Congedi- Luigi Covatta (Forìo d’Ischia 15.5.1943 – Roma 18.4.2021) – La tessitura ironica e intelligente del fare e del pensare la politica

Scritto per la rivista “Democrazia futura” e per il blog stefanorolando.it

Stefano Rolando

(1989)

Il dolore fraterno riguarda i fratelli di sangue e quelli di elezione.

In entrambi i casi la ferita è costituita dall’impoverimento della famiglia. La notizia oggi di primo mattino (che generosamente Nicla mette su FB, come annunciata dallo stesso Gigi, nel senso di essere scritta nella sua pagina) rinvia immediatamente al Covid anche se nulla di ciò era segnalato, persino nelle recenti telefonate. Infatti non è stato Covid.  E allora rinvia a quell’incessante, maledetto, ineludibile fumo, che alla fine gli abbiamo tutti concesso almeno per compensarlo dal letargo della politica che è stata la sua vita. Neanche questo, se ho capito bene. Ma forse non avevamo colto per il verso giusto le notizie della sua salute di quest’estate, che con sollievo poi parevano fugate. E probabilmente, invece, contenevano la radice di ciò che oggi gli ha tolto la vita. Per quaranta anni non ci siamo punzecchiati né sulle appartenenze, né sulle correnti del vecchio Psi, né sulle squadre di calcio, né tantomeno sulla involuzione di sistema in cui ci siamo trovati. Anzi adottai volentieri la sua aspra idea della “compagnia dei saltimbanchi che ha occupato le istituzioni negli ultimi anni” (suo editoriale su Mondoperaio esattamente di un anno fa, ad avvio della pandemia).

Ci siamo invece punzecchiati sul Parini (lui) e il Carducci (io), i nostri licei milanesi, pur con cinque anni di differenza. Lui forte della co-scolarità di Walter Tobagi, io in grado di squadernare non dico meglio ma certo di più: Craxi, Martelli, Intini, eccetera.

Per Gigi la politica è stata una lunga corsa. Che lo ha portato dalla segreteria nazionale dell’Intesa, il raggruppamento degli universitari cattolici, all’MPL di Livio Labor, poi alla corrente lombardiana del Psi e ancora per quindici anni alla Camera e al Senato e più volte, a cominciare dal Craxi II,  al governo come sottosegretario all’Istruzione e poi ai Beni Culturali, fino a momenti significativi di vita politica e parlamentare (in sodalizio con Claudio Martelli nell’organizzazione della conferenza cosiddetta “dei meriti e bisogni” di Rimini e alla vicepresidenza della Commissione parlamentare per le riforme istituzionali presieduta da D’Alema.

Nel 2005 con il suo più bel libro (Menscevichi. I riformisti nella storia dell’Italia repubblicana, edito da Marsilio), aveva attualizzato il “duello a sinistra” di Giuliano Amato e Luciano Cafagna, testo del 1982, tanto che lo steso Cafagna, nella prefazione, scriveva “un testo avvincente con dentro tutta una generazione”. Rimetteva insomma in carreggiata il diritto appunto di una generazione e soprattutto di un soggetto politico, forte di un pensiero evoluto, di ritrovare il suo posto nel dibattito pubblico.

E infatti nel 2009 ebbe la forza e l’intelligenza di dare corso a pensieri che apparivano scomposti e di attivare una filiera di intelligenze magari rimaste politicamente un po’ inoperose, rilanciando (con il sostegno di Gennaro Acquaviva) la punta di diamante della cultura politica socialista, cioè la rivista “Mondoperaio” fondata da Pietro Nenni nel 1948. In molti abbiamo risposto a quella chiamata facendo con lui un “lungo viaggio della ragione”. Guidati dalle sue ironie, dalle sue conoscenze dettagliate, dai riferimenti alla trama storica del farsi della politica che appariva evanescente tanto a destra quanto a sinistra. Quelle copertine rosse, quella grafica severa, quel modo antico di mettere in cover i soli cognomi degli autori, stanno oggi nell’allineamento delle nostre librerie a raccontarci non un viaggio inutile ma una sorta di “arca di Noè” delle storie che hanno reso drammatico e interessante il Novecento. Con capacità di nuove letture, di nuovi punti di vista, di pazienza rispetto ai tempi di rigenerazione.

Ci siamo parlati – come sempre a sciabolate veloci – più volte nei giorni della dolorosa scomparsa di Carlo Tognoli. Mi aveva affidato la scrittura del congedo dal “sindaco per definizione” della nostra Milano (lui senza mai tradire l’ischitanità) e poi perché ne voleva riprendere il ricordo a più voci dopo i primi tre mesi.

Abbiamo spesso anche condiviso (nel senso di accettare entrambi di buon grado i compiti assegnati dal direttore, cioè da lui stesso, che dava a sé e spesso anche a me) il mandato di ricordare chi ci lasciava, lasciando cose rilevanti del proprio impegno. Non abbiamo mai preso in considerazione che questo compito un giorno ci avrebbe riguardato direttamente, se non quando il sito di Mondoperaio ripropose il mio colloquio con Giuliano Amato dedicato a Gianni De Michelis. Perché credo che la morte di Gianni fu vissuta da Gigi come il segno più doloroso che riguardava appunto “una generazione”. E questo ce lo dicemmo.

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