta sulla natura e la deteriora, ma anche il modo nel quale la natura contribuisce al clima. Noi tutto questo non lo raccontiamo», continua la Pratesi, «perché se noi raccontassimo quanto la natura incide sul clima e quanto sia affascinante questa interazione, secondo me riusciremmo ad appassionare più ragazzi alla questione climatica perché la passione e l’innamoramento verso la natura scattano automaticamente quando si impara a conoscerla».

Su questo concorda anche Vacchiano: «riuscire a catturare l’attenzione, giocare sul senso di mistero e meraviglia, sono emozioni positive che attivano le persone al cambiamento».

Bibliografia

1 – C.S. Zerefos et al., Atmospheric effects of volcanic eruptions as seen by famous artists and depicted in their paintings, Atmospheric Chemistry and Physics, 2 August 2007.

2 – C.S. Zerefos et al., Further evidence of important environmental information content in red-to-green ratios as depicted in paintings by great masters, Atmospheric Chemistry and Physics, 25 March 2014.

3 – Byron G., Pezzi domestici e altre poesie, Torino, Einaudi, 1986.

4 – Shelley M.W., Frankenstein, Torino, Einaudi, 2016.

5 – Arpaia B., Qualcosa, là fuori, Guanda, 2018.

6 – Ghosh A., La grande cecità, Beat, 2019.

7 – Harari Y.N., 21 lezioni per il XXI secolo, Bompiani, 2018.

Storie comunque implicate/2

Fenomenologia di Greta Thunberg [1]

Serena La Rosa [2]


[1] Scienzainrete.it (24.12.2020) – https://www.scienzainrete.it/articolo/fenomenologia-di-greta-thunberg/serena-rosa/2020-12-24

[2] Laureata in Ingegneria Elettronica, dopo un’esperienza nella ricerca spaziale ha lavorato per qualche anno come software architect in ambito Finance. Dal 2006 si occupa di giornalismo e comunicazione: è stata responsabile del coordinamento editoriale di importanti testate online e scrive di spettacoli, costume e società per le principali riviste femminili.

In un sistema in cui ogni giorno tanta fama si crea quanta se ne distrugge, Greta Thunberg ha ricavato per sé uno spazio di rilevanza non negoziabile, diventando un punto di riferimento cruciale soprattutto per quella parte di società spesso dipinta come più egocentrica e volubile: gli adolescenti. Grazie alla caparbietà con cui persegue solo risultati concreti, una qual fotogenia e un’idea molto precisa di futuro, Greta Thunberg ha accumulato un seguito da popstar. Ma da solo non basta per riformare l’umanità.

Differenze inconciliabili

Quando Greta debutta su Instagram, nel giugno del 2018, ha 15 anni, un cane e apparentemente niente di speciale: è una ragazzina svedese che ha vinto un concorso letterario indetto da un quotidiano sul cambiamento climatico, e approfitta dei social per vantarsi un po’.1

Cosa davvero sta succedendo nella vita di Greta Thunberg in quel periodo lo racconterà poi sua madre, Malena Ernman, nel libro La nostra casa è in fiamme. O meglio: è precisamente nella storia che sua madre sceglie di raccontare che riconosciamo gli indizi di un successo comunicativo planetario.

Per cominciare, Greta è sempre stata una bambina speciale. A otto anni in classe le fanno guardare un documentario sui rifiuti che ingombrano gli oceani – «Un’isola di plastica, più grande del Messico, galleggia per il Pacifico meridionale» – e lei comincia a piangere. Anche i suoi compagni lì per lì sembrano turbati, ma poi nei corridoi tornano a occuparsi di telefonini, vacanze di Pasqua, viaggi a New York. Greta no: «Non riesce a conciliare niente di tutto questo con le immagini che hanno appena visto insieme. I conti non tornano, e quel senso di solitudine e disperazione non vuole proprio andarsene. Se non fosse stata “diversa”, sarebbe stata capace di gestire quella sensazione, come facciamo noi», scrive la madre. Invece, nella mente di Greta, lo scollamento tra la gravità del problema ambientale e la disinvoltura con cui tutti si ostinano a vivere come al solito diventa sempre più profondo: irreparabile.

A 11 anni smette di mangiare, di parlare, di sorridere. Inizia un doloroso percorso di visite e valutazioni che approda a una diagnosi: sindrome di Asperger, disturbo dello spettro autistico ad alto funzionamento, disordine ossessivo-compulsivo. Scrive ancora la madre: «Greta ha una diagnosi, ma questo non esclude il fatto che lei abbia ragione, e il resto di noi completamente torto. […] Lei ha visto quello che noi ci rifiutiamo di vedere. Appartiene a quella esigua minoranza di persone che riescono a vedere le emissioni di CO2 o occhio nudo. Non letteralmente, certo. Tuttavia lei ha visto l’abisso invisibile, senza rumore né colore né odore, che la nostra generazione ha deciso di ignorare».2

È per alleviare questo insopprimibile male di vivere che i genitori decidono di assecondarla.

Sono intellettuali svedesi – demograficamente i più attenti del mondo alle questioni ambientali3 – ma le decisioni che prendono vanno ben oltre le buone pratiche quotidiane. Una per tutte: Malena Ernman si impegna a non salire mai più su un aereo, e di fatto pone fine a una prestigiosa carriera nella lirica, con remunerative incursioni pop. L’intera famiglia si converte a uno stile di vita a impatto minimo, nonostante le perplessità dei medici: «È importante che i genitori non adottino la diagnosi, perché altrimenti può insorgere una sorta di autismo fantasma, e se si lascia troppo spazio alla diagnosi il problema finirà col crescere […] Eppure ci sono giorni in cui noi decidiamo di assecondare la diagnosi, perché a volte è la diagnosi, non la norma, ad avere senso».4

È solo quando Greta riconosce negli altri – a partire dai familiari – le stesse sue preoccupazioni che impara ad assumere il controllo di se stessa, e la sindrome diventa quello che la narrazione ripetutamente identifica come il suo «superpotere: quel modo di pensare out-of-the-box di cui parlano spesso creativi, artisti e celebrità». Il primo sciopero del clima, da sola davanti al Riksdag di Stoccolma, avviene un venerdì: è il 20 agosto 2018.

Secondo Telmo Pievani, evoluzionista, professore associato di Filosofia delle scienze biologiche all’Università degli studi di Padova, questo è un aspetto piuttosto critico della costruzione dell’immagine di Greta: «Di mio, sono molto scettico sull’attribuzione ai ragazzi di capacità mentali particolari, e sul collegamento tra ragazzi intellettualmente superdotati e sindromi come l’Asperger. Molto spesso sono delle proiezioni dei genitori che non fanno per niente bene ai figli, perché a 15, 16 o 17 anni crescere significa anche acquisire autonomia e indipendenza. E comunque si rischia di dimenticare che l’autismo è l’indice di un disagio, di una sofferenza, e non una condizione che favorisce particolari capacità mentali, di analisi o di profondità. Se da un lato c’è il rischio di subire una discriminazione, dall’altro c’è quello di un’idealizzazione altrettanto pericolosa».

Saranno famosi

Scorrendo il profilo Instagram di Greta Thunberg a partire dalla foto pubblicata la mattina di quel 20 agosto5, appare evidente come l’urgenza di protestare sia un tutt’uno con l’urgenza di documentare la protesta. Ogni giorno una sua foto con il cartello scritto a mano – «Sciopero scolastico per il clima» – guadagna impressioni sul web: in pochissimo tempo l’immagine di Greta diventa (pervasiva come) un meme. A settembre il Guardian pubblica la prima intervista: praticamente un’investitura6. Greta è già una creatura eccezionale: lo sguardo è fermo, il raro sorriso esprime matura consapevolezza. Nessuna rinuncia la turba, nessuna frivolezza la tenta. La scrittrice Margaret Atwood, in un podcast del collettivo Extinction Rebellion pubblicato alla fine del 20197, azzarda un paragone: «È meravigliosa, refrattaria a ogni insulto. Una specie di Giovanna d’Arco ambientalista: le manca solo il cavallo bianco».

La forza retorica di Greta (e anche il suo principale limite, come vedremo8) risiede nel contemplare una sola verità, quella della scienza: la pratica umana deve porsi al servizio dell’ecosistema. In questo universo di valori la distinzione tra il bene e il male è manichea – «Non esistono zone grigie quando si tratta di sopravvivenza»9, ripete nei suoi discorsi – e ogni compromesso impossibile: una visione del mondo che ai giovani risulta piuttosto familiare. Risolvere la crisi climatica diventa pertanto un dovere morale, di cui Greta si fa inarrestabile paladina.10

«La chiave del suo successo è senza dubbio la semplicità estrema del messaggio», ci dice ancora Telmo Pievani, «Lei lo ripete in vari modi, ma essenzialmente è sempre lo stesso: ascoltate la scienza, e fatelo subito perché state scaricando su di noi un debito ambientale, e questo è ingiusto. L’altro fattore fondamentale è proprio l’estrema personalizzazione. Greta è un personaggio che polarizza, che richiama l’attenzione per la sua età, il suo modo di porsi. Realizza una di quelle formule magiche della comunicazione che ogni tanto fanno la scintilla. Sono le dinamiche della leadership, difficili e anche piuttosto irrazionali: oltre al messaggio, c’è una combinazione di caratteristiche contingenti grazie alle quale, in certi momenti, certe figure riescono a intercettare una domanda che esisteva già: un sentimento profondo di massa di cui il leader si fa interprete. Prima di Greta parlavamo di cambiamento climatico in tante sedi diverse: era un fenomeno notato e discusso, ma molto difficile da definire perché è un processo lento, non lineare, molto complesso. Il fatto che a un certo punto sia venuta fuori una figura capace di simbolizzarlo – raccontarlo, denunciarlo – ha permesso di fare un grande passo in avanti nella sensibilizzazione e nella consapevolezza. È stata proprio una rivoluzione. In un certo senso è lo stesso bisogno cui ha dato risposta Papa Francesco con l’enciclica Laudato Si’: un’operazione molto efficace anche dal punto di vista della comunicazione. Ovviamente la Laudato Si’ ha riferimenti diversi, rappresenta una evoluzione del magistero della Chiesa che si rivolge ai credenti. Ma per il pubblico esterno è una giunzione nuova tra linguaggi diversi: quello che c’è scritto è ovviamente molto in sintonia con quello che dice Greta, ma soprattutto è in perfetta sintonia con quello che si trova oggi scritto su Nature, Science, Lancet, le più grandi riviste scientifiche al mondo. È una prospettiva di alleanza tra la comunità scientifica e un’autorità spirituale, e questo secondo me è molto positivo».

L’«eroico individualismo» di Greta è un tratto caratteristico del Celebritus politicus, il testimonial celebre che negli ultimi anni ha stravolto l’iconografia delle grandi cause, sostituendosi alle «vecchie immagini di orsi polari che annegano; bambini africani affamati e coperti di mosche; e persino alle ONG per i diritti umani come Amnesty International», arrivando a rappresentare – misticamente potremmo dire: a incarnare – l’intera questione. Un’altra caratteristica del Celebritus politicus è quella di essere completamente orientato al mercato: in diretta concorrenza con le cause rappresentate da altre celebrità, allo scopo di massimizzare visibilità e donazioni, e con l’obiettivo imprenditoriale di guadagnare la più estensiva copertura mediatica possibile per sé e per il prodotto che rappresenta. Ma a differenza del Celebritus politicus – è doveroso sottolineare – Greta non favorisce l’iniziativa privata, ma anzi considera gli stati e le associazioni governative come principali interlocutori.11

Effetto Greta

Il fatto che sia stata proprio la madre, Malena Ernman, a definire la cornice entro cui interpretare l’evoluzione di Greta ha insospettito alcuni osservatori12, che hanno voluto vedere nell’incondizionato sostegno materno un cinico calcolo “momageriale” – lo stesso che anima nell’immaginario collettivo le mamme manager di tutte le bambine prodigio, dalla straziante Anna Magnani di Bellissima in giù.

Non ci sono elementi concreti a supporto di questa tesi: sicuramente i Thunberg-Ernman hanno acquisito maggiore notorietà – e forse si potrà discutere dell’eventuale effetto-traino sulla neonata carriera canora della sorella Beata – ma tutti i proventi derivanti dalle attività di Greta, dai premi13 alla vendita dei libri14, vengono reindirizzati in beneficienza, e ogni tentativo di associare l’immagine di Greta a eventi o prodotti è sempre stato respinto categoricamente.

Sarebbe però superficiale non riconoscere nella costruzione dell’immagine di Greta Thunberg una profonda conoscenza delle dinamiche della celebrità. È la stessa Ernman a scrivere nel libro: «Tenete presente che potrebbe bastare una singola popstar, una influencer, per ridisegnare la mappa. Il potere delle celebrità è senza dubbio problematico, ma questa è la realtà nella quale viviamo oggi, e certo non abbiamo il tempo di cambiarla. Il vantaggio è che, in un mondo iperconnesso come il nostro, è sufficiente che un re, una superstar o un papa si battano a favore delle Emissioni Zero per rendere possibile il cambiamento».

È quindi plausibile che, a un certo punto, i Thunberg-Ernman si siano trovati a costruire la loro celebritas ex-machina in autonomia.

L’operazione ha il vantaggio di avvicinare al grande pubblico un problema complesso, storicamente penalizzato dalla difficoltà cognitiva di attribuire rilevanza a temi che si collocano oltre l’orizzonte dell’immediatezza, e di spostare il discorso dal piano teorico della scienza e della politica alla sfera della cultura popolare, che favorisce il coinvolgimento emotivo15.

Ma ci sono anche dei rischi, avverte Oscar Ricci, autore del libro Celebrità 2.0. Sociologia delle star nell’epoca dei new media (Mimesis, 2013): «Sicuramente possiamo definire Greta Thunberg una celeb, e proprio in quanto tale è bersaglio delle critiche comunemente rivolte alle celebrità che si occupano di temi sociali. Tipica è quella di appartenere a una casta, i famosi “radical chic”. Lo abbiamo visto quando per raggiungere il summit sul clima dell’Onu a New York invece di prendere un aereo ha attraversato l’Atlantico in barca a vela (offerta da Pierre Casiraghi, terzo figlio della principessa Carolina di Monaco, ndr): va bene l’impatto zero, pensa la gente, ma chi può permettersi un viaggio del genere? È un aspetto con cui Donald Trump, per esempio, ha giocato molto nel 2016 per rispondere alla quasi totalità di star di Hollywood che gli sparava contro, e per lui quella volta funzionò piuttosto bene».

Alessandro Milan, giornalista e scrittore, conduce su Radio24 la trasmissione Uno, nessuno, cento Milan, e attraverso il “microfono aperto” coltiva da anni un rapporto diretto con gli umori del pubblico. Il suo è perciò un punto di vista privilegiato sulle reazioni al fenomeno: «Greta ha totalmente rotto gli schemi un po’ vecchi di un’Italia in cui solo le persone che hanno alle spalle studi ed esperienza sono titolate a parlare, e in poco tempo è diventata l’icona di un movimento. Ma ho visto nascere anche tanta cattiveria nei suoi confronti: sia per le difficoltà legate alla sindrome di Asperger, sia per il suo essere considerata una giovincella senza altro da fare, magari manipolata dai genitori. Il fatto che sia una ragazza, poi, scatena risposte ancora più aspre: se fosse un maschio non sarebbero così critici e duri, su questo non c’è dubbio. E se da una parte i giovani, in maniera a volte anche esagerata, vedono in lei un nuovo guru, man mano che si va avanti con l’età compare quell’atteggiamento un po’ sprezzante per cui si pensa che le generazioni successive siano sempre peggiori delle generazioni precedenti. Un certo trombonismo, diciamo».

La risposta più efficace a queste critiche è l’imperturbabilità di Greta: una capacità rara di attraversare i contesti mediatici più disparati – dalla copertina di Teen Vogue a quella di Time, dov’è stata Person of the Year nel 2019; dallo studio tv di Ellen DeGeneres al podio dello World Economic Forum – mantenendo inalterata la potenza del messaggio16.

Un successo che riflette lo straordinario impatto della sua presenza sui social network17. In un intervento all’ESOF 2019 di Trieste, Massimiano Bucchi, professore ordinario di Sociologia della Scienza all’Università degli studi di Trento, ha sottolineato come «nella comunicazione sui social media, l’autenticità [sia] considerata uno degli elementi centrali. […] Per analizzare “l’effetto Greta Thunberg”, inoltre, bisogna prendere in considerazione sia la natura che la percezione della questione del cambiamento climatico. Dal momento che rappresenta una sfida per tutti gli abitanti del pianeta Terra, ci si aspetta che l’approccio sia imparziale: al di là delle divisioni politiche, dei confini nazionali e degli interessi specifici. L’appello all’azione di una giovane studentessa, senza particolari interessi o ambizioni di carriera, può riempire questo vuoto almeno da un punto di vista comunicativo».18

I ragazzi del venerdì

Di fatto, l’arcinemico di Greta Thunberg è la classe politica19, alla quale viene attribuita con fermezza la responsabilità di non voler risolvere la crisi climatica nonostante le ricette della scienza siano solo da implementare: «Per troppo tempo i potenti hanno potuto passarla liscia senza far niente per evitare il collasso ecologico e climatico. Hanno potuto impunemente rubare il nostro futuro, e venderlo per profitto. Ma adesso noi giovani ci stiamo svegliando», ha annunciato nel 2019 all’Austrian Word Summit di Vienna.20

Martina Comparelli, laureata in Sviluppo internazionale e studentessa online di Climate Change and Health all’università di Yale, portavoce di Fridays for Future Milano, riconosce la delicatezza del ruolo pubblico della fondatrice del movimento: «Il problema è che nel momento in cui Greta parla di crisi climatica, la stampa finisce per parlare di Greta: questo è fastidioso, ma anche inevitabile. A volte sembra persino che venga invitata soltanto per poter dire che “noi giovani” siamo stati ascoltati. Quello che vorrebbe Greta – quello che vorremmo noi – è che al centro dell’attenzione ci fosse il clima, sempre. Spesso invece nelle interviste le domande sono legate alla sua persona, alla sua vita, magari al film appena uscito… Greta è bravissima a riportare il discorso sul piano dell’azione, e a utilizzare quell’attenzione per il suo scopo: quando le viene data una piattaforma, la usa per evidenziare le contraddizioni che hanno portato a questa crisi, e riesce sempre a sottolineare come il punto non sia mai “ascoltate me” ma sempre “ascoltate la scienza”. Greta ha detto spesso che sentiva il bisogno di fare tutto quello che era in suo potere per cambiare le cose, e man mano ha avuto a disposizione sempre più strumenti, sempre più potere. Quindi ogni volta che va a parlare da qualche parte io non posso che essere felice, perché so che quello che dirà sarà comunque utile alla nostra causa».

Con gli stessi meccanismi con cui la celebrità genera valore monetario, Greta Thunberg ha costruito un capitale emotivo di fortissimo impatto: è un avatar generazionale che rappresenta le istanze del futuro nei forum internazionali, articolando un’identità collettiva di cittadinanza globale determinata a prevalere: «Se le soluzioni all’interno del sistema sono impossibili», non ha paura di ipotizzare, «forse dovremmo cambiare l’intero sistema».21

Come lei, i ragazzi di Fridays for Future non temono la complessità, anzi: «Bisogna smettere di ridurre tutto alla semplice visione ambientalista», dice ancora Comparelli, «non si tratta di mettere un qualche green scritto qua e là, o usare “sostenibilità” come intercalare. Quello di cui parliamo è più ampio: è il modo in cui la scienza di quello che sta accadendo si interseca con il nostro modo di vivere, con l’economia, con i diritti umani. Uno dei nostri pilastri è proprio la giustizia climatica, una forma di giustizia sociale nei confronti di chi soffre e soffrirà sempre di più questa crisi. È una visione sistemica che manca, ma questa è la cosa più difficile da far passare. Finora ho visto soltanto cambiamenti a livello sociale, però è anche vero che quando nasce un sentire collettivo, una necessità dal basso, prima o poi la politica la percepisce. E magari è vero che molti di noi non sono ancora elettori, ma tanti altri sì o lo saranno presto: più siamo, e più facciamo massa critica».

Carlo Monguzzi, consigliere comunale di Milano, già Assessore regionale all’Ambiente ed Energia (1993) e tra i fondatori di Legambiente, ha una visione meno ottimista: «Con quella faccia seria, Greta interpreta il suo ruolo di monito in maniera meravigliosa, ed è riuscita in quello che noi ambientalisti non siamo mai stati capaci di fare: mobilitare gli adolescenti. Per l’ambiente prima di lei si muovevano le persone particolarmente sensibili, quelli di sinistra, le mamme che volevano aria pulita per i bambini in carrozzina… gli adolescenti, no. Gli adolescenti si muovono solo sull’onda di emozioni forti, e Greta ha innescato questa reazione. Purtroppo, però in Italia il clima non è mai stato un tema elettorale, la gente vota secondo altre sensibilità: prima viene il lavoro, prima viene la sicurezza. E infatti per il governo la crisi climatica proprio non c’è, non esiste: come se nessuno li avesse mai informati. La regione invece – parlo della Lombardia – è aggiornata, ma se ne frega altamente. Il comune di Milano, del quale io faccio parte, conosce il problema e in teoria lo condivide, ma c’è una distanza siderale tra le parole e i fatti. Il gruppo di Fridays For Future, almeno qui, mi sembra molto estremista. Dicono che “bisogna cambiare il sistema” e va benissimo, ma questo è un titolo: ora che cambiamo il sistema è bruciato il mondo. Invece dobbiamo fare piccole cose in continuazione, tutti i giorni: battere su una cosa, poi sull’altra, poi sull’altra. Un’auto in meno in giro è già una cosa buona, anche se non è un cambio di paradigma: la via è quella».

La storia siamo noi

Se formidabile è stata la trasformazione del gesto rivoltoso di una ragazzina “fissata col clima” in un movimento di protesta globale, che sta imparando a definirsi oltre la celebrità della sua leader, riuscire a calare questa idea di rivoluzione nella realtà è la sfida più attuale. Patrizia Catellani, professoressa ordinaria di Psicologia Sociale all’Università Cattolica di Milano, ne La nuova partecipazione politica: tra pensieri veloci e pensieri lenti, riconosce che «Chi riesce a trasformare in efficace linguaggio iconico un tema trova la strada per attirare l’attenzione del cittadino. Si pensi ad esempio a come […] la sensibilità per i cambiamenti climatici sia stata rapidamente aumentata dal fatto che una giovane donna di nome Greta Thunberg abbia riassunto in sé, in modo esplicito e dirompente, molta della sensibilità ambientale che si è sviluppata nelle nuove generazioni».

Spesso però questa modalità di elaborazione rapida si traduce in una qualità meno ragionata dell’azione collettiva.22 Su nostra richiesta, Catellani approfondisce: «Greta ha il merito di aver riportato i giovani a lottare per qualcosa di condiviso. E sicuramente lo sviluppo di un’identità collettiva politicizzata, basata anche su forti emozioni, valori condivisi, obbligo morale ad agire, è fondamentale perché un movimento possa imporsi. Il problema però è che per allargare il consenso ci vuole un fronte moderato, che coinvolga anche altre generazioni, e che porti avanti argomentazioni non estremiste o palesemente irrealizzabili. I giovani devono svolgere questo ruolo di massa d’urto, di provocazione. Ma spetta poi alle generazioni più mature incanalare questa forza, e sta alle istituzioni tradurre queste sfide in qualcosa che può essere realizzato tenendo conto di vincoli politici e sociali. Non saranno certo gruppi di giovani con atteggiamenti come quello di Greta a smuovere gli scettici, che anzi si polarizzeranno ulteriormente. Saranno invece cambiamenti graduali e capillari sui territori, favoriti dalla collaborazione tra istituzioni globali e locali, a cambiare gradatamente il punto di vista delle persone, anche quelle inizialmente meno sensibili a queste problematiche».

Per entrare nelle cronache basta la popolarità: per cambiare la storia, pure se hai molta fretta, serve un passo più disteso.

Note e Bibliografia

[1] https://www.instagram.com/p/BjftcwvFMJe/ [cons. 28/10/20]

[2, 4] La nostra casa è in fiamme; Greta Thunberg, Svante Thunberg, Malena Ernman, Beata Ernman; Mondadori Strade

Blu, 2019

[3] https://www.robeco.com/me/insights/2018/12/sweden-remains-the-worlds-most-sustainablecountry.html [cons. 28/10/2020].

[5] https://www.instagram.com/p/BmsTxPPl0qW/

[6] https://www.theguardian.com/science/2018/sep/01/swedish-15-year-old-cutting-class-to-fightthe-climate-crisis

[7] https://www.podomatic.com/podcasts/xr-podcast/episodes/2019-11-01T18_24_30-07_00 [cons. 28/10/2020].

[8] https://www.nature.com/articles/s41558-019-0481-1 [cons. 07/11/2020]

[9, 20, 21] Nessuno è troppo piccolo per fare la differenza; Greta Thunberg, Mondadori; 2019

[10, 16, 19] Don’t Call it Climate Populism: On Greta Thunberg’s Technocratic Ecocentrism; Mattia Zulianello e Diego Ceccobelli; Political Quarterly Publishing Co, 2020

[11] Celebritus Politicus, Neo-liberal Sustainabilities and the Terrains of Care Chapter for Contemporary Icons: The Cultural Politics of Neoliberal Capitalism; Gavin Fridell and Martijn Konings; University of Toronto Press, Scholarly Publishing Division, 2013

[12] http://www.theartofannihilation.com/the-manufacturing-of-greta-thunberg-for-consent-thepolitical-economy-of-the-non-profit-industrial-complex/ [cons. 07/11/2020]

[13] https://www.theguardian.com/environment/2020/jul/21/greta-thunberg-gives-1m-awardmoney-to-climate-groups [cons. 07/11/2020]

[14] https://www.theguardian.com/books/2019/may/02/greta-thunberg-speeches-published-noone-is-too-small-to-make-a-difference

[15] Celebrities and Climate Change: History, Politics and the Promise of Emotional Witness; Julie Doyle, Nathan Farrell, Michael K. Goodman; The Oxford Encyclopedia of Climate Change Communication. Oxford University Press, Oxford, 2018

[17] https://www.nature.com/articles/d41586-019-02696-0 [cons. 07/11/2020]

[18] https://www.esof.eu/en/news-reader/the-greta-thunberg-effect-some-reflections-oncommunication-427.html [cons. 28/10/2020]

[22] La nuova partecipazione politica: tra pensieri veloci e pensieri lenti; Patrizia Catellani; Politica oltre la politica. Civismo vs autoritarismo, Feltrinelli, Milano 2019: 90-113

Storie comunque implicate/1

Snowden, Assange, la sorveglianza globale e l’informazione scomoda [1]

Arturo Di Corinto [2]


[1] Articolo di Democrazia Futura (numero zero, rivista promossa da Infocivica) pubblicato da key4biz.it il 16.12.2020. Ripreso da Articolo 21 (16.12.2020) e nella selezione di sinistrainrete.it il 30.12.2020.

https://www.sinistrainrete.info/politica/19355-arturo-di-corinto-snowden-assange-la-sorveglianza-globale-e-l-informazione-scomoda.html

[2] Arturo Di Corinto, laureato in Psicologia cognitiva alla Sapienza di Roma, ricercatore presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), trasferitosi a San Francisco, si è specializzato in Psicologia della persuasione all’Università di Stanford a Palo Alto. Prima responsabile del settore Internet del servizio pubblico Rai, poi responsabile della comunicazione presso il Cnipa e la DDI della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ha lavorato per l’Onu, l’Istat, l’Isfol, l’Ires. Ha insegnato nella facoltà di Scienze della Comunicazione della Sapienza e come giornalista ha collaborato con Wired e il Sole24Ore. Scrive per La Repubblica e l’Espresso.

L’antidoto cresce là dove il male alligna. Forse.

Arpanet, la nonna di Internet, nasce negli Stati Uniti il 29 Ottobre 1969. il concetto di privacy nasce con il saggio The right to privacy scritto da due avvocati, Samuel Warren e Luis Brandeis, nel 1890, sempre negli Stati Uniti. E il primo articolo della Costituzione degli Stati Uniti è dedicato alla libertà d’espressione. La Costituzione è del 1789.

Gli Stati Uniti, nazione simbolo del free speech, patria della comunicazione senza limiti grazie a Internet e del concetto moderno di privacy, è però anche il paese della sorveglianza di massa.

Con decine di uffici, agenzie, laboratori e centri di ricerca dedicati al controllo di web, email, telefoni, volti e impronte biometriche, gli Stati Uniti sono il paese che perseguita con più determinazione i suoi figli che hanno fatto bandiera della battaglia per la privacy individuale e per la trasparenza dei pubblici poteri.

Programmi governativi dai nomi fantasiosi come Tempora e Prism, software come Carnivore e XkeyScore, leggi come il Patriot Act e la Fisa, con la sua sezione 702, sfidano costantemente la libertà che gli Stati Uniti dicono di promuovere e proteggere. A casa e fuori.

La legge forse più pericolosa per la libertà di americani e resto del mondo rimane però la sezione 702 della legge antiterrorismo FISA (Foreign Intelligence Surveillance Act) che autorizza la raccolta senza mandato di ogni informazione utile allo scopo della sorveglianza globale.

Le vite degli altri

Neanche il presidente americano Donald Trump è riuscito a revocarla. Nonostante il post in cui esprimeva il proprio scetticismo sulla sorveglianza governativa abbia ricevuto così tante pressioni da dover fare marcia indietro.

Così il Congresso americano nel gennaio del 2018 ha approvato la legge che rinnova ed estende la Sezione 702 della legge antiterrorismo FISA del 1978 – nata all’indomani del Watergate – che autorizza la raccolta di qualsiasi comunicazione elettronica attraverso il computer o il telefono, nei confronti di qualsiasi cittadino straniero fuori dagli Stati Uniti senza un mandato del giudice. E questo nonostante le proteste e l’opposizione delle associazioni a difesa della privacy come Access Now, Electronic Privacy Foundation, Epic, nonché degli avvocati della privacy e di alcuni membri del Congresso.

La legge, nella forma attuale, permette di registrare nei database della National Security Agency (Nsa) (1) i nominativi di chi si parla al telefono, il testo di ogni email scambiata, persino la cronologia di navigazione sul web con la scusa dell’antiterrorismo. E non viene applicata solo agli “stranieri in terra straniera” ma a chiunque abbia contatti con persone residenti all’estero. Scavalcando di fatto il Quarto emendamento della Costituzione americana che impedisce richieste di questo tipo senza un mandato.

Ma il punto più controverso della legge rimane proprio la possibilità di usare le informazioni raccolte anche per reati ordinari, diversi dal terrorismo. Ed è possibile usarla per intercettare gli stranieri impegnati in attività di carattere politico e commerciale.

In base a questa legge un giornalista, un politico o un imprenditore possono essere spiati in seguito a una semplice richiesta degli organi di polizia americani verso un operatore telefonico o un colosso della Silicon Valley che fornisca servizi email, cloud, social a cittadini, sia stranieri che americani, in contatto fra di loro. È già successo. Perfino la premier tedesca Angela Merkel ha lamentato l’intrusione degli apparati di intelligence americani nelle comunicazioni dei governi alleati in Europa.

Ma questa pratica viene da lontano. La National Security Agency, voluta nel 1952 dal presidente americano Henry Truman, ha infatti incominciato a intercettare e registrare telefonate e email senza mandato su richiesta dell’amministrazione Bush dopo l’attentato alle Torri gemelle del 2001 e in particolare sulla base di un progetto noto come Stellarwind.

Nel 2008 il Congresso americano ha legalizzato questa forma di sorveglianza globale proprio grazie alle disposizioni di legge della Sezione 702 della legge FISA che non solo autorizzava le intercettazioni ma obbligava i giganti come Google e At&T a fornire dati, nomi e numeri dei loro clienti, non tanto per finalità di antiterrorismo, ma per la raccolta generalizzata di informazioni.

Nel 2012 la Sezione 702 è stata rinnovata per cinque anni e anche dopo le denunce di Edward Snowden – protagonista dell’Nsa Gate nel 2013 – e delle associazioni per la privacy, ha continuato ad essere utilizzata per legalizzare la sorveglianza di massa ai danni dei cittadini di tutto il mondo. La legge, in scadenza il 31 dicembre del 2017 sembrava potesse essere finalmente emendata per garantire il diritto alla privacy almeno degli americani, ma i suoi sostenitori l’hanno spuntata di nuovo grazie alla forte opposizione di FBI ed NSA. Scadrà nel 2023.

Di questa legge si continuerà a parlare a lungo ma solo perché grazie a Snowden oggi abbiamo la certezza che la NSA ci spia tutti.

Chi è Edward Snowden

Figlio e nipote di militari, Edward Snowden ha cominciato a lavorare per la Cia all’età di 22 anni. Assunto successivamente come consulente dalla Nsa, ha denunciato la sorveglianza illegale di questo ente federale americano, basato a Fort Meade nel Maryland, che dal 1952 si occupa di spionaggio elettronico e intercetta oltre venti miliardi di conversazioni e di messaggi ogni giorno.

Snowden è diventato un whistleblower, convinto che per essere un patriota non bisogna essere d’accordo con il proprio governo, e nel 2013 ha raccontato al mondo intero l’esistenza di un gigantesco progetto di raccolta dati relativo a ogni individuo impegnato al telefono o alla tastiera di un computer, il famigerato PRISM, per combattere una guerra che non viene condotta contro il terrorismo, ma per conquistare l’egemonia politica ed economica in un mondo globalizzato dalle tecnologie di comunicazione.

Per questa sua denuncia, raccontata a un pugno di giornalisti e finita sulle prime pagine dei quotidiani e delle tv mondiali, è stato costretto a scappare dal suo paese. È da allora che Snowden è diventato uno degli uomini più ricercati al mondo: per aver dimostrato che con i programmi PRISM e Tempora paesi come USA e Regno Unito sono in grado di controllare la posta elettronica, le ricerche web, il traffico Internet e le telefonate di milioni di persone in tutto il mondo in tempo reale. E tutto questo grazie soprattutto a un programma informatico, XkeyScore, che funziona come Google, ma al contrario di Google è in grado di tracciare tutte le attività che noi ingenuamente pensiamo essere private. Come spogliarci davanti a un computer a riposo che ci guarda attraverso l’occhio di una telecamera accesa da remoto. È per aver denunciato tutto questo e i tribunali speciali di sorveglianza (le corti FISA) che il giovane fuggitivo americano, approdato in Russia dopo una fuga burrascosa da Hong Kong, è diventato, come Julian Assange, il fondatore di Wikileaks, pericoloso per essere la testimonianza vivente di come i governi sono sempre pronti a ingannare i propri cittadini.

Eppure dopo sette anni il caso Datagate da lui denunciato, un tribunale americano ha stabilito che quel programma di sorveglianza è effettivamente «illegale» visto che la National Security spiava attraverso accordi sottobanco con i colossi della tecnologia e della telefonia, le comunicazioni private degli utenti, americani e stranieri. Perfino quelle delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea. Al momento dello scandalo i capi dell’intelligence difesero il programma, mentre ora i giudici dichiarano ufficialmente che «non dissero la verità».

La reazione

All’indomani delle rivelazioni di Snowden, il giornalista e anchorman James Fallows scrisse su The Atlantic che l’aspetto più spaventoso e importante di PRISM (e il resto dell’attività di sorveglianza della NSA rivelato dall’ex consulente), è che tutto quello che era accaduto era legale proprio in base al Foreign Intelligence Surveillance Act e ad altre leggi.

Il fatto che questi programmi siano legali – a differenza del “Watergate” di Nixon, di vari assassinii ordinati dalla CIA, di altre situazioni oggetto di rivelazioni di talpe nel corso degli anni – è l’aspetto più importante. Sono condotti nel “nostro” nome, nostro in quanto americani, nonostante la maggior parte di noi non abbia avuto la minima idea di quello che hanno implicato.”

In seguito alle rivelazioni di Snowden tutti quelli che hanno provato a raccontarne la storia sono stati spiati, intimiditi e accusati di “intelligence col nemico”. Perfino Oliver Stone, pluripremiato regista che ne ha fatto un ritratto serio e poetico nel film omonimo. Non sono i primi né gli ultimi.

Snowden e gli altri

I whistleblower, ovvero i segnalatori di illeciti, danno fastidio, come i giornalisti. ‘Certi’ giornalisti, mica tutti. Ma non immaginavamo che potessero essere trattati come degli spioni, soprattutto nella patria del Primo Emendamento, quello sul free speech. Eppure è questo che ha fatto l’amministrazione americana decidendo di mettere Julian Assange sotto accusa per il lavoro di inchiesta pubblicato dal sito Wikileaks in cui l’organizzazione no-profit denunciò nel 2010 le atrocità della guerra in Iraq e Afghanistan compresa l’uccisione di alcuni giornalisti documentata dal video “Collateral Murder” in cui i piloti di un elicottero da guerra Apache ridono mentre sparano su uno sparuto gruppo di civili che avevano la colpa di imbracciare una telecamera, si dice scambiata per un’arma.

Incriminato negli Stati uniti sulla base dell’Espionage Act del 1917, Assange, editor in chief del sito pro-trasparenza e anti-corruzione, rischia 175 anni di carcere, circa dieci per ognuno dei 17 capi di accusa che gli sono contestati dal DoJ, il Department of Justice americano, “per avere cospirato” al fine di ottenere e pubblicare informazioni classificate, con la collaborazione attiva dell’ex analista dell’intelligence militare Chelsea Manning. La loro colpa più grande? “Condividere l’obiettivo comune di sovvertire le restrizioni legali sulle informazioni riservate” e “causare un grave e imminente rischio per delle vite umane” facendolo. La prima accusa è parzialmente vera; la seconda no, come sa chi ha letto la vicenda processuale di Manning nei cui atti giudiziari è scritto a chiare lettere che la commissione che doveva indagare su quel presunto rischio non ne ha trovate le prove.

La prima sembrava un’accusa minore elevata in base alla legge sulla protezione dei computer di cui avrebbero cercato di superare le difese manomettendo una password senza riuscirci. Una storia di hacking, insomma, la cui pena massima avrebbe dovuto essere di cinque o sei anni, invece, come alcuni di noi sospettavano e hanno detto, era solo la scusa per chiedere a Londra l’estradizione e poi imputarlo con altri capi d’accusa in grado di portarlo alla sedia elettrica. L’11 aprile scorso Assange era stato arrestato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, dove era rifugiato da sette anni, per violazione del rilascio su cauzione e non essersi presentato ai giudici temendo per la sua vita, ma subito era trapelata la notizia di un mandato di arresto americano coperto da segreto.

Era stato detto che la richiesta di estradizione irrogata dai procuratori federali di Alexandria, in Virginia, fosse basata sul Computer Fraud and Abuse Act (CFAA) del 1986. Però la legge ha un tempo di prescrizione di cinque anni, e quindi Assange e Manning avrebbero dovuto già esserne fuori. Non ci stupisce perciò che oggi l’accusa sia diversa e basata su una legge del 1917, l’Espionage Act, mentre l’invocazione della CFAA è stata usata per convincere l’attuale presidente ecuadoriano Lenin Moreno a toglierli ogni protezione, si è rivelata per quello che era: un grimaldello per delegittimare l’hacker, matematico, giornalista ed editore australiano, e per costituire, al contempo un precedente e una minaccia, contro ogni altro whistleblower.

News Gathering

Hacking non riuscito a parte, però la richiesta, la ricezione, l’analisi di informazioni, anche riservate, è news gathering, in gergo, raccolta di informazioni, come sa qualsiasi giornalista. Come ha detto l’ex portavoce del Ministro della Giustizia di Obama: “Una cosa è incriminare un impiegato governativo, un’altra indiziare chi pubblica o sollecita informazioni governative dal di fuori, che è quello che i giornalisti fanno sempre.”

La stessa posizione l’ha espressa Dean Baquet, premio Pulitzer e direttore responsabile del New York Times: “Ottenere e pubblicare informazioni, che il governo vuole mantenere segrete, è vitale per il giornalismo e la democrazia. Le accuse (ad Assange, ndr) sono il tentativo del governo di controllare quello che agli americani è permesso di sapere.”

Per questo stanno massacrando Assange: attaccando lui attaccano ogni giornalista e la funzione di watchdog della stampa. Però non hanno il coraggio di dirlo e per questo sguinzagliano i detrattori di Assange, quelli che, sbagliando, pensano sia stato il servo stupido di Mosca che ha favorito la vittoria di Trump pubblicando le email della Clinton (qui i 17 capi di imputazione non c’entrano), e allora dicono che non è un giornalista; e poi lo attaccano come hacker, affermando che non è neanche un editore.

Ma se lui non è un editore, lo sono, invece, quelli che hanno pubblicato le sue storie: come ha ricordato Seymour Hersh, il giornalista investigativo che ha denunciato il massacro di My Lai in Vietnam: “Oggi incriminano Assange, domani, forse, il New York Times e quelli che hanno pubblicato le informazioni fornite da Assange.” Oppure: “è come se il Times e il Post fossero accusati di aver pubblicato i Pentagon Papers (sulla guerra sporca in Vietnam, ndr),” ha detto Alan Dershowitz, l’avvocato che difende la CNN in casi simili. Secondo Ben Wizner dell’Associazione americana per le libertà civili, “Il governo ha intentato accuse penali contro un editore a causa della pubblicazione di informazioni vere. Questo stabilisce un pericoloso precedente che potrà essere usato per colpire tutte le organizzazioni giornalistiche ritenute responsabili dal governo.

Quando l’Espionage Act nel 1973 fu usato contro Daniel Ellsberg per la rivelazione dei Pentagon Papers, ci fu a un’epica battaglia per il diritto a pubblicare informazioni coperte da segreto di Stato, una battaglia vinta per la libertà di stampa. Bisogna rifarla. Oggi Julian Assange, a processo per essersi sottratto alla giustizia inglese per l’accusa di un reato di strupro che non aveva commesso, violando la libertà condizionata, è a processo in un’aula senza testimoni, e sta lentamente morendo in un carcere inglese in attesa della sua probabile estradizione negli Stati Uniti per aver raccontato quello che ogni giornalista dovrebbe raccontare, la verità.

«Democracy dies in Darkness»

La democrazia muore nelle tenebre, si legge sopra la testata del Washington Post, il giornale che ha denunciato lo scandalo Watergate. Norberto Bobbio amava dire che la democrazia è «governo pubblico in pubblico», rammentando l’Atene di Pericle. Lo storico e politologo italiano voleva dire che la democrazia, per essere tale, deve garantire un esercizio partecipato, trasparente e comprensibile per tutti. Dove non c’è trasparenza la democrazia muore.

Non sappiamo come siamo arrivati fin qui, ma la storia recente ci dice che senza i giornalisti i tribunali segreti possono violare ancora la regola medievale dell’Habeas corpus, come è accaduto con i programmi di Extraordinary rendition, le detenzioni illegali e Guantanamo, e senza i whistleblower nazioni intere non saprebbero che governi e corporation hanno imbrogliato i loro cittadini nascondendogli la verità. È successo con la guerra del Vietnam, con l’antracite finta sventolata da Colin Powell alle Nazioni Unite, è successo con i Panama Papers e i Fincen Files.

A queste derive della democrazia ognuno di noi può proporre un rimedio, ma, come diceva Stefano Rodotà, «Per le infezioni della democrazia la luce del sole è spesso il miglior disinfettante».

Lì dove alligna il male, cresce anche l’antidoto.

Nota al testo

(1) L’Electronic Frontier Foundation ha pubblicato online una cronologia completa di eventi legati alle attività di sorveglianza della NSA.

Grande Europa/1

Un piano per la ripresa o per la Next Generation? [1]

I contenuti della strategia italiana

Francesco Bascone [2]


[1] Affariinternazionali.it (30.12.2020) – https://www.affarinternazionali.it/2020/12/un-piano-per-la-ripresa-o-per-la-next-generation/

[2] Francesco Bascone è stato ambasciatore d’Italia a Belgrado, Nicosia e Vienna/Osce.

Il piano di utilizzo del Recovery Fund annunciato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte non spazza via un dubbio: il governo italiano ha colto appieno il senso del programma europeo ormai ribattezzato Next Generation EU?

Sinora il dibattito fra le forze politiche si è concentrato sul meccanismo per la selezione dei progetti e la supervisione della loro attuazione: quella che si insiste a chiamare governance. Il vero problema è però quello dei contenuti.

Due sfide principali

Molto opportunamente la parte del leone è riservata alle due grandi sfide del prossimo futuro, Green Deal e digitalizzazione, ma sono percentuali dettate dalla Commissione europea – rispettivamente il 37% e il 20%, ndr -. Le altre macro-aree corrispondono grosso modo ai campi in cui la modernizzazione del nostro Paese presenta i più gravi ritardi, e quindi in prima approssimazione il piano è in linea con la filosofia del Next Generation EU.

Ma notiamo anche un ampio ventaglio di interventi volti a soddisfare tutte le categorie e a rafforzare i consensi verso il governo in carica, piuttosto che a dirigere tutta la potenza di fuoco sulla finalità che ha convinto i Paesi del centro-nord dell’Europa a superare la loro riluttanza alla condivisione del debito dei partner più deboli. E, va precisato, non del debito prodotto dai deficit cronici, ma quello dovuto ad una situazione straordinaria.

Qual è questa finalità? Innanzitutto, superare la crisi economica causata dal Covid-19 non con una generica politica keynesiana – gonfiare la spesa pubblica per stimolare la domanda e quindi la crescita -, bensì mediante grandi progetti miranti sia a massimizzare la creazione di posti di lavoro, sia a rendere più competitiva l’economia e la macchina statale: premessa necessaria all’uscita dalla stagnazione e alla graduale riduzione del rapporto debito/Pil.

Cruciale per l’accettazione del principio del debito condiviso è però stata l’aggiunta di una finalità più ambiziosa: affrontare le due sfide epocali su accennate – clima e rivoluzione digitale – con massicci investimenti che non avrebbero trovato posto nei bilanci correnti.

Scegliere bene

La selezione dei progetti dovrebbe essere governata da questi due ordini di criteri, e non dall’esigenza di rimpolpare i fondi a disposizione di politiche sociali avviate o promesse in passato.

Al primo posto fra le riforme di cui ha urgente bisogno l’Italia per attrarre investimenti è senza dubbio la riforma della giustizia, per accelerarne drasticamente i tempi; e infatti il piano vi dedica un capitolo. La digitalizzazione ne è certo una componente, ma è complementare a cambiamenti normativi che si attendono da decenni. Quali certezze abbiamo che il Parlamento si muoverà in questa direzione con la necessaria celerità e incisività, e che la magistratura è pronta ad un cambio di passo nella conduzione dei processi?

Per gestire i miliardi assegnatici occorre rafforzare le strutture dei vari ministeri e degli enti locali. Già in tempi ordinari l’Italia ha (con la Spagna) la più bassa capacità di assorbimento dei fondi europei: il 40%. La soluzione non può consistere nell’abolizione dei controlli, ma in procedure più snelle e il potenziamento dell’apposito personale.

Perplessità nonché appetiti, suscita la grossa fetta (23 miliardi, nella bozza) dedicata alle grandi opere infrastrutturali, in gran parte per il Sud, fra cui le Tav Salerno-Taranto e Palermo-Catania, quasi fossero dimenticate le polemiche sulla Tav Torino-Lione. Le grandi opere, anche se si considera l’indotto, concentrano enormi risorse sulle grandi società di costruzione piuttosto che sulle Pmi, e generano – in proporzione – meno posti di lavoro che altre categorie di progetti, e più rischi di sprechi e malversazioni.

In base al criterio della creazione di posti di lavoro, oltre che per far fronte a eventuali nuove pandemie, maggiori risorse dovrebbero essere attribuite al settore sanitario (ospedali, medicina territoriale), che fa figura di cenerentola. L’ammontare stanziato (9 miliardi) è un quarto di quello previsto qualora decidessimo di avvalerci del nuovo Mes.

L’ok di Bruxelles

Tornando alla “svolta verde”, bisognerà vedere in che misura le risorse andranno alle energie alternative, termo-valorizzatori, cattura di CO2, economia circolare, partecipazione a grandi progetti europei (idrogeno, batterie) e quanto a impieghi meno innovativi. I 40 miliardi destinati alla coibentazione di edifici pubblici e di quelli privati attraverso il super-bonus 110% sono una cifra iperbolica, e offrono ampio spazio a sprechi e frodi.

Sotto l’etichetta “digitalizzazione” la priorità andrebbe data, fra l’altro, alla modernizzazione dell’apparato statale e in particolare del già citato settore giudiziario e la lotta all’evasione, la telemedicina, l’istruzione in informatica, le reti elettriche “intelligenti” (smart grids), la partecipazione a progetti europei in materia di cyber-security, 5G, intelligenza artificiale e altri aspetti della “sovranità digitale”.

Sarà la Commissione ad approvare i progetti se validi. Per rispetto verso gli Stati membri è probabile che si asterrà dal bocciarne qualcuno giudicato di utilità o gestibilità incerta. Ma dobbiamo considerare un altro rischio: che notizie su progetti discutibili (come il super-bonus o il cash-back), corruzione o infiltrazioni mafiose in grandi opere, abbassamenti dell’età pensionabile, sprechi o condoni fiscali, suscitino una reazione negativa nelle capitali dei “frugali” (e non solo) al momento di decidere su eventuali proroghe dei rimborsi alla scadenza o sul rinnovo delle emissioni di debito comune.

Grande Europa/1

Recovery Plan, un prestito con precise condizioni [1]

Tommaso Monacelli [2]


[1] Lavoce.info (22.12.2020) – https://www.lavoce.info/archives/7143 5/recovery-plan-un-prestito-con-precise-condizioni/

[2] Professore ordinario di Economia all’Università Bocconi di Milano, e Fellow di IGIER Bocconi e del CEPR di Londra. Ha ottenuto il Ph.D. in Economia presso la New York University, ed è stato in precedenza assistant professor a Boston College e professore associato all’Università Bocconi. E’ associate editor di riviste scientifiche internazionali, tra cui il Journal of the European Economic Association, il Journal of Money Credit and Banking, e la European Economic Review. E’ stato adjunct professor presso la Columbia University, visiting professor presso la Central European University, e research consultant per Bce, Ocse, IMF, e Riksbank. I suoi interessi di ricerca riguardano la teoria e politica monetaria e la macroeconoma internazionale.

L’effettiva erogazione delle risorse del Recovery Plan europeo è condizionata al raggiungimento degli obiettivi legati agli interventi realizzati. Non è perciò il “pasto gratis” di cui si parla. Ma può essere una spinta a realizzare riforme cruciali.

Tutte le condizioni legate al Piano

Con il Recovery Plan della Commissione europea pioveranno sull’Italia gigantesche risorse, tra cui molte a fondo perduto e senza particolari condizionalità: è la convinzione che sembra prevalere nel superficiale dibattito italiano.

Come ben evidenziato dalla Commissione, il Recovery Plan è in realtà ricco di condizionalità. Viene erroneamente definito “Fondo” (da cui l’espressione giornalistica “Recovery Fund”). Ma è ben diverso dai tradizionali fondi strutturali della Ue. Per semplificare, i fondi Ue pagano i costi, ad esempio, quelli per costruire un’autostrada in Puglia. Il Recovery Plan invece opera all’interno di una “facility”. Il che significa che il governo, accanto all’opera, deve anche stabilire obiettivi economici che quell’opera può generare; sapendo che l’erogazione finale delle risorse avviene solo se anche gli obiettivi vengono raggiunti. Ad esempio, il governo italiano non può semplicemente chiedere di finanziare la costruzione di un’autostrada in Puglia. Ma deve anche porsi l’obiettivo, con quell’autostrada, di far crescere l’indotto economico tra Foggia e Lecce (occupazione, nuove imprese, valore aggiunto dell’area). Solo nel caso di raggiungimento di questo obiettivo sarà alla fine possibile ottenere il rimborso dei costi dell’autostrada.

Il Recovery Plan ha una condizionalità aggravata, legata a doppio filo al raggiungimento degli obiettivi economici di ciascun progetto. Una differenza cruciale rispetto all’impostazione e alla gestione dei tradizionali fondi europei, al fine di evitare il più possibile la costruzione di ponti verso il nulla, spesso una specialità italiana.

Ma ci sono due ulteriori punti. Primo, solo il 10 per cento dei fondi del Recovery Plan sarà erogato in tempi brevi (comunque entro fine 2021), per avviare la messa in opera dei primi progetti. Il rimanente 90 per cento sarà invece condizionato al raggiungimento degli obiettivi economici stabiliti in partenza (tra governo e Commissione Ue). Secondo, l’orizzonte temporale per gli obiettivi da raggiungere è di sei anni, quindi relativamente breve. Il che impone una pressione forte sul governo per una esecuzione rapida ed efficiente degli interventi. Una pressione certamente positiva, ma non è chiaro se le nostre amministrazioni saranno in grado di gestirla.

Ciò dato, fa veramente sorridere l’ostilità alla linea di credito del Mes che si è rapidamente diffusa nel paese. Il Mes non presenta affatto l’elemento di condizionalità aggravata del Recovery Plan. Ne ha in realtà solo una, leggera e quanto mai virtuosa: le risorse (fino a 35 miliardi) devono essere utilizzate nel comparto della sanità.

Una spinta alle riforme

La condizionalità è un elemento di grande importanza del Recovery Plan. Soprattutto per un paese come l’Italia, che è scandalosamente incapace di spendere i soldi dei fondi strutturali Ue. Per capire, nel periodo 2014-2020 l’Italia ha ottenuto 44,8 miliardi di fondi strutturali e ne ha spesi non più del 38 per cento (peggio di noi ha fatto solo la Croazia). Correttamente, per alleviare il problema, con il Recovery Plan la Commissione pone al centro la richiesta di cosiddette riforme di sistema, strumentali a spendere le risorse, e a spenderle bene.

Tra tutte le riforme una appare cruciale: quella della pubblica amministrazione. La nostra Pa impiega molti lavoratori anziani e con competenze obsolete. Pochissimi laureati. Pochissimi esperti di data science, statistica, finanza. Per impiegare nel modo migliore i fondi del Recovery Plan è necessaria capacità di analisi dei dati, programmazione ingegneristica, competenza statistica ed economica.

Nel nostro paese si è diffusa la convinzione che, almeno in parte, il Recovery Fund sia una specie di “pasto gratis”. Per l’Italia il Piano prevede circa 209 miliardi, di cui 127,4 in prestiti e 81,4 in sussidi. È una quota importante, che ci carica di una enorme responsabilità.

La parte di sussidi non è però un regalo a fondo perduto, come si sente spesso dire. All’inizio del processo la Commissione Ue si indebita per 750 miliardi (la torta complessiva del Recovery Plan), raccogliendo risorse dai fondi pensione americani, dalle famiglie norvegesi, dagli investitori giapponesi. La Ue raccoglie risorse sul mercato, dunque, e non dai paesi membri. Una parte delle risorse è girata come trasferimenti a Italia, Spagna e altri paesi. Ma certamente non a “fondo perduto”. Perché la Commissione dovrà prima o poi ripagare agli investitori internazionali quegli iniziali 750 miliardi. E saranno ovviamente i vari paesi membri, inclusa l’Italia, a farlo attraverso il bilancio comunitario.

Il governo ha da poco fatto circolare il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) con le proposte italiane per il Recovery Fund. Con tante criticità di metodo. Basti un esempio: il fondamentale capitolo su istruzione e ricerca prevede 19,2 miliardi, di cui 10,1 per istruzione e 9,1 per la ricerca. Gli interventi sull’istruzione prevedono, tra l’altro, la riforma di carriere e meccanismi di assunzione dei docenti nella scuola. Riforme certamente auspicabili, ma che sono sostanzialmente a costo zero. Molto meglio sarebbe destinare quei soldi alla ricerca di base, la vera grande assente del Pnrr italiano.

Il Recovery Plan può essere una occasione storica per il paese. È centrale che l’opinione pubblica comprenda che la forte condizionalità è un importante meccanismo che lega le mani alla nostra politica e rafforza la credibilità dell’intero progetto. Riforme centrali come quelle della giustizia e della Pa sono capitoli decisivi per l’efficienza della spesa. Si tratta in realtà di riforme a costo quasi zero per le quali le risorse del Recovery Plan non sarebbero strettamente necessarie. Ma la condizionalità del piano e l’orizzonte temporale ristretto potrebbero essere fattori decisivi nel vincolare la politica a metterle finalmente in atto.

Piccolo Mondo/1

Sondaggio ISPI 2020

Gli italiani e la politica internazionale [1]


[1] Ispionline.it (25.12.2020) – https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/gli-italiani-e-la-politica-internazionale-28711

Nel 2020 la pandemia ha sconvolto il mondo. La crisi sanitaria si è rapidamente trasformata in crisi economica e rischia di sfociare in una nuova crisi finanziaria. Nel frattempo, negli Stati Uniti sta per insediarsi un nuovo presidente nel pieno della seconda ondata di infezioni. Quanto e come la pandemia ha cambiato il modo in cui gli italiani guardano agli avvenimenti e ai trend di fondo della politica internazionale?

Giunto ormai al suo settimo anno, il sondaggio ISPI realizzato da IPSOS rivolge agli italiani alcune domande chiave sulla politica internazionale degli ultimi dodici mesi. Quali sono le principali minacce, per l’Italia e per il mondo? Qual è stato il personaggio più influente per la politica mondiale, e quale invece il Paese più pericoloso? E come vedono gli italiani i rapporti con i principali partner europei e internazionali?

Nel 2020 la pandemia ha sconvolto il mondo. La crisi sanitaria si è rapidamente trasformata in crisi economica e rischia di sfociare in una nuova crisi finanziaria. Nel frattempo, negli Stati Uniti sta per insediarsi un nuovo presidente nel pieno della seconda ondata di infezioni. Quanto e come la pandemia ha cambiato il modo in cui gli italiani guardano agli avvenimenti e ai trend di fondo della politica internazionale?

Giunto ormai al suo settimo anno, il sondaggio ISPI realizzato da IPSOS rivolge agli italiani alcune domande chiave sulla politica internazionale degli ultimi dodici mesi. Quali sono le principali minacce, per l’Italia e per il mondo? Qual è stato il personaggio più influente per la politica mondiale, e quale invece il Paese più pericoloso? E come vedono gli italiani i rapporti con i principali partner europei e internazionali?

Minacce per l’Italia: la crisi economica fa più paura di quella sanitaria

Per il settimo anno consecutivo, gli italiani non hanno dubbi: la crisi economica resta la più grave minaccia per l’Italia (54%), nonostante la pandemia, che sorprendentemente è “soltanto” al secondo posto (22%). Seguono l’immigrazione (11%) e i cambiamenti climatici (7%), stabili rispetto all’anno scorso malgrado nel corso degli ultimi dodici mesi i flussi migratori verso l’Italia siano più che triplicati.

Nel 2020 la pandemia ha sconvolto il mondo. La crisi sanitaria si è rapidamente trasformata in crisi economica e rischia di sfociare in una nuova crisi finanziaria. Nel frattempo, negli Stati Uniti sta per insediarsi un nuovo presidente nel pieno della seconda ondata di infezioni. Quanto e come la pandemia ha cambiato il modo in cui gli italiani guardano agli avvenimenti e ai trend di fondo della politica internazionale? Giunto ormai al suo settimo anno, il sondaggio ISPI realizzato da IPSOS rivolge agli italiani alcune domande chiave sulla politica internazionale degli ultimi dodici mesi. Quali sono le principali minacce, per l’Italia e per il mondo? Qual è stato il personaggio più influente per la politica mondiale, e quale invece il Paese più pericoloso? E come vedono gli italiani i rapporti con i principali partner europei e internazionali?

Minacce globali: la pandemia oggi, il clima domani

Cambiano le priorità a livello globale: la pandemia fa più paura. Diversamente dalle minacce per l’Italia, la crisi economica arriva terza (seppure in aumento rispetto al 13% del 2019).

Sorprende, invece, la permanenza dei cambiamenti climatici al secondo posto, scelti da una quota di italiani (25%) solo leggermente minore rispetto alle rilevazioni degli ultimi due anni, quando era stato scelto dal 28% di loro.

Continua infine il calo della percezione di minaccia legata al terrorismo islamico, che scende dal massimo del 38% nel 2015 (quando a novembre di quell’anno si verificarono gli attentati di Parigi) al minimo del 6% di oggi.

L’Europa (finalmente) al tavolo dei Grandi

Gli italiani continuano a scegliere la Cina come paese che anche nel 2020 è diventato più influente rispetto all’anno precedente. Per tutte le grandi potenze in lizza si registra tuttavia un calo, piccolo per la Cina (dal 60% al 58%), più grande per gli Stati Uniti (dal 48% al 39%) e molto marcato per la Russia (dal 43% al 29%).

In netta controtendenza è invece l’Unione europea, che proprio nell’anno della pandemia – ma anche dell’approvazione dello storico piano di rilancio economico Next Generation EU – fa segnare un significativo balzo in avanti, raddoppiando quasi il valore (da 18% a 34%).

Nel 2020 la pandemia ha sconvolto il mondo. La crisi sanitaria si è rapidamente trasformata in crisi economica e rischia di sfociare in una nuova crisi finanziaria. Nel frattempo, negli Stati Uniti sta per insediarsi un nuovo presidente nel pieno della seconda ondata di infezioni. Quanto e come la pandemia ha cambiato il modo in cui gli italiani guardano agli avvenimenti e ai trend di fondo della politica internazionale?

Le principali speranze: il vaccino e Biden

Tra le (poche) buone notizie dell’anno, oltre un italiano su due (55%) sceglie l’annuncio dell’efficacia del vaccino contro il coronavirus. Tra chi invece si orienta su notizie diverse, l’elezione di Joe Biden è scelta da quasi il doppio delle persone che invece si orientano verso una notizia europea, ovvero l’accordo raggiunto sul pacchetto Next Generation EU, meglio conosciuto come “Recovery Fund” (rispettivamente 27% contro 15%).

Minaccia per il mondo: la Cina fa molta più paura, ma attenzione alla Turchia

Cambia la geografia delle minacce: la Cina balza in cima alle preoccupazioni degli italiani, complice il ruolo da protagonista giocato nei primi mesi della pandemia, tra ritardi e invio di aiuti.

Ma è in crescita anche la Turchia, potenza sunnita molto più attiva nel Mediterraneo, dalla Libia ai giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale, e nell’Asia centrale (con l’appoggio all’Azerbaigian nel conflitto del Nagorno Karabakh).

Leader più influenti: Merkel regina

Un inatteso passaggio di testimone: al vertice della classifica dei leader più influenti della politica internazionale crolla Donald Trump, presidente USA uscente, ma al suo posto gli italiani premiano la Cancelliera tedesca. Merkel balza al primo posto della classifica, più che triplicando i consensi.

Evidente la “scelta di campo” degli italiani, che di fronte all’incertezza nei confronti della leadership statunitense (insieme, Trump e Biden sono scelti solo dal 26% degli italiani, contro il 39% di Trump nel 2019) puntano gli occhi verso “Mutti” anziché sul Presidente cinese Xi Jinping (che sale solo dal 4% al 6%) o sul Presidente russo Vladimir Putin (che al contrario perde terreno, scendendo dal 19% al 12%).

Trump e il mondo: la solitudine dell’America First

Per gli italiani c’è solo una cosa che Trump ha fatto meglio che peggio: difendere gli interessi degli Stati Uniti nel mondo. Il 39% ritiene infatti che Trump abbia giocato un ruolo positivo in questo senso, mentre il 30% lo valuta come negativo.

Eppure, per gli italiani quella di Trump è anche un’America più sola: nel corso del suo mandato il presidente americano avrebbe infatti peggiorato i rapporti con la Russia (40%), l’Unione europea (57%) e la Cina (70%). Non sembra un caso, dunque, se per quasi la metà degli intervistati gli USA nel mondo siano oggi un leader più debole di prima.

Gli italiani puntano tutto su Biden

Grandi speranze e dita incrociate: dopo quattro anni di presidenza Trump che hanno allontanato gli Stati Uniti dal mondo (si veda la domanda precedente), la stragrande maggioranza degli italiani (61%) pensa che il mondo sarà un posto migliore con Joe Biden alla guida dell’amministrazione americana.

Altrettanto rilevante che solo un italiano su dieci (11%) ritenga che con Biden le cose nel mondo peggioreranno, mentre per il restante 28% la presidenza Biden avrà semplicemente scarsa influenza sullo stato delle relazioni internazionali.

Italia, alleati e avversari in Europa: Olanda antagonista, Germania amore e odio

I frugali Paesi Bassi sono la nazione che gli italiani meglio identificano come chiara “antagonista” dell’Italia in Europa: li sceglie come principali avversari più di un italiano su quattro (27%), mentre solo l’1% li identifica come i principali alleati. Peggio dell’Ungheria, scelta come principale avversario dal 17% degli intervistati.

Tra i principali alleati del nostro paese si trovano invece Germania (indicata da ben un italiano su due) e Spagna (21%). Berlino, in particolare, “primeggia” sia nella classifica del principale alleato, sia in quella del principale avversario (rispettivamente scelta dal 50% e dal 35% degli italiani), polarizzando le opinioni. Opinioni altrettanto polarizzate sulla Francia, in cui gli intervistati si ritrovano quasi perfettamente divisi tra chi la indica come alleata (18%) e chi come avversaria (16%) dell’Italia

L’Italia e i Grandi: atlantista, ma Russia e Cina non sono nemici

Anche in un periodo di forte incertezza e rimescolamento delle alleanze com’è quello odierno, gli italiani confermano di prediligere la tradizionale alleanza con gli Stati Uniti (57%) e, di conseguenza, di preferire che il paese permanga nel campo “occidentale”.

Va notato tuttavia che, tra chi decide di schierarsi (dunque escludendo le persone che hanno dichiarato di non saper scegliere), una maggioranza relativa di italiani ritiene che anche la Russia e la Cina siano più alleati (rispettivamente 38% e 36%) che avversari (20% e 23%).

Piccolo Mondo/2

Scenario 2021 – La scelte difficili di Italia e Ue sulla Cina (in attesa di Biden) [1]

Intervista a Mario Deaglio [2]

a cura di Lorenzo Torris


[1] Ilsussidiario.it (30.12.2020) – https://www.ilsussidiario.net/news/scenario-2021-la-scelte-difficili-di-italia-e-ue-sulla-cina-in-attesa-di-biden/2110201/

[2] Economista e professore emerito presso il Dipartimento di Scienze economico-sociali e matematico-statistiche dell’Università degli Studi di Torino

Il 2021 vedrà la Cina primeggiare sul piano economico. Per l’Europa e l’Italia peserà molto l’incognita Biden per capire cosa gli Usa vogliano fare

Evitato il No Deal con il Regno Unito e cominciata la campagna vaccinale contro il Covid, l’Europa cerca di guardare al 2021 con rinnovata speranza dopo un annus horribilis. Anche se, come spiega Mario Deaglio, Professore emerito di Economia internazionale all’Università di Torino, i fatti degli ultimi due mesi «hanno ridotto le prospettive di crescita per il nuovo anno. Per esempio, se prima si diceva che l’Italia poteva crescere del 5%, ora si stima un +4%. Si tratta però di cifre scritte sulla sabbia, nel senso che un rimbalzo nel secondo trimestre del 2021 rispetto a quello di quest’anno quasi sicuramente ci sarà. Ma complessivamente è difficile dire di quanto salirà il Pil».

È una difficoltà che riguarda altre aree del globo?

In realtà per una parte del mondo che equivale all’incirca a più di 2 miliardi di persone, semplicemente la pandemia non esiste più. Stiamo parlando della Cina, dei Paesi limitrofi come il Giappone, il Vietnam e gran parte dell’Asean, l’Australia e la Nuova Zelanda. Secondo l’Ocse, l’economia cinese chiuderà il 2020 con una crescita del 2% a l’anno prossimo farà registrare un +8%. Chi si trova davvero in difficoltà sono l’Europa, parte del Sud America e gli Stati Uniti dove si stanno pagando le scelte folli del thanksgiving con un’esplosione di contagi e un gran numero di vittime per il Covid.

Dunque la locomotiva dell’economia sarà la Cina?

Assolutamente sì. Se riusciremo ad avere più scambi commerciali con Pechino potremmo sfruttarne il traino.

Sarà quindi importante chiudere l’accordo Ue-Cina che sembra vicino al traguardo…

Non sarà semplice chiuderlo. L’impressione è che la Cina voglia un’Europa in posizione subordinata in quest’accordo, soprattutto sul piano della tecnologia. Del resto è più avanti di noi, come dimostra il caso del 5G.

Negli ultimi mesi si è però parlato di sovranità digitale e tecnologica europea. È un progetto troppo velleitario?

In Europa abbiamo piccole e forti aree di eccellenza per quel che riguarda internet, ma non abbiamo le strutture fondamentali, quello che si chiama l’hardware, che dobbiamo acquistare dall’estero. Basti pensare che non esiste un telefono cellulare europeo. Dunque sul piano tecnologico e digitale la Cina sarà avanti agli altri per diverso tempo.

Gli Stati Uniti come vedranno un rapporto più stretto tra Cina ed Europa?

Male. E anche per questo l’accordo tra Pechino e Bruxelles non è stato ancora chiuso. Sarà importante vedere quali saranno le mosse della nuova Amministrazione dopo che Trump ha portato via delle truppe e stracciato un accordo sul disarmo nucleare con la Russia che era importante anche per l’Europa. È poi da vedere se Biden si insedierà in maniera pacifica o se ci saranno disordini, viste le minacce dell’attuale Presidente di manifestare davanti alla Casa Bianca nel giorno dell’insediamento. Al momento sembra di capire che i Repubblicani si siano in gran parte sganciati da Trump.

L’Europa riuscirà a non restare schiacciata tra Usa e Cina?

Ancora non sappiamo che cosa vogliano fare gli Stati Uniti. L’Europa, puntando sulla questione climatica e sui giovani, sviluppando la tecnologia che ha già, portando avanti il progetto di transizione industriale, può probabilmente riuscire a non farsi schiacciare. Almeno nel breve periodo.

E l’Italia? Dal dopoguerra abbiamo un rapporto privilegiato con gli Usa, ma allo stesso tempo siamo il Paese europeo che ha aperto di più le porte alla Cina siglando l’accordo sulla Via della Seta…

È veramente difficile rispondere, perché abbiamo un quadro politico interno incerto e un Presidente americano che ancora non si è insediato. Dal punto di vista commerciale è invece certo che i nostri rapporti indispensabili sono quelli con Francia e Germania: Usa e Cina non sono in testa alla classifica degli scambi.

A proposito di scambi commerciali, l’apprezzamento dell’euro sul dollaro rappresenta un problema serio per le nostre esportazioni.

Sì, ma come detto gli scambi con gli Stati Uniti non sono quelli più importanti per l’Italia. E poi bisognerà vedere cosa vorrà fare Washington su questo fronte. Perché se da un lato un dollaro debole aiuta a rilanciare l’economia interna, favorendo i prodotti americani rispetto a quelli stranieri (per esempio, il vino californiano rispetto a quello italiano; quest’ultimo, infatti, solo per il cambio, costa il 17% in più rispetto a un anno fa), dall’altro se gli Stati Uniti vogliono rimanere una potenza finanziaria, e contrastare anche i progetti cinesi, hanno bisogno di un dollaro forte.

Piccolo Mondo/3

Che ruolo avrà Barack Obama nell’America obamiana che apre il sipario a gennaio? [1]

Spigolature dalla lettura di “Una terra promessa”

Stefano Rolando [2]


[1] Moondo.info (28.12.2020) – https://moondo.info/che-ruolo-avra-barck-obama-nellamerica-obamiana-che-apre-il-sipario-a-gennaio/

[2] Professore all’Università Iulm di Milano. Opinionista, scrive sulla rivista mensile Mondoperaio e sui giornali online Moondo.Info, L’indro, Linkiesta, ArcipelagoMilano.

Che ruolo avrà Barack Obama nell’America obamiana che tenterà da gennaio di depurare gli States e soprattutto la complessa società profonda dai trasudi limacciosi, rancorosi e negazionisti in cui l’ha cacciata non il destino dispettoso ma una maggioranza “tecnica” (comunque tanta gente) che ad un certo punto ha preso il sopravvento rispetto all’andazzo elitario di una fase evolutiva degli stessi dem?

Domanda che ne contiene un’altra, forse anche più complessa: che ruolo avrà Barack Obama, padre politico sia dell’establishment democratico sia dell’ala dem che – per genere, etnie, rivendicazioni e diritti – sta configurandosi quasi simmetricamente al trumpismo rispetto all’establishment repubblicano?

Obama avrà sessanta anni a metà del 2021. Non è dunque ai margini anagrafici della rivoluzione socio-politica in corso negli Stati Uniti. La geografia politica degli Stati Uniti potrebbe ormai esprimere un duopolio compiutamente imperfetto, fino a delineare quattro distinte aree. Due che danno stabilità strategica ai due opposti raggruppamenti di tradizione politica professionale sia repubblicana che democratica;  e due che hanno dato identità e ruolo ai due opposti radicalismi rispetto ai quali Donald Trump si presenta con soldi e parole  d’ordine  e la squadra di neo-eletti e neo-elette post-dem (potenzialmente ma non necessariamente alleata ai socialisti di Sanders) si presenta con una grinta comunicativa e organizzativa che corrisponde alle ferite che il trumpismo al potere ha inferto a questa “sinistra” insorgente.

Barack Obama è parte tanto della filosofia “istituzionale” quanto di quella “sociale”.

Giusto chiedersi come farà politica e verso quale indirizzo evolutivo di sistema, chi pare oggi avere carisma, narrativa e relazioni per giocare forse un ruolo più importante della stessa Casa Bianca.

Tanto ex quanto nuovo profeta

  • Già perché, rivedendolo ora e leggendolo ora, Obama appare tanto un ex quanto un nuovo profeta. Leggendo il suo massiccio, complesso, letterario e memorialistico diario di una odissea, Una terra promessa, si viene presi da una prima sensazione. Che Obama voglia patrimonializzare a vantaggio del rinnovamento politico nazionale la sua stessa “odissea”. Cioè il viaggio di un possibile ribaltamento pensato, progettato, attuato e vincente, delle condizioni del “far politica”. Offrendo quindi sé stesso come riferimento simbolico ad una idea di connessione tra radici e futuro, quindi tra storia conflittuale e storia progettuale, in cui l’idea della “terra promessa” rappresenta ancora il collante più forte.  Una sorta di quinta sponda del sistema politico e prima ancora culturale e sociale rispetto ai quattro ambiti in cui si sta esprimendo l’America che esce dallo scontro tra Trump e Biden.
  • Una “terra promessa” che può in parte suturare le lacerazioni interne ai democratici, molto forti nei territori dell’America profonda. Ma che può anche recuperare una parte del pensiero patriottico americano che ha finito per allinearsi alla “America first again” di uno stravagante ma non pazzo politico che sa fare due cose che piacciono agli americani: parlare chiaro e fare soldi.
  • Leggendo questa “terra promessa” si riconosce anche chi resta il potenziale interlocutore più forte del partito trasversale più forte d’America, quello delle donne. Non importa se mediato anche da Michelle, da Kamala Harris, da altre e altri. Perché bisogna avere il racconto complessivo di Obama, oggi entrato nei libri di storia, per convincere le donne anche ad appoggiarsi alle parole di un uomo.
  • E leggendo questa “terra promessa” si capisce il bisogno storico degli USA di riprendersi il ruolo generato dalla posizione risolutiva nei due conflitti mondiali del ‘900. Dunque di avere una voce che conti nel mondo. Tema non trascurabile dopo che il mondo ha caricaturato per quattro anni il presidente degli Stati Uniti. Ma che, pur riconoscendo a Joe Biden una formidabile conoscenza dell’apparato istituzionale (relazioni estere comprese), ha abbastanza sposato anche la caricatura del “sonnolente” che proprio Trump gli ha affibbiato nella campagna elettorale. Non sarà un pur valente segretario di Stato a restituire agli USA la forza e la credibilità di un dialogo che sappia tenere in equilibrio Cina, Europa, Russia e l’immenso terzo mondo.
  • E ancora, c’è un Obama (al potere) che riconosce ruolo e innovazione ai processi di globalizzazione. E un Obama (che riflette sul tempo del potere) che vede nella globalizzazione frenati i processi di integrazione e di inclusione. Sembrerebbe un profilo di alta mediazione internazionale su un tema su cui gli stessi Stati Uniti sono divisi perché di globalizzazione vivono e di globalizzazione soffrono. Insomma il 2021, ove si confermasse l’uscita dalla pandemia, vedrebbe questo tema oggetto di scelte e non più solo di convegnismo.

Qui – tra vicende avvenute e pensieri narrati – abbiamo raccolto qualche spunto su una domanda piuttosto interessante per l’America e per il mondo (noi compresi). Indipendentemente da incarichi (inusuali negli USA per gli ex presidenti) che farà Barack Obama? Quanto ai “fatti”, libri a parte della ex-coppia presidenziale che ha all’attivo molto favore popolare, per ora c’è un’altra cosa, un contratto bilaterale (Barack e Michelle) con Netflix – che ha preso quota tra il 18 e il 19 – per una vera e propria casa di produzione multimediale, la Higher Ground, capace di vasto spettro: da storie legate a diritti e lavoro in America alla cucina delle verdure.

Qualcosa in più di un libro

Una terra promessa” comincia con una citazione di Robert Frost, tratta da Kitty Hawk: “Non sottovalutate i nostri poteri; abbiamo fatto un passo verso l’infinito”. Forse non parla di sé, ma di una nuova specie di impasto tra politica e popolo di cui si sente parte. Ha impiegato quattro anni a scrivere questa memoria in forma di bibbia. Ringrazia per la collaborazione, alla fine di ottocento pagine, 134 persone dettagliando le ragioni. Sfida il mondo del terzo millennio a credere ancora nella cosa più vecchia dei tre millenni, la famiglia: “A Michelle, mio amore e compagna di vita e a Malia e Sasha, la cui luce abbagliante fa scintillare ogni cosa”.  E ricorda a tutti, in cima ad ogni citazione, che uno spiritual afroamericano infonde a chi è portatore di una storia così, un’energia immensa: “Oh, vola e non stancarti,/ Vola e non stancarti,/ Vola e non stancarti, / C’è un grande raduno nella Terra promessa”.

Informazione, Comunicazione, Spettacolo/1

Così il 2020 ha rivoluzionato la tv [1]

Augusto Preta [2]


[1] Lavoce.info (17.11.2020) https://www.lavoce.info/archives/70727/cosi-il-2020-ha-rivoluzionato-la-tv/ –

[2] Fondatore di ITMedia Consulting, è stato consulente dell’Agcom in qualità di esperto e coordinatore del Libro Bianco sui contenuti. E’ stato consulente di Vivendi in occasione della fusione Newscorp / Telepiù. Ha partecipato a studi e ricerche per conto della Commissione Europea. Ha pubblicato presso Vita e Pensiero “Economia dei Contenuti”  (2007) e “Televisione e mercati rilevanti” (2012). Docente di Economia dei media, è Presidente del chapter italiano e membro del Board of Directors dell’International Institute of Communications (www.iicom.org).

Il lockdown ha fatto crescere il consumo di televisione, tradizionale e on demand. Ma gli operatori broadcast e le pay-tv classiche risentono i contraccolpi della crisi economica. Ne beneficiano i servizi in streaming. E la pubblicità ne prende atto.

Il lockdown ha cambiato la tv

È un vero tsunami quello avvenuto nel 2020 nell’industria televisiva italiana, accelerandone in maniera drastica la trasformazione. Se la crisi sanitaria globale, che ha costretto le persone a praticare il distanziamento sociale per ridurre al minimo la diffusione dell’epidemia, rischia di mettere in ginocchio l’economia mondiale, è altrettanto vero che mai tanti individui hanno trascorso così tanto tempo confinati in casa e ciò ha portato il consumo di televisione a raggiungere livelli straordinari (cfr. qui).

Il fenomeno non riguarda solo i cosiddetti servizi di video on demand, ma anche la televisione in generale, con un aumento dei consumi di tv e video tradizionali. Se la televisione broadcast (Rai e Mediaset) rischia però di veder vanificati gli effetti positivi a causa dell’andamento macro-economico generale, che determina una forte riduzione degli investimenti pubblicitari, per il video streaming (Netflix, Amazon Prime, Disney e le altre) le previsioni rimangono invece estremamente positive anche nella fase di post-lockdown.

Al contempo, altri fattori legati all’emergenza Covid hanno spinto verso la progressiva migrazione della tradizionale tv lineare – in cui la programmazione è decisa dai canali – verso i servizi di video streaming a banda larga, che consentono al telespettatore di selezionare i propri contenuti all’interno di amplissime librerie di programmi.

In particolare, tra questi fattori si segnalano:

  • la perdita della programmazione sportiva dal vivo sulle reti televisive tradizionali durante il lockdown, che ha spinto molti abbonati ad abbandonare la tv a pagamento (cord cutting) verso le meno costose e oggi più attraenti offerte di video streaming;
  • la crisi economica e la prevedibile riduzione del reddito disponibile delle famiglie che ha comportato il downgrade e la cancellazione dei tradizionali abbonamenti pay-tv (Sky), più costosi, per spostarsi verso modalità più economiche come quelle di Netflix & co, come pure una crisi delle televisioni in chiaro, che dipendono più delle altre dalla congiuntura economica in termini di ricavi pubblicitari.

Chi vince e chi perde

Il video streaming funge pertanto da motore del cambiamento, con la stessa pubblicità che si sposta sempre più verso l’online, con nuovi attori e nuovi protagonisti che si accaparrano la fetta più consistente della torta, sottraendo di fatto risorse ai tradizionali broadcaster come Sky, Mediaset e Rai.

Anche nella pay-tv, dove il broadband, cioè la distribuzione via Internet, raggiunge ormai numeri paragonabili a quelli del satellite e largamente superiori al digitale terrestre in termini di penetrazione, il processo assume caratteristiche del tutto nuove e sempre più vicine a quelle del Nord Europa e del Nord America.

Ne consegue, secondo ITMedia Consulting, che il mercato televisivo perderà complessivamente nel 2020 oltre 400 milioni di euro, toccando i 7.607 milioni, con una riduzione di oltre il 5 per cento rispetto all’anno precedente. Si scende così ben al disotto della barriera degli 8 miliardi di euro, con un andamento che è persino inferiore alle attese rispetto al terremoto registrato nel secondo trimestre del 2020.

D’altro canto, se i risultati negativi si manifestano su tutti i settori tradizionali della televisione, è altrettanto vero che i servizi in streaming, come quelli di Netflix, Amazon Prime Video e dell’ultimo arrivato Disney +, riescono a compensare una parte rilevante delle perdite.

La pubblicità in particolare cala di circa il 13 per cento, incidendo più di tutti gli altri fattori sulla perdita del mercato nel suo complesso. La pay-tv lineare (Sky) scende come tutti i servizi broadcast (Rai e Mediaset), in chiaro e a pagamento, mentre la pay-tv nel suo complesso cresce invece di oltre il 4 per cento per l’esplosione dei servizi in streaming di subscription video on demand (lo Svod di Netflix e soci). In questo modo vengono compensate pienamente le perdite degli abbonati satellitari di Sky, dovute soprattutto all’annullamento degli eventi sportivi e del calcio in particolare, e allo switch verso la fibra di una quota degli stessi abbonati.

Ne discende che la pay-tv rafforza la sua supremazia, come principale risorsa del sistema televisivo, staccando sempre più la pubblicità. La tendenza manifestatasi nel 2020 pare dunque destinata a consolidarsi e probabilmente ad accelerare, dal momento che il Covid-19 ha non solo incoraggiato le persone ad aumentare l’uso dei contenuti d’intrattenimento domestico online, ma, cosa ancor più rilevante, ha anche allargato sensibilmente la platea dei consumatori, coinvolgendo una parte della popolazione fin qui meno incline all’uso delle tecnologie più evolute. Una volta conquistati questi spettatori, è chiaro che non si tornerà più indietro.

Informazione, Comunicazione, Spettacolo/2

5G, i nodi aperti in Europa nel 2021 per chiudere il gap con Cina e Usa [1]

Paolo Anastasio [2]


[1] Key4biz (29.12.2020) – https://www.key4biz.it/5g-i-nodi-aperti-in-europa-nel-2021-per-chiudere-il-gap-con-cina-e-usa/337046/

[2] Giornalista e Content Manager, Key4biz

Gli ostacoli da superare nella Ue per recuperare il ritardo nel 5G a partire dai rapporti con la nuova amministrazione Usa e dalla posizione comune da assumere sui fornitori cinesi di rete.

Il 2021 sarà un anno decisivo per capire se l’Europa riuscirà a recuperare il ritardo accumulato nei confronti di Cina e Usa nel rollout del 5G. Una reale accelerazione della Ue sul 5G potrebbe rappresentare un volano importante di ripresa economica e contribuire all’uscita dell’Europa dalle secche della pandemia. Lo sa bene la Commissione Ue, che ha destinato il 20% del Recovery Fund alla digitalizzazione. Ma restano diversi nodi da sciogliere, a partire dal rapporto con la nuova amministrazione Usa e dalla posizione comune da assumere nei confronti dei fornitori cinesi di attrezzature di rete.

Il ruolo del 5G per la ripresa post Covid

E’ questo il senso di un’analisi che la Reuters ha dedicato al 5G e al ruolo centrale che il nuovo standard di comunicazione mobile potrà ricoprire il prossimo anno dal punto di vista economico, alla luce del notevole investimento che Bruxelles ha voluto mettere sul piatto, pari al 20% dei 750 miliardi di euro del Recovery Fund destinati al digitale.

Resta da capire in che modo, concretamente, i fondi del Recovery Fund – in Italia si tratta di 209 miliardi di euro complessivi, 40 miliardi dei quali per il digitale – andranno a contribuire se non alla realizzazione, quanto meno alla diffusione del 5G. O meglio, alla diffusione di applicazioni e use case per il mondo business, quello che maggiormente potrà fruire delle nuove soluzioni del 5G e trarne i maggiori vantaggi.

Nuovi rapporti con l’amministrazione Usa

Il 2021 sarà anche l’anno in cui l’Europa dovrà costruire nuovi rapporti con l’amministrazione statunitense del neo presidente Joe Biden. Sarà quindi fondamentale, anche in ottica 5G, comprendere l’orientamento della nuova amministrazione Usa nei confronti della Cina e dei produttori cinesi di attrezzature di rete.

Sarà ancora un veto totale?

Continuerà l’opera battente di convincimento degli alleati sul rischio spionaggio dalle nuove reti?

La Ue riuscirà a mettere insieme un ‘toolbox’ di regole comuni su cui basare i rapporti con i fornitori extra Ue di apparecchiature di networking?

Tanto più che secondo le previsioni di Ericsson, la copertura 5G in Europa crescerà dall’1% degli abbonamenti mobili nel 2020, al 55% nei paesi dell’Europa occidentale e al 27% negli stati centrali e orientali nei prossimi cinque anni, a sostegno della tanto attesa ripresa economica.

Ma le cose andranno davvero così?

Molto dipenderà appunto dai nuovi rapporti fra Usa e Ue.

In che relazioni saranno Washington e Bruxelles per quanto riguarda i fornitori cinesi di apparecchiature 5G?

Questa è una domanda centrale, che impatterà in un modo o nell’altro sulla capacità dell’Europa di stare al passo con i suoi competitor globali nella corsa al 5G.

La Germania sembra dettare la linea, con un approccio severo ma non escludente nei confronti dei vendor cinesi. Lo stesso sta facendo la Spagna.

Si tratta di un quesito non certo secondario in vista del 2021, tanto più che l’utilizzo virtuoso dei fondi del Recovery Fund potrebbe davvero contribuire a raggiungere coperture fino all’85% in fibra e 5G ad esempio in Spagna entro il 2025, secondo stime di Telefonica.

5G vantaggio per le aziende

Anche se il 5G parte dal segmento Consumer, il vantaggio principale della tecnologia risiede nella creazione di nuove attività, nell’automazione delle fabbriche (Industria 4.0) e nella gestione di infrastrutture critiche come le reti elettriche. Si prevede che gli abbonamenti globali al 5G per la telefonia mobile raggiungeranno i 220 milioni entro la fine di quest’anno, con la Cina che rappresenta quasi l’80% del totale, secondo stime di Ericsson il mese scorso. Il Nord America dovrebbe avere il 4%.

Tuttavia, i fattori geopolitici continuano a rappresentare un grave rischio.

Le pressioni statunitensi sugli alleati perché eliminino le attrezzature di Huawei dalle loro reti difficilmente scompariranno.

Il presidente eletto degli Stati Uniti Joe Biden potrebbe però essere più aperto del suo predecessore a impegnarsi in trattative, riducendo i timori degli operatori che un cambiamento improvviso delle politiche possa significare lo smantellamento di miliardi di dollari di apparecchiature 4G esistenti.

Reti 4G da smantellare?

Il problema si pone in tutti gli Stati membri, perché gran parte delle reti esistenti 4G sono state realizzate con apparecchiature cinesi. Se le nuove reti 5G saranno invece realizzate senza apparecchiature cinesi, ci sarà un problema di compatibilità fra nuove e vecchie reti che farò lievitare i costi di rollout e costringerà diversi operatori a smantellare le vecchie reti 4G per renderle compatibili con le nuove reti 5G.

C’è da dire che, come sottolineato da Reuters, gli operatori di telecomunicazioni avevano pianificato di utilizzare l’infrastruttura 4G esistente come modo più economico e veloce per avviare l’aggiornamento (l’upgrade) al 5G, che sarà in grado di trasmettere dati fino a 20 volte più velocemente delle reti attuali.

Ma quasi la metà di questo hardware esistente è stato realizzato da Huawei, costringendo gli operatori a cercare altri fornitori.

Aste in ritardo

C’è poi un altro fattore che finora ha rallentato il rollout del 5G in Europa, vale a direil ritardo nella messa all’asta dello spettro 5G in diversi Stati membri. Gli operatori sono rimasti delusi quest’anno quando le aste programmate sono cadute nel dimenticatoio mentre i governi si sono concentrati sulla lotta alla pandemia.

Tra le notizie incoraggianti, la Germania, la più grande economia europea, ha annunciato che presenterà una bozza delle regole per le aste a gennaio e la Spagna prevede di mettere all’asta lo spettro 5G prima della fine di febbraio.

Informazione, Comunicazione, Spettacolo/3

Dal Governo 11 miliardi alla cultura. Ma cinema e teatri restano chiusi [1]

Angelo Zaccone Teodosi [2]


[1] Key4biz (30.12.2020) – https://www.key4biz.it/dal-governo-11-miliardi-alla-cultura-ma-cinema-e-teatri-restano-chiusi/337247/

[2] Presidente Istituto italiano per l’Industria Culturale – IsICult

Il Governo invadente di fine anno, tra coprifuoco e reiterati annunci, decide di destinare 11 miliardi per il sistema culturale. Ma al di là dei ristori cinema e teatri restano chiusi.

Il trapasso di anno tra il 2020 ed il 2021 resterà certamente nei libri di storia, in quest’Italia paralizzata dalle norme – isteriche e contraddittorie – imposte da un Governo per “proteggerci” dalla pandemia Covid-19, un Governo che versa in uno stato di discreta confusione, ed emana norme che invadono prepotentemente la vita privata dei cittadini, in nome di una tutela prioritaria della salute nazionale la cui logica complessiva sfugge ai più.

Il sistema culturale, uno dei più preziosi della socio-economia nazionale, resta debole, fragile, paralizzato, in crisi acuta e perdurante, e gli annunci di “ristori” del Governo (che vengono rinnovati a cadenza quasi quotidiana, con fuochi d’artificio numerici) sembrano quasi un tentativo di contenere la rabbia degli operatori del settore: lenitivi o palliativi?!

Quel che appare evidente è la quantità notevole di “contraddizioni interne” che possono essere riscontrate analizzando in modo serenamente critico le norme imposte dal Governo: perché diavolo il cittadino non deve essere libero di sorbirsi un cappuccino all’interno di un bar, se in quel locale si rispettano le norme di precauzione sanitaria e di distanziamento fisico? Quale è la “ratio” di questo surreale divieto?

E perché i cinematografi ed i teatri debbono restare chiusi, se all’interno di quei locali si rispettano le norme precauzionali, e se peraltro è stato dimostrato (da uno studio promosso dall’Agis) che nessun caso di contagio sia stato provocato in quegli ambienti? E che dire – ancora – della chiusura totale dei musei?

Decine sono le norme che appaiono dettate da un approccio isterico e repressivo (secondo alcuni con evidenti profili di incostituzionalità), senza alcun senso logico.

Su queste colonne, abbiamo seguito con cura e con attenzione tutta la vicenda pandemica, fin dalla sua origine, con particolare attenzione alla dinamica della infodemia: sia sul primo fenomeno, sia sul secondo correlato fenomeno, abbiamo maturato l’impressione di un approccio governativo dettato più da umoralità che da razionalità.

Siamo stati tra coloro (e forse tra i primi) che, in occasione della quotidiana conferenza stampa della Protezione Civile, abbiamo posto l’esigenza di contemperare la logica “sanitaria” con la logica “sociale”, ovvero con un approccio organico ed olistico alla pandemia: ricordiamo con piacere che sia il Capo della Protezione Civile Angelo Borrelli sia lo stesso Presidente del Consiglio Giuseppe Conte hanno accolto l’istanza a fare in modo che “la regia” del governo della pandemia fosse aperta anche ad esperti altri rispetto ai virologi ed epidemiologi.

La composizione del Comitato Tecnico Scientifico (Cts) è stata un po’ aperta a professionalità e visioni altre, sebbene con scarsi risultati, dato che il pluralismo interdisciplinare è stato esteso in modo assai limitato, senza dimenticare la gravità della tardiva trasparenza del suo operato (l’accesso ai verbali del Cts, che è rimasto “secretato” per mesi, e, poi, quando è stata decisa una tardiva desecretazione, molti anzi troppi son emersi gli “omissis”).

Ad un certo punto, però, il Governo (ovvero l’asse Premier-Ministro della Salute) ha deciso che il Comitato Tecnico Scientifico (Cts) dovesse essere accantonato (subordinato), e che subentrasse – come vero luogo di decisione – la “cabina di regia”, ovvero un organo di diretta emanazione del Ministro.

Alla “cabina di regia” non partecipa alcun sociologo, psicologo, mediologo, economista, ma dominano – ancora una volta – gli “scienziati della pandemia”. Le conferenze stampa presso la Protezione Civile sono state sostituite da un paio di incontri a settimana presso la sede del Ministero della Salute, con due intervenienti soltanto: il Presidente dell’Istituto Superiore della Sanità – Iss Silvio Brusaferro (ormai famoso per l’eleganza dei suoi modi) e il Direttore della Prevenzione del Ministero Giovanni Rezza (nominato in piena pandemia, ad inizio maggio 2020).

Le conferenze del Ministero della Salute, tra “numerus clausus” e “conventio ad excludendum”

Conferenze stampa caratterizzate da “numerus clausus”… e curiosamente chi redige queste noterelle non ha avuto più chance di porre domande.

Questa “conventio ad excludendum” ha riguardato testate giornalistiche ben più note, qual è il settimanale d’avanguardia di informazione critica della Rai (forse l’unico programma Rai degno della qualifica di giornalismo investigativo), l’ormai imperdibile “Report” di Sigfrido Ranucci.

Stranamente anche altri giornalisti che erano ormai abituati a porre quesiti “impertinenti” sono stati esclusi: decisione di cui è certamente corresponsabile Cesare Buquicchio, il Capo Ufficio Stampa del Ministro Roberto Speranza, in evidente sintonia con la gestione “selettiva” del Portavoce del Premier, Rocco Casalino (sia il primo sia il secondo appaiono “in video”, allorquando officiano il rito delle conferenze dei rispettivi datori di lavoro).

La sensibilità di questo Esecutivo nei confronti degli operatori dell’informazione che non pendono dalle labbra del Premier o del Ministro di turno è veramente molto modesta.

Jana Gagliardi (Sky Tg24): la giornalista che incarna “l’Italia che non capisce” il Governo

E ben si ricorderà la reazione, non soltanto sgarbata ma quasi stizzita, che il Premier Giuseppe Conte ha manifestato in occasione della sua ultima conferenza stampa a Palazzo Chigi di martedì 19 dicembre scorso, allorquando una collega di “Sky Tg24” ha osato – udite udite – porre un paio di domande lievemente critiche: Jana Gagliardi (nomen omen) ha posto questioni semplici e di buon senso, senza vis polemica, ed il Presidente del Consiglio ha… negato l’evidenza, senza celare fastidio per questo sacrosanto esercizio di libertà.

La giornalista di Sky Italia ha chiesto delucidazioni in merito ai ritardi nella approvazione dell’ennesimo Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri: in sintesi, “Perché siete arrivati in piena notte con queste misure?”. Più esattamente: “Presidente, il ritardo di questa conferenza stampa e le parole che tutti gli italiani aspettavano da ore mi porta a chiederle: visto che le misure che voi dite che stanno così tanto funzionando portano l’Italia a un bilancio di morti così grave nel mondo, e le misure che sono le stesse che hanno riportato i giornali, visto che erano così attese da giorni perché siete arrivati a quest’ora di notte?”.

La risposta ha veramente quasi dell’assurdo. “Lei la fa facile – ha risposto Conte – fosse stato per lei, avrebbe già disposto da tempo i ristori. Non c’è nessun ritardo nelle misure, che toccano un periodo dal 24 dicembre al 6 gennaio. Stasera il decreto va in gazzetta ufficiale, interveniamo preventivamente, e contemporaneamente mettiamo sul piatto 645 milioni”.

Eppure, poco più di una settimana prima Palazzo Chigi aveva lasciato trapelare possibili aperture, sia nei confronti degli spostamenti, che negli ospiti permessi per il cenone natalizio. Poi la Gagliardi ha contestato il numero di 2 persone ospiti all’interno delle case: “Ma non si era detto che è incostituzionale controllare le abitazioni delle persone?”, ovvero “Lei ha parlato di due persone soltanto extra-conviventi da poter ospitare nelle case. Ma non si era detto che era impossibile controllare quello che fanno le persone, è incostituzionale, è illegale. Chiarisca meglio questo punto perché non l’abbiamo capito, o almeno io non l’ho capito…”.

La replica del Premier lascia quasi senza parole: “è vero, un sistema liberal-democratico non manda la polizia in casa dei cittadini a vedere cosa stanno facendo… Siccome siamo in ‘zona rossa’, però, noi interveniamo sulla circolazione, sugli spostamenti, con un forte inasprimento alla circolazione. Eventualmente se lei andrà in un’abitazione, si potrà verificare dopo…”.

Un modo come un altro per dire: niente controlli in casa, ma semmai “verifiche dopo” (clicca qui, per vedere l’estratto della conferenza stampa, a cura dell’agenzia stampa Vista).

La collega è divenuta quasi un simbolo della Italia “che non capisce” la saggezza e la lungimiranza del Governo.

Dario Franceschini (Mibact): 11 miliardi di euro per la cultura ed il turismo

Focalizzando l’attenzione sul sistema della cultura, ci limitiamo qui a segnalare il comunicato diramato ieri, martedì 29 dicembre 2020, dall’Ufficio Stampa del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo:  dichiara Dario Franceschini: “Ho firmato un decreto che eleva di ulteriori 15,9 milioni di euro i fondi per i ristori di attori, cantanti, danzatori, musicisti, coristi, artisti circensi e maestranze scritturati da teatri, orchestre, fondazioni lirico sinfoniche e spettacolo viaggiante per lo svolgimento di spettacoli non andati in scena tra il 23 febbraio e il 31 dicembre 2020. Un provvedimento che dà risposte alle tante domande ricevute dalla direzione spettacolo dal Mibact e che rafforza le misure già approvate a novembre che da 20 milioni di euro arrivano così a circa 36 milioni di euro per queste categorie”.

Così ha dichiarato il Ministro, al momento della firma del decreto che destina ‪ulteriori 7,1 milioni di euro per il sostegno degli “scritturati” per spettacoli di musica, danza e circo, e ‪ulteriori 8,8 milioni di euro per il sostegno degli “scritturati” per spettacoli teatrali.

Questo annuncio è l’ultimo di una lunga schiera: sempre ieri, il Ministro ha fatto pubblicare sul sito del Ministero un documento di sintesi rispetto alle misure assunte dal Governo per fronteggiare l’emergenza Covid, a favore di istituti, imprese, lavoratori, tra turismo, siti, cinema, siti archeologici, musei, editoria, musica, tutela del patrimonio, fiere, congressi, promozione del “sistema Paese”…

Complessivamente, sono stati iniettati (o stanno per essere iniettati) 11 miliardi di euro.

“Box office” Italia 2020: da marzo, – 93 % di incassi rispetto al 2019

Gli 11 miliardi di euro annunciati da Dario Franceschini sembrano però non aver convinto gli operatori del settore: “Undici miliardi sono una cifra altisonante, ma purtroppo la realtà con cui ci misuriamo è fatta di ristori di importo irrisorio, di poche migliaia di euro per impresa. Ci sono imprese che sono chiuse da 10 mesi e hanno ricevuto un contributo a fondo perduto pari a una piccola parte del fatturato di aprile” dichiara il Presidente di Federalberghi Bernabò Bocca; gli fa eco Marina Lalli di Federturismo: “gli 11 miliardi di cui parla il ministro Franceschini non li abbiamo visti e in ogni caso la situazione è talmente grave che, se anche fossero stati stanziati, non sarebbero comunque sufficienti a risollevare il comparto e a coprire le perdite subite”.

Già ad inizio settembre, le stime di Conturismo Confcommercio e Assoturismo Confesercenti – rilanciate anche dal quotidiano confindustriale “Il Sole 24 Ore” – parlavano di imminente morte del settore, con oltre 100 miliardi di euro di perdita di fatturato…

Si ricordi che il 3 novembre scorso, in occasione della presentazione del 16° “Rapporto annuale” di Federculture, è emerso che, tra le aziende culturali colpite dalla crisi causata dal Covid, il 70 % stimava perdite del 40 % del proprio bilancio, il 13 % prevedeva perdite superiori al 60 % e solo il 22 % immaginava un futuro ritorno alla normalità…

Cinetel, la società che rileva circa il 95 % del “box office” dell’intero mercato, ha anticipato oggi 30 dicembre i primi risultati del mercato del “cinema in sala” nel 2020, sottolineandone l’esito negativo determinato dall’emergenza sanitaria che ha imposto la chiusura delle sale per più di 5 mesi; in Italia nel 2020, i cinema hanno registrato un incasso complessivo di poco meno di 183 milioni di milioni di euro, per un numero di presenze pari a circa 28 milioni di biglietti venduti. Si tratta, rispetto al 2019, di un decremento di oltre il 71 % degli incassi e delle presenze.

Se si considerano i dati a partire dall’8 marzo, primo giorno di chiusura nazionale delle sale cinematografiche, il mercato nel 2020 ha registrato invece il 93 % in meno di incassi e di presenze rispetto al 2019, per una differenza negativa di più di 460 milioni di euro. In precedenza, alla fine del mese di febbraio – prima dell’inizio dell’emergenza – il mercato cresceva in termini di incasso di più del 20% rispetto al 2019, del 7 % circa sul 2018 e di più del 3 % rispetto al 2017.

Domina assoluta incertezza sul futuro di breve e medio periodo

Auguriamoci che gli 11 miliardi siano sufficienti a “ristorare”, nelle more di una ripresa che appare, ad oggi, segnata da assoluta incertezza: quando potranno riaprire cinematografi e teatri? Non si sa. Quando potranno tornare a pieno regime (o comunque a regime parziale) alberghi e ristoranti?

Non si sa. Domina l’incertezza. Gli 11 miliardi di euro calcolati da Dario Franceschini sono la “sommatoria” di oltre 60 (sessanta) provvedimenti (clicca qui per leggere l’elenco elaborato dal Ministero stesso).

Ricordiamo che il 17 dicembre 2020, il leader di Italia Viva Matteo Renzi aveva chiesto che con i soldi del “Mes” 9 miliardi venissero destinati a cultura e turismo. L’altroieri 28 dicembre ha ribadito: “noi immaginiamo di essere tra dieci anni il Paese faro della cultura. Se devo dire quale è la parola d’ordine dei prossimi dieci anni è ‘cultura’, che crea posti di lavoro e investe sul capitale umano e sull’educazione. Vogliamo mettere su cultura e turismo nove miliardi di euro che risparmiamo dalla spesa sanitaria, in quanto finanzieremmo la sanità con il Mes”.

Quel che ci limitiamo ad osservare è una situazione di profondo e diffuso malessere da parte di gran parte degli operatori: ovviamente, non resta che augurarsi che i “ristori” siano adeguati e tempestivi. Lamentiamo – ancora una volta – che non si sia “approfittato” di questo evento eccezionale per avviare un ragionamento critico sull’intervento della “mano pubblica” nel sistema culturale italiano: la quantità dei provvedimenti è essa stessa indicativa in sé del carattere parcellizzato, frammentario degli interventi.

Poteva essere questa della pandemia l’“occasione giusta” per una analisi riflessiva, retrospettiva e prospettica, ovvero per ragionare su una rigenerazione del sistema attuale di sostegno alla cultura, affrontando di petto la logica ancora vetusta del Fondo Unico per lo Spettacolo (che “unico” è ormai soltanto nel titolo della norma) o il meccanicismo mercatista (con il “tax credit” che domina) avviato da quattro anni con l’istruzione del Fondo per il Cinema e l’Audiovisivo… Si è ancora in tempo, riteniamo.

Quel che stupisce resta comunque il carattere disorganico dei tanti interventi, tra i quali l’avvio del controverso progetto per “la piattaforma digitale per la promozione della cultura italiana nel mondo: un palcoscenico virtuale per teatro, musica, cinema, danza e ogni forma d’arte, live e on demand, per raccontare il patrimonio culturale italiano”, dalla quale è stata però paradossalmente esclusa Rai (abbiamo dedicato molta attenzione a questa iniziativa – vedi, da ultimo, “Key4biz” del 7 dicembre 2020, “La ‘Netflix della cultura italiana’. Dubbi e perplessità” – e presto vi ci torneremo) o la creazione addirittura di un “bond” per un ennesimo “rilancio” di Cinecittà Istituto Luce (verranno destinati ben 35 milioni di euro), iniziativa rispetto alla quale non è pubblico alcun intendimento progettuale (se non un assai generico “rinnovamento delle infrastrutture, attività legate alla produzione cinematografica, nuovi stabilimenti”)…

Manca ancora un approccio organico e sistemico al sistema cultura, e Rai resta in stagnazione

Ci sembra manchi ancora un approccio organico e sistemico alle politiche culturali del nostro Paese.

E stendiamo un velo di pietoso silenzio sulla stagnazione cui è costretta la Rai.

Senza che alcun partito abbia ancora deciso, concretamente, un avvio rapido delle proposte di legge di riforma della “governance” (anche se il Partito Democratico rinnova questo intendimento), si oscilla tra polemiche giornalistiche che certamente non rafforzano il senso del servizio pubblico: da ultima, l’idea bislacca di una nave da crociere nella quale ospitare la prossima edizione di “Sanremo” (con il consigliere di amministrazione eletto dai dipendenti Riccardo Laganà che propone – provocatoriamente – che, semmai, il simpatico vascello ospiti operatori della sanità e rappresentanti della società civile italica sofferente a causa del Covid, e non decine e decine di alti papaveri di Viale Mazzini…), o l’entusiasmo veramente eccessivo mostrato nei confronti del buon successo di audience su Rai2 di un documentario sui recenti ritrovamenti a Pompei (che si è poi scoperto – grazie al blog specializzato “BloggoRai”, con rilancio sull’effervescente blog “La Vigilanza Tv”, ed oggi alla grande da Claudio Plazzotta su “Italia Oggi” – che non è stato nemmeno coprodotto da Viale Mazzini!)…

Anche in questo caso, ci si disperde su piccole iniziative – più o meno nobili – perdendo di vista la rotta futura, ovvero la stella polare cui dovrebbe puntare il servizio pubblico: la definizione di un profilo identitario preciso e netto, che consenta al telespettatore di capire – sempre e comunque – che si è sintonizzato su Rai e non su un canale televisivo commerciale.

Clicca qui per le slide del Mibact “Undici miliardi di euro per Cultura e Turismo”, pubblicato il 29 dicembre 2020 sul sito web del Ministero.

Sociale&solidale/1

Il Natale sociale? E’ quello del consumismo solidale [1]

Giorgio Fiorentini  [2]


[1] Lindro.it (23.12.2020) – https://www.lindro.it/il-natale-sociale-e-quello-del-consumismo-solidale/

[2] Professore SDA Bocconi

In questo Natale il consumismo diventa un fenomeno positivo e da incentivare qualora sia collegato alla solidarietà ed al sociale in modo diretto ed indiretto

Questo Natale deve essere più sociale di tanti altri perché ‘non ci si salva da soli’ e ci attende un futuro dove verrà rivalutato il ‘buonismo’ che fino ad ora è stato considerato un surrogato della bontà. Benvenga il ‘buonismo’ che affronterà le criticità economiche e sociali di Gennaio.

Paradossalmente in questo Natale, dove i rapporti sociali sono, obbligatoriamente, ridimensionati, si deve incrementale il senso del sociale e solidale.

Per fare questo c’è anche bisogno di avere risorse, e molte non profit ci inducono a consumare per guadagnare un po’ di valore solidale che non si limita a farci essere ‘un po’ più buoni a Natale’, ma costruisce un futuro di interventi sociali e di solidarietà che trascendono il periodo natalizio. All’inizio saranno riparativi e ‘rimediali’ (famiglie con stipendi ridimensionati, disoccupazione in filigrana che diventa palese -fra qualche mese- con la possibile chiusura del blocco dei licenziamenti, domanda inevasa di servizi sanitari al di là del coronavirus e così via); in seguito si spera che siano parte di una strategia di impiego del Recovery fund e dell’eventuale MES.

In questo Natale il consumismo, che è considerato, giustamente, come una propensione al consumo di beni e servizi voluttuari e non essenziali ed è una seconda scelta patologica del consumo, paradossalmente, diventa un fenomeno positivo e da incentivare qualora sia collegato alla solidarietà ed al sociale in modo diretto ed indiretto. Se si leggono i giornali, si guarda la tv, si ascolta la radio le occasioni di ‘consumismo solidale’ sono numerose, legate a marchi storici del business e del fashion, della solidarietà laica e cattolica; molte di esse gestite da non profit che traggono finanziamento per i loro obiettivi di solidarietà fatta di mantenimento di progetti di intervento sociale in Italia ed in qualche parte del mondo-

Ma perché e come consolidare il ‘consumismo solidale’?

Perché è una offerta di prodotti e di servizi il cui acquisto crea le condizioni per mantenere l’attività di non profit che per tutto l’anno continuano a svolgere la propria attività a favore di fasce deboli della popolazione. Anzi, bisognerebbe che il consumismo solidale diventasse una costante e rientrasse nelle abitudini di consumerismo (consumo razionale) in modo da dare una continuità al finanziamento dei progetti in essere.

Da eventi speciali di consumismo solidale natalizio ad una attività di consumo solidale costante, per esempio tramite spazi dedicati solo a questo tipo di attività, al ‘cause related marketing’, ove le imprese profit offrono una quota dei loro ricavi per i progetti sociali, nonché attivare delle sedute di ‘borsa della solidarietà’, ove si crea ‘un recinto delle grida’ in cui si espongono i progetti sociali da finanziare. Creare nelle città spazi per il business solidale; come abbiamo dato il permesso per spazi gratuiti davanti ai ristoranti così dovremmo avere spazi gratuiti per il business sociale.

Perché è la vendita di ‘prodotti progetto’ che hanno un doppio valore: quello intrinseco del prodotto (che deve essere di qualità) e quello di ‘valore aggiunto’ di sviluppo del progetto di solidarietà che si traduce nell’assistenza agli anziani ed ai bambini in difficoltà, ai malati con patologie diffuse o rare, ai clochard ed ai disoccupati, alle imprese in crisi. Presupposto è che le imprese sociali non profit o le imprese sociali profit (corporate social responsability agìta e misurata) devono far percepire ai consumatori il progetto che ‘sta dietro’ al prezzo pagato per il prodotto e devono dimostrare i risultati ottenuti tramite le vendite di solidarietà. Oggi tutta questa attività deve essere misurata e valutata e tutte le imprese devono essere ad impatto sociale positivo.

Il consumismo solidale aumenta la corretta fiducia del cliente nei confronti del fornitore, e quindi si raggiungono obiettivi di sviluppo economico e sociale che incrementano il ‘capitale sociale’ presupposto per mantenere un livello di welfare accettabile ed essere competitivi. Certo bisogna vigilare affinché queste attività commerciali non sottendano speculazioni o opportunismi e quindi si deve chiedere trasparenza e responsabilità di gestione, in termini aziendali vuol dire sviluppare l’‘accountability’ nel non profit e nelle imprese sociali profit. In questa dimensione il consumismo assume ‘valore sociale e di solidarietà’, offrendo un ‘supplemento d’anima’ anche a prodotti di consumo ‘routinario’.

Ancora una volta torniamo ad un nuovo concetto di impresa: sociale e ad impatto sociale misurato e valutato. Questo Natale deve essere sociale.

Sociale&solidale/2

Anziani impauriti, pensano che nulla tornerà come prima [1]

Barbara Beghelli intervista Nives Zaccherini (guida l’ANCeSCAO) che parla del Covid  e delle donne. Del dibattito sul sindaco dice: “Vedo poco cuore e molto protagonismo


[1] Cantierebologna.com (19.12.2020) – https://cantierebologna.com/2020/12/19/anziani-impauriti-pensano-che-nulla-tornera-come-prima/

Segni particolari: democratica, apartitica, autonoma. Senza finalità di lucro. Non pone discriminazioni di carattere politico, religioso, sociale: è ANCeSCAO (l’Associazione Nazionale Centri Sociali, Comitati Anziani e Orti) riconosciuta ufficialmente dal Ministero dell’Interno quale “Ente nazionale a finalità assistenziali”. Ad essa aderiscono 1.500 realtà dislocate in tutte le zone del Paese con 400.000 iscritti. Utilità e solidarietà sociale sono le sue armi buone, o finalità, per aiutare gli anziani a vincere la solitudine e combattere l’emarginazione che arriva addosso insieme con la vecchiaia.

Su Bologna e provincia i centri ANCeSCAO sono 115 per un totale di 40.000 soci (21mila in città) presenti in tutte le realtà del nostro territorio, dal centro storico alle periferie urbane e nella quasi totalità dei comuni della provincia.

I più famosi? Villa Bernaroli, per esempio. Il Rosa Marchi, il Ruozi, la Croce del Biacco, gli Orti di via Salgari. E anche il centro di Grizzana Morandi, che ha 51 soci ma se non ci fosse sarebbe tragico visto che è l’unico punto di ritrovo del comune appenninico.

La presidente di questo enorme e importante mondo associativo è Nives Zaccherini, il cui nome significa ‘madonna delle nevi’ come ricorda lei stessa. Per 32 anni in Granarolo ad occuparsi di controllo di gestione, è moglie e mamma, sua figlia ha 35 anni. È anche orgogliosamente medicinese, dove abita e da cui non si sposterà mai, come assicura.

Il volontariato? L’ha sempre fatto fin dalle scuole superiori: “Ho iniziato alla casa di riposo del mio paese, in estate portavamo gli anziani alla festa de l’Unità”. Poi dice una cosa che non ti aspetti: “Nulla è dovuto e io sono una delle tante, lavoro sette giorni su sette e non ho tregua, ma sa? Non c’è cosa più bella che la gratificazione di un sorriso”.

Assicura di essere persona schiva, la presidente Nives, che non parla di sé e in effetti ha un tono severo, ma col passare delle chiacchiere si stempera; piano piano, mentre elenca tutte le responsabilità che ha sulle spalle e si lascia andare a considerazioni legate all’oggi.

Le donne sorridono più degli uomini, affrontano la vita in modo più ottimistico?

Si relazionano più facilmente, ma ancora oggi devono imparare ad essere solidali.

A chi si riferisce, scusi?

Non alle persone anziane dei centri, a loro raccomando solo di spegnere la tv e ascoltare la radio: programmi molto interessanti che non rincitrulliscono il cervello. Parlavo delle donne in generale.

Messaggio chiaro. Cos’altro ha da dire al mondo femminile?

Che le quote rosa fanno ridere, sono denigranti: io vengo dal PCI, ho 70 anni e a volte mi chiedo a cosa sono servite tutte le battaglie precedenti che abbiamo fatto se oggi siamo messe così. Eppure l’esempio l’aveva dato, Nilde Iotti. È anche triste vedere che non siamo riuscite ad inculcare lo spirito di sacrificio: spesso le coppie si separano dopo tre anni.

E guardando al presente?

Se parliamo della campagna elettorale in atto per le Comunali dico che non mi piace neanche un po’. Vedo poco cuore e molto protagonismo. E per quanto riguarda le donne, ecco, è evidente che non ce ne sono.

Poco sentiment e molta politica, insomma. E le persone della 3^ e 4^ età come la pensano?

La maggior parte è impaurita. Pensano che le cose non torneranno mai più come prima. E quelli che vivono soli e hanno patologie sono molto scettici. Il nostro target, al 40 % tra i 60 e i 75 anni e al 50 % dai 75 ai 100, ci lascia capire soprattutto questo.

Anche se è partita la sperimentazione vaccinale?

Anche. Ci vorrà del tempo per vaccinare il mondo intero e non tutti potranno o vorranno farlo. Io credo che il vaccino potrà funzionare quando smetteremo di credere ai miracoli: non sono no-vax, ma sono convinta che l’azione del vaccino sarà effettiva quando tutto il mondo sarà immune.

Cosa vorrebbe chiedere all’amministrazione?

È molto importante alfabetizzare digitalmente i nostri associati, crediamo molto in questo progetto. Anche mettere gli ascensori nelle case che non li hanno, che sono un buon 40 % in città, per migliaia di anziani soli sarebbe salvifico. Ecco come si combatte la solitudine e lo scontento generale. E magari così torneremo anche a vedere dei sorrisi tra i nonni.

Roma&Milano/1

Investire su Roma per l’Italia [1]

Gianfranco Viesti [2]


[1] Rivistailmulino.it (11.12.2020) – https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:5461 – Questo articolo approfondisce e rielabora un intervento pubblicato in precedenza sul quotidiano “Il Messaggero”.

[2] Gianfranco Viesti fa parte del Comitato di direzione della rivista «il Mulino» ed è socio della omonima Associazione; insegna Economia applicata nella Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bari ed è direttore dell’Istituto di ricerche Cerpem. Tra i suoi lavori con il Mulino, Cacciaviti, robot e tablet. Come far ripartire le imprese (con D. Di Vico, 2014) e Viaggio in Italia. Racconto di un paese difficile e bellissimo (curato con B. Simili, 2017). Per Laterza ha pubblicato da ultimo La laurea negata (2018).

Si può disegnare un progetto per l’intero Paese senza definire le modalità di coinvolgimento delle città italiane e senza disegnare prospettive per il loro futuro, a cominciare da quello di Roma?

È il rischio che si sta correndo in Italia in queste settimane.

Si comincia a conoscere un po’ di più delle intenzioni del governo sull’utilizzo delle risorse europee grazie alla diffusione dell’aggiornamento del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Il documento rappresenta un passo avanti rispetto alle precedenti versioni. C’è una prima suddivisione delle risorse disponibili fra le sue grandi missioni; leggendolo, si trovano anche indicazioni di massima sui “progetti”. Ancora molto opaca appare però la visione dell’Italia del futuro verso la quale si vuole andare.

La sua diffusione, finalmente, sta provocando un po’ di discussione. Certo, una discussione almeno in parte tutta interna alle forze politiche, né particolarmente interessante né particolarmente utile, come sottolineava anche su queste colonne pochi giorni fa Carlo Trigilia.

Ma per il resto, è davvero benvenuta. Difficile immaginare che un programma così complesso e ambizioso, da cui dipende gran parte del nostro futuro, possa essere tutto costruito da un piccolo gruppo di persone. È un bene che se ne discuta nel Paese, e poi, approfonditamente, nel Parlamento.

Un tema che già è chiaramente emerso è quella dell’organizzazione e della gestione del Piano. Sempre nell’intervento già richiamato Carlo Trigilia poneva alcune questioni fondamentali su una possibile, auspicabile, struttura tecnica centrale. Ma d’altra parte è difficile immaginare che poi il Piano possa essere realizzato senza il coinvolgimento nell’attuazione da parte delle amministrazioni ordinarie. E da questo punto di vista appare assolutamente condivisibile l’iniziativa del Forum disuguaglianze diversità per sollecitare un forte e rapido rinnovamento e potenziamento delle amministrazioni ordinarie. Ricordiamo che negli ultimi dieci anni il personale degli enti territoriali si è ridotto di circa un quinto a causa dei blocchi del turnover, e del 28% nel Mezzogiorno. La sua età media è molto elevata: al Sud 4 dipendenti dei comuni hanno più di 50 anni e solo 1 su 5 ha la laurea. Senza una grande operazione di potenziamento amministrativo, difficilmente l’operazione potrà essere coronata dal successo. Bisognerà quadrare il cerchio fra un centro finalmente in grado di disegnare una prospettiva unitaria di lungo periodo, e le amministrazioni sul territorio in grado di dargli progressivamente vita.

Questo porta a un ulteriore elemento, ancora più importante. Nel Piano, allo stadio attuale, non ci sono le città. Certo, molti interventi, dalla mobilità sostenibile all’efficientamento energetico degli edifici pubblici, non potranno che avere una ricaduta sulle aree urbane. L’Anci ha presentato nella sua recente assemblea un articolato documento, sulla base del quale ha selezionato alcuni progetti che sono stati inviati al governo. Ma senza un disegno più unitario dello sviluppo delle città, senza una visione complessiva del loro futuro, il loro impatto rischia di essere parziale. Il futuro del Paese, come in tutte le economie avanzate, si giocherà moltissimo nelle sue città.

Questo vale a maggior ragione per la Capitale: è davvero difficile disegnare un programma di interventi per l’intero Paese senza interrogarsi sul ruolo che Roma potrà svolgere, e sugli ostacoli da rimuovere e le condizioni da creare affinché si possa concretizzare. L’Italia trascura da tempo le difficoltà di Roma; le ha quasi derubricate a una questione locale: contrariamente a quello che succede in Germania e in Spagna, dove Berlino e Madrid sono centrali nelle grandi politiche nazionali; e ancor più in Francia e nel Regno Unito, dove c’è un problema opposto di eccesso di concentrazione di interesse e di investimento sulle due maggiori città. In nessun Paese europeo c’è stata nell’ultimo ventennio un’accettazione così supina delle difficoltà della Capitale, una rassegnazione al suo degrado, al suo ridimensionamento. In qualche italiano più rancoroso, quasi con malcelata soddisfazione. Non a caso questo in Italia ha coinciso con un periodo di pulsioni localistiche e regionalistiche, ben al di là delle opportune autonomie, utili e necessarie specie in un Paese così differenziato come l’Italia. Come se rafforzare Roma togliesse qualcosa agli altri territori; come se indebolirla rafforzasse gli altri capoluoghi; come se fosse preferibile un Paese acefalo, senza una città simbolica della sua unità, senza una dimensione nazionale.

“Il Mulino” ha dedicato a Roma una sezione del suo fascicolo 2 del 2019, che è stata anche presentata e discussa in incontri romani; poi ha pubblicato un intervento (a libero accesso) di Marco Simoni sugli stessi temi. Non mancano riflessioni recenti più ampie sulle “questioni romane”, dal bel libro di ricostruzione storica di Vittorio Emiliani pubblicato dal “Mulino” nel 2018, al fantastico lavoro di indagine sulla geografia sociale metropolitana di Lelo, Monni e Tomassi al recentissimo libro di Walter Tocci, da pochi giorni in libreria.

Come documenta il quotidiano “Il Messaggero” le forze politiche romane (prima che arrivi la prossima campagna elettorale, necessariamente divisiva) stanno provando a concordare alcuni grandi progetti destinati a svilupparsi nel tempo, quale che sia il colore dell’amministrazione. Basta guardare alle grandi capitali europee per coglierne con immediatezza i grandi temi. A partire dagli indispensabili e assai rilevanti interventi sulla mobilità (che potrebbe essere progressivamente radicalmente ridisegnata, come si sta facendo a Parigi e a Barcellona), possibili anche nelle nostre città, come documenta da anni appassionatamente e con notevole qualità tecnica Legambiente. Alla paziente ricucitura socio-economica delle sue periferie, anche puntando con decisione sul terzo settore, su nuovi poli di aggregazione specie giovanile. Al rafforzamento del suo impareggiabile patrimonio storico-artistico per farne un volano di decine di migliaia di posti di lavoro nell’economia della cultura e della conoscenza. Alla riconversione verde, circolare e imprenditoriale dei suoi rifiuti, e al ripensamento delle sue politiche per l’accoglienza turistica, magari guardando con attenzione alla recente iniziativa di Lisbona di trasformare parte delle abitazioni per turisti in case per i residenti ad affitto concordato, o quella di Berlino di intervenire sugli affitti troppo alti. Al potenziamento del suo sistema dell’istruzione superiore (“La Sapienza” ha perso un quinto dei suoi studenti negli ultimi dieci anni): per farne un polo di dimensione internazionale per gli studenti e un centro di ricerca, sperimentazione e diffusione di tecnologie per le nuove imprese, romane e italiane. Su questo proprio Simoni e Tocci hanno avanzato, sempre sulle colonne del “Messaggero” una interessante proposta di realizzare a Roma un nuovo “politecnico”. La formulazione piuttosto generale dell’idea ha suscitato una interessante discussione sui social network, nella quale sono stati espressi comprensibili timori sui possibili rapporti fra questo “politecnico” e il sistema universitario. Una discussione che merita di continuare in forme più strutturate. L’articolo ha avuto comunque l’indubbio merito di porre il tema della ricerca e dalla conoscenza al centro del futuro della Capitale.

Sia consentito esprimere una valutazione finale piuttosto netta. Il rilancio dell’Italia e di Roma non si ottiene disegnando un Piano solo per linee settoriali. Si può costruire solo quando le missioni si incrociano con i luoghi; quando l’attuazione e la cura dei progetti è affidata – come non può non essere per tanti versi – agli amministratori cittadini; quando la loro somma disegna un quadro più coerente; quando ciascun progetto ha tempi e obiettivi precisi, verificabili dai cittadini nella loro vita quotidiana. E così crea progressivamente fiducia in loro, che vedono la propria qualità di vita incominciare a migliorare, e cambia le aspettative degli imprenditori, inducendoli a mettersi in gioco, ad investire. Un Piano per la Nuova Generazione è anche una grande operazione di ricostruzione di un sentimento e di una speranza nazionale. E anche per questo è essenziale che la Capitale torni ad essere una delle grandi immagini positive del Paese, in cui tornare ad avere il piacere di rispecchiarci tutti insieme.

Roma&Milano/2

L’allegoria di Sant’Ambrogio.

Messaggi lanciati nella giornata di rito. [1]

Stefano Rolando [2]

Quale profilo di brand? Con quale ripensamento generale di metodo?


[1] arcipelagomilano.it (16.12.2020) – https://www.arcipelagomilano.org/archives/57346

[2] Direttore dell’Osservatorio Comunicazione pubblica, Public Branding e Trasformazione digitale dell’Università IULM di Milano. Dal 2012 al 2017 è stato presidente del Comitato Brand Milano.


Teatro alla Scala – 7.12.2020

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Il 7 dicembre Milano non si è sottratta alla sollecitazione simbolica della celebrazione del santo patrono. Mettendo in campo alcuni messaggi – dedicati a sé, agli italiani e in qualche modo alla nostra relazione con le cose del mondo – per guardare al “dopo” nel carico della problematicità attuale. Ma anche confidando nella relazione, ineludibile nelle emergenze, tra tradizione e innovazione.

  • Il primo messaggio è venuto – con la regia del torinese Davide Livermore, la guida del milanese Riccardo Chailly e la responsabilità dell’alsaziano Dominique Mayer – dalla Scala deserta nella città deserta. “Per tornare a riveder le stelle”. Gli asset di un grande teatro, della sua storia, dal canto all’orchestra, dal corpo di ballo alla scenografia, dall’800 al terzo millennio, per rivendicare alla cultura non la condanna della crisi pandemica ma il protagonismo di una identità internazionale.
  • Il secondo messaggio è venuto da Covid 19, che non abbassa la guardia della contagiosità con un livello di positività del 9,1%, ma comincia a flettere sulla letalità; così che la sfida della prova di contrasto al limite del lockdown potrebbe risparmiare alla città la terza ondata, in un quadro riorganizzativo del sistema sanitario che mantiene il patto pubblico-privato e che trova in grande prova terapeutica medici e infermieri.
  • Il terzo messaggio è annunciato a Palazzo di Giustizia dove per la prima volta una donna – Francesca Nanni – assume la responsabilità di Procuratrice generale, un evento frequente negli Stati Uniti ma da noi con un segnale agli equilibri di genere in un ambito di estrema delicatezza e potere soprattutto nelle condizioni generali di crisi.
  • Il quarto messaggio, nella mattinata a valle dei riconoscimenti civici ai milanesi meritevoli, è venuto dal Sindaco Beppe Sala, che scioglie le riserve e si ricandida come candidato sindaco per un quinquennio in cui” il progetto non è più quello di continuare l’opera ma di riprogettare la città”.
  • Il quinto messaggio è venuto dalla proposta del Salone del Mobile per il 2021, sdoppiando l’edizione tra l’online di primavera e il ritorno alla normalità a settembre, con progetti globali di e-commerce questa volta estesi fino alla Cina.
  • Il sesto messaggio è venuto dalle pur magnifiche riprese televisive di contesto di quella pomeridiana di Sant’Ambrogio: l’assenza di popolo. L’estetica della solitudine come segnale storico delle maggiori crisi. I bombardamenti in guerra, la violenza della guerra civile, le macerie del conflitto. Il problema di ritrovare il “démos”, non nelle cartoline della memoria, ma nella operosità quotidiana.

Alla ricerca del démos

Ecco compiuta l’allegoria di Sant’Ambrogio: cultura, salute, giustizia, economia e politica alla ricerca di un popolo partecipativo, di una società provata ma non domata, di una generazione di giovani fermati nella soglia di ingresso del mercato del lavoro per un anno, che ora chiedono di esprimersi.

Qui finisce la ricca cartolina del 7 dicembre.

Ora abbiamo la responsabilità di prendere per buoni tutti i messaggi e di metterli in fila e in connessione.
Per capire se ciascuno di questi mondi agirà – sempre per stare nella metafora – nel quadro di un’orchestra omogenea, con strumenti diversi e ruoli distinti, ma per suonare la stessa partitura con un’ispirazione il più possibile convergente.

Le prove di questa “sin-fonia” devono ancora cominciare. La tenuta sociale del 2020 è stata messa molto a prova. Commentatori e analisti scrivono giudizi spesso preoccupati. Ferruccio De Bertoli ha parlato di una borghesia eclissata (“chiusa nelle case come i signorotti al tempo della peste descritta dal Manzoni”). Dario Di Vico ha rintracciato progettualità ma anche smarrimento interpretativo delle imprese. Il mio collega Vanni Codeluppi scrive che l’ipotesi che il trauma apocalittico della società possa far replicare – come fu nel Trecento – un nuovo Rinascimento “va considerata altamente improbabile”. Tra le vittime di Coronavirus, Giulio Giorello ha lasciato il suo ultimo messaggio sul tema della durezza di “scendere a patti con il nemico invisibile” inducendo una comunità forte come quella ambrosiana ad alzare il tiro “riprendendo il contrasto ai grandi mali che affliggono il mondo”, dunque auspicando un ritorno di combattività civile che appare sopita. Quanto a Piero Bassetti – qualcosa di più che un commentatore – ha posto un tema di metodo: “Quanto a Milano Coronavirus ha oggettivamente fermato ogni tentazione di sopravalutazione”.

Insomma chi mette il termometro nelle pieghe della temperatura sociale complessiva pare raffreddare annunci ottimistici, segnalando il grande lavoro che serve a Milano (paradigmaticamente come per ogni città che traina valori e interessi territoriali) per fare una ricostruzione più difficile di quella prodotta dalle pur cospicue macerie della seconda guerra mondiale.

Come mostrano le belle immagini della tv attorno alla Scala del 7 dicembre, Milano materiale è intatta, più lucente e seduttiva che mai. Ma quella valoriale ha bisogno di rimettere in fila memoria, obiettivi e modelli secondo uno schema “orchestrato”. E dunque sapendo che le tendenze abituali alla conflittualità proprie di una società borghese potrebbero qui produrre anche nuove disuguaglianze, nuovi egoismi, nuove entropie. Da quelle di soggetti paghi di un mercato globale, che risolve problemi di bilancio (agli innovatori esportatori, non a tutti) a quelli della maggiore attuale impresa di Milano (il sistema universitario) che potrebbe scegliere di mantenere un profilo sostanzialmente isolato (alle prese con rischi di immatricolazione dei fuorisede) così come – in altro schema – potrebbe sviluppare un public engagement consortile con una quota importante dedicata alla rinascita del modello Milano.

Rigenerazione di brand

Tra il 2012 e il 2017 ha operato a Milano un tavolo di fervore civico attorno al tema della verifica di convergenza sui profili di brand della città, con tutte le voci in campo (imprese, grandi soggetti sociali e rete universitaria). Quel tavolo registrò il salto qualitativo identitario e di immagine di Expo. Ma mise anche in evidenza il rischio di far prevalere una lettura delle vocazioni rispetto alle altre. E soprattutto segnalò qualche limite di quella “sopravalutazione” che avrebbe significato smettere di pensare e modificare i progetti paghi di alcuni successi. Metodo che oggi viene invocato (ma poi difficilmente attuato) da molti contesti: a Roma, a Torino, a Napoli, tre estreme condizioni di bisogno di rigenerazione di brand ma anche tre giungle di metodo a causa di insufficienza di classe dirigente.

Ed è proprio un appannamento di classe dirigente a proporre lecitamente la domanda circa la forza di Milano di ritrovare un cammino di seria indagine su se stessa.

Anche se la lezione della crisi pandemica arriva su questi punti di vista come un ammonimento alto, in un certo senso solenne, non eludibile. Per ripensare non tanto a formule comunicative di rilancio, ma alla condizione di tenuta di quasi tutti i paradigmi su cui il successo degli anni scorsi aveva trovato sponda.

Mobilità, velocità, attrattività. Ecco per esempio un terzetto di punta di quello schema entrato in crisi.

Non cancellato dalle storie prossime venture. Ma oggetto di ripensamenti radicali circa un nuovo approccio al tema della sostenibilità, al nuovo tema delle potenzialità tecnologiche, al nuovo tema del rapporto tra percorsi formativi (che cambiano nelle parti più avanzate del mondo) e caratteristiche del mercato del lavoro.

E lo stesso posizionamento di Milano nella geopolitica è ora oggetto di smarrimenti, lasciato ai venticelli capricciosi delle baruffe politiche. L’asse tra Milano e la Lombardia fin dove arriva (ridefinizione della città metropolitana compresa) e fin dove è diventato una tela di Penelope? Il traino alla filiera euro-mediterranea – tolta la convegnistica d’auspicio – cosa ha prodotto e cosa intende produrre? La tessitura inter-urbana europea lascia a Milano il suo ruolo oggettivo ma si legge assai meno quello di regia. Nel campo della globalità, perché l’internazionalizzazione di alcune reti economiche (scienza, energia, design, moda, eccetera) non sembra stingere su tutti i modelli di governance (dall’università, con qualche nota eccezione, ai processi comunicativi; dalla cultura politica allo sport)?

E da ultimo la fuoriuscita internazionale dei migliori ragazzi formati nei nostri atenei – fallita o quasi la regia della finanza – da chi è attentamente monitorata nell’interesse se non di un recupero almeno di un prezioso elastico intellettuale)?

Le risposte, dopo Covid-19, non sono più di maniera. Dipendono da umiltà e metodo.

Consigli di lettura/1

Consigli di lettura per il 2021 / prima parte [1]

La fine di questo anno così complesso è ormai alle porte e le incertezze per l’anno venturo sono numerose. Le prossime festività saranno inevitabilmente un momento per fermarsi, riflettere e leggere. Ma quali libri leggere per ripensare alle ragioni di una libertà così maltrattata nel corso del 2020? Ecco i consigli di lettura offerti dal team IBL


[1] Leoniblog.it (15.12.2020) – https://www.leoniblog.it/2020/12/15/consigli-di-lettura-per-il-2021-prima-parte/

Sheena Iyengar, The Art of Choosing. The Decisions We Make Everyday of our Lives, What They Say About Us and How We Can Improve Them (Twelve, 2010)

Scegliere è un’attività umana fondamentale e intimamente connessa alla libertà individuale. Sheena Yiengar, professoressa di Business al Dipartimento di Management della Columbia Business School, ci conduce in un viaggio appassionante nel concetto di scelta, nel rapporto tra le scelte e la libertà e nella relazione tra l’individuo, la propria natura, il ruolo dell’educazione e l’importanza di scegliere.

Attraverso il racconto di esperimenti e paper scientifici, sempre utili durante ogni cocktail party che si rispetti, la professoressa nata in Canada da genitori indiani, ci porta a sfidare molte delle idee convenzionali sull’importanza di scegliere, ricordandoci come l’opportunità di scelta possa o meno essere apprezzata, in ragione di motivi culturali e dimostrando come scegliere possa anche essere un’attività faticosa e a volte insopportabile. L’abbondanza di scelte può anche condurre a performance poco efficienti e, nel finale, l’autrice ci regala alcuni suggerimenti su come affrontare il continuo trade-off tra scelte con diversa utilità ma di importanza relativa sempre elevata.

Il libro rappresenta un’appassionante sfida intellettuale per chi, come noi occidentali, dà per scontato che scegliere sia una delle più importanti espressioni della libertà individuale e che l’abbondanza di scelte sia una condizione necessaria per dirsi davvero liberi. Alla fine del libro ne sarete probabilmente ancora più convinti, ma il percorso che avrete fatto per confermare le vostre opzioni in merito vi avrà certamente arricchito e vi consentirà di apprezzare ancora di più la società libera in cui molti di noi hanno avuto la fortuna di nascere e crescere.

Carlo Amenta, Senior Fellow IBL

Io sono il potere. Confessioni di un capo di gabinetto (Feltrinelli, 2020)

«Io sono il volto invisibile del potere. Io sono il capo di gabinetto. So, vedo, dispongo, risolvo, accelero e freno, imbroglio e sbroglio. Frequento la penombra. Della politica, delle istituzioni e di tutti i pianeti orbitanti. Industria, finanza, Chiesa. Non esterno su Twitter, non pontifico sui giornali, non battibecco nei talk show. Compaio poche volte e sempre dove non ci sono occhi indiscreti. Non mi conosce nessuno, a parte chi mi riconosce».

Nel libro Giuseppe Salvaggiulo ha raccolto le confessioni di un anonimo capo di gabinetto – «della Prima, della Seconda e della Terza Repubblica» – descrivendo con lucida puntualità il “dietro le quinte” della politica romana. Il libro è un nitido ritratto del mondo che ruota tra Palazzo Chigi, ministeri e magistrature amministrative, mosso dalle dinamiche politico-istituzionali del sistema di governo. Nelle pagine dense, tra fatti della storia più o meno recente e dettagli finora oscuri, si disvela ciò che accade nelle stanze del Potere – inaccessibili anche ai più attenti osservatori della cosa pubblica – attraverso gli interpreti di un copione che si ripete di legislatura in legislatura: i capi di gabinetto. Sono i burattinai del palcoscenico romano, coloro i quali tengono le fila degli accadimenti.

L’anonimo protagonista del libro di Salvaggiulo tratteggia in prima persona, con dovizia di particolari, i momenti più importanti della scena politica, pubblica e privata, attraverso l’azione di chi opera nell’ambito degli apparati governativi. Cambiano i nomi, ma i meccanismi mediante i quali si estrinsecano le dinamiche politiche restano gli stessi. E questo è anche il motivo per cui negli anni, di Governo in Governo, restano sostanzialmente gli stessi anche i capi di gabinetto. Come sacerdoti, essi interpretano i riti di cui sono depositari, con la sacralità connessa al ruolo, coltivando utili relazioni mediante abilità e competenza consolidate dall’esperienza.

Salvaggiulo descrive gli ingranaggi del Potere che alcuni orologiai muovono sincronicamente, secondo una logica sempre rispondente all’interesse che di volta in volta deve prevalere, in funzione di un disegno più ampio e unitario. Disegno che lega i protagonisti del momento. Non vengono descritte solo le vicende riguardanti il capo di gabinetto che narra gli eventi, ma si espone un sistema complesso, che si dispiega là dove nulla accade per caso, ove nessun nome è scelto di per sé, ma per la rete in cui è inserito.

Parlamentari, ministri, sottosegretari passano, anche quando conservano la poltrona per lungo tempo. Ma il vero Potere, quello che resta, lo detengono coloro i quali – come l’anonimo capo di gabinetto – stanno all’ombra del Potere. Essi rimangono occulti – pochi saprebbero ricordarne il nome – eppure sono proprio loro i soggetti che contano veramente. «Anche oggi al centro del Potere, anzi: anche oggi io sono il Potere». Basterebbe quest’affermazione a far dubitare che i protagonisti della scena pubblica, quelli che appaiono alla ribalta, siano realmente gli attori del quadro istituzionale. Ma per il capo di gabinetto l’importante è che gli eletti di passaggio siano convinti di essere i veri decisori e si illudano, almeno inizialmente, di poter incidere sulla realtà delle cose. Mentre c’è chi ne orienta i comportamenti, perché sa come le cose vanno veramente.

Dopo aver concluso la lettura del libro, tra sentimenti di stupore e irritazione, mai di rassegnazione, si riesce a comprendere meglio perché l’Italia resta ferma al Gattopardo. Tutto sembra cambiare, ma in fondo nulla cambia. Ci sono i custodi del Potere, in ogni senso, fisso e immutabile nel tempo.

Vitalba Azzollini, Fellow IBL

Matt Ridley, How Innovations Works (Fourth Estate, 2020)

L’ultimo e recente libro di Matt Ridley ha un tema al centro, ed è l’innovazione. How innovation works ha al centro in particolare i meccanismi alla base dei processi di innovazione.

Con una tesi chiara, forse non nuova ma di questi tempi è tutt’altro che scontata o comunemente accettata: l’innovazione è l’altra faccia della libertà, come arguisce il sottotitolo (and why it florishes in freedom), è figlia della libertà (e genitore della prosperità). Altro che Stato innovatore, viene da dire. Innovatore è sempre l’individuo, con la sua genialità ed i suoi limiti.

Come al solito, la penna di Matt Ridley è avvincente e ricca di riferimenti interessanti e affatto scontati. Speriamo in una rapida traduzione italiana, di modo che il dibattito pubblico intriso di statalismo possa arricchirsi di questa voce, resa disponibile anche per il pubblico più ampio.

Andrea Battista, Consigliere d’amministrazione IBL

Jonathan Haskel e Stian Westlake, Capitalism Without Capital. The Rise of the Intangible Economy (Princeton University Press, 2017)

Negli ultimi decenni il peso dei beni capitali nell’economia e nelle aziende è stato ampiamente superato dall’accumulazione dei beni immateriali. Software, investimenti in capitale umano, marchi e brevetti costituiscono “attivi” ormai divenuti imprescindibili per l’economia capitalistica del XXI secolo e consentono la creazione di imperi economici che, a confronto con i giganti del passato, sono incredibilmente “leggeri”.

In questo libro si offre una panoramica completa e accurata del fenomeno, delineandone gli effetti più importanti per le singole aziende e i sistemi economici, arrivando a spiegare alcuni fenomeni come la disuguaglianza e le problematiche relative alla misurazione della produttività.

Il libro è particolarmente consigliato anche per gli ampi riferimenti bibliografici che offrono una panoramica completa a chi volesse approfondire ed è inoltre scritto in uno stile molto scorrevole e ricco di esempi.

Nicolò Bragazza, Fellow IBL

Lorenzo Forni, Nessun pasto è gratis. Perché politici ed economisti non vanno d’accordo (Il Mulino, 2019)

Non compete sugli scaffali degli instant book, né pretende di fare i conti coi “giganti” dell’economia per poter innovare questo o quel concetto che scalda (solo) gli accademici. Nessun pasto è gratis è un libro risolutivo per fare i conti con una sola e semplice verità: l’unica per cui l’economia riguarda le nostre vite prima e più che gli addetti ai lavori.

Il vincolo di bilancio, ricorda Forni, è qualcosa che le persone sperimentano nella loro vita, ogni giorno. Eppure, perché è così complicato spiegare l’evidenza, valida per individui e famiglie come per gli Stati? Perché la regola ripresa dal titolo, che può apparire tanto banale, viene puntualmente sfidata da pressoché ogni conversazione che sfiori le questioni economiche?

Forni dà delle risposte con una capacità di sintesi notevole e uno sforzo divulgativo del tutto riuscito. Mette in fila vari aneddoti, talvolta gustosi, che sono anche una valida introduzione per neofiti (solo per i coraggiosi si traducono, alla fine, in formule algebriche e in un prezioso indice delle crisi economiche dal 1900 ad oggi).

In poco più di un centinaio di pagine, diventa chiaro perché economia non fa rima con magia. E dunque perché, spesso, “politici ed economisti non vanno d’accordo”.

Il libro raggiunge lo scopo senza dover compiacere alcuna “parrocchia”, o dover cavalcare un trending topic. Un motivo per cui tornerà utile in tempi eccezionali: quelli delle sperimentazioni su moneta, imprese, consumatori. Ma “se si spende più di quanto si produce, alla fine qualcuno deve saldare il conto”.

Enzo Cartaregia, Staff IBL

Carlo Emilio Gadda, Divagazioni e garbuglio (Adelphi, 2019)

Il libro contiene una raccolta di articoli di giornale e saggi critici di Gadda originariamente apparsi tra il 1927 e il 1968. Nonostante il carattere “residuale” della raccolta, emergono la straordinaria coerenza stilistica e il costante rigore interpretativo – per Croce la “severità” – di Gadda.

I sessanta saggi contenuti nel volume si prestano a diversi percorsi di lettura. Un buon punto di partenza può essere legare i due saggi manzoniani. Quello di apertura (originariamente pubblicato in Solaria nel 1927) fin dal titolo rivela l’intenzione: “Apologia manzoniana”; ed è tanto sorprendente in un autore che scrive la lingua più lontana dal manzoniano che si sia vista nella letteratura italiana. Come scrisse Contini, “Averso la ghibellizzazione nella sua forma più rozza […] La gaddizzazione di Manzoni consiste capitalmente nel rivelarne la profonda, irrimediabile tragicità degli eventi, travolti, nonostante il lume dell’intelletto giudicante (“analista”), nel fluire d’una fatale necessità”. E già si avverte il profumo del Pasticciaccio.

Il frequentatore delle cose di IBL apprezzerà la capacità di Gadda di distinguere tra il diritto e la legge: “Un governatore, anzi 10 governatori, fanno stampare dei divieti che dovrebbero essere legge e non sono”. O il riconoscimento degli effetti perversi dei prezzi imposti: “Sua Eccellenza comanda che il pane sia dato a buon prezzo: forse non ignora cosa significhi questo comando, ma pensa: per oggi vivremo”.

Per poi proseguire con “Manzoni diviso in tre dal bisturi di Moravia” (da Il Giorno, 1960). In cui la polemica di Gadda si fa esplicita, contro “Moravia (che) si avventa […] contro il Manzoni presunto aedo della non-rivoluzione, cioè della paura conservatrice identificata nella corruzione borghese della società italiana e cattolica, in un seguito di eguaglianze a=b=c=d che ci appaiono, è il meno che si possa dire, alquanto gratuite”.

Vi è di che godere.

Natale D’Amico, Membro del Comitato d’indirizzo IBL

Henning Ritter, Sventura lontana. Saggio sulla compassione (Adelphi, 2007)

Il vero motivo per cui nelle riunioni di famiglia tipiche del periodo festivo è bene non parlare di politica è che se si litiga si finisce con l’accusare gli altri di essere poco compassionevoli. Le discussioni diventano accese perché tale accusa colpisce tutti nel profondo.

Visto che quest’anno le riunioni di famiglia sono diradate, leggere in santa pace un libro sulla compassione non dovrebbe comportare alcun affanno, anche se il tema non si presta ad una lettura rilassante e distratta, un po’ perché la compassione sembra essere una risorsa scarsa e un po’ perché c’è sempre il rischio di sentirsi in ogni caso chiamati.

I saggi di storia delle idee ben scritti, come questo di Ritter, consentono al lettore di immergersi nel tema prescelto come se non fosse coinvolto in prima persona. Sembra che il tema ci riguardi solo come oggetto del contendere all’interno di un dibattito puramente teorico: l’intreccio delle contrapposizioni si articola in maniera scorrevole, mai pedante, e ci dimentichiamo che si sta parlando di noi. Ritter ci trasporta in un’epoca lontana e ci fa assistere al dibattito che coinvolse la società europea e i protagonisti della repubblica delle lettere del Settecento, quando il tema della compartecipazione alle disgrazie altrui venne inquadrato in maniera sistematica.

Ritter non ha mai il tono del moralista accusatore, e se nel suo incedere rischia di avvicinarsi troppo a noi, lo fa con un garbato tocco ironico, anche se ci sta mostrando quelle che potrebbero essere delle nostre manchevolezze, come ad esempio quando evidenzia le contraddizioni di chi si autocommisera per un nonnulla mentre è disattento (o perfino distaccato) nei confronti di eventi terribili che colpiscono moltitudini di persone.

Questo volume ha il pregio di offrirci un aiuto nel difficile esercizio di coltivare la negletta virtù stoica del chiedere poco agli altri e molto a sé, e chissà, di renderci più guardinghi nell’accusare gli altri in occasione della prossima sana litigata sotto l’albero.

Paolo Di Betta, Fellow onorario IBL

Jonathan Sumption, Trials of the State. Law and the Decline of Politics (Profile Books, 2020)

Dopo aver insegnato storia medievale a Oxford per qualche anno, Lord Sumption ha preferito appendere al chiodo la toga accademica, per indossare quella da giurista, diventando, prima, uno dei barrister di maggior successo degli ultimi anni e, infine, giudice della Corte suprema del Regno Unito.

Lo scorso anno, una volta andato in pensione, ha tenuto le prestigiose Reith Lectures, ora raccolte nel presente volume: un’occasione che egli ha impiegato per riflettere sul rapporto tra diritto e politica.

Il testo prende avvio da una constatazione che è ormai quasi ovvia: il Parlamento ha perso gran parte del suo tradizionale ruolo di selezione dei diritti così “fondamentali” da meritare di essere posti al di là della portata delle maggioranze elettorali, e di ciò, oggi, si occupano principalmente i giudici, che scoprono quei diritti tra le pieghe di testi formulati in modo necessariamente vago e aperto, quali sono le costituzioni o le convenzioni sovranazionali. Spesso si tratta di decisioni apprezzabili, ma, ammonisce Sumption, più importante dell’esito decisionale è il modo in cui quest’ultimo viene raggiunto: in Parlamento, si costruiscono coalizioni e si stringono compromessi, il tutto sotto lo scrutinio dell’opinione pubblica; in tribunale, c’è un solo vincitore, che viene scelto nel segreto della camera di consiglio.

Il popolo accetta le regole perché ne riconosce la legittimità: e lo fa, soprattutto, perché ha avuto parte (diretta o indiretta) nella loro formazione. Ma se all’urna si sostituisce la sentenza – se, in altre parole, a una democrazia di milioni di elettori se ne sostituisce una con una sola manciata di essi – è possibile che egli abbia di che obiettare. E in modi che potrebbero non sempre essere dei più piacevoli.

Giuseppe Portonera, Fellow IBL

Angelo Miglietta e Alberto Mingardi, a cura di, Dal sesterzio al Bitcoin. Vecchie e nuove dimensioni del denaro (Rubbettino, 2020)

Negli ultimi mesi Bitcoin ha attirato l’attenzione dei media mainstream a seguito di una crescita che ha fatto registrare nuovi massimi storici, attraendo anche investitori istituzionali come fondi di investimento e persino banche.

Ma Bitcoin non era alternativo al “sistema”? Non era stato concepito come moneta decentralizzata e globale per scambiare valore più che conservarlo come oro digitale e speculare sul suo apprezzamento al pari di altre commodity?

Me lo sono chiesto anch’io e penso che mai come in questa fase, sia per chi per la prima volta vuole capirne di più su Bitcoin, sia chi ne conosce la visione originale e si ritrova disorientato, sia utile ampliare il “time frame” troppo ridotto delle analisi degli ultimi mesi.

Un time frame decisamente più esteso, di secoli, si trova nel lavoro di ricerca alla base del libro Dal sesterzio al bitcoin, che ripercorre la storia della moneta e soprattutto del pensiero sull’argomento monetario, da San Tommaso D’Aquino a Milton Friedman, per giungere allo scenario attuale e futuro secondo economisti e storici contemporanei.

La raccolta di saggi offre diverse prospettive di analisi, storica e filosofica, che ci ricordano fin dalle prime righe come «il denaro precede, storicamente e logicamente, le zecche pubbliche» e permettono di capire perché Bitcoin rispetto alla «nuova normalità delle banche centrali» offre un’alternativa concreta, seppur immateriale, e uno strumento non solo speculativo, ma anche difensivo.

Giacomo Reali, Fellow IBL

Edmund Phelps, Raicho Bojlov, Hian Teck Hoon e Gylfi Zoega, Dynamism. The Values that Drive Innovations, Job Satisfaction, and Economic Growth (Harvard University Press, 2020)

Da cosa nasce l’innovazione? Gli economisti tradizionalmente rispondono a questa domanda chiamando in causa la qualità della ricerca scientifica e l’imprenditorialità e, poi, le istituzioni. Da tempo, Edmund Phelps – premio Nobel per l’economia nel 2006 – sostiene che tale visione trascura un elemento fondamentale, di tipo culturale: a monte dell’innovazione e, dunque, della crescita ci sono infatti valori quali l’individualismo, il “vitalismo” (cioè la predisposizione a raccogliere le sfide) e la libera espressione di sé.

Tali valori, che si sono imposti nel XIX secolo, ne spiegano l’enorme dinamismo tecnologico, economico e sociale. Si sono però affievoliti nel corso del tempo, dando luogo al rallentamento dei tassi di crescita della produttività che si osserva un po’ in tutto l’Occidente, e che finora non ha ancora trovato una spiegazione soddisfacente.

In questo libro Phelps e i suoi collaboratori non solo esprimono l’impalcatura teorica di questo approccio innovativo, ma propongono anche diverse formalizzazioni e verifiche empiriche. Una delle “spie” che Phelps, Bojlov, Hoon e Zoega individuano è il declino della soddisfazione professionale soggettiva: perché le persone, nei sondaggi, manifestano una sempre minore passione per il proprio lavoro? La risposta non dipende dal riconoscimento materiale, ma dall’atteggiamento con cui gli individui si pongono di fronte alla vita e al mondo. “La perdita di dinamismo – scrive Phelps – è stata causata, quanto meno in gran parte, dalla perdita dei valori moderni che avevano originariamente scatenato quel dinamismo”.

Carlo Stagnaro, Direttore dell’Osservatorio sull’economia digitale IBL

Consigli di lettura/2

Consigli di lettura per il 2021 / seconda parte [1]

La fine di quest’anno così complesso è ormai alle porte e le incertezze per l’anno venturo sono numerose. Le festività di Natale sono (inevitabilmente) un momento per fermarsi, riflettere e leggere. Ma quali libri leggere per ripensare alle ragioni di una libertà così maltrattata nel corso del 2020? Ecco la seconda parte dei consigli di lettura offerti dal team IBL


[1] Leoniblog.it (23.12.2020) – https://www.leoniblog.it/2020/12/23/consigli-di-lettura-per-il-2021-seconda-parte/

Abhijit Banerjee e Esther Duflo, Una buona economia per tempi difficili (Laterza, 2020 [2019])

Come arricchire i paesi poveri e le tante persone che vivono sotto la soglia di povertà? Aiuti o non aiuti? Nel dibattito su come risolvere la povertà, da un lato c’è chi pensa che esista una trappola della povertà, che i poveri siano poveri perché poveri e che l’unico modo per cambiare la situazione sia un grosso investimento di risorse in infrastrutture, sanità e istruzione.

Magari da parte di qualche istituzione internazionale. Esemplare il progetto “millennium villages” orchestrato da Jeffrey Sachs, un esperimento (fallimentare) da 600 milioni di dollari su alcuni villaggi dell’Africa subsahariana. Dall’altro lato c’è chi pensa che gli aiuti peggiorino la situazione, impedendo alle persone di trovare soluzioni ai propri problemi, oltre a istituire burocrazie per la gestione di quegli aiuti che, inevitabilmente, in misura più o meno grande, finiranno per creare corruzione e per alimentare sfiducia nelle istituzioni. Alla maggior parte dei lettori di questo blog sarà più congeniale questa seconda posizione: lasciare liberi i poveri di badare a loro stessi, così che gli incentivi di mercato provvedano a sistemare le cose nel lungo periodo. Senonché, effettivamente, il lungo periodo tarda ad arrivare per molti (anche se per fortuna i poveri continuano a diminuire nel mondo, cosa che gli autori dimenticano di osservare).

Banerjee e Duflo, marito e moglie, entrambi Nobel per l’economia, si propongono di chiudere il dibattito. Non ambiscono a mostrare quale delle due parti abbia ragione e quale torto, di mostrare se gli aiuti siano buoni o cattivi, ma mirano a spostare l’attenzione su una domanda diversa: quali interventi funzionano? What works? E fanno una serie di esempi relativi al cibo, all’igiene, alla salute, all’istruzione e così via. Un approccio pragmatico che può risultare utile in diverse situazioni. I più critici potranno riflettere su potenzialità e limiti del mezzo di ricerca prediletto degli autori, gli esperimenti randomizzati. Chi ne vedrà l’estrema accuratezza nell’identificare un effetto causale, chi darà più peso ai limiti in termini di generalizzabilità. Non leggerei il libro aspettandomi di chiudere il dibattito sugli aiuti, ma lo farei per scoprire i molti aspetti interessanti sulla vita dei poveri e sulle loro scelte che vengono riportati dagli autori.

Paolo Belardinelli, Research Fellow IBL

Vladimir Nabokov, Intransigenze (Adelphi, 1994 [1973])

Vladimir Nabokov (1899-1977) è conosciuto soprattutto per avere scritto il romanzo “Lolita”; un libro scandaloso e geniale come il suo autore. Nabokov nacque all’interno di una famiglia dell’aristocrazia russa, il nonno era stato ministro sotto lo zar Alessandro II, mentre il padre era un importante uomo politico liberale. Il figlio stesso faceva riferimento a quella tradizione di pensiero: «Mio padre era un liberale all’antica, e non mi dispiace essere etichettato anch’io così».

Pubblicato diversi anni fa in traduzione italiana da Adelphi, “Intransigenze” riunisce per lo più interviste rilasciate da Nabokov in svariate occasioni. Ne emerge un ritratto davvero eccezionale di quest’uomo: colto, brillante e, per l’appunto, assai intransigente. In un secolo, com’è stato il Novecento, segnato da ideologie sanguinarie e da intellettuali che quasi compattamente hanno simpatizzato per le diverse varianti delle dittature comuniste, Nabokov è stato tra i pochi a credere sempre nei valori occidentali: «Un punto fermo nella mia visione interiore è l’abisso assoluto che si è spalancato tra il groviglio di filo spinato degli Stati di polizia e la spaziosa libertà di pensiero di cui godiamo in America e nell’Europa occidentale».

Il libro affronta molti temi, non ultima la sua passione per le farfalle, e nelle interviste l’importanza della dimensione politica viene spesso minimizzata da Nabokov: da un lato egli è stato un maestro nel creare inganni, enigmi e depistaggi, e le sue affermazioni vanno pertanto soppesate e interpretate con attenzione; dall’altro la sua storia personale è stata segnata negativamente dalla politica: dopo la presa del potere dei bolscevichi, insieme alla sua famiglia fu costretto ad abbandonare il proprio Paese natale (girovagando poi tra Inghilterra, Germania, Francia, Stati Uniti e, infine, Svizzera), il padre venne assassinato da un estremista di destra e il fratello Sergei trovò la morte in un campo di concentramento nazista. Risulta facile immaginare come, dietro le parole di Nabokov, ci sia la reticenza ad affrontare alcune questioni. Ma romanzi come “Invito a una decapitazione” e “Un mondo sinistro”, oppure racconti come “La distruzione dei tiranni” affrontano direttamente il tema dell’oppressione e delle dittature. Non a caso, diversi saggi hanno analizzato questi aspetti della produzione di Nabokov, tra questi il libro “Vladimir Nabokov and the Poetics of Liberalism” di Dana Dragunoiu.

Dalla lettura di “Intransigenze”, il liberalismo di Nabokov può apparire particolarmente vago: «Libertà di parola, libertà di pensiero, libertà artistica. La struttura sociale o economica dello Stato ideale mi interessa poco. I miei desideri sono modesti. I ritratti del capo del governo non dovrebbero essere più grandi di un francobollo. Niente tortura e niente pena di morte. Niente musica, se non quella che arriva attraverso gli auricolari e si suona nei teatri». Come detto, il suo pensiero era stato fortemente influenzato dai liberali russi attivi prima della rivoluzione, tra i quali figurava il padre. Per loro la libertà aveva una sorta di connotato pre-politico ed era associata al diritto naturale: erano per la massima estensione della libertà individuale e per la riduzione della coercizione statale, in un Paese che – come ha messo in luce anche Richard Pipes in “Proprietà e libertà” (di prossima pubblicazione per IBL Libri) – aveva conosciuto solo l’assolutismo, anche in periodi in cui, altrove, andavano avanzando forme sempre più evolute di democrazia.

In definitiva, dalla lettura di “Intransigenze” risulta quasi impossibile non simpatizzare per l’uomo Nabokov: «Non ho mai fatto parte di un partito politico, ma ho sempre provato ripugnanza e disprezzo per le dittature e gli Stati polizieschi, oltre che per ogni forma di oppressione». Per il Nabokov scrittore si rimanda invece a tutta la sua produzione di romanzi e racconti.

Filippo Cavazzoni, Direttore editoriale IBL

Marco Romano, La città come opera d’arte (Einaudi, 2008)

Quello che abbiamo appena trascorso è stato un anno che ci ha allontanato drasticamente dalla città, dalla gente e dalla bellezza dei luoghi. In un periodo così martoriato da eventi negativi, accompagnati da una costante perdita di libertà individuale e un continuo attacco alla proprietà privata, il mio consiglio ricade su “La città come opera d’arte”, un testo scritto da uno dei pochissimi urbanisti liberali italiani, nonché simpatizzante dell’Istituto Bruno Leoni: il professor Marco Romano.

Un libro raffinato ed elegante, intriso di realtà e una spasmodica ricerca delle origini della bellezza urbana, nel quale si discute di democrazia, liberi cittadini ed estetica. Ad alcuni potrà sembrare che il libro tratti esclusivamente il tema dell’architettura, invece l’autore ci racconta molto di più. Ad esempio, riferendosi all’evoluzione della città tradizionale europea, Romano scrive: «Se un cittadino è infatti tale perché ha il possesso della propria casa, e se la società è mobile, sarà quasi scontato che ogni famiglia esprima pubblicamente il proprio status nella facciata della casa […]. Ciascuno viene ricompensato del denaro profuso nella propria facciata rendendo così più bella la città intera […] ciascuno nell’ambito delle proprie disponibilità, etiche, estetiche o patrimoniali». È così che, secondo l’autore, la bellezza complessiva, spontanea e organica della città tradizionale è emersa e si è consolidata nel tempo.

Leggere questo libro vi porterà a guardare con occhi nuovi l’ambiente costruito. Nel susseguirsi delle pagine vi ritroverete a braccetto con l’autore, a spasso per le più belle città d’Europa, e scoprirete ancora una volta – se mai ve ne fosse bisogno – l’importanza della libertà. Libertà che in questo caso ha anche il merito di non essere mai fine a se stessa ma di divenire strumento essenziale per la formazione della più grande e maestosa opera d’arte collettiva vivente: la città.

La città è una cosa troppo bella e importante perché sia abbandonata nelle mani di pochi politici, pianificatori e burocrati. È per questo che vanno riscoperti i principi liberali che hanno garantito il suo ancora esistente splendore.

Stefano Cozzolino, Fellow IBL

Philip Haslam e Russell Lambert, When Money Destroys Nations (Penguin, 2014)

Che succede quando un governo crea quantità vastissime di moneta per finanziare il suo deficit? La risposta dei due autori è semplice: ciò che accade è una tragedia.

Philip Haslam e Russell Lambert ci raccontano le cause e conseguenze dell’iperinflazione in Zimbabwe durante la prima decade del duemila. Durante quegli anni il governo del paese decise, come risposta alla situazione economica e finanziaria che attraversava la nazione, di stampare moneta per risolvere i suoi problemi. Pensavano fosse la soluzione a tutti i mali e invece ottennero l’inferno.

Dal libro, scopriremo le dinamiche economiche e politiche che portarono al Zimbabwe a vivere una delle iperinflazioni più devastanti della storia. La dipendenza della banca centrale dal potere politico, il ruolo giocato dalle banche, il controllo dei prezzi e la persecuzione contro il settore privato sono solo alcuni degli aspetti principali del lavoro di Haslam e Lambert.

Il libro non solo si limita agli aspetti economici della crisi ma prova a capire le ripercussioni sulle persone. I protagonisti sono gli abitanti dello Zimbabwe: lavoratori, imprenditori, anziani, giovani e tanti altri, che raccontano come l’iperinflazione abbia stravolto le loro vite. I risparmi di una vita sono spariti e con gli stipendi non potevano comprare nulla.

Nel 2009 lo Zimbabwe è uscito da tale tragedia. Dopo tanti anni la minaccia dell’iperinflazione è quasi sparita nel mondo. Le banche centrali e i governi sono stati testimoni delle terribili conseguenze a cui può portare un fenomeno del genere e hanno preferito non rischiare. Oggi però assistiamo alla ricomparsa di proposte e atteggiamenti preoccupanti, la Modern Monetary Theory, per esempio. L’idea di manipolare la moneta per risolvere tutti i problemi è ancora dibattuta e forse in tempi come questi è utile guardare al passato per scoprire i disastrosi esiti di una tale presunzione.

Carlos Di Bonifacio, Intern IBL

Murray N. Rothbard, L’etica della libertà (Liberilibri, 1996 [1982])

In “L’etica della libertà”, Rothbard esamina un tema decisamente complesso, affascinante e profondo: è possibile scoprire, tramite la ragione, una morale naturale? In altre parole: esiste un corpo di “diritti” naturali – o meglio, un’etica naturale – deducibile univocamente, con rigore logico-argomentativo, dall’analisi di concetti come “essere umano”, “proprietà”, “aggressione”?

Ovviamente, Rothbard risponde in senso affermativo, e sviluppa un sistema filosofico fondato su poche semplici premesse dalle quali scaturiscono serrate, stringenti e brillanti argomentazioni.

Partendo dall’Assioma dell’Azione Umana – derivato dall’idea di uomo come homo agens – ed affiancandovi pochi postulati largamente condivisibili – come la proprietà assoluta che ogni essere umano esercita naturaliter sul proprio corpo, sulla propria forza-lavoro, sul proprio libero arbitrio, e sulla res nullius di cui si appropria per primo – Rothbard costruisce un impianto concettuale in grado di rispondere alla domanda filosofico-politica (forse) più antica del mondo: in una società, in una polis, chi ha diritto a cosa? E perché?

Il corpo centrale del libro affronta – con straordinaria razionalità e gettando le fondamenta dell’anarco-capitalismo – alcune questioni etiche di estremo interesse e di sorprendente attualità. Senza pretese di esaustività, ed unicamente per pungolare la curiosità del potenziale lettore, menziono le seguenti: Esiste un diritto alla reputazione? Esiste un diritto alla libertà di parola? Esiste un diritto all’immigrazione? Come considerare la corruzione? Esiste un diritto alla salute? È moralmente legittimo abortire? Gli animali hanno dei diritti?

A tutte queste questioni Rothbard risponde sempre in modo molto netto, cogente ed univoco, senza infingimenti, giri di parole o mezze misure, dimostrando continuamente al lettore – da diversi punti di vista e con diversi esempi – la seguente semplice evidenza logica: non esistono diritti che non siano riconducibili al diritto di proprietà.

A prescindere dall’opinione che si possa avere su Rothbard e sull’anarco-capitalismo, “L’etica della libertà” è una lettura indubbiamente stimolante; consigliata, in particolare, a chi voglia andare oltre il triviale “senso comune” nella regolazione dei rapporti tra individui.

Fabrizio Ferrari, collaboratore di Leoni Blog

Ciarán Mc Mahon, a cura di, Psychological Insights for Understanding COVID-19 and Media and Technology (Routledge, 2020)

Non sono un gran lettore di saggi di psicologia. Da individualista catallattico, sorrido di molti schemi interpretativi che pretendono di spiegare idee, comportamenti e pregiudizi sulla base preminente di interazioni collettive. Quando avverto aria di strutturalismo sociale dirigista, eticamente corretto per teoremi di sedicente “progressismo”, giro i tacchi. Ma c’è un ma. Il tumulto comportamentale e l’orgia di normativismo altalenante e privo di riferimenti certi che scuotono l’Occidente per via del COVID mi hanno condotto in particolare ai cyber-psicologi. Quelli che interpretano le interazioni tra pandemia, uso dei social, flusso di notizie, teorie della cospirazione, populismo e filo autoritarismo.

Ecco l’ultimo e-book fresco di lettura, disponibile da pochi giorni. È una riflessione collettanea in otto parti, diverse delle quali estrapolazioni aggiornate di libri e ricerche dei diversi autori. Una quindicina di accademici e ricercatori di università dall’Australia all’Irlanda all’Olanda a Israele. E di noti consulenti di cyber security come il coordinatore Ciarán Mc Mahon.

Resto scettico, ma comunque stimolanti i contributi su come si creino e consolidino appartenenze identitarie sui social, ben distinte tra adolescenti e “maturi”, che usano piattaforme e linguaggi pressoché non comunicanti. Abbastanza scontate le considerazioni su fake news, bot e algoritmi. Molto meno le parti dedicate alla dinamica compulsiva o autofrenante dei gruppi identitari in rete; o ai fattori abilitanti che fanno decollare le teorie della cospirazione per chi ha interesse trasversale a coltivarle a propri scopi (le psy ops sino-russe ormai battono tutti, in materia). Molto interessante invece il tentativo di risposta al quesito: come possiamo volgere i social-conformismi alla miglior soluzione dei problemi reali dalla cui mancata soluzione sono originati?

Sullo sfondo, resta l’approccio molto diverso che su questi temi un individualista è portato ad avere rispetto a un costruttivista collettivo. Ma poiché pulsa ogni giorno sui social l’attuale fragilità dell’Occidente, spaurito di valori e dimentico della libertà, considerare la sferza della pandemia come un grande laboratorio cognitivista con cui è obbligatorio fare i conti è una prospettiva più affascinante dell’arida conta dei morti dei quotidiani bollettini di governo.

Oscar Giannino, giornalista economico e collaboratore IBL

Georges Ifrah, Histoire universelle des chiffres (Robert Laffont, 1994)

Circa duemila pagine: sono queste le dimensioni della “Histoire universelle des chiffres” (Storia universale delle cifre) scritta da Georges Ifrah nel 1981, ma poi ripubblicata in una versione molto ampliata – e in larga misura nuova – nel 1994.

Si tratta di un’opera per certi aspetti unica e formidabile, che affronta la vicenda dei numeri e del loro ruolo nel corso dell’intera storia umana, abbracciando culture diversissime. Professore di matematica, per scrivere questo libro Ifrah si è dovuto fare etnologo e storico, ma anche epistemologo ed esperto d’informatica, così da permettere ai lettori di avvicinare alcuni dei segreti fondamentali del nostro rapporto con i numeri.

La ricerca – illustrata da più di 16 mila documenti, calligrafie e tavole – aiuta a comprendere come le cifre siano al cuore dell’esperienza intellettuale dell’uomo fin dai tempi più lontani, segnando la mistica e la letteratura oltre che la tecnologia e la vita economica.

Questo libro mostra come le cifre siano uno strumento che aiuta a comprendere l’uomo in alcuni dei suoi misteri, perché vi è un fil rouge che collega la nostra mano (la prima calcolatrice mai utilizzata), le corde annodate dagli Inca, il pitagorismo, la kabala ebraica, le indagini sullo zero e sull’infinito, il progetto di una mathesis universalis di Leibniz, la nascita dell’insiemistica, lo sviluppo del calcolo binario e dell’informatica.

Avendo attraversato discipline molto diverse e affrontato il ruolo dei numeri in culture molto distanti e differenti, il libro si è fatalmente esposto a più di una critica da parte degli specialisti di questo o quell’ambito. Ciò non toglie che si tratti di una lettura affascinante: un viaggio nella complessità dell’uomo (anche se vi sono ampi ambiti, penso al rapporto cruciale tra i numeri e la musica, che neppure vengono toccati da questa indagine pur tanto vasta).

Carlo Lottieri, Direttore del dipartimento “Teoria politica” IBL

José Ortega y Gasset, Discorso sulla caccia (Editoriale Olimpia, 2007)

Una cosa è certa: il 2020 ci ha costretti a fare i conti con l’essenziale, e di conseguenza con la felicità. Vale per i pochi fortunati che hanno scoperto di poterla trovare in quell’essenziale e vale per i molti che, quantomeno, hanno forse un’idea più chiara di cosa nella vita “di prima” li rendesse felici. Questo libro è nato come prefazione a un libro di caccia, ma in realtà parla proprio di felicità.

Il titolo non è un caso: per la maggior parte della storia umana, la caccia è stata – nella vita dei soliti pochi fortunati e nell’immaginario collettivo di tutti gli altri – il simbolo della felicità. E questo nonostante un fatto a dir poco stupefacente: mentre il lavoro ha attraversato i mutamenti più radicali, il programma della vita felice ha subito poche varianti nel corso dell’evoluzione umana. Nel tempo libero, l’uomo ha fatto (o sognato di fare) sempre le stesse cose: praticare attività sportiva, partecipare alle feste e conversare. Ma anzitutto, soprattutto e con costanza anche maggiore… cacciare.

Ortega y Gasset non ci invita a cacciare di più, quanto a non dimenticare, nel disegnare il futuro, ciò che, quantomeno secondo l’esperienza storica dell’uomo “comune”, ci ha reso più felici. Dopo un anno trascorso confinati nelle nostre case, l’invito mi pare quanto mai calzante; e il libro, ve lo garantisco, non farà che alimentare questa consapevolezza.

Giacomo Lev Mannheimer, Research Fellow IBL

Rivista di Politica, direttore responsabile Alessandro Campi (Rubbettino)

Molti sono i libri che andrebbero letti in questo momento, sia appena usciti che editi qualche anno fa. Per citare giusto le principali case editrici di tematiche liberali, credo che sarebbe buona cosa munirsi de “La crisi sociale del nostro tempo” di W. Röpke così come della monografia dedicata a L. Sturzo “I limiti del popolo” di F. Felice, entrambi pubblicati da Rubbettino. Sono oltremodo utili per riflettere su alcune criticità delle nostre società contemporanee, nonché per riscoprire autori messi un po’ alla berlina in Italia.

Per Liberilibri, oltre a “L’ingranaggio del potere” di L. Castellani, che mette a nudo le problematiche della tecnocrazia in rapporto alla democrazia, direi che “La mente liberal” di K. Minogue potrebbe fare al caso di chi volesse capire cosa è diventato un certo liberalismo contemporaneo, tutto welfare e statalismo. A ciò collegato, anche “La mente servile” del medesimo autore, ma pubblicato da IBL Libri (facciamo un po’ di pubblicità anche all’Istituto Bruno Leoni), riserva non pochi spunti di riflessione in merito al servilismo che sempre più serpeggia nelle nostre società. Da non dimenticare, inoltre, l’appena pubblicato “Razionalismo in politica e altri saggi” di M. Oakeshott, che sempre IBL Libri ha meritoriamente proposto in lingua italiana, dopo un ritardo durato decenni. Fin qui, tutto sommato, nulla di così eclatante. Nel senso cioè che, magari, un lettore attento e interessato al liberalismo potrebbe conoscere i titolo menzionati.

Ma il consiglio forse più singolare, riguarda non l’acquisto di un particolare libro, bensì l’abbonamento ad una rivista: la “Rivista di Politica”. Si tratta di un trimestrale scientifico, fondato da Alessandro Campi ormai un decennio fa. E la ragione che mi lega a ciò è di tipo affettivo. Qualche anno fa, quando ero uno studente triennale, decisi di abbonarmi a tale rivista. Sul primo numero ricordo che, tra gli altri saggi, ve ne era uno scritto da Antonio Masala dedicato a una figura intellettuale mai sentita, ma che mi stuzzicò molto e che, in qualche modo, contribuì a modificare il mio modo di vedere le cose: Bruno Leoni. Senza l’abbonamento alla RdP chissà per quanto ancora non avrei sentito questo nome (ma anche altri liberali ad esso collegati). Il taglio accademico, ma non pedante, il fatto che non guardi ai rigidi schemi disciplinari con ottusità, la pluralità di voci che essa assicura, cosa non sempre riscontrabile in altre riviste, rendono la “Rivista di Politica” una pubblicazione meritevole di attenzione. Abbonatevi insomma.

Carlo Marsonet, dottorando e membro del Book Club IBL

Loris Zanatta, II populismo gesuita: Perón, Fidel, Bergoglio (Laterza, 2020)

Fidel Castro, per Loris Zanatta, è «l’ultimo re cattolico». Lo storico bolognese usa questa formula suggestiva nell’altro suo libro di quest’anno, una poderosa biografia di Fidel uscita per Salerno (si legge come un romanzo). L’adesione al marxismo è uno strato di vernice, sotto la quale si intuisce quella che è la comune origine “gesuita” dei populismi latinoamericani. La nostalgia per una comunità primigenia, organica, nella quale «ogni cosa è al suo posto» e gli individui operano armoniosamente come organi di uno stesso corpo sociale.

Nelle missioni gesuite, «i padri erano la testa dell’organismo […] le missioni erano comunità corporative: ogni gruppo aveva la sua specifica funzione; ogni funzione implicava precisi doveri; tutti insieme formavano un corpo dove ognuno aveva il suo posto, anche gli “ultimi”, sottratti così al pericolo di abbandono: in ciò consisteva la “giustizia sociale”».

La nostalgia per quest’ordine, così diverso dalla società borghese segnata da quella continua produzione di novità tipica della crescita economica moderna, e quindi dal cambiamento, e quindi da una certa precarietà rispetto al proprio ruolo all’interno di quella società stessa, segna la cultura politica in America Latina ma, in fondo, anche dalle nostre parti. In un caso e nell’altro si nutre di antiamericanismo, di odio per gli Stati Uniti e tutto ciò che essi rappresentano sulla grande tela delle vicende politiche mondiali.

Zanatta è un attento studioso del peronismo, il cui fondamentale nucleo ideologico è «una concezione organicista della società, agli antipodi di quella della tradizione illuminista e liberale». Peronismo e castrismo hanno le stesse radici. E le ha pure il discorso politico del più influente leader intellettuale della sinistra contemporanea, Jorge Maria Bergoglio, di cui questo libro presenta anche alcuni essenziali dati biografici. Ad esempio questo: «Quando dirigeva l’Università del Salvador, ricordano a Buenos Aires, era lapidario: accetto docenti d’ogni corrente, peronisti o comunisti non importa, purché non siano “liberali”».

Alberto Mingardi, Direttore generale IBL

Bernard Malamud, Il commesso (Minimum fax, 2017 [1957])

«Un giorno gli venne un’altra idea. Incollò un avviso in vetrina: “Panini caldi e minestre da portar via”. Pensava di poter sfruttare a vantaggio del negozio la sua pratica nella preparazione dei piatti semplici […] Dicevano che era la prima volta che nel quartiere si potevano avere dei cibi caldi da asporto».

Il mercato è fatto di idee, anche semplici, e del tentativo di realizzarle per vedere se funzionano e piacciono. Come quella di preparare piatti da asporto in un alimentari che fatica ad avere clienti. È uno dei tanti tentativi di Frank Alpine, protagonista de “Il commesso”, libro del 1957 di Bernard Malamud, in commercio in Italia grazie a Minimum fax.

Il romanzo si svolge in un tratto di una stradina di Brooklyn, dove concorrono nella buona e nella cattiva sorte l’alimentari di Morris, la drogheria di Pearl e il negozio di liquori di Karp. Morris è un negoziante ebreo che sgobba senza sosta ma anche senza successo, sfortunato forse, di sicuro privo di quel fiuto per l’impresa che bonariamente invidia a Karp. Frank Alpine, giovane senza passato di origini italiane, lo costringerà alla sua presenza, ingombrante ma necessaria per provare a risollevare le sorti del negozio. Morris Bober (Morris il semplice, nel linguaggio yiddish) non è un perdente anche quando perde, perché onestà e fiducia non gli vengono mai meno: di fronte alla neve di aprile, segno di un Dio lontano e forse punitivo, si mette a spalare perché «non è bene per i clienti» camminare nella neve così alta, anche se di clienti lui non ne ha.

Il romanzo, nella sua schiettezza, mette molte cose sul piatto. Di queste, piace segnalare la dignità dell’imprenditore, il tarlo dell’onestà del lavoro che rode anche chi è capace di rubare, la fatica e la bellezza della concorrenza, l’essenzialità delle strategie di mercato, fosse anche semplicemente quella di chiudere il negozio un’ora dopo gli altri, aspettando gli ultimi ritardatari che non hanno ancora pensato alla cena. E infine, il ruolo della sorte e la rivalità continua tra ciò a cui sembriamo destinati e ciò a cui proviamo ad aspirare, che è l’essenza stessa della nostra libertà.

Serena Sileoni, Vicedirettore generale IBL

Consigli di lettura/3

Edgar Morin: vita, incontri, fatti [1]

Francesco Bellusci [2]


[1] Doppiozero.com (28.12.2020) – https://www.doppiozero.com/materiali/edgar-morin-vita-incontri-fatti

[2] Francesco Bellusci (1968), è docente di filosofia e storia nei licei. I suoi interessi e le sue ricerche si concentrano sulla filosofia francese e tedesca contemporanea.

È il pomeriggio di un giorno di primavera del 1931. Edgar ha 10 anni e sta giocando con i cuginetti nel prato, vicino alla piazza Martin-Nadaud, contigua al cimitero di Père-Lachaise da cui è separata da un muro, a Parigi. Stranamente, qualche giorno prima, una mattina, gli zii lo avevano prelevato senza che avesse potuto vedere i genitori, improvvisamente partiti per una meta ignota. Ma Edgar non ci pensa. È spensierato, vive quei giorni dai parenti come se fossero giorni di vacanza. D’altronde, sono gli ultimi giorni di scuola. A un certo punto, vede sopraggiungere un uomo tutto vestito di nero che lo rimprovera di stare seduto sull’erba e di sporcarsi: è il padre. Edgar ha un presentimento, che soffoca però dentro di sé: la mamma è morta. Per molto tempo non gli diranno la verità e il piccolo Edgar si rinchiuderà a riccio, senza chiedere esplicitamente una conferma ai suoi sospetti.

Annuisce alle “benevole” menzogne e nasconde le lacrime, di giorno nel gabinetto, di notte sotto le lenzuola. È la “Hiroshima interiore” di Edgar Morin, quella che lo segnerà per sempre. Un senso di colpa lo afferra, e si deposita sotto la forma di un’angoscia primitiva, destinata a riesplodere in altri momenti difficili e durante altre crisi della sua vita. Solo dopo alcuni anni da quell’evento, la voglia di vivere e di aprirsi al mondo squarciano il cerchio di vergogna, timidezza, introversione, dentro il quale il dolore e la nostalgia lo hanno asserragliato.

Quello di Edgar Morin con la madre resterà un incontro mancato, solo abbozzato dalle prime tenerezze materne, durante l’infanzia. E tuttavia, proprio questa “assenza”, che sarà la “più acuta presenza” nella vita di Morin (per dirla parafrasando i versi di Attilio Bertolucci), merita di essere menzionata per prima nella galleria degli innumerevoli incontri, che il filosofo e sociologo francese ha avuto nel corso di una lunga vita e ha deciso di raccontare in un libro corposo, appena uscito anche in Italia, con la traduzione di Riccardo Mazzeo, per Raffaello Cortina editore: I ricordi mi vengono incontro.

Non segue un ordine cronologico l’autore di questa singolare e sfavillante autobiografia. Il tempo della vita interiore non si può ridurre al tempo delle lancette dell’orologio, ci ha insegnato Bergson, e Morin, il filosofo della complessità par excellence, ci ha insegnato ad aborrire ogni riduzionismo e ogni semplicismo, compreso quello della cronologia e della fuorviante linearità insita nella successione tra un prima e un dopo.

Infatti, a dispetto della cronologia, la trama dei ricordi del libro si snoda a cominciare dai pericoli di morte passati (Morin nasce “morto” ed è l’ostinazione del ginecologo nello schiaffeggiarlo per oltre dieci minuti a farlo “resuscitare”; poi, la salvezza durante la Resistenza perché un compagno lo sostituisce all’ultimo momento in una operazione di cui la Gestapo è già a conoscenza e che si concluderà con la tortura e la fucilazione di quel compagno; l’infezione epatica grave, contratta in America latina, che lo terrà, tra la vita e la morte, per molti giorni in un ospedale statunitense nel 1962… ) e finisce con l’adolescenza e le scoperte che, a quell’età, prendono il posto dei mondi incantati delle favole dell’infanzia: l’arte, la musica, la letteratura, il cinema (la grande passione che si trasformerà anche in uno straordinario studio, a metà tra antropologia e sociologia, quando ormai è ricercatore al CNRS, grazie all’incontro fortunato con Georges Friedmann e all’appoggio di Valdimir Jankélévitch, di cui ha ascoltato, negli anni della guerra, le lezioni di filosofia a Tolosa, fino a quando non è radiato per le origini ebraiche, con l’occupazione nazista). Così, tra un inizio che ha il sapore della fine e una fine che ha il sapore dell’inizio, scorre, raggrumandosi qui e là, una folla variopinta di ricordi, di incontri, di ritratti, di esistenze incrociate. Tutte quelle che hanno lasciato un’impronta nella sua vita, nel corpo e nello spirito. Morin confessa di raccontarli così come vengono alla rinfusa nella sua memoria, nella chiarezza con cui si fanno varco e trovano una fessura nel muro della dimenticanza, ispessito dal tempo, o come emergono insperatamente dal subconscio.

E, come si può evincere dai capitoli dell’indice, sono ricordi che si raccolgono e si concatenano intorno ai soggiorni di studio, ai luoghi di viaggi, a città-simbolo, a eventi periodizzanti o crisi storiche, ma che si possono anche cristallizzare intorno a figure e persone precise, che diventano la metonimia di stagioni e progetti della sua vita e della sua crescita intellettuale.

Insomma, con questo libro Morin sembra tradurre nella forma di un “esercizio spirituale” il principio di order from noise (“ordine da perturbazione”), teorizzato da Heinz von Foerster, il fisico cibernetico di origine austriaca, che incontra nel soggiorno di ricerca in California e che annovera sempre come il maestro più illuminante e profondo, tra i suoi ispiratori sul sentiero di costruzione del “pensiero complesso”.

Risulta impossibile fare una sintesi del movimento vorticoso di questi ricordi, che appaiono una sequenza di tanti piccoli romanzi fiume con aneddoti sorprendenti e ancora sconosciuti: l’amore della prima moglie Violette per Roland Barthes, compagno di ventura di Morin nelle riviste Communications e Arguments, pur essendo nota l’omosessualità del semiologo; la rottura a causa di un concorso tra Lefort e Castoriadis, dolorosa per Morin, che continua a frequentare separatamente i due grandi amici con cui ha condiviso la trincea contro la moda strutturalista e l’avventura di primi intellettuali-cronisti del Maggio ’68; la fraternizzazione col giovane ricercatore italiano Mauro Ceruti, che gli ha spedito la sua brillante tesi di laurea su Jean Piaget, e che, da quel momento, alla fine degli anni settanta, arruola tra i pionieri dell’epistemologia della complessità; la preferenza e l’offerta di collaborazione, nella sfida interna ai socialisti francesi tra Rocard e Mitterand, per il primo… Ecco, solo alcuni episodi e alcuni amici tra i tantissimi che aiutano Morin a resistere alla prosa della vita per trovare la poesia della sua vita, secondo quel motto che egli sviluppa dalla lezione di un altro fondamentale incontro: quello con il surrealismo e con André Breton, che a Morin dedica la nuova edizione del Manifesto del surrealismo, definendolo “toujours en flèche”.

In questa folla di ricordi c’è un disordine che si fa ordine, tessuto, compenetrazione; c’è una molteplicità che rincorre l’unità nella coscienza dell’io narrante dell’autore. E l’amore, il lavoro, l’amicizia, l’impegno politico, sono i diversi fili che s’intrecciano nella trama degli incontri, insieme alle incomprensioni, alle cesure e agli addii che la sfilano e vi creano momenti di lacerazione. Tra questi, certamente vi è il distacco sofferto dal Partito Comunista Francese in polemica con lo stalinismo, dopo che la guerra fredda aveva raffreddato la sua fede comunista. L’essere di sinistra di Morin sarà sempre complesso, improntato al totale e impulsivo rifiuto di ogni ortodossia e all’accettazione “dialogica” delle diverse aspirazioni ideali della gauche: la libertà, la comunità, la solidarietà, lo sviluppo sostenibile.

Queste brevi incursioni e estrapolazioni dal libro possono essere sufficienti a dimostrare che esso non costituisce una “pausa”, per di più leggera, nel duro e instancabile lavoro speculativo o divulgativo del filosofo e sociologo della complessità, che conosciamo. Al contrario, con questo libro e a partire da sé, Morin vuole dimostrare che è la vita, nella varietà e contingenza di occasioni e di incontri che offre, a condurre alla scoperta e all’esperienza della complessità. Sta a noi renderci disponibili a tessere e a creare legami, con gli altri e con nuovi mondi reali e simbolici, non limitandoci a rotte prestabilite e a conformismi confortevoli o parassitari, che ci fanno ripiegare (il complicato è “piegato”, mentre il complesso è “intessuto”, ricorda sempre Morin, risalendo all’etimologia latina delle due parole). Tessere rapporti, invece, esige lo spostarsi continuamente intorno, nello spazio e nel tempo, verso gli altri e verso il futuro, con un atteggiamento esplorativo. Ecco la lezione di filosofia morale che ci dà il libro di Morin.

Questa predisposizione al “movimento” è stata forse abbastanza naturale per chi, come Morin, a partire dalle sue origini marrane (gli ebrei stanziati in Spagna che nel 1492 preferirono all’esilio la conversione forzata al cristianesimo), si è sempre sentito un po’ heimatlos, un senza-patria, né ebreo, né gentile, ovvero semi-ebreo e semi-gentile. E rivendica tuttora la sua identità universalista, composta dal multistrato spagnolo, greco, italiano, francese, mediterraneo. Insomma, uno “sradicato e pluriradicato” come ebbe a dire una volta.

È il “neomarrano” Morin che, da decenni ormai, vagabonda tra i saperi, rifiutandone i confini disciplinari, e aborre il rifugio delle semplificazioni e la trappola delle idee che diventano ideologie, dogmi, demoni, che ci asserviscono e ci chiedono venerazione. Conosciamo la sua tesi fondamentale, che, con la crisi della pandemia, è tornato accoratamente a ribadire: il “vascello spaziale Terra” deve frenare la sua corsa folle e raffreddare i suoi motori incontrollati e surriscaldati (la scienza, la tecnica, l’economia e il profitto). È proprio il neo-marrano, lo “sradicato-pluriradicato” Morin, che oggi ci avverte che rischiamo di sradicarci tutti dalla Terra, di soccombere al collasso della nostra civiltà, e ci invita a ri-radicarci nel solo pianeta del cosmo dove la vita umana è possibile. Grazie al magistero di Morin, possiamo rispondere all’ultimo dei tre quesiti di Kant (“Che cosa posso sapere? Che cosa devo fare? Che cosa posso sperare?”) e dire che, oggi, ci è oggi permesso sperare solo questo: abitare la complessità. E abitare la complessità significa obbligatoriamente eleggere la Terra a “patria comune”, nel rispetto reciproco e nella valorizzazione reciproca delle nostre diversità culturali.

Alla fine, lasciando alle spalle, senza dimenticarli, gli orrendi delitti che hanno compiuto contro se stessi, in epoche storiche già lontane, e celebrando festosamente la loro unità molteplice e il loro meticciato, i nuovi esponenti dell’umanità potranno dire: siamo tutti neomarrani. Improbabile? Forse, ma come dice Morin, alla fine del libro, dobbiamo conservare la speranza dell’improbabile che tante volte, anche nel momento di maggiore disperazione, fa irruzione nella Storia e nelle esistenze individuali. Come improbabile è che un feto che si sia rigirato in direzione opposta all’utero, possa essere espulso dal sacco amniotico senza essere strangolato dal cordone ombelicale al momento del parto. Eppure, può accadere che quel feto sopravviva.

Accadde, ad esempio, nella notte dell’8 luglio 1921, a Parigi, in via Mayran 10.

E così nacque Edgar Morin.

Memoria/1

Giorgio Galli (10.2.1928-27.12.2020) [1]

Piero Ignazi [2]


[1] Rivistailmulino.it (28.12.2020) – https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:5474

[2] Piero Ignazi ha diretto la rivista “il Mulino” nel triennio 2009-2011. Insegna Politica comparata e Sistema politico dell’Unione europea all’Università di Bologna. Per il Mulino ha pubblicato Vent’anni dopo. La parabola del berlusconismo (2014) e I partiti in Italia dal 1945 al 2018 (2018).

Scompare con Giorgio Galli, morto ieri a 92 anni, un intellettuale che con il suo impegno scientifico e la costante opera di analisi della cronaca politica ha costituito per oltre mezzo secolo una presenza di grande rilievo nella vita culturale e politica italiana. E per molti anni uno dei più attivi collaboratori della rivista il Mulino e dell’Istituto Cattaneo. 

Sul versante scientifico, insieme a Giovanni Sartori, Giorgio Galli è stato una fonte di ispirazione per tutti i politologi che si volevano dedicare all’analisi dei partiti e del sistema partitico italiano. Galli arriva alla scienza politica con un percorso diverso dal mainstream anglosassone. La sua formazione è poliedrica, innervata dalla storia, dalla sociologia e dal pensiero politico. I suoi contributi si indirizzano sia sui singoli partiti con particolare attenzione al Pci (il suo lavoro di ricostruzione della Storia del Partito comunista italiano, 1953, più volte riedito, è uno dei primi ad affrontare aspetti spinosi del partito) e alla Dc (con approccio altrettanto critico), sia sulle dinamiche del sistema partitico prodotte dallo sviluppo politico elettorale e dalle interazioni tra i partiti.

Galli svolge un ruolo cruciale di coordinamento e di indirizzo della ricerca empirica nel momento fondativo degli studi politologici e di sociologia politica, quando co-dirige l’inarrivabile équipe che, all’interno di quell’architrave del gruppo del Mulino delle origini che fu l’Istituto Carlo Cattaneo (di cui Galli divenne presidente nel triennio 1973-1975), a metà degli anni Sessanta contribuì a realizzare la grande ricerca su “La Partecipazione politica in Italia“, curando in particolare il volume su Il comportamento elettorale e dimostrando per la prima volta – in sintonia con altri studi internazionali – la continuità delle scelte politiche tra il pre-fascismo e la Repubblica, con riferimento alle zone di insediamento della sinistra e della tradizione confessionale.

A fianco e a seguito di quel lavoro, Galli sviluppa e approfondisce l’analisi del sistema partitico italiano e pubblica con il Mulino due volumi molto importanti, che vanno messi in stretta relazione tra loro, Il difficile governoUn’analisi del sistema partitico italiano, 1972, che viene dopo il celeberrimo Il bipartitismo imperfetto. Comunisti e democristiani in Italia, 1967. Si tratta di lavori che dimostrano come il sistema partitico italiano sia attraversato da due tensioni costanti che finiscono per ingabbiarlo. Una tensione deriva dalla presenza di formazioni minori – di cui dà conto Il difficile governo – che, grazie al loro “potenziale di ricatto e di coalizione” (come avrebbe detto Giovanni Sartori), a dispetto delle loro dimensioni minuscole, determinano vita e morte dei governi. L’altra tensione riguarda lo stallo prodotto dall’inamovibilità della Dc al centro del sistema, in una posizione dominante non intaccata dagli alleati- di cui però deve costantemente tener conto – e la crescente egemonia del Pci a sinistra; la stabilità della Dc e la crescita del Pci portano a una concentrazione dei voti sui due partiti, insufficiente però per farli governare da soli – al di là della condizione di partito antisistema del Pci e quindi impossibilitato, nelle condizioni geopolitiche date, ad andare la governo. Di qui la fortunatissima formula del “bipartitismo imperfetto”: due grandi partiti senza però possibilità di alternanza.

Pur continuando a lavorare su questi temi – tra l’altro, in occasione delle prime elezioni per il Parlamento europeo Galli pubblicò opportunamente uno studio sui partiti europei – i suoi interessi si orientano verso ambiti più settoriali, solo tangenzialmente connessi con i precedenti lavori. A partire dagli anni Ottanta, infatti, dedica attenzione agli aspetti opachi e “sotterranei” della politica, dal ruolo dell’occultismo nel nazismo alle trame del terrorismo degli anni piombo.

All’impegno accademico e scientifico Galli ha affiancato sia una partecipazione intensa alla vita del Mulino – firmando articoli sulla rivista sin dal 1955 (Problemi di libertà nella cultura sovietica), partecipando a più riprese al Comitato di direzione e assumendo la direzione del “il Mulino” dall’aprile del 1966 al dicembre del 1969; come autore di diversi lavori per la casa editrice, a partire dal 1958 – sia una pionieristica attività di divulgazione.

È stato infatti il primo politologo a intervenire nel dibattito pubblico con una rubrica messa a disposizione dal settimanale “Panorama” fin dalla metà degli anni Sessanta: una innovazione nel panorama editoriale e accademico molto in anticipo sui tempi. Così come di rottura rispetto alle tradizioni accademiche fu la sua collaborazione con una pubblicazione sui generis come il “Linus” di Oreste del Buono.

Studioso imprescindibile del comportamento elettorale e dell’evoluzione dei partiti e del sistema partitico fino agli anni Settanta, intellettuale curioso degli aspetti meno noti e praticati, di confine tra le discipline, disponibile come pochi a comunicare e diffondere il suo sapere, presenza pluridecennale nel cuore del mondo del Mulino, Giorgio Galli ha interpretato al meglio il ruolo dell’intellettuale tanto rigoroso quanto aperto al mondo e impegnato nella produzione culturale.

Memoria/2

Paolo Rossi (26.9.1956 – 9.12.2020) [1]

Mauro Ferraresi [2]


[1] FB (10.12.2020)

[2] Sociologo e saggista, insegna Sociologia dei consumi e della comunicazione all’Università IULM di Milano

Leggero e veloce.

Di lui si poteva dire quello che Alì diceva di se stesso: float like a butterfly, sting like a bee.

Ci ha regalato il sogno mondiale del 1982 ed è stato l’incubo dei brasiliani, che hanno imparato a temerlo come il babau.

Ha vinto la classifica capicannonieri del mondiale 1982 ed il pallone d’oro.

Era garbato ma sapeva rubare il tempo come nessuno.

L’area era vuota e in un momento eccolo lì, a metterla dentro di piede, di testa, e correre via festeggiando.

Pablito negli ultimi venti metri del campo era una raffica di vento, di quelle che all’improvviso ti schiaffeggiano la faccia e scompigliano i capelli.

E come una folata ora se ne è andato

Osservatorio sulla comunicazione pubblica, il public branding e la trasformazione digitale/1

Tra settembre e dicembre 2020

Tre libri

Stefano Rolando

Tre libri portati a termine entro la fine del 2020 e, in fondo, tutti dedicati a riesaminare con maggiore profondità la vicenda dell’epidemia. Nel corso della quale la gestione del monitoraggio quotidiano attorno alla “rappresentazione” dell’immenso contagio planetario (dunque sul tema “comunicazione e situazione di crisi”) ha portato a realizzare prodotti giornalieri, incollati alla cronaca, pur nel tentativo di connettere le “cronache”.

  • Il primo libro ha ripreso i dossier quotidiani (nell’ultimo tempo settimanali) dell’Osservatorio “Comunicazione e crisi” cercando di dare un senso alla trasformazione – prepotente, quasi totalizzante – del dibattito pubblico. Che ha riguardato la salute, il contrasto, la cura, la pietà, la reazione, la constatazione di molteplici trasformazioni di comportamenti e modi di pensare, le modifiche strutturali del lavoro e delle relazioni, i timori (e in qualche caso anche “i coraggi”) finanziari, sociali, politici. Alla fine verso squarci di intelligenza (non una valanga, prima cauti, ora necessari) per spiegare, per prevedere, per riprogettare. Non tra chi si affida religiosamente alle opportunità (pur evidenti) della rivoluzione digitale. Insomma Pandemia. Laboratorio di comunicazione pubblica, in cui ovviamente anche questa espressione è stata intesa come setting relazionale ma anche come trasformazione del rapporto tra istituzioni (scienza compresa) e cittadini. Il rettore IULM Gianni Canova (professore per eccellenza di “rappresentazione”, perché docente di “storia del cinema”), ha scritto la prefazione. Uscito a settembre (ma in distribuzione da novembre) con Edizioni Scientifiche di Napoli. A dicembre una commissione scientifica interna dell’Università IULM ha attribuito al libro la qualifica di “Premio Eccellenze IULM 2020”.

https://www.editorialescientifica.com/shop/autori/rolando-s/pandemia-detail.html?fbclid=IwAR1E_eZL2N5jwXaynGAa2EzmNylp4UlfovjRNOpkCDemWibZVjwMDWX9u58

  • Il secondo libro è intervenuto come una sorta di trasformazione dell’analisi, dal sorvolo alla profondità. Grazie a frequenti colloqui nel periodo, per alimentare con interpretazioni diverse i fatti e soprattutto la percezione che a cambiare cominciavano ad essere i processi. La scelta si è orientata sul più anziano dei miei interlocutori (non a caso a ruota della decisione presa un giorno di aprile di tradurre e pubblicare nei miei dossier una magnifica intervista che Edgar Morin aveva dato a Le Monde), ma al tempo stesso giovane e vivace per mobilità di idee e connessioni valoriali. Piero Bassetti. Uno che dal primo giorno aveva aperto la sua sfida conoscitiva nei confronti di Covid-19 che tutti chiamavano “ignoto” ma che a lui appariva come un soggetto con un carattere di fondo ben “noto”. Quello di essere – prima di tutto il resto – un tipo “glocal”. Identità, politica, scienza, territorio, Mondo, Europa, Mediterraneo, Italia, Milano. E poi giovani, anziani, donne, nuove élites, vecchi stereotipi, crisi dei media, fine della fisica pre-quantistica. E altro. Ma questa volta con il rigoroso principio di non fare più di centomila caratteri e dunque più di cento pagine. Prefazione di un filosofo medioevista, al tempo stresso grande esperto di rivoluzioni tecnologiche e comunicative, Riccardo Fedriga.

E’ uscito a ottobre con Luca Sossella editore. Debutto a BookCity a Milano.

Il terzo libro torna ai miei studenti, ma anche alle comunità professionali, amministrative, istituzionali, che ho cercato di contaminare negli ultimi anni parlando di Public Branding. Senza disporre di un vero manuale. Si è trattato di una scrittura d’impeto per fare una estensione concettuale. Quasi niente del “passato predicato” (concetti di città, territorio, nazione, identità, competitività, attrattività, immagine, mobilità, per prendere le prime cose che vengono in mente) stava in piedi dopo i mesi di pandemia. Tutto da ripensare. Tutto da rileggere come necessità di analisi e di progetto che ora sostituisce l’idea semplificata del “ripartire”. La scelta non è stata quella del manuale accademico, annotatissimo e descrittivo. Ma di riproporre il “parlato” come metro narrativo, togliere di mezzo le note (per svolgere alla fine un ampio capitolo di riflessione bibliografica) e fare uscire tutto lo sforzo possibile di dilatazione dei perimetri settoriali coinvolti in una sorta di “rifondazione” disciplinare. Coinvolgendo, nella seconda parte, anche alcuni amici, colleghi, esperti nella parte di prefigurazione degli andamenti, cioè nell’immaginare la traiettoria dei problemi più investiti dal cambiamento. Titolo, ovviamente, Public Branding, penso senza prefazione (non per arroganza, ma per semplicità), fa seguito alla pubblicazione nel 2015 di Citytelling, con la casa editrice EGEA-Bocconi. In distribuzione in primavera 2021.

Osservatorio sulla comunicazione pubblica, il public branding e la trasformazione digitale/2

Università IULM – Dipartimento di Business, Law, Economics, and Consumer Behavior.

Osservatorio su Comunicazione pubblica, branding e trasformazione digitale

Direttore scientifico: prof. Stefano Rolando (comunicazione.pubblica@iulm.it)

Programma di monitoraggio permanente in materia di

Comunicazione e situazione di crisi

https://www.iulm.it/it/sites/osservatorio-comunicazione-in-tempo-di-crisi/comunicare-in-tempo-di-crisi

Comunicazione in situazione di crisi. Osservatorio sul sito della Università IULM

L’emergenza che stiamo vivendo, al di là delle drammatiche cronache quotidiane, ha bisogno di essere raccontata e il modo in cui l’esperienza viene narrata e comunicata è fondamentale nel determinare la percezione che ne abbiamo e la risposta che siamo in grado di elaborare, sia essa individuale e collettiva, intima e sociale. IULM mette così a disposizione un luogo virtuale in cui dare forma alle esperienze legate alla pandemia per condividerle e socializzarle”.

Gianni Canova – Rettore dell’Università IULM, Milano

Indicazioni per consultare i materiali pubblicati

La pagina di apertura

Il documento di sintesi finale con tutti i link alle pubblicazioni (2.8.2020)

La Biblioteca IUM (biblioteca@iulm.it)

ha acquisito tutto il materiale del monitoraggio svolto dalla fine di febbraio a settembre 2020 che è accessibile al pubblico.

2021 – Gli auguri di Riccardo Manzotti

Professor of Theoretical Philosophy presso Iulm Università

2021 – L’uomo dell’anno

Dossier dell’ultimo scorcio dell’anno 2020

361.630 caratteri spazi inclusiRedazione ed editing conclusi alle ore 15.00 di giovedì 31 dicembre 2020

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