Disunione europea


Articolo di Gianluca Veronesi.

Quando la peste è cominciata l’immagine dell’Unione Europea era pessima.
Noi italiani siamo sempre stati tra i più europeisti, con una visione però più romantica e utopistica che realmente consapevole.
E anche da noi l’entusiasmo stava vistosamente scemando.
Il sentimento non era solo individuale ma anche politicamente organizzato; avevamo (e abbiamo) a che fare con il famoso sovranismo, fenomeno che in altre nazioni sta già riassorbendosi.
D’altronde gli scombussolamenti geo politici di questi ultimi decenni non potevano non condizionare anche la vita di questa istituzione nata nel dopoguerra per scongiurare che Spagna, Francia e Germania (con i rispettivi alleati di turno) continuassero a farsi la guerra anche in futuro, come fecero per una infinita’ di secoli.
Il vero cemento della alleanza europea era però la guerra fredda; il Mercato Comune serviva a tenere sotto controllo il colosso formato da Unione Sovietica e Patto di Varsavia.
E, come noto, non c’è collante migliore di una paura condivisa.
Sgretolatosi il blocco comunista, sorte nuove superpotenze economiche, spostatosi il baricentro dell’economia mondiale dall’Atlantico al Pacifico, l’Europa poteva finalmente uscire dal calco della Nato e fare vita propria.
Ma la consapevolezza della sua sopraggiunta marginalità e della sua  stazza economica ormai insufficiente ha spinto verso un gigantismo affrettato e confuso.
Il traguardo dei 27 stati membri è stato raggiunto troppo in fretta e, soprattutto, senza cambiare le regole di governo e di condivisione all’interno dell’Unione.
In una confederazione di popoli così numerosi e diversi (per storia, cultura e dimensione) non può più esistere il veto singolo bensì le maggioranze qualificate e le intese differenziate, volontarie e a più velocità.
Il principale risultato di questo sessantennio è consistito nella solidarietà, non gratuita ma interessata, che il nord e centro europa hanno offerto al sud del continente. L’obiettivo -raggiunto- era quello di creare un mercato “interno” così solido e organizzato da far concorrenza a quello americano.
Una solidarietà che noi abbiamo sfruttato tantissimo, con buona pace degli euroscettici nostrani. L’avremmo utilizzata molto di più se solo fossimo stati più efficienti e seri.
Tuttavia la differenza – allora – era che i paesi mediterranei erano solo “relativamente” meno ricchi.
Oggi invece l’arrivo quasi contemporaneo di tutto l’est europeo ha creato gravi scompensi all’interno dell’Istituzione, non solo di natura economica ma anche di maturità politica, giuridica e democratica.
Ed effetto collaterale non secondario, noi siamo passati dalla parte dei ricchi, tra i donatori e non più tra i beneficiari (versiamo più di quanto riceviamo).
Ma veniamo all’attualità.  Ricorderemo questo anno orribile per tante ragioni ma quella più inquietante e nuova è la dimensione universale della pandemia.
La prima malattia globale della storia dell’umanità è figlia della recente globalizzazione del pianeta.
Le nazioni europee equamente colpite dal virus, indipendentemente dalle diverse ricette e terapie applicate, hanno capito che di fronte alle drammatiche conseguenze economiche che si prospettano, nessuno poteva salvarsi da solo.
E per la prima volta hanno deciso di condividere davvero le strategie necessarie per riprendersi dal collasso.
A nostro vantaggio hanno poi funzionato la stima e l’appeal conquistati nella prima fase della pandemia: i nostri partner ci hanno riconosciuto il ruolo di cavia, di esempio che ha permesso loro di meglio orientarsi. E si sono stupiti della fermezza e dignità mostrate in occasione del lockdown. Questo è il vantaggio di chi gode di pessima fama.
Ha aiutato anche il fatto che l’azionista di riferimento, la Germania, abbia deciso finalmente di guidare la Commissione (più la Presidenza di turno).
È sempre meglio che chi comanda sia coinvolto in prima persona, si assuma i propri doveri invece di fingere disinteresse e scaricarsi di ogni responsabilità.
Un’altra paura ha unito l’Europa: si chiama(va)Trump. Nel nuovo scenario mondiale gli USA sono meno interessati al vecchio continente, impegnati come sono nel fronteggiare la potenza cinese. Anzi ci sospettano di cedimenti al nuovo padrone e sono pronti a comportarsi di conseguenza.
Insomma tutto il male non vien per nuocere. L’agghiacciante mostro della malattia ci ha cambiati tutti, anche i frugali olandesi, gli anti democratici ungheresi, i bigotti polacchi, gli arroganti tedeschi, oltre agli inaffidabili italiani.
Mai potremo (e dovremo) dimenticare cosa stiamo passando ma approfittiamo per crescere e migliorare.

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