Primo dell’anno

L’usanza era che il primo dell’anno le nonne (soprattutto quella milanese) si aspettassero che la prima visita al mattino del primo gennaio, accompagnata da un rigoglioso vischio, fosse quella dei nipoti maschi, perché – non credo che ci sia mai stata svelata la radice della credenza – portava bene se l’anno partiva con questo “incontro” di genere misto. E naturalmente la trafila delle usanze – rispetto a cui i piccoli erano filologicamente rispettosi e adempienti – riguardava in primis il Natale fin dalla vigilia (con assoluto divieto di entrare in salotto dedicato agli allestimenti), la mattina del 25 con la visita augurale alla maestra, accompagnata da una scatola di cioccolatini, il pomeriggio del 25 con le nonne che avevano il severo compito di tenere ordine nelle carte e nei fiocchi trattati con qualche furia dai bambini e poi nell’arrivo del “Felicino” (che era il figlio della portiera, nostro coetaneo, che aveva diritto al suo regalo in casa e a giocare alla pari con tutti i nostri regali), per non parlare delle ritualità esterne che riguardavano il dono da portare alla pedana del vigile urbano in piazza. Tutto ciò – assai più che il “cenone” (che era sostanzialmente morigerato, fatta salva l’inderogabilità di una sublime crema di mascarpone per accompagnare il panettone) – costituiva, con al cuore la Messa di Natale, preceduta (per chi ne faceva parte) da un coro dei bambini presso la “Cappella di Fatima” annessa alla Chiesa, il timbro delle diversità di questo agognato appuntamento dell’anno. Senza sfarzi, con sentimenti familiari in cui tutti avevano un ruolo e una certa socialità.

Non voglio fare né paragoni né la morale rispetto a ciò che è imposto dalle restrizioni alle festività di questo momento, ma penso che – nei diversi modi di dissimili circostanze  –  potrebbe essere utilizzata la “situazione” per qualche ridimensionamento simbolico nella vita di tanti rispetto alle platealità consumistiche delle “feste”, lavorando su qualche elemento di semplificazione e di umanità.

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