Tra l’apocalisse e la salvezza.Il giorno della (mia) vaccinazione cade nel giorno della celebrazione dantesca.

Roma, 25 marzo 2020

Oggi, alle 17.30, un’infermiera simpatica e riccetta, distraendomi con una domandina non decisiva, mi ha vaccinato senza che me ne accorgessi utilizzando il discusso e poi riabilitato flaconcino di Astra Zeneca.  Avevo scherzato con lei dicendo che ero più preoccupato dell’iniezione che della potenziale trombosi (secondo le statistiche due su un milione di vaccinati).

E lei ha preso in considerazione “tecnica” la mia sedicente preoccupazione.

Tutto ciò nell’ordinata, spaziosa, veloce e dedita organizzazione di Regione Lazio Salute presso la Nuvola all’Eur (ieri si parlava di lunghe file, oggi neanche l’ombra).

Sono arrivato lì con la mia archeologica Bmw (1989), che ha un tettuccio che scorre indietro così che all’inizio di primavera ti mette gioiosamente in contatto con il cielo blu e i pini verdi.

E avendo 45 minuti di tragitto ho anche risintonizzato la storica autoradio sul 93,7 del terzo programma Rai – ultimo fortino della ridotta qualitativista degli italiani – fugando così ogni ansia per l’imminente vaccinazione grazie a meravigliose interviste che Loredana Lipperini stava consacrando alla giornata celebrativa del settecentenario dantesco.

Sulla Marco Polo, prima di imboccare la Cristoforo Colombo, ho ascoltato, persino rallentando, la voce sulle prime cauta, poi in progressione di fermezza, del 93 enne filosofo teoretico emerito della Sapienza Gennaro Sasso, che in vista del settecentenario ha consegnato alle stampe (Aragno) l’aggiornamento di due volumi di studi su Dante intitolati con il prepotente frammento del XXIX° canto del Purgatorio “Forti cose a pensar mettere versi”. Sasso sconsiglia di perdersi nei luoghi comuni circa la paternità della lingua o addirittura dell’italianità, per cogliere piuttosto nel complesso approccio di Dante (“uomo del medioevo”) all’immensa trama della Commedia lo scopo della sua opera. Inteso come ricerca svolta, a nome dell’intera umanità, attorno al rischio dell’apocalisse e alla speranza della salvezza.

Nel lungo tratto a piedi dal parcheggio all’entrata ho riflettuto su queste due parole rimaste un po’ a sedimentare. Immaginando il poeta, il politico, il fuggiasco, il letterato, il redentore di una certa religiosità, il filosofo, in tensione verso ciò che un giorno sarà chiamato “rinascimento”, capace di assegnare entrambe le parole all’architrave della teologia ma anche alla diffusa passione per il rapporto tra la lingua e la cultura e per la scienza politica (che non casualmente, tra polemica e riconoscenza, Machiavelli chiamerà in causa due secoli dopo).

Queste due parole hanno risuonato silenziosamente nella mia esperienza di vaccinazione.

Se i tre milioni di morti che l’intera Terra ha finora contato nella rappresentazione di questa Apocalisse fossero quelli del primo 900 – senza ricerca, senza vaccini, senza ospedali adeguati – essi sarebbero, come furono con la Spagnola, cinquanta milioni.

Così che entrare nell’immenso e ordinato centro di vaccinazione oggi mi ha fatto sentire parte di un rito in questi giorni universalmente uguale per l’uguale domanda dell’umanità verso una giustificata salvezza. E per questo – trasferendo al contesto le parole del professor Sasso – sono stato indotto a leggere la mezzora trascorsa tra i vincoli di una rigorosa procedura come una liturgia laica venata da un pensiero di rara convergenza di tutti gli abitanti del pianeta coniugato con la memoria dei morti ovunque in solitudine, con lo scandalo dell’ineguaglianza delle condizioni di resistenza degli anziani e con il sentimento della gratitudine per la salvifica medicina del nostro tempo.

S.R.

Arrivando
La “Nuvola”
Un numero
L’istruttoria
Predisposto
Spaziatura
La vaccinazione

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