Fiducia, speranza, futuro. Una lettera di Giulia.

Ho dato pubblicità alla lettera di Giulia D’Argenio, per meditate ragioni civili.

2.1.2021 – h. 23.20

Giulia è una mia giovane collaboratrice. Non ha bisogno di “darmi riscontri forzati” perchè l’ho selezionata io stesso per i suoi meriti, la sua serietà e la sua discrezione. Se lo fa è perchè qualcosa ha risuonato come un messaggio generazionalmente toccante. Due lauree e un dottorato per mantenere ancora precarietà. E’ evidente che il giudizio su quell’ambito di politici al potere a dispetto di ogni competenza è ormai senza riserve. Ed è anche un monito molto più serio delle mie argomentazioni, nel senso che Giulia appartiene a una generazione “in partita” in cui si sta estendendo una sfiducia che suona drammaticamente nell’Italia random e senza progetto di questo 2021. Trascrivo qui una sua lettera perchè a questo serve fare civilmente anche il mestiere di ragionare e spiegare. Quando la parte di spiegazione che mettono i giovani come lei, lo dico senza retorica, ora è anche più importante dei miei ragionamenti.

2.1.2021

Caro Stefano,ho letto con grande attenzione il pezzo (https://www.lindro.it/il-2021-della-politica-italiana…/) e ti dirò: più scorrevano le righe e più si accresceva nella mia testa la consapevolezza di essere parte di quella ampia fetta di italiani che, oramai, non si raccapezza più e quindi stenta a credere che questo 2021 sia molto meglio del 2020. E’ un sentimento che nella gente della mia età regna sovrano: il disincanto e la disillusione. Il sostanziale scetticismo verso un ‘sistema’ che non riconosce altro che sé stesso. I miei amici e conoscenti tra i 25 e i 35 anni, pensano che nei prossimi 12 mesi, forse, riacquisiremo un po’ più di libertà di movimento, ma null’altro. Crisi di governo, Recovery Plan: sono echi lontani anni luce da esistenze precarie e senza futuro. Perché non si sa che ne sarà del lavoro e quindi della casa o degli affetti. E malgrado le filippiche di Conte o Zingaretti o Salvini, le persone comuni non sanno cosa aspettarsi né hanno alcunché da programmare o pianificare. Le attese rispetto alla natura salvifica delle spropositate risorse europee sono pressoché nulle tra coloro che, per anagrafe, dovrebbero essere i veri protagonisti del qui e ora. Soprattutto al Mezzogiorno dove ci si aspetta solo spartizioni di posti e consulenze tra amici di amici. E mentre ti scrivo non ho in mente “uomini qualunque”, che faticano persino a mettere la propria firma in calce a un qualsiasi documento. Ti parlo di persone di 30 o più anni, iperformati e che vedono l’Italia, la sua politica, il settore della ricerca e della cultura come un grande coacervo di autoconservazione in cui non pesano le idee ma il ceto sociale di partenza e di appartenenza. E per quanto io mi sforzi di testimoniare il contrario e di provare a infondere un minimo di fiducia (perché in fin dei conti in quanto donna meridionale proveniente da una famiglia della bassa borghesia campana, con un livello di istruzione medio/basso, qualche passo in avanti penso pure di averlo fatto) è difficile se non irrilevante. La cosa che desta più frustrazione, è sentirsi riconoscere il valore delle proprie analisi sociali e politiche, ma sapere che non troveranno mai spazio perché oramai anche la militanza politica è diventata una roba di élite per conserterie in guerra perenne. Senza nulla di quello spirito di gratuità che, per una nata e cresciuta in Azione Cattolica, è sempre stata alla base di una concezione della politica come più alta forma di servizio per la costruzione del cosiddetto bene comune, con quella capacità di dialogo che tiene lontani gli assoluti e gli assolitusmi. E pensare che quando scelsi di iscrivermi a scienze politiche, all’Orientale, e di studiare arabo, lo feci per capire chi fossero e cosa volessero gli uomini e le donne di al Qa’ida e immaginando che la politica fosse un’arte, anzi una scienza, bisognosa di studio e preparazione specifici.Quindici anni dopo quella convinzione resta. Mancano però gli strumenti attuativi di un’idea ridotta a brandelli dai vari Di Maio che rappresentano tutto quello che è mancano alla stragrande maggioranza degli ingenui nati negli anni Ottanta: la capacità e la velocità di piazzarsi al posto giusto nel momento giusto. Luigi Di Maio, classe 1986, nato 10 giorni dopo di me che ho visto la luce a Torino, nello stesso ospedale di Solofra, dove 11 anni dopo, sarebbe nata mia sorella, è oggi il ministro degli esteri della Repubblica. Lui che ha studiato alla scuola della strada e della vita. Una mia cara ex compagna di università, che nel 2011 si laureò col massimo dei voti discutendo una tesi sull’interpretazione di genere dell’art. 53 della convenzione di Ginevra del 1951 (principio di non-refoulement), fino all’ultima volta che l’ho sentita rispondeva ai call center dell’Eni. Il compagno, laureato in scienze dell’amministrazione con una tesi comparativa sui partiti dem europei e Usa, si era messo a fare il corriere per il Bartolini. Prima di rinunciare a tutto, era stato anche consigliere comunale a Pomigliano, quando nelle sezioni di Rifondazione bazzicava un tale di nome Di Maio Luigi, ignorato per la sua sostanziale inconsistenza. Umana, prima ancora che culturale. A me, che sono riuscita persino a fare un dottorato, è andata in fondo bene. Ma come fai a parlare di speranza e fiducia a gente che il sistema ha espulso per mettere ai vertici della Farnesina un ex stewart dello Stadio San Paolo che un corriere espresso conosceva da prima che l’Italia gli desse dell’onorevole?Ecco: tutto questo andrebbe raccontato da quei contenitori oramai mai vuoti come lo sono i grandi media nazionali.Ma non è politicamente conveniente. Per questo, con grande pessimismo, ritengo che le distanze tra il Paese reale e quello narrato continueranno ad approfondirsi irrimediabilmente. Aprendo la strada all’intelligenza artificiale e avverando il sogno grillino di sostituire la fallacia umana alla perfezione delle macchine. Inquietante ma verosimile. Intanto continuiamo a sperare…Ci sentiamo presto: io sono sempre operativa!Giulia

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