Serve rilanciare – con “rischio calcolato” – più cultura della spiegazione

E se prevalesse, alla fine, una linea diciamo “sobria e ovattata” fino al punto da lasciare ancora una volta solo ai media e alla rete fare la temperatura informativa del Paese?

Articolo scritto per il giornale online L’Indro, 3 maggio 2021

Stefano Rolando

E siamo a maggio, al primo maggio.

Abituati al cambio frenetico delle notizie, per cui – salvo grondanti novità – ogni notte spazza via dalla scrivania dei giornalisti (questa la metafora abituale) le notizie del giorno prima, ormai spremute, bruciate, eccoci invece come nei tempi di guerra. “Siamo al secondo anno di guerra…al terzo anno di guerra…”, dicevano i diversi incipit del giornalismo di un’epoca che avevamo messo in soffitta. Quello in cui la notizia era sempre la stessa e le altre disponevano di margini molto risicati.

La pandemia a un certo punto, nel 2020, ha fatto inventare la parola “infodemia”. Perché nel carattere totalizzante dell’informazione sulla crisi sanitaria, anche tutto il resto finiva (come finisce) per essere una appendice, soprattutto un “di cui”. Lo sport perché gli stadi sono vuoti, il teatro perché è chiuso, la cronaca perché nelle città vuote finisce per fare più notizia questo vuoto di qualche macchia di sangue. Eccetera. Mentre si vede che avvengono fatti – anche molto gravi – a prescindere dal virus molecolare, ma che appartengono ad altri virus immateriali su cui indagare, raccontare e discutere si rileva indispensabile.

Nell’infodemia già da mesi si segnalava il fenomeno in rete della manipolazione, delle notizie false, del farsi strada – attraverso molte alterazioni di dati e fatti – anche di un negazionismo che ha la potenza del recondito rispetto al rilevante. Un tassista mi ha detto: “Ma lei non sa cosa c’è dietro! Lei non capisce che non è il Covid ad ammazzare la gente, ma i vaccini! Perché c’è la lobby ebraica insieme ai gesuiti e alla Cina che vogliono ridurre l’umanità di almeno il 15%”. Ho fatto finta di essere molto interessato a questo disvelamento. Così la facevamo alla svelta, tenendo lui – da bravo negazionista – la mascherina mezza abbassata, perché “ci vogliono trasformare in soldatini ubbidienti”.

Aperture e assembramenti

Si, siamo a maggio e ci ricordiamo bene il maggio dell’anno scorso. Dopo la Pasqua e il 25 aprile lividi, con immagini di solitudini. Allora come ora freme l’attesa del bel tempo per tentare prove di reale apertura. Dietro a cui una generazione, soprattutto, spinge verso agognati assembramenti. 

Il compromesso sul coprifuoco alle 22 – al di là dei dati scientifici – è stato il segnale di un braccio di ferro sul senso di una apertura moderata che non sfondi negli assembramenti. Per ora in Italia l’equilibrio decisionale è fluttuante. Ma se passasse sino in fondo che “aprire è di destra” e “chiudere è di sinistra” saremmo davvero fritti. La corsa – complice l’avvicinarsi delle amministrative – renderebbe ogni scostamento dei dati un presupposto per far tacere i corvi del malaugurio.

Il governo italiano ha oggi una golden share non populista. E ci sono presupposti per non passare come se niente fosse dal registro del comitati scientifici ai registri raccontati dal presidente della Sardegna che spiega l’aperturismo che ha portato la Regione dal bianco al rosso come risposta al fatto che altrimenti gli assembramenti “se li fanno di nascosto nelle case e comunque nel privato”.

Insomma il governo del breve e medio termine resta caratterizzato da un equilibrio comunicativo fragile.

In cui il bisogno di comunicazione scientifica seria, costante, ad alto contenuto di spiegazione, è insidiato dalla necessità di non rompere i rapporti con forze che fanno i conti con elettorati a metà saggi e a metà irrazionali. Cioè a metà alfabetizzati e a metà dominati da una incomprensione di fondo dell’andamento più dei processi che delle notizie. Quelli che si chiamano analfabeti funzionali. Che fanno dire a Giuliano Amato (intervistato su Repubblica da Simonetta Fiori): “In Italia ancora moltissimi analfabeti funzionali non sono in grado di capire la formulazione stessa dei problemi e le loro soluzioni. E’ abbastanza improbabile che possano sintonizzarsi sulle ragioni di una governance collettiva”.

Comunicazione a mezz’aria

Così resta anche a mezz’aria il tema del ruolo della comunicazione istituzionale (non solo il governo, ma tutto il sistema pubblico, compreso università, scienza, ospedali) rispetto a queste due facce della medaglia della società e della politica. Non siamo più a Casalino, ma non siamo ancora alla “Open University”.

Tra spingere verso una rete di alleanze tra istituzioni, media e soggetti sociali per irrobustire la cultura della spiegazione e vedere reagire negazionismo, opportunismo, sistemi di interessi e speculazioni elettorali in forme propagandistiche, c’è da temere che prevalga, alla fine, una linea diciamo “sobria e ovattata”. Ciò che potrebbe lasciare ancora una volta i media e la rete soli a segnare la temperatura informativa del Paese. Ovvero di confidare soprattutto sugli strumenti tecnici che si stanno approntando – nell’interesse della tabella di marcia prevista dal Recovery plan – perché meno turbative quel piano ha sulla testa meglio è per camminare nella stretta e perigliosa via delle scadenze.

Si capisce l’argomento, ma si teme l’estraniamento che ne deriva.

Quelli strumenti, appunto, come è il caso del primo documento del PNRR, hanno della comunicazione un’idea solo di confezionamento delle notizie di base necessarie per tenere appena in vita la parola “trasparenza” attorno ai contenuti del piano stesso. Non perché ci sia un vero e proprio progetto di coinvolgimento sociale attorno agli obiettivi e alla partecipazione pubblica necessaria. Un coinvolgimento che riguarda non solo i dispositivi sui comportamenti (tra il “chiusi in casa” e il “liberi tutti”); ma anche la correttezza dei dati statistici, la valutazione comparativa internazionale, la portata delle varianti, il racconto dei progetti di alternative produttive e occupazionali, eccetera. Magari anche gli argomenti di facciata e quelli di sostanza che stanno dietro la parola “riforme”.

L’apnea insomma è di sistema, perché il rischio che l’equilibrio dell’opinione pubblica sia oggetto di pericolose intrusioni strumentali resta elevato.

Il tema è davvero delicato, si comprendono le prudenze, ben inteso, ma si ha fiducia in una riflessione di approfondimento della questione. Si spera insomma anche in coraggi meditati. Anzi – come si dice ora – “calcolati”.  Attorno a cui chi scrive sta per dare alle stampe (con la prefazione di Giuseppe De Rita) un testo che ragiona sulla “spiegazione” come una riforma ora irrinunciabile, sia nella pandemia che per uscire dalla pandemia.


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