Nota sull’evoluzione del carattere strategico della comunicazione pubblica nell’anno della crisi sanitaria e sociale e nelle relazioni tra situazione italiana e situazione europea


Stefano Rolando [1]

Rivista italiana di comunicazione pubblica (8.1.2020)  [2]

In questo scorcio finale d’anno ci sono state in più di un’occasione discussioni – nel sistema italiano ed europeo della comunicazione pubblica – dedicate al rapporto tra comunicazione e pandemia[3]

In tali eventi, a cui ho preso parte, ho cercato di sostenere l’argomento dell’importanza di approfittare della crisi per accelerare la riorganizzazione strategica della professione e della disciplina, rimaste spesso intrappolate da modelli organizzativi e funzionali non adeguati alla portata delle dinamiche di crisi e di emergenza. E nemmeno alla portata degli sviluppi specialistici di questo ambito comunicativo, tra cui quello legato alla crisi sanitaria e sociale sta dimostrando di essere un fattore di opportunità molto rilevante.

In particolare ho verificato che in Italia non si ha diffusa contezza dell’insieme dei temi che hanno modificato – nelle pratiche professionali, istituzionali, sociali – il perimetro stesso di questa materia. Materia che la vicenda pandemica ha rimesso in agenda nel mondo, per usare un’espressione che apparteneva al pionierismo italiano in questo campo, come “strategica”. Ovvero come parte dei processi di decisione, non come parte (che a volte le funzioni comunicative si limitano ad avere) delle attività “confezionatorie”. Naturalmente è giusto premettere che quanto sarà qui elencato non è materia a regime in tutti i paesi europei. Anche nel dibattito europeo ci sono problemi di “armonizzazione”, di asimmetria organizzativa, di migliorato ma non così avanzato equilibrio tra dinamica dei paesi membri e dinamica delle istituzioni UE. Suona paradossale ma potrebbe essere vero che – per rilevanza storica che incide sull’adeguamento delle funzioni – siano proprio i britannici ad essere più avanti in quella visione integrata, che qui si sta per indicare, nel rammarico che la bandiera UK sia oggi ammainata nel sistema europeo (anche se negli ambiti di cooperazione informale, come il Club di Venezia, la presenza britannica resta inalterata).

Questo “quadro allargato” si è dunque espresso nelle occasioni recenti.

  • Un’occasione è stata quella della 34° conferenza plenaria del Club di Venezia svoltasi il 3 e 4 dicembre con più di cento partecipanti (rete dei responsabili della comunicazione governativa dei paesi membri e di tutte le istituzioni UE allargata a responsabili di agenzie europee, di istituti di ricerca e di alcuni atenei radicati nella materia), che mantiene dal 1986 il suo carattere informale di armonizzazione professionale e civile degli operatori. Quest’anno con al centro interrogativi di efficacia in ordine alla situazione di contrasto all’espansione prolungata dell’azione letale e paralizzante di Covid-19[4].
  • Un’altra occasione è stata favorita dal seminario promosso il 30 settembre dalle strutture di comunicazione dell’OCSE in collaborazione con il Club di Venezia[5], nel quadro degli sviluppo della OECD Recommendation of the Council on Open Government (OCSE, 2017) ma soprattutto in attuazione del documento “Comprenderee la sfida della disinformazione nella risposta alla pandemia globale[6].
  • Una terza occasione è stata favorita dalla iniziativa della Associazione italiana della comunicazione pubblica e istituzionali il 18 dicembre di ragionare – nell’ambito di Eurovisioni forum ospitato dagli studi della Rai a Roma – sugli sviluppi professionali e istituzionali del settore svolgendo, in collaborazione con il Movimento europeo, un seminario in occasione del trentennale dell’Associazione stessa. Questo incontro è stato preceduto l’11 giugno da un web-seminar nazionale promosso dall’Associazione specificatamente dedicato al rapporto tra pandemia e comunicazione pubblica[7].

La “questione italiana” è oggi rappresentata dal fatto che, se i vincoli di modello determinati da una normativa che fissa obiettivi, scopi e legittimazione professionale (la legge 150 dl 2000) [8] hanno avuto il merito di legittimare appunto il radicamento ponendo l’obbligatorietà degli uffici per la relazioni con il pubblico e di uffici per la relazione con i media, essi (insieme cause politico-istituzionale generali) hanno, nel tempo, anche tenuto a marce basse le necessità di evoluzione. Modesta è stata, per esempio, la capacità di presidiare tutte le forme di evoluzione favorite dalla trasformazione digitale. Che è un ambito in cui si registrano recenti reattività. Ma quasi senza visione e senza volontà di adeguamento si sono viste crescere (ma soprattutto altrove) le aree di specializzazione che in paesi senza vincoli normativi stretti hanno potuto affermare prima sperimentazioni e poi concrete forme di “capacity building” (altro tema su cui l’Europa ha molto discusso con scarso apporto italiano). Ciò con flessibilità e adeguamento alle dinamiche mutate dell’agenda politico-istituzionale europea e internazionale. Andando ormai ben al di là dei perimetri che la normativa (che pur non nega altre evoluzioni) ha fissato con criteri univoci, quelli di comprendere le funzioni comunicative all’interno della funzione relazionale di sportello (URP), che in alcuni ambiti è stata logicamente traguardata in altri ha tenuto frenati gli sviluppi.  Sempre ricordando che i principi generali di quella legge restano tuttora un perimetro a maglie abbastanza larghe da consentire ragionevoli sviluppi in alcuni campi anche con provvedimenti aggiornati di carattere attuativo [9]. Così che oggi per la CP europea appaiono strategiche funzioni che in Italia sono più atrofizzate, meno sperimentate, spesso affidate a task force occasionali, con continue invasioni di campo sia della comunicazione politica sia del ruolo dei soggetti di pressione.

Aspetti di sviluppo della materia che in Europa vengono ora considerati “strategici”

Ecco una veloce idea di questi ambiti da considerare materia di reale discussione nel quadro europeo.

  1. Strategico oggi per la CP è avere ruolo nei processi di public diplomacy a cui l’Europa (soprattutto i paesi nordici) connette la mission di combattere infodemie, disinformazione e fake news. Tema di crescente importanza e di coinvolgimento di nuovi operatori ad alta competenza digitale. Con elaborazioni aggiornate in ambiti multilaterali (come quelli citati in sede OCSE) tesi a promuovere “una risposta efficace alla pandemia richiede uno sforzo coordinato multi-stakeholder per affrontare la disinformazione che la circonda, con una chiara leadership pubblica”.
  2. Strategico oggi per la CP è riportare a chiarimento il confine tra comunicazione istituzionale e comunicazione politica in cui ridisegnare una mission permanente in materia di sostegno ai ruoli istituzionali di contrasto alla crisi sanitaria e di affiancamento al ruolo della comunicazione scientifica e sanitaria (campo in cui è entrato in questo campo specifico anche l’OCSE) riassumendo su questi punti le funzioni da svolgere: fornire ai cittadini informazioni accurate e veritiere; “smontare” in anticipo o smentire informazioni false o ingannevoli; educare i cittadini all’utilizzo e alla condivisione responsabile dei contenuti; sviluppare una maggiore e migliore comprensione dei comportamenti della popolazione, comprese le paure, le preoccupazioni e le aspettative; coinvolgere i cittadini in una risposta collettiva all’infodemia.
  3. Strategico oggi per la CP è considerare un adeguato presidio alla comunicazione di crisi e di emergenza in tutti i molti ambiti tematici che coinvolgono istituzioni nazionali e territoriali, in numerosi campi in relazione stretta con soggetti imprenditoriali e sociali. E soprattutto con nuclei radicati nelle specificità territoriali e tematiche e non delegate al solo corpo nazionale della Protezione civile, che pur ha sulla materia la sua mission istituzionale.
  4. Strategico oggi per la CP è agire con padronanza culturale e scientifica nel quadro delle opportunità della trasformazione digitale sia in connessione con il trattamento dei dati, sia in connessione con il trattamento relazionale con le utenze servite, per il miglioramento dei processi di ascolto, per la produzione di servizi di relazione diretta con i cittadini, per la generale fruizione sociale allargata della memoria delle conoscenze di pubblica utilità, per la messa a regime delle condizioni di trasparenza che caratterizzano il concetto di “open government”.
  5. Strategico oggi per la CP è agire con piena e prioritaria connessione con le istituzioni – internazionali, europee, nazionali e territoriali – che hanno competenza nel trattamento della statistica, attraverso una stabile compenetrazione delle risorse professionali all’approccio del trasferimento delle conoscenze tese a equilibrare sempre e comunque la verità dei “processi reali” rispetto alla soggettività dei dati connessi ai fenomeni percettivi.
  6. Strategico oggi per la CP è aprire un fronte di vero e proprio accompagnamento sociale (da condividere con molti operatori del privato sociale organizzato e dell’intermediazione associativa e territoriale) – dunque in uno schema che agisca anche su una rilanciata sussidiarietà – per affrontare disuguaglianze, ritardi, crisi di sviluppo e di pari opportunità, disabilità e nuovi diritti, in generale fenomeni sociali e occupazionali aggravati dalla crisi pandemica.
  7. Strategico oggi per la CP è svolgere cooperazione con la comunicazione di impresa sostanzialmente sul fronte della crescente centralità dei problemi ambientali, climatici e dell’economia circolare.
  8. Strategico oggi per la CP è trovare un tavolo di cooperazione tecnico-comunicativa tra paesi membri e istituzioni della UE, superando gli ostacoli sempre esistiti delle gelosie nazionali in materia comunicativa ma anche le soluzioni di esclusiva “giornalistizzazione” e quindi della intermediazione del sistema professionale dei media per la circolazione della conoscenza in materia di sviluppo dell’Europa, approfondendo le piste relazionali e operative dirette che raccordano le istituzioni alla complessità sociale e territoriale delle utenze.
  9. Strategico oggi per la CP è accreditare e legittimare le reti di cooperazione professionale e istituzionale, ancorché informali, che si sono consolidate in materia di comunicazione pubblica nel quadro europeo che agiscono su quasi tutti i temi qui oggetto di sintesi, a cominciare dal Club di Venezia che opera in autonomia ma con segretariato permanente presso il Consiglio UE e con la partecipazione di responsabili sia della comunicazione dei paesi membri che delle istituzioni UE. E nel quadro euro-mediterraneo soprattutto in materia migratoria attraverso la cooperazione stabile tra ICMPD (agenzia europea sulle politiche migratorie con sede a Vienna), Euromed-Migration e Club of Venice (rete operatori europei di comunicatori istituzionali).
  10. Strategico oggi per la CP è dare sviluppo ad un moderno approccio al Public Branding teso a liberare dai vincoli di una visione legata a campi applicativi del tutto conseguenziali (come la visual identity o il marketing territoriale) l’azione delle istituzioni e delle amministrazioni nazionali, regionali, territoriali in rapporto alle politiche di brand, intese come presidio all’evoluzione identitaria e narrativa (largamente oggetto di libera interpretazione del sistema artistico e mediatico) e dell’impatto con l’immagine interna ed esterna, in uno schema applicativo che comprende processi di coesione, processi di promozione, processi di attrattività[10].
  11. Strategico oggi per la CP è specializzare il sistema della cultura e dello spettacolo nel quadro di processi comunicativi tesi a creare un ampliamento sostanziale delle condizioni di fruizione, una connessione importante con i sistemi educativi e una relazione sinergica con le economie della creatività e del turismo.
  12. Strategico oggi per la CP è agire in forma raccordata tra i livelli istituzionali dell’ordinamento affinché sulle questioni di maggiore rilevanza per i cittadini e per le imprese la chiarezza dei dati di pubblica utilità (open data) e i contributi di chiarimento e accompagnamento delle normative vigenti sia sottratto ad una conflittualità inter-istituzionale che ha i suoi evidenti spazi di libertà nei processi di interpretazione ma che deve veder favorita la massima unità nel presidio ai caratteri nodali di servizio pubblico.
  13. Strategico oggi per la CP è anche – nel quadro indicato al punto precedente – sostenere una valorizzazione politico-istituzionale circa il ruolo del sistema delle istituzioni territoriali (regioni, dipartimenti e città) nella relazione diretta con i cittadini sui temi dell’evoluzione identitaria, sociale ed economica dell’Europa, superando l’attuale limite della funzione “consulenziale” del Comitato europeo Regioni e città.
  14. Strategico oggi per la CP è ricercare le forme di sinergia possibile con i soggetti espressione della migliore caratterizzazione professionale nel campo dell’informazione e del trattamento della conoscenza, a cominciare dal servizio pubblico radiotelevisivo, nel rispetto di tutte le autonomie funzionali e professionali, ma per creare condizioni di sussidiarietà, di delega, di mutuo apprendimento attorno alle cause in cui le istituzioni stesse vorranno e potranno indicare scopi e obiettivi essendo in questione ragioni primarie di interesse collettivo.
  15. Strategico oggi per la CP è mantenere in autonomia e vitalità un principio che era per altro contenuto nel primissimo articolato (1994) della legge poi adottata nel 2000, ovvero il principio della necessità di una autonoma, competente e correlata non solo a obiettivi di correttezza di spesa ma anche di rendimento sociale, costituito da funzioni permanenti di valutazione, sparite poi dalla normativa e neppure reintrodotte quando, per esempio, in merito alle pratiche di trasparenza e accesso almeno in forma di “Commissione” stabile presso la PCM qualcosa in Italia si è fatto (oggi con evoluzioni concettuali anche verso l’organizzazione di uffici diffusi con competenza aggiornata[11]). Vi sono infatti paesi in cui bilancio e organici della comunicazione istituzionali sono regolati dall’impatto delle relazioni ufficiali di valutazione.

Valutare e colmare il ritardo italiano nell’immaginare, con visione complessiva, le necessità di trasformazione

Alla luce di questo quadro tematico (che potrebbe vedere ciascun punto ampliato in forma di dossier  e che potrebbe essere prolungato anche attorno ad altri ambiti di contenuto dettagliato) – che è oggi materia ricorrente di organizzazione di confronti e approfondimenti nella convegnistica professionale europea – si evidenzia in vari contesti tra cui quello italiano una condizione di ritardo di presidio, coordinamento, affinamento dei profili di competenza. Pur con eccezioni che si esprimono su alcune delle tematiche indicate con ambiti di trattamento talvolta anche evoluto, ma per lo più senza una visione di insieme che costituisca al tempo stesso un riferimento organico per l’aggiornamento degli indirizzi di ricerca e di razionalizzazione formativa a cui la rete di competenze universitarie potrebbe dedicare sforzi rinnovati per una più moderna ed efficace relazionalità.

Va segnalato che il dibattito tra gli operatori oggi è aperto così come la crisi sanitaria e sociale in atto ha sollecitato ragioni di revisione del rapporto tra modelli organizzativi e rendimenti. Quando si dice “dibattito tra gli operatori” ci si riferisce principalmente  ad iniziative che l’Amministrazione della Funzione Pubblica ha agevolato (promuovendo una discussione e un documento che con il coordinamento di Sergio Talamo è stato portato a compimento [12]), sia attraverso iniziative che, nel corso degli ultimi due anni, hanno visto attivarsi la radicata Associazione italiana della CP, la nuova realtà associativa di P.A. Social (che ha avuto riconoscimenti europei sull’innovatività di rete che ha creato), la Ferpi che sta maturando anche trasformazioni per esprimere meglio il ruolo degli operatori pubblici) e ForumPA che costituisce lo spazio di confronto e dibattito pubblico più frequentato dagli operatori di settore. Dunque esistono tracciati interessanti che si muovono alla ricerca di intercettare i cambiamenti necessari e il loro quadro di priorità, attorno a cui non vi è allo stato una rappresentazione condivisa. Apprezzabile è il documento – accessibile in rete [13] – che il gruppo di lavoro coordinato da Sergio Talamo ha redatto nel giugno del 2020 sul tema “Riforma della Comunicazione Pubblica e Social Media Policy nazionale”. In particolare il “rapporteur” coglie un punto di accelerazione nei processi spontanei di adeguamento in corso sia nelle amministrazioni centrali che territoriali come ambito di una più adeguata ri-progettazione: “L’uso professionale dei social e delle nuove tecnologie ha allargato enormemente il confine della comunicazione pubblica: non più un’erogazione unilaterale verso un destinatario passivo, non più un’informazione istituzionale mediata esclusivamente dalla stampa, ma un rapporto diretto, interattivo e in tempo reale, un flusso che raggiunge direttamente il cittadino nei luoghi virtuali in cui effettivamente opera e interagisce con il mondo esterno. Quindi la comunicazione degli anni ‘20 del Terzo millennio ha assunto una dimensione molto più ampia e centrale nelle politiche pubbliche”. Nel documento consegnato alla ministra Fabiana Dadone la questione della “trasparenza” ha una centralità motivata dal bisogno di creare “accesso civico generalizzato” con funzioni di presidio della “rilevazione permanente dei bisogni informativi del cittadino”.

I precedenti del Rapporto CNEL del 1995 e il monitoraggio della FP del 2005

Lo stesso citato documento, nel tracciare un bilancio di attuazione e di proposta, ricorda l’unico atto di verifica (coordinato da chi scrive per iniziativa della Fondazione di ricerca IULM per conto del Ministero FP), compiuto su tutto l’universo dei soggetti pubblici in ordine all’attuazione della legge 150 che, tra il 2004 e il 2005, segnalò un processo ancora lento e per metà del sistema ai minimi organizzativi se non ancora privo di attuazione significativa [14].

Chi scrive ricorda bene in particolare il quinquennio tra il 1990 e il 1995 in cui in Italia si era già sperimentata per cinque anni una forma di riorganizzazione efficace del “prodotto comunicativo di pubblica utilità”, a cominciare dai vertici stessi dell’Esecutivo nazionale, toccando poi sperimentazioni di molte parti dell’ordinamento centrale e decentrato. Era cioè possibile arrivare rapidamente a forme di servizio mutuando molte delle tecniche e molti degli approcci che fino a metà degli anni ‘80 appartenevano prevalentemente alla cultura della comunicazione di impresa. E tuttavia si comprendeva che le finalità, il trattamento stesso, l’accompagnamento relazionale dell’agire pubblico chiedevano di configurare un ambito professionale smarcato dagli interessi commerciali e quindi delimitato da regole per l’agire pratico oltre che per gli obblighi deontologici. La legge 241 dl 1990 aveva già portato a risultato un obiettivo strategico che era stato la “stella polare” dell’iniziativa di quel quinquennio sperimentale: abbattere la cultura del “silenzio/segreto” nelle pubbliche amministrazioni e sostituire quell’assioma con la regola della trasparenza e dell’accesso. Poi nel corso del tempo vari provvedimenti avevano aperto nuovi varchi (tra cui la creazione nel 1993 nell’obbligo di costruire servizi di relazione informatica con il cittadino, denominati URP). Ora dopo un tratto così lungo di sperimentazione spesso brillante ma non sempre adeguatamente coordinata si ponevano problemi di sistema, cioè regole generali e visione sia del carattere di coordinamento, sia degli aspetti collaterali della formazione, sia degli aspetti focali del controllo legati cioè ad una moderna idea di “valutazione” dei rendimenti (anche socio-culturali).

A dare una lettura “processuale” della materia si incaricò il Rapporto che l’allora presidenza del CNEL affidò alla Associazione professionale del settore, sorta da alcuni anni (e che chi qui scrive presiedeva) per compendiare in una descrizione di quella curva di rendimento e di apprendimento ciò che avrebbe costituito un fattore di riordino generale e di adeguamento alle dinamiche anche europee.

A quelle dinamiche aveva fatto riferimento – non casualmente – la stessa ispirazione iniziale del processo di sperimentazione, ricordando che nel 1985 al vertice europeo di Milano non fu solo discusso e approvato il famoso dossier sulle nuove regole per il mercato interno ma anche un importante dossier (coordinato al tempo dal deputato europeo Pietro Adonnino) che aveva per oggetto misure di avvicinamento tra istituzioni europee e cittadini europei (tra le misure, sia detto per fornire solo un esempio, l’istituzione di Erasmus).

Ebbene il Rapporto che il CNEL patrocinò mise in rilievo cinque aspetti che saranno poi alla base del percorso che – pur con le sue tortuosità – portò cinque anni dopo al varo della prima normativa di ordine generale che un paese europeo tentava sulla materia. I cinque principali punti erano:

  • La legittimazione della funzione pubblica di comunicare al cittadino (pur in assenza di un chiaro vincolo costituzionale in ordine al diritto all’informazione) trasformando il principio in un obbligo di adeguamento organizzativo (che mise comunque anni ad entrare a regime).
  • Il concetto sociale di una funzione tesa a ridurre il carattere oscuro delle leggi e il carattere mal accessibile dei servizi.
  • L’uguaglianza dei cittadini nel trattamento informativo da parte delle fonti istituzionali (vero spunto interpretativo circa l’imparzialità stabilita della Costituzione della P.A.), con attenzione evidente al raccordo tra dinamiche centrali e dinamiche decentrate.
  • Il diritto a presidiare il miglioramento reputazionale delle istituzioni (in generale e nelle specificità) con il chiaro vincolo di offrire conoscenza accertata e senza superare i limiti narrativi rispetto a ciò che nella storia d’Italia era stato ben conosciuto con il nome di “propaganda”.
  • La capacità di cogliere le opportunità dell’evoluzione tecnologica in atto (era il 1994-1995) con compenetrazione di tutto ciò che al tempo andava sotto la voce “società dell’informazione”.

Naturalmente a questi aspetti si legavano molteplici trasversalità che riguardano i percorsi formativi, i modelli organizzativi, la relazione tra le competenze comunicative e quelle dell’informazione, l’adeguamento dei bilanci delle pubbliche amministrazioni soprattutto per la normata attuazione delle attività di pubblicità e marketing. Giuseppe De Rita, allora presidente del CNEL, accompagnò quel Rapporto con una prefazione che sottolineava la legittimazione istituzionale (nella vivacità al tempo del CNEL di accompagnare l’evoluzione socio-economica del paese) per consolidare un processo riorganizzativo di funzioni non basate sul criterio del “megafono” ma su quello della interazione interpretativa tra Stato e cittadini. Poco tempo dopo, avviandosi le pubblicazioni di Rivista italiana di comunicazione pubblica (di cui De Rita era presidente del comitato scientifico) rafforzava la specificità della funzione di “spiegazione pubblica” rimasta negli anni come un obiettivo primario non sempre ben perseguito [15]:

“La complessità delle società moderne e la speciale crescente complessa ambiguità non possono essere lasciate al loro semplice e semplificatorio dispiegarsi; avremmo come effetto un galleggiamento continuato, senza direzione di marcia e senza alcuna frontiera di obiettivi e di innovazioni da perseguire. Il dispiegarsi spiega il passato non crea basi per il futuro, il futuro si costruisce secondo derive profonde di evoluzione che vanno capite e interpretate. Vale per la società nel suo complesso, vale anche per l’oggetto della nostra attenzione, cioè la comunicazione pubblica. Senza quel po’ di sforzo di interpretazione che abbiamo fatto, in pochi, negli ultimi anni (e che questa rivista tende ad approfondire e ad allargare) saremmo ancora ad una comunicazione pubblica di pura pubblicità o di semplice divulgazione di norme”.


[1] Professore di Teoria e tecniche della comunicazione pubblica all’Università IULM di Milano; presidente del Club di Venezia (con segretariato permanente presso il Consiglio UE).

[2] Nota in Rivista italiana di comunicazione pubblica (FB online) 8.1.2021, ripresa integralmente al link http://stefanorolando.it/?p=4156

[3] Il monitoraggio svolto nel corso del 2020 dall’Osservatorio sulla comunicazione pubblica, il public branding e la trasformazione digitale dell’Università IULM ha trovato sintesi nel saggio: Stefano Rolando, Pandemia. Laboratorio di comunicazione pubblica, Editoriale scientifica, Napoli, 2020 – https://www.lindro.it/covid-19-e-comunicazione-il-molto-da-riordinare-nella-partita-in-corso/

[4] Il mio sintetico intervento di apertura della sessione (“La pandemia obbliga ad aprire una quarta fase della comunicazione istituzionale europea”) al seguente link: http://stefanorolando.it/?p=3968

[5] Il contributo portato alla conferenza OCSE qui nelle “Note” di Rivista italiana di comunicazione pubblica: https://www.facebook.com/notes/rivista-italiana-di-comunicazione-pubblica/intervento-alla-tavola-rotonda-ocseclub-di-venezia-sul-futuro-della-comunicazion/10223198536889029/

[6] http://www.oecd.org/coronavirus/policy-responses/transparency-communication-and-trust-bef7ad6e/

[7] Chi scrive è stato invitato a tenere la relazione introduttiva accessibile al link: http://stefanorolando.it/?p=3563

[8] ForumPA (2020), Legge 150 del 2000: cosa prevede la prima (ea tutt’oggi unica) legge quadro sulla comunicazione pubblica, https://www.forumpa.it/open-government/comunicazione-pubblica/legge- 150-del-2000-cosa-prevede-la-prima-ea-tuttoggi-unica-legge-quadro-sulla-comunicazione-pubblica / (accesso 16 giugno 2020).

[9] L’articolo 1 della L. 150/2000, in particolare al comma 5, vengono individuate le seguenti finalità per le attività di comunicazione e informazione delle amministrazioni: favorire la conoscenza delle leggi al fine di facilitarne l’applicazione; favorire l’accesso ai servizi pubblici promuovendone la conoscenza; favorire processi interni di semplificazione delle procedure; favorire la conoscenza dell’avvio e del percorso dei procedimenti amministrativi; favorire processi interni di modernizzazione degli apparati; sensibilizzare su temi di interesse pubblico e sociale; illustrare le attività e il funzionamento delle istituzioni; promuovere l’immagine delle amministrazioni e dell’Italia in Europa e nel mondo, dando visibilità a eventi di importanza locale, regionale, nazionale ed internazionale.

[10] Una sessione sugli sviluppi di questi approcci è stata dedicata nel quadro dell’ultima conferenza plenaria del Club di Venezia, con interventi, tra gli altri, di Alex Aiken, Vincenzo Le Voci, Robert Govers e Paolo Verri, con le conclusioni di Stefano Rolando, riprese in https://stefanorolando.it/?p=3976

[11] http://www.quotidianoentilocali.ilsole24ore.com/art/sviluppo-e-innovazione/2016-11-11/riforma-pa-uffici-relazioni-la-trasparenza-garanti-accesso-civico-senza-limiti-152706.php?uuid=ABP1TfaB&cmpid=nlqelpa

[12] http://www.funzionepubblica.gov.it/articolo/dipartimento/15-06-2020/riforma-della-comunicazione-pubblica-proposte-operative-10-punti

[13]http://www.funzionepubblica.gov.it/sites/funzionepubblica.gov.it/files/documenti/Notizie%20Ministro/Riforma%20della%20Comunicazione%20Pubblica%20e%20Social%20Media%20Policy%20nazionale%2016%2006%202020%20ore%2015.30.pdf

[14]https://www1.interno.gov.it/mininterno/export/sites/default/it/sezioni/sala_stampa/notizie/comunicazione/notizia_20167.html_1890791.html

[15] Giuseppe De Rita, prefazione a Stefano Rolando (a cura di), La comunicazione pubblica in Italia. Realtà e prospettive in un settore strategico, Rapporto CNEL, Editrice Bibliografica, Milano, 1995 – Giuseppe De Rita, “Nuova cittadinanza, nuovi diritti”, Rivista italiana di comunicazione pubblica n.1/1999, Franco Angeli editore (anche in Stefano Rolando, a cura di, La comunicazione di pubblica utilità, vol. I, Franco Angeli 2004).

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