Nella crisi bisogna governare anche le parole e il dialogo

Articolo pubblicato sul giornale online L’Indro, il 18.1.2021

Stefano Rolando

In una situazione complessa e conflittuale come quella che viviamo da mesi, va assumendo un carattere determinante un tema su cui si parla poco, si legge ancora meno e non si svolgono controlli e misurazioni adeguate.

Il riferimento è alla qualità del dibattito, del confronto e delle modalità di esprimersi in tutti e tre i livelli essenziali: quello nella società, quello nelle istituzioni, quello nei media.

In particolare il livello di sintesi assume sempre più un carattere cacofonico, violento, radicalizzato. Parlo di quello in cui i media (in primis le tv) mettono in campo le proprie voci (il giornalismo di cronaca, di inchiesta e di opinione), insieme ai decisori (soprattutto politici) e insieme ai cittadini (a volte nei panni di qualche “rappresentanza”).

La tenaglia del contesto, ben inteso, è drammatica.

La velocità della decisione (mentre la velocità dell’economia e dei commerci è stroncata) rincorre il virus che è sempre più veloce.

La restrizione imposta dai provvedimenti, restringe alla fine economie familiari e aziendali.

Il zig zag dei parametri non è prerogativa italiana perché l’apprendimento epidemiologico in tutto il mondo non è lineare.

Per questo, la qualità del dibattito diventa un fattore di governo. Dipende dall’esistenza di un pensiero adeguato alle circostanze. Dovrebbe indurre tutti coloro che hanno responsabilità a mettere tempo e sperimentazione attorno ad un cantiere che, sia chiaro, non è solo di “buona educazione” ma di efficacia sociale, di interesse collettivo, di alimentazione democratica. Come si sa per “dibattito pubblico” non si intende quattro amici al bar che riciclano chiacchiere. Ma una modalità, su cui serve fare molta manutenzione, attraverso cui si migliora la conflittualità latente o evidente e attraverso cui alla fine si facilitano le decisioni.

Ogni volta che assistiamo a una rissa – tutti i giorni, dappertutto, a ogni livello – fatichiamo a capire se sta prevalendo un metodo cinico di alzare la temperatura per migliorare le audiences; oppure se sta prevalendo la sprovvedutezza in cui moltissime questioni che richiederebbero meditate regole di trattamento hanno lasciato interamente il posto a pulsioni, per lo più rozze, di una peggiorata condizione di ascolto interpersonale, pulsioni risolte con astio e arroganza. Ovvero tutte e due le cose.

Nella migliore delle ipotesi assistiamo – come scriveva qualche tempo fa Giovanni Belardelli sul Corriere – “alla continua banale contrapposizione tra amico e nemico”.

Il governo, per primo, dovrebbe dimostrarsi ricettivo circa il fatto che il tema è anche un “tema di governo”. Attenzione, non si parla di una modalità per ridurre i margini delle discussioni e delle critiche. Ma di una opportunità – che dovrebbe essere colta da istituzioni nazionali e territoriali, di intesa tra esecutivi e legislativi – di mostrare a noi stessi che l’Italia non è soprattutto un cortile in cui volano gli stracci, spesso perché qualcuno ha interessi volgari a farli volare. E nella crisi sociale in atto si potrebbe, anzi si dovrebbe, creare un modo che riguarda propriamente la “rappresentazione” di esprimere a tutti la crescita di una modalità solidale. Che significherebbe, a tutti i livelli, più ascolto e meno assertività.

Questa nota non è scritta nell’ingenuità che siccome c’è più sofferenza nella società il sistema della “rappresentazione” deve diventare “buono” per naturale conformità. Le culture civili sostanziali vengono fuori i tutti i livelli. Le abitudini autoritarie diventate “modelli” – con voti, consensi, imitazioni – si traducono infatti in prassi. E ormai nessuno sanziona il clima in cui spiegare è sempre l’ultima delle preoccupazioni.

Chi scrive non fa qui una “predica”. Scrive di solito nello spirito riformatore delle nostre istituzioni e del rapporto di responsabilità nei confronti dei cittadini.

Ecco perché la questione è ormai diventata “di governo”, nell’interesse di quel bene comune che è la soglia funzionale del dibattito contro l’analfabetismo. In un sistema che ha ancora al centro il servizio pubblico radiotelevisivo ci si aspetterebbe qui un serio e forte presidio, anche contro plateali trasgressioni interne. 

Non porre il tema, non tentare di rettificare la tendenza adesso può diventare una pericolosa omissione.

Nella crisi bisogna governare anche le parole e il dialogo

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