Civismo progressista. Scelte del presente, ricordando il dna di una formazione sociale e civile.

Alleanza civica del Nord – Non-Congresso del 29 e 30 gennaio 2021

Intervento di Stefano Rolando

E’ giusto mantenere la presa sul presente e sul futuro prossimo, perché nelle crisi i territori sono le prime vittime, senza neanche gli avvocati d’ufficio.  Molti sono intervenuti finora in questo senso. Molto apprezzabile su questo l’invito al dialogo diretto e concreto fatto da Beppe Sala poco fa.

Sto terminando un lavoro sull’identità italiana centrato sullo spartiacque del ‘900, cioè sul filo rosso che lega Caporetto all’8 settembre del ’43, occupandomi sempre più spesso di storia e identità. Consentitemi per qualche minuto di avere lo sguardo al nostro passato prossimo in materia di formazione di una cultura politica che chiamiamo “civismo”, alla ricerca di un dna che tiene aperti interrogativi appunto anche per l’agenda di oggi e per la prospettiva.

  • La storiografia italiana si impadronisce della Resistenza vedendo il protagonismo soprattutto di chi vuol vedere. Ci voleva l’arrivo di Ciampi al Quirinale per tornare a parlare del contributo – allora si diceva “patriottico”, vale anche chiamarlo “civico” – dato dai giovani militari italiani, ufficiali di complemento e soldati, al doppio fronte dei deportati nei campi nazisti e alleati e, per chi lo ha evitato, della partecipazione alla Resistenza, spesso all’estero. Una storia senza voce e ricompense. Ma basta andare a Verbania e agli onori a 1500 partigiani sconosciuti per capire questa storia.
  • Detto questo la mia generazione ha avuto gli anni ’60 come terreno di smaglianti esempi. Dal trascinamento della singolare esperienza della comunità olivettiana immaginata fin nel decennio precedente e tuttora fonte di idee; alle storie di don Lorenzo Milani in Toscana per capovolgere il paradigma sociale sulla scuola alle storie di Danilo Dolci nel Mezzogiorno per cercare nella società le distanze dalla mafia, alle storie di Aldo Capitini – in Umbria con i suoi Centri di orientamento sociale –  sul radicamento dell’idea di pace.
  • Sono storie che segnalano che il civismo si è formato spesso con radicamenti di scopo perseguiti nel sociale. In questo ha fatto “storia”, il che non toglie meriti nelle vicende in cui si sia ben amministrato un comune. Ma c’era spesso dietro dell’altro. Tanto che gli anni sessanta e settanta sono anche rilevantissimi per la partecipazione civica a cause di diritti civili e sociali, legati alla persona e a dinamiche di giustizia e uguaglianza. Civica è stata la cultura di chi (come ha fatto l’esperienza politica radicale) ha trovato nelle storie della società e delle persone temi non rubricati dall’agenda politica.
  • Per noi, a Milano, fu il “caso Zanzara” (1966). Ero a capo del coordinamento della stampa studentesca milanese e ci trovammo in prima pagina su temi cardine del civismo civile. I temi che ci fecero capire che la borghesia non era il blocco unico del nemico di classe come diceva la vetero sinistra, ma un ampio sistema intermedio della società italiana con dentro progressismo (fino agli eccessi) e conservatorismo (fino agli eccessi). Una storia che ci siamo portati dietro per mezzo secolo e che abbiamo rivisitato quando a Milano proprio in quell’ambito sociale si è capito che il ciclo del berlusconismo era finito e che andava ribaltato con un salto di qualità “civica” (storia qui a tutti nota che ieri sera Franco ha evocato, ricordando l’esperienza elettorale di Giuliano Pisapia).

Gli anni ’70 videro imporsi una nuova cultura politico-istituzionale: il regionalismo. Era espressione della fase più creativa dei partiti politici. E assorbiva anche sentiment dell’esperienza civica. In più si misurava con un arretramento della politica nazionale (i terribili anni ’70 fatti di terrorismo e di inflazione) e con un quadro di ristrutturazione industriale che radicalizzava e ideologizzava il “gruppettarismo”. Spazio difficile, insomma, per il civismo costruttivo. E a proposito di regionalismo (qualcuno l’ha ricordato) – ecco un problema aperto – se non saranno i civici progressisti impegnati nei territori a tentare di riavviare un radicale ripensamento sul ruolo ormai semi-fallimentare di soggetto “integratore (tra Stato e Comuni), non lo farà nessun altro perché ormai i partiti hanno assegnato alle Regioni il ruolo di “contenitore” (soprattutto di risorse). E senza regioni pensanti il civismo locale non ha sbocco per oltre metà delle sue battaglie.

Negli anni ’80 torna il riformismo in politica e i progetti di modernizzazione del Paese hanno un’altra volta un protagonismo nei partiti. Ma è nato anche l’ambientalismo nel decennio precedente. E’ proprio in questo ambito, nel mondo e anche in Italia, che si salda un nuovo civismo che lavora sulle radici identitarie e su una filosofia dello sviluppo oggi diremmo più sostenibile.

Con gli anni ’90 si va verso il tramonto dei partiti che avevano fatto la Costituzione e gestito la partecipazione. Due paradigmi saltano.

  • Quello della rappresentanza partitica ideologica, con una fluidità partecipativa ed elettorale fatta di invenzioni ma anche di manipolazioni e di dequalificazione perché spesso si buttavano via insieme alle ideologie anche le teorie necessarie per ben governare. Questa è stata la porta principale di afflusso verso il civismo, soprattutto in ambito locale, imbarcando però cose controverse: il bisogno di partecipare e di assicurare soluzioni a bisogni senza ascolto; ma anche (guardando all’Italia intera) dando spazio a politica a volta ben riciclata, a volte mal riciclata, altre volte ancora commistionata al peggio. Difficile mettere in moto adeguato controllo e adeguata pulizia.
  • Il secondo è quello del sistema comunicativo-relazionale che passa dai processi verticali dei media fino ad allora conosciuti ai processi orizzontali dell’era internet. Quelli che fanno nascere ormai generazioni del tutto diverse, a loro modo più civiche che partitiche, ma su basi attorno a cui il dialogo generazionale è difficile e spesso conflittuale. Anche qui aspetti controversi. Oggi la rete è la risorsa principale del civismo; ma essa produce anche frammentazione, manipolazione, alterazione e colossali dipendenze.

Ecco un altro tema di urgente analisi e posizionamento.

Nell’ultimo ventennio probabilmente è stata la globalizzazione la spinta maggiore a incidere sul civismo. Per imitarla e ricercarla nei processi comunicativi e nelle modellistiche di consumo. Ma anche per respingerla provando a lavorare sulle radici locali e sulle economie fondate su un nuovo rapporto attivo con la terra, con il radicamento delle piccole imprese, sulla produzione creativa. Anche qui è arrivato il momento di avere una linea di interpretazione meno ondivaga.

E’ difficile fare questa lunga storia in una cartella. Ma per concludere l’inventario, se si sommano ancora le evoluzioni in materia di diritti e lo sguardo anti-negazionista verso le migrazioni e le ibridazioni, si mettono insieme gli argomenti del civismo progressista dei nostri giorni.

La rivendicazione di un metodo e di un obiettivo è stata comunque una certa costante del civismo (ieri sera Claudio Martelli l’ha ricordata): cultura delle autonomie, principio di autogoverno. Ma in un’epoca in cui l’autonomia aveva i toni della secessione e l’autogoverno è diventato primatismo antisolidale. Dunque battaglie difficili da spiegare.

Si levano voci per interloquire con questo grande bisogno di chiarificazioni.

  • Piero Bassetti ci ha aiutato a fare un uso non localistico del nostro essere “radicati”.
  • Coronavirus aiuta a disegnare un modo di studiare e lavorare – in cui i giovani sono attratti ma rischiano di pagare prezzi pesanti– che ha bisogno di connettere strutturalmente locale e globale.
  • Il dialogo che Franco D’Alfonso ha aperto con Claudio Signorile potrebbe rigenerare lo sguardo solidale e non conflittuale dei civismi regionali italiani legati ad un rapporto nord e sud che i partiti hanno governato male.
  • La geopolitica del nord (aperta a est e a ovest) e il sogno euro-mediterraneo che può far pensare ad un altro sviluppo dell’Unione europea, sono campi immensi per lavorare sul ruolo delle comunità locali nella ricerca delle soluzioni dopo la pandemia.

Credo che l’impostazione data in questo non-congresso aiuti a fare questo censimento di chiarezze necessarie. Aggiungo solo – per concludere – pochi cenni a nodi che vedo aperti nel dibattito e per i quali le esperienze del passato aiutano.

  1. Non bisogna immaginare che civismo significhi farla franca con il dovere di studiare e di formarsi rispetto alle responsabilità di governo (anche rispetto al “piccolo governo”).
  2. Dall’altra parte resta importante che i “civici” abbiano un mestiere e che questo aspetto sia ben chiaro ai cittadini.
  3. Non credo di debba immaginare che i partiti siano morti, perché altrimenti dovremmo dare per morte anche alcune riforme che richiedono una logica di filiera e un sistema amministrativo complesso di presidio; come sia ad esempio la riforma dello Stato che non va data per morta non perché sia prevista a breve l’estinzione ma perché altrimenti non si contribuisce a formare con ragionevole negoziato l’obiettivo del federalismo europeo;
  4. Credo che resti valida l’idea che i partiti vadano – attraverso le inevitabili alleanze – tallonati, criticati, migliorati; puntando a rendere disponibile per significative responsabilità un’area di competenza anche politicamente non professionistica. Se i partiti oscillano tra il 4% e massimo il 9% di fiducia dei cittadini, questo dato trascina tutto e tutti coloro che fanno politica e obbliga chi pensa valorialmente alla politica a contribuire a tenere viva nell’opinione pubblica un’idea credibile e accettabile della politica stessa.
  5. Infine penso che non si debba immaginare che l’economia e la stessa identità legata ai territori siano un punto d’arrivo; perché esse nel mondo sono tenute al cambiamento e all’adattamento in quanto vivono in contesti competitivi: uscire forzosamente da questa dinamica è un sogno infantile, come quella della decrescita felice; non è la risposta a una sfida.

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