Il 2021, tra continuità e discontinuità, in cui è in gioco prima di tutto il futuro dell’Europa

Articolo pubblicato il 7.1.2021 sul giornle online L’Indro [1]

Conferenza sul futuro dell’Europa, conferenza climatica mondiale in Scozia, G20 a presidenza italiana. L’agenda dell’anno deve diventare “spiegazione pubblica” non titoli di puro annuncio o compiacimento. Il cambiamento dei gruppi dirigenti nel mondo è una call partita da cui non siamo esclusi.

Stefano Rolando

Il 2020 va in archivio, gravido di questioni aperte, di trasformazioni in itinere, di cambiamenti obbligati. Faticheremo un po’ a disfarci della sua incombenza. Virus compreso, ovviamente.

In più, come è ovvio, i processi reali sono, pur nella loro essenza concretissima, quasi forme immateriali, simili alle dinamiche di rete, privi di confini precisi, riluttanti alle date di nascita e di morte. Non è che la “fine” di un anno sia automaticamente la “fine” dei suoi problemi. Così che non è per via del calendario formale che possiamo raccontare noi stessi come padroni del “nuovo anno”.  Ma possiamo almeno cercare di percepire se questi due anni a pandemia consecutiva (il 2020 e il 2021) si danno intanto le consegne, si rapportano a una sorta di una missione compiuta (in assoluta difesa) e una da compiere (magari all’inizio dell’attacco). Dunque nel tempo questi due anni hanno anche la possibilità di distinguersi.  

Così che potrebbe prendere corpo magari anche qualche analisi critica più precisata e qualche progetto di re-indirizzo più evoluto. Questo aspetto non è così evidente, ma dovrebbe essere questo il punto centrale della discussione in avvio del 2021. Con particolare riferimento all’insieme delle questioni internazionali in campo. Almeno guardando alla difficile e ora anche drammatica “rigenerazione” del sistema USA (che ci riguarda) e alla non certo più semplice “ricomposizione” dello scenario europeo oggi ancora frastagliatissimo (che ci coinvolge). Caduto Trump in America e ridimensionato il sovranismo populista in Europa i contorni del rebus potrebbero essere meno paralizzati mentre la guerra a Coronavirus sta accendendo piste intelligenti.

I fatti e la loro “rappresentazione”

In fondo è tutta qui la sostanza del nuovo approccio alla crisi di molti contesti. Tra cui quello italiano che si racconta spesso in modo provinciale ma che (grazie alla rete dell’export e grazie ai giovani cervelli in diaspora) dipende molto dall’andamento di quei sistemi di cornice. E da quei sistemi può ricevere scosse che saprebbe anche interpretare. E’ difficile esprimere con chiarezza questa “sostanza di crisi”, perché ogni giorno assistiamo a eventi, dichiarazioni, evidenze in cui prevale – nei fatti e sui media –   la spinta dell’inerzia.

Che tuttavia si impasta con nuovi rischi, nuove emergenze, nuove evidenze. Tanto che alla fine non tutela, non protegge, rimanda. Le stesse narrative puramente allarmistiche, senza adeguate informazioni circostanziate e comprensibili (è qui, oggi, il principale fattore di crisi della comunicazione pubblica) inducono spesso a farci preferire il torpore delle condizioni note per non metterci al vento delle discontinuità, dei cambi di paradigma, della inevitabile ri-progettazione. Cose che invece richiedono confronti intelligenti. E noi abbiamo bisogno di intelligente rappresentazione delle contraddizioni del presente. 

Anche se oggi non sembra e se prevale il sentimento che non si possa toccare neanche uno spillo, l’inerzia potrebbe essere destinata a finire. E’ vero che le alternative sono confuse. Ed è vero che sono pochi – nel dibattito pubblico che ci circonda – a cogliere bene e a spiegare bene gli aspetti formali e sostanziali per misurarci con i vincoli e le opportunità della gestione dei cambiamenti, segnalando quindi in modo non generico le insufficienze.  Se è per questo sono ancor meno quelli che mostrano di capire che le crisi gravi finiscono inevitabilmente per produrre nuova classe dirigente. Sapendo che quella oggi in cabina di regia ha un evidente aspetto transitorio. In più va detto che, nelle crisi, a differenza di chi si adagia cocciutamente nello spaesamento temporaneo del puro presente, si mette in moto un altro bisogno, quello di vedere magari finalmente giovani preparati capaci di saldare intuizioni e proposte con chi lavora anche sulla memoria, sulla tradizione, sulle ragioni di fondo dei lunghi percorsi identitari di popoli, comunità, contesti. Anche a questo scopo serve tenere in tensione l’invocazione al ruolo di Mario Draghi.  Gira un tale pessimismo che tutto ciò sembra quasi inverosimile. Ma crisi di questa portata – lo ha ricordato Piero Bassetti[2] – contengono potenziali innovativi perché “per innovazione si deve intendere l’affermarsi dell’improbabile”.

E ci potrebbe anche essere evoluzione interna ad alcuni ambiti che esprimono oggi responsabilità in atto. Non sono tanti, perché il coraggio – manzonianamente – non è una risorsa alla portata di tutti. Alcuni sanno, ma i più tacciono, caso mai “mandano segnali” nei loro codici competitivi.  Ma c’è chi oggi è parte delle responsabilità del quadro di governo che potrebbe non ritrovarsi più alla fine nella sterilità progettuale e tentare di far di più per rinnovare il senso di marcia degli interessi collettivi.  Se c’è ancora un civismo in tensione nel Paese è il momento di fare emergere i portatori di queste controtendenze perché premano sulla praticabilità del cambio di rotta.

Insomma il 2021 di stallo e di pura rimessa in Italia perché prevalgono le condizioni “di necessità” resta ancora l’oroscopo più sottoscritto, a quel che si legge. Ma la regola del rimbalzo dei contesti di maggiore crisi non vale solo per il rilancio del PIL. Potrebbe anche vedere spuntare, grazie al quel po’ di vero anche se minoritario europeismo che si mantiene in Italia, anche un rimbalzo nelle condizioni di responsabilità.

La prova europea delle classi dirigenti

In questa metafora elementare della prova di adeguamento delle classi dirigenti, noi italiani non siamo una specie rara e possiamo dire di essere in compagnia con parte del mondo con cui siamo in prevalenti rapporti. Tutti sono contaminabili dalla possibile sorpresa di doversi misurare con le attuali improbabilità. 

  • L’annuncio del ritiro di Angela Merkel  (82% di consenso, il doppio di quello del suo partito) mette in movimento ampiamente la selezione e il rinnovamento di uno dei gruppi dirigenti più solidi e competenti dell’Europa, quello tedesco, che, in asse con la stessa leadership delle istituzioni europee, si è assunto anche il compito di suturare il doppio conflitto continentale tra nord e sud (quello storico, nella continuità di processi culturali e di mentalità) e tra est e ovest (quello in atto nella maturazione dell’evidenza delle “due velocità”). Si apre dunque – con le elezioni fissate per l’autunno – una nuova stagione in Germania.
  • La sfida della Brexit, il conflitto tra la visione di sé come “grande player internazionale” e come regno ormai disunito e rimpicciolito, l’aggressione della crisi sanitaria su cui pesano le sottovalutazioni, hanno messo in movimento il ciclo di nuove generazioni in Gran Bretagna che non porteranno vistosi cambiamenti a breve (anche se va detto che Keir Starmer, il nuovo leader laburista, è filo-europeista) ma che metteranno a prova un sistema con ancora molti punti di forza ma oggi minato soprattutto nella relazione ormai conflittuale tra città e campagna.
  • Lo stesso genere di conflitto – tra poteri/saperi urbani e rivolta delle dinamiche sociali profonde – attanaglia il passaggio politico della Francia che ha un leader giovane e colto, Emmanuel Macron, 43 anni, ma che ha avuto un calo di popolarità scesa sotto il 30% e poi risalita fino al 40% tuttavia con un progetto politico finora più di rimescolamento che di “costruzione”. Così, finendo a produrre alcune ambiguità anche nel posizionamento internazionale e primariamente nello schema euro-mediterraneo. In cui la Francia dimentica troppe volte le sinergie europee.

Non possiamo fare l’analisi dettagliata di questa “fotografia” della transizione.

Ogni paese ha la sua istantanea oggi abbastanza sfuocata, con tracce di innovazione che i più ancora non vedono. Ma una cosa va detta: la metafora della visibile velocità di predisposizione dei vaccini contro l’astuto e velocissimo protagonismo del Coronavirus è la misura interessante di accadimenti che mettono a prova la capacità di interpretare le trasformazioni che stanno riguardando anche chi (in maggioranza) non le vede.

Il potere spesso male esercitato dalla politica e dal buon giornalismo dovrebbe proprio essere quello di mostrare e di interpretare ciò che i più non vedono.

Così che è in queste condizioni che l’Europa sta per avviare (lo farà? lo deciderà davvero in questo avvio d’anno?) la “conferenza sul futuro dell’Europa” (forse biennale). In essa si mescolano conservatorismi dominati da stereotipi e intuizioni culturali, economiche e sociali di trasformazioni da incoraggiare.

E’ una battaglia che ancora non vede schierati con chiarezza partiti, movimenti, soggetti sociali e di impresa, come se il campo del confronto fosse ancora incerto e confuso. Anche qui se non si decide di “spiegare” lo scenario, l’Europa limiterà l’opportunità ai soli addetti ai lavori. Mentre il campo è offuscato da una immensa fuliggine. E per ora domina il dato macro-conflittuale, il dualismo che pervade ciascun paese (l’Italia in modo dominante tra populismi irti di demagogia ed epigoni della politica di tradizione irti di autoreferenzialità).

Quel dualismo che proprio in questi due anni (2021-2022) prevede quattro presidenze di turno, due a est e due a ovest, che esprimono il zig-zag stesso dell’identità politica dell’Europa: 2021, Portogallo e Slovenia; 2022, Francia e Repubblica Ceca. Se la conferenza europea partirà non sarà ininfluente sugli ambiti di cambiamento interno che appunto noi oggi consideriamo “improbabili”.

Due appuntamenti sono ancora cruciali del 2021, finora oggetto soprattutto di annunci.

Anche essi si mescolano ai detonatori potenziali.  Sono la conferenza mondiale sul clima (egida ONU) che si svolgerà a Glasgow in Scozia dall’1 al 12 novembre e, caduto Trump, l’occidente può mettere in campo una linea di revisione dei modelli di sviluppo ancora legati a un sistema di ricerca e di produzione molto forti. E il G20 a presidenza italiana, con impegni snodati tutto l’anno e il vertice dei leader a Roma a fine ottobre, che debbono diventare analisi più approfondite di agenda e di conflitti sottostanti per tenere aperto il multipolarismo internazionale rispetto all’apparente duopolio cinese-americano che il 2020 ha accreditato.  Da sperare che anche qui non si perdano le opportunità partecipative. Non una “finestra” per guardare da lontano, ma lo spazio che porta ai cambiamenti che finiscono come in Georgia, grazie a persone come l’ex candidata governatrice Stacey Abrams e al suo modo di intendere una  “partecipazione” che cambia il destino della Nazione.

Stacey Abrams

L’Italia, “il paese in cui gli italiani sono accampati” (Ennio Flaiano)

Quanto all’Italia, fa questa sintesi il politologo Gianfranco Pasquino: “Non c’è nessuno nella attuale maggioranza di governo né nelle opposizioni, che abbia un visione dell’Italia da (ri)costruire”[3]. E’ vero che partiamo da questa realistica constatazione.  Abbiamo provato ad argomentare qui pochi giorni fa il pericolo di questa assenza di “progetto di speranza e di futuro[4]. In sostanza siamo ancora tutti presi dal rimpicciolimento dei problemi, che è un piatto servito quotidianamente dai media che agiscono come si sa meglio sugli eventi che sui processi.

Ora domina l’assalto (metodologicamente argomentato) di Matteo Renzi a Giuseppe Conte che finora vede solo l’opposizione aperta del maggior passatista della politica italiana, Massimo D’Alema, che mette in guardia dal rimuovere il “premier più popolare d’Italia” ad opera “dell’ex-premier più impopolare d’Italia”.

La notizia naturalmente non è marginale e regge, dopo un mese di sospensioni, un’ipotesi di crisi di governo ovvero di un rimpasto, che i più tuttavia prevedono senza rotture e senza voli pindarici, mentre avrebbe magari potuto produrre qualche salutare chiarimento. Provando a smuovere la nostra flaianesca condizione di “accampati”. E provando anche a mettere fine a quello che Emma Bonino ha chiamato “il miracolismo economico-sociale italiano”, cioè quello che “porta le finanze pubbliche e private a essere sempre più simili a quelle venezuelane“.

Emma Bonino

L’agenda delle amministrative che impegnano il 2021 apparentemente rischia di abbassare ulteriormente lo sguardo. Ma in realtà fa anche scorgere per il breve termine un terreno di confronto che riguarda l’ossatura più rilevante della forza nazionale, le maggiori città con il carico maggiore di risorse, competenze e investimenti: Torino, Milano, Bologna, Roma, Napoli. Tutto ora si muove ancora all’ombra del lock-down e sul terreno delle preliminarità.  Ma chissà che non emergano buone soprese.

Lo scenario in generale leggibile ad inizio d’anno resta ancora dominato da non risposte circa i temi qui sollevati: come ci stiamo posizionando nello schema europeo? quale disegno prefiguriamo per fare del “Recovery Plan” lo schema del guado verso la salvezza della “Next Generation”? quale offerta di propositi siamo pronti a mobilitare per dare il contributo strategico che ci si aspetta dall’Italia, quello di riportare l’area mediterranea nelle strategicità dell’Europa e del mondo? che scelte sono possibili per le regole da fissare (legge elettorale) per dare sbocco a un quadro di sistema che rafforzi la qualità della democrazia?

Ma sono domande diventate linguaggio più diffuso. Per adesso sono tutti argomenti confinati in web-seminar degli istituti di ricerca, reclamati in qualche editoriale o in qualche trattamento elitario. Non sono certo finora temi sconfinati nelle aule parlamentari e capaci di mobilitare la nostra disorientata opinione pubblica afflitta da molte contingenze e da crescente pessimismo. Ma, il volto meno compromesso di questo 2021 potrebbe mettere in scena proprio i cortocircuiti dell’improbabilità, allineando alla velocità della ricerca scientifica (che è in atto) la reattività di gruppi sociali e di culture dell’innovazione che in alcune parti del mondo – in ripetuti cicli della storia – si sono dati sempre appuntamento verso il finire delle epoche più cupe. Quando non sempre si vedeva la luce.


[1] Lindro.it (7.1.2021) – https://www.lindro.it/il-2021-tra-continuita-e-discontinuita-in-cui-e-in-gioco-prima-di-tutto-il-futuro-dell-europa/

[2] Glocal a confronto. Piero Bassetti riflette sulla pandemia. Luca Sossella editore, 2020

[3] Come usare anche la crisi di governo per il Recovery Plan, Domani, 6.1.2020.

[4] https://www.lindro.it/il-2021-della-politica-italiana-speranza-e-futuro-cercasi/

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