Mario Draghi e il “nostro” spirito repubblicano. Fornire indirizzi alla riforma della comunicazione pubblica.

Democrazia futura – n. 2-2021 [1] / Key4biz (10.5.2021)

Nuovi indirizzi nazionali alla comunicazione pubblica intesa come strategia europeistica

Stefano Rolando*

* professore di Comunicazione pubblica e politica all’Università IULM di Milano. Presidente del Club di Venezia[2]

Senato della Repubblica, 17 febbraio 2021. Nella parte di avvio di un discorso tanto atteso quanto calibrato, pronunciato all’atto di insediamento del governo e per sollecitare la fiducia del Parlamento, Mario Draghi inserisce l’espressione “spirito repubblicano” a cerniera di riflessioni valoriali e di etica pubblica, che concludono rispettivamente l’incipit e aprono le argomentazioni programmatiche:

  1. Si è discusso molto sulla natura di questo governo. La storia repubblicana ha dispensato una varietà infinita di formule. Nel rispetto che tutti abbiamo per le istituzioni e per il corretto funzionamento di una democrazia rappresentativa, un esecutivo come quello che ho l’onore di presiedere, specialmente in una situazione drammatica come quella che stiamo vivendo, è semplicemente il governo del Paese. Non ha bisogno di alcun aggettivo che lo definisca. Riassume la volontà, la consapevolezza, il senso di responsabilità delle forze politiche che lo sostengono alle quali è stata chiesta una rinuncia per il bene di tutti, dei propri elettori come degli elettori di altri schieramenti, anche dell’opposizione, dei cittadini italiani tutti. Questo è lo spirito repubblicano di un governo che nasce in una situazione di emergenza raccogliendo l’alta indicazione del capo dello Stato.
  2. Si è detto e scritto che questo governo è stato reso necessario dal fallimento della politica. Mi sia consentito di non essere d’accordo. Nessuno fa un passo indietro rispetto alla propria identità ma semmai, in un nuovo e del tutto inconsueto perimetro di collaborazione, ne fa uno avanti nel rispondere alle necessità del Paese, nell’avvicinarsi ai problemi quotidiani delle famiglie e delle imprese che ben sanno quando è il momento di lavorare insieme, senza pregiudizi e rivalità.
  3. Nei momenti più difficili della nostra storia, l’espressione più alta e nobile della politica si è tradotta in scelte coraggiose, in visioni che fino a un attimo prima sembravano impossibili. Perché prima di ogni nostra appartenenza, viene il dovere della cittadinanza. Siamo cittadini di un Paese che ci chiede di fare tutto il possibile, senza perdere tempo, senza lesinare anche il più piccolo sforzo, per combattere la pandemia e contrastare la crisi economica. E noi oggi, politici e tecnici che formano questo nuovo esecutivo siamo tutti semplicemente cittadini italiani, onorati di servire il proprio Paese, tutti ugualmente consapevoli del compito che ci è stato affidato.
  4. La durata dei governi in Italia è stata mediamente breve ma ciò non ha impedito, in momenti anche drammatici della vita della nazione, di compiere scelte decisive per il futuro dei nostri figli e nipoti. Conta la qualità delle decisioni, conta il coraggio delle visioni, non contano i giorni. Il tempo del potere può essere sprecato anche nella sola preoccupazione di conservarlo.
  5. Oggi noi abbiamo, come accadde ai governi dell’immediato Dopoguerra, la possibilità, o meglio la responsabilità, di avviare una Nuova Ricostruzione. L’Italia si risollevò dal disastro della Seconda Guerra Mondiale con orgoglio e determinazione e mise le basi del miracolo economico grazie a investimenti e lavoro.
  6. Ma soprattutto grazie alla convinzione che il futuro delle generazioni successive sarebbe stato migliore per tutti. Nella fiducia reciproca, nella fratellanza nazionale, nel perseguimento di un riscatto civico e morale. A quella Ricostruzione collaborarono forze politiche ideologicamente lontane se non contrapposte. Sono certo che anche a questa Nuova Ricostruzione nessuno farà mancare, nella distinzione di ruoli e identità, il proprio apporto. Questa è la nostra missione di italiani: consegnare un Paese migliore e più giusto ai figli e ai nipoti

L’articolazione di questo snodo costituisce (con altri frammenti sparsi nel testo) il messaggio interpretativo di Draghi in ordine a un motto che nasce nella cultura politica post-rivoluzionaria francese e stinge nell’Europa (e negli Stati Uniti d’America) nella misura in cui, all’atto del Congresso di Vienna, la sola Francia insieme alla Svizzera alza la bandiera repubblicana nell’Europa delle monarchie mentre due secoli dopo la grande maggioranza delle nazioni europee ha abbandonato la forma monarchica scegliendo la Repubblica. Questi i temi flag dell’avvio del discorso di Draghi:

  1. Rinunce di ogni parte per il bene di tutti.
  2. Un passo avanti per le necessità del Paese.
  3. Un dovere di cittadinanza.
  4. Il rischio di sprecare il potere.
  5. L’orgoglio della ricostruzione.
  6. Consegnare un paese migliore e più giusto alle nuove generazioni.

Questo testo

L’avvio della scrittura attorno a questo “annuncio” è stato contestuale.

Cioè ricettivo dei fattori di discontinuità che sono facili da immaginare e, per i più, facili da ricordare. Ma l’opportunità di una rivista periodica – rispetto ai giornali quotidiani e, a maggior ragione, di quelli online – è di consentire qualche sedimentazione e qualche valutazione del rapporto tra accelerazioni e resistenze.

Restiamo sedotti dall’opportunità di considerare quell’annuncio un “cambio di paradigma” culturale nella situazione italiana. Ma – all’ombra del discorso del premier alle Camere per anticipare l’inoltro del PNRR a Bruxelles (26 aprile) –  torna l’incitazione al “cambio di paradigma”, probabilmente nel senso di disporre ormai (tanto il governo, quanto i commentatori e i cittadini stessi) di sessantagiorni per misurare l’effetto di una dialettica politica e di libertà di manovra in un contesto irto di insidie che non facilita l’innovazione delle regole, abituale duro crinale di qualunque democrazia. E torna anche il conforto dell’esortazione di Mario Draghi circa “l’onestà. L’intelligenza e il gusto del futuro che prevarranno sulla corruzione, la stupidità, gli interessi costituiti[3]. Che si somma al proposito del ministro Enrico Giovannini a tornare a lavorare “per attirare investimenti privati e internazionali”.

L’invocazione al ruolo responsabile delle strutture pubbliche era sacrosanto. Ma non è naturalmente limitabile allo schieramento narrativo delle sole medaglie del generale Figliuolo. Si sa che la vocazione progettuale delle istituzioni non si sblocca per decreto. Ma con dura manutenzione formativa e procedurale. E parimenti la “cultura di impresa” non può essere incitata solo in merito alla resilienza (per via del grande timore di ristori insufficienti rispetto alla tendenza alla chiusura di un segmento di imprese più fragilizzate). Perché sarebbe invece il momento di vedere in atto un vero coinvolgimento di quella cultura proprio nell’allargamento dei tavoli di immaginazione della transizione. Sappiamo che questo spirito c’è e che ci sono anche alcuni luoghi di questa incentivazione. Ma è debole la rappresentazione del tema, così da lasciare le luci sulla dinamica reale della scrittura del piano troppo fioche perché si sia aperta finora una vera discussione.

Si aggiungano le preoccupazioni degli scienziati in ordine al disegno di prospettiva della ricerca considerata attivata attorno a ciò che si chiama “prodotto”, ma con fonti marginali nel documento in ordine al serio aspetto di dare una svolta alla ricerca cosiddetta “pura”, cioè sistemica.

Solo pochi spunti qui, per spiegare la fase di legittimi interrogativi sugli andamenti in ordine a ciò che avremmo voluto chiamare volentieri: “i giorni dell’applicazione dello spirito repubblicano”.

Non viene meno la fiducia, certamente. E non vacilla l’apprezzamento per la capacità di giudizio. In questo caso un giudizio severo sulla crisi dell’Italia entrata nel terzo millennio. Bastino queste tre righe delle scarne premesse al PNRR:

Tra il 1999 e il 2019, il Pil in Italia è cresciuto in totale del 7,9 per cento. Nello stesso periodo in Germania, Francia e Spagna, l’aumento è stato rispettivamente del 30,2, del 32,4 e del 43,6 per cento. Tra il 2005 e il 2019, il numero di persone sotto la soglia di povertà assoluta è salito dal 3,3 per cento al 7,7 per cento della popolazione – prima di aumentare ulteriormente nel 2020 fino al 9,4 per cento[4].

Ma si potrebbe dire che vacilla un po’ la sicurezza della rapida neutralizzazione dell’effetto combinato tra la malapolitica e la pigrizia poco creativa di sistema.

I brevi accenni che fanno seguito tornano sugli stimoli della cornice “illuministica” che l’arrivo di Draghi ha disvelato. Ma intendono – nella seconda parte di questo testo – concentrare la proposta sulla materia che sta sostanzialmente a cuore ad una rivista specializzata nel campo delle comunicazioni. Il sospetto – che sconfina molto nella presa d’atto – di uno storico impoverimento di ciò che fa parte dell’intelaiatura comunicativa della “sfera pubblica”. Così da indebolire sia l’opportunità della forza per le possibili migliori forze in campo; sia la probabilità di una qualità partecipativa (sociale, professionale, di impresa) per non lasciare la partita della rigenerazione, così come si faceva con le guerre per deleghe, solo agli apparati pubblici deputati.

Pena la sicura sfasatura dal paradigma adottato da tutti i sistemi-paese complessi e maturi in cui il piano di reattività non è mai verticale, ma anzi è mobilitante oltre che orizzontale. 

Insomma una fiducia attenta e critica va ora espressa nel cruciale passaggio in atto tra la presentazione del PNRR, i provvedimenti normativi di riforma previsti per luglio (compresa la legge di incentivi per il sud) e la prima relazione annuale di attuazione (prevista per il giugno del 2022). Oggi lo “spirito repubblicano” può restare lo scenario credibile perché – come dice in una lucida intervista Giuliano Amato – “Draghi è un coactus tamen volui, sebbene costretto volli, perché il mondo è pieno di persone che aspirano a fare il presidente del Consiglio, lui non era in questa lista, ma naturalmente capisce la politica ed è in grado perfettamente di farla[5].

Tra Francia e Italia

Torniamo così alla riflessione di slancio sull’ ”esprit républicain”.

E’ evidente che esso contiene evocazioni che vanno al di là della radice dell’89.  C’è più di questa articolazione. Lo storico modernista e francesista Luigi Mascilli Migliorini interrogato su questo “più” non ha esitazioni a riconoscere soprattutto la “laicità”, aggiungendo che essa è altamente incarnata, rispetto alle dinamiche nazionali e territoriali dell’Italia unita, soprattutto da Camillo Benso di Cavour e Carlo Cattaneo. Non casualmente a Cavour si richiama direttamente Draghi sia pure attorno a questioni di metodo di governo: “Il Governo farà le riforme ma affronterà anche l’emergenza. Non esiste un prima e un dopo. Siamo consci dell’insegnamento di Cavour: ”le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l’autorità, la rafforzano”. Ma nel frattempo dobbiamo occuparci di chi soffre adesso, di chi oggi perde il lavoro o è costretto a chiudere la propria attività”. E non casualmente la trama risorgimentale che riporta a Cattaneo o anche a Massimo D’Azeglio è parte degli accostamenti nei commenti giornalistici più rilevanti al suo discorso.  Ma l’invalsa citazione dello “spirito repubblicano” torna – non frequentissima – nel dibattito politico italiano spesso per segnalare la differenza tra l’Italia e la Francia quando l’Italia fatica a demarcare Stato e Chiesa ovvero quando essa sembra incapace di distinguere tra Politica e Istituzioni.

La citazione abitualmente avviene in italiano quando si pensa che da noi residui ancora la cultura interpretata dai nostri migliori costituenti, facilmente riconducibile a figure come Ugo La Malfa, Piero Calamandrei o lo stesso Alcide De Gasperi e per i tempi più recenti a personalità quali Carlo Azeglio Ciampi. E avviene in francese quando invece si vuole alludere a una virtù che la Francia custodisce con la fermezza e la sacralità che mancherebbero nel nostro Paese. Come si vede – e non poteva essere diversamente – Draghi la ha pronunciata in italiano. E non è escluso che – anche per i trascorsi di diretta collaborazione – il suo riferimento sia proprio stato Ciampi e la sua formula (espressa al tempo della complessa esperienza di Palazzo Chigi) di “Repubblica come res severa[6].  In ogni caso in Italia la formazione dello spirito repubblicano resta sostanzialmente circoscritta alla cultura giuridico-costituzionale. Mentre in Francia (con tessiture molteplici, da Jean-Jacques Rousseau all’Encyclopédie), essendo principalmente cultura del “bene comune”, il rinvio è più diffusamente popolare. Da un lato accoglie le ineludibilità costituzionali (l’indivisibilità e la laicità), dall’altro lato si radica nei principi popolari della democraticità e della socialità.  E più generalmente – qui la fonte dell’illuminismo è evidente – il fattore pedagogico è parte della vitalità repubblicana. Basti pensare alla raffigurazione matronale e imponente di Honoré Daumier (1848) della République che nutre a larghi seni scoperti i bambini. E li “istruisce” (foto allegata)[7].

In buona sostanza resta nel “tramandato” civile d’oltralpe l’idea che, attorno ai valori repubblicani, si incarni una ragionevole utopia politica adatta a ogni tempo ma soprattutto adatta a ogni condizione di rischio. Per questo Mario Draghi raccoglie quel motto e lo connette al principio della “ricostruzione”. Che non si rende possibile solo grazie ad un “Next Generation UE” calato dall’alto, da intendersi come un nuovo Piano Marshall, ma come una sorta di punto di equilibrio profondo tra “sacrifici” svolti nel sistema di cittadinanza e “rinunce” svolte nel sistema politico. Dunque un progetto a tempo, ma non così frettoloso da non richiedere un accompagnamento “pedagogico”. E ancora una adeguata narrativa che motivi – rispetto ad una relativa neutralità dei presidi istituzionali – il patto rigeneratore tra politica e popolo. Da qui, come si sa, l’integrazione nella vita stessa del governo della più larga rappresentanza dei partiti rappresentati, per indurre a coltivare insieme quel patto che si regge sul postulato che il governo non ha bisogno di “aggettivi” connotanti.

Un governo senza aggettivi?

In realtà questo governo di aggettivi ne raccoglie, anche se con citazioni indirette, più di uno.

  • Intanto è “nuovo”, poi è “misto”, poi è “europeista”, poi è “atlantista”.
  • E ancora – sempre stando alle dichiarazioni programmatiche – è “responsabile”.
  • E’ caricato di sentimenti di “orgoglio e generosità” verso il Paese (cioè intende spingere gli italiani a limitare il carattere nazionale un po’ disfattista). 
  • E attraverso l’indiretta retorica degli “indirizzi” è anche connotato da realismo nell’ammonimento che basta il buon senso per comprendere che non è vero che poi “tutto ricomincia come prima”. Quindi magari nessun aggettivo politicizzante, ma molti aggettivi di principio e metodologici.

In questa chiave il capo del Governo, che poi metterà tre abbondanti settimane prima di tornare a parlare al Paese, intese come un segnale di cesura rispetto alla quotidiana visita dell’ex-premier nelle case degli italiani, sa che la funzione di una corretta e convincente spiegazione non può essere elusa.  Il ritorno alla parola pubblica a Bergamo (18 marzo) in una difficile liturgia civile e soprattutto il giorno dopo in una seria ma anche sdrammatizzata prima conferenza stampa a Palazzo Chigi si sono fugate le ombre sui suoi silenzi e – sciocco dubbio di qualcuno – sulla sua reticenza “bancaria” a parlare[8]. La seconda conferenza stampa non ha tardato (26 marzo): netto fronteggiamento al doppiogioco o al pressapochismo di alcuni partiti al governo (compresa la micidiale battuta contro i “numeri messi in campo solo per vedere l’effetto che fa”) e continuità di linea contro l’ordine sparso del sistema regioni (che potrebbe aprire probabilmente un altro cantiere salutare per l’Italia, quello del nuovo regionalismo integratore rispetto al regionalismo antagonista).

Un segnale sugli impegni comunicativi istituzionali comunque c’era nel discorso programmatico. Questo: “Ci impegniamo a informare i cittadini con sufficiente anticipo, per quanto compatibile con la rapida evoluzione della pandemia, di ogni cambiamento nelle regole”. Non è una “cosetta” dal punto di vista democratico e nella consapevolezza di quella particolarità italiana che si chiama “democrazia parlamentare”.  La più recente alzata di scudi di Mario Draghi contro il principio di “inganno” perpetrato da alcune case farmaceutiche ai danni dei cittadini europei è il secondo spunto che proviene da istanze di vertice. Questo rende evidente la fragilità se non addirittura la mancanza di una architettura italiana idonea ad intervenire in sinergia con le esigenze istituzionali di proteggere su uno dei terreni più difficili – quello della rappresentazione e dell’informazione – non solo genericamente “i cittadini” ma in particolare le fasce più esposte ai rischi e per giunta allertabili sempre con maggiori difficoltà. Non ci vorrà molto tempo a che, sulla linea degli interessi generali, il presidente del Consiglio arrivi a porre questioni attorno al rapporto tra algoritmi e eccessi di intermediazione degli over the top nel campo delle nuove forme di comunicazione digitale. Dopo di che diventerà di evidenza diffusa che abbiamo perso milioni di ore di tempo istituzionale ad investire su come trasferire la spesso futile messaggistica politica in rete ancor più spesso contro qualcuno anziché a favore di tutti. E ciò al posto di costruire piste presidiate da professionisti del pubblico interesse formati per evitare la finta res nullius della rete e, al contrario per ridurre le derive infodemiche e accompagnare invece di più la società nel sistema della conoscenza.

Oltre i preliminari: la comunicazione pubblica intesa come strategia europeistica e non solo come nuova sobrietà o come pura modernizzazione tecnologica

Gli spunti fin qui allineati non ci dicono ancora quali saranno gli indirizzi di fondo, ovvero per strategie riformatrici in ordine alla comunicazione pubblica del Paese. Ci sono elementi di metodo e di stile che possono preludere a una riduzione di esposizione comunicativa, facendo prevalere il monito a favore della sobrietà e contro il rischio di derive propagandistiche. Oppure immaginare – ma non si sentono ora nemmeno forti rumori in cucina – che in alcuni importanti dossier allo studio del governo (un filo rosso che attraversa la transizione digitale, la riforma della Pubblica Amministrazione, la crescita di impegno nel quadro della crisi sanitaria contro l’infodemia, l’armonizzazione europea in materia di open data e di concorrenza globale delle piattaforme, aggiungendo noi – per principio di questa stessa rivista – il re-indirizzo del servizio pubblico radiotelevisivo e il ritorno delle componenti di educazione civica e di public engagement nei sistemi educativi) si vada collocando un pensiero più sistemico sull’orientamento “europeista” della comunicazione pubblica italiana. Attorno a cui, sul numero precedente di Democrazia Futura, abbiamo proposto una scheda sui principali delta tra la situazione italiana e l’andamento del dibattito pubblico professionale in Europa[9].

E’ immaginabile la reazione del gabinetto del premier. Potrebbero dire: magari è una cosa importante ma nel quadro di una politica pubblica su cui l’Italia manca l’appuntamento da anni; dunque non coinvolgiamo ora la linea della comunicazione istituzionale del premier stesso, che ha bisogno di mantenere la soglia di caratura personale, corrispondente a quelle componenti che sono state considerate (in primis dal Capo dello Stato e poi dal Parlamento) con significato ”esclusivo” per piegare i nodi più critici della situazione.

E’ difficile sottrarsi a questa argomentazione. Ma Mario Draghi ha l’esperienza e il vissuto istituzionale per sapere che la piega delle riforme si rende possibile quando un profilo normativo o di indirizzo giusto e innovativo cammina anche sulle gambe di un uomo (come di una donna) all’altezza del cambiamento ed è credibile nel collocarsi nei punti nevralgici del cambiamento stesso. Per cui per forzare il destino fin qui negativo, che ha sottomesso la comunicazione pubblica ai tran-tran burocratici ovvero allo strattonamento chiesto dalla domanda politica di privilegiare la visibilità rispetto al servizio, serve ora una visione, una regia, ma anche una figura di riferimento a cui magari non fare indossare l’abito (marchiato per sempre dal fascismo) della Vox suprema. Ma senza sottrarlo alla funzione del garante di una rigenerazione in cui la tabella di marcia assegni occasioni esemplari.

A modest proposal

In questa cornice le proposte di massima – allineate alla tabella contenuta nel citato numero precedente di Democrazia Futura [10]– potrebbero essere limitate alle seguenti cose, che a differenza dell’indimenticabile paradossalità che ha ispirato Jonathan Swift trecento anni fa, qui avrebbero di paradossale solo il corrispondere al principio del “bene comune” (quindi il cardine dell’esprit républicain). Anziché al principio del “mal comune mezzo gaudio” con cui tre recenti decenni di vita repubblicana hanno abbassato la soglia di fiducia delle istituzioni tra i cittadini fino a margini di evidente autolesione nazionale.

Sfera pubblica e Pubblica Amministrazione garante dell’equilibrio socioeconomico.

La prima proposta riconduce a un cantiere sempre agognato e mai messo in opera, malgrado gli infiniti contributi teorici che ne circondano il “senso”.  Si tratta di fare attorno al concetto di “comunicazione pubblica” quell’ingrandimento di perimetro che, con un colpo di mouse, facciamo abitualmente attorno a qualunque oggetto visivo identificabile. Fare uscire la comunicazione pubblica dall’angustia concettuale di una normativa che ha imprigionato missione e funzioni in poco più di un URP, cioè di uno sportello. I freni storici a questo “ingrandimento” vennero al tempo in cui l’erario (per mano della Ragioneria generale) si difendeva dal rischio del dilagare di “posti di lavoro” e peggio di “dirigenze”, dietro a cui poteva nascondersi facilmente la cupidigia della politica per un’occupazione pubblica senza vincoli della formazione giuridico-amministrativa. Un timore non insensato, che avrebbe potuto essere sfumato da un investimento intelligente verso la cultura della sussidiarietà (poi formatasi) e verso un’idea di riforma della Pubblica Amministrazione rimasta per lo più nei libri dei sogni.  Ma i due lati dello spazio ora necessario sono già parte di una progettazione tornata in campo nel quadro della crisi socio-sanitaria in atto. Il Piano Colao del 2020 ha intitolato il profilo di trasformazione della nostra vecchia burocrazia con queste parole: “E’ il garante dell’equilibrio tra la sfera sociale e quella economica, e l’abilitatore imprescindibile di ogni trasformazione del Paese”. E’ a Vittorio Colao che ora è assegnata la missione della trasformazione digitale[11]. Mentre l’altro lato resta – da più di mezzo secolo – il progetto incompiuto di trasferire dai libri di sociologia il concetto habermasiano di Öffentlichkeit[12], abitualmente tradotto in “sfera pubblica”, da intendersi come un concreto spazio intermedio tra gli ambiti politico-istituzionali e il vasto ambito privato della “produzione e riproduzione degli interessi[13]. Proviamo a ragionare da molti anni attorno all’idea che il regolatore della moderna comunicazione pubblica parta dalla visione praticabile di questi due interdipendenti fattori di modernizzazione per iscrivere un disegno di comunicazione pubblica che passi dalla messaggistica istituzionale (che resta ovviamente come elemento di sistema) alla riorganizzazione di processi di conoscenza funzionali alla qualità sociale e all’efficienza delle relazioni tra pubblico e privato nella gestione sia dell’integrazione sociale che dell’organizzazione dell’economia e dei servizi. Il “se non ora quando” attorno a questo tema di cornice fa affidamento sul fatto che, grazie a un premier che sa far di conto attorno ai bilanci pubblici, può venire in mente al governo che questo indirizzo ora può essere disegnato come una riduzione di costi (sperpero e inefficienza) e come una finalizzazione della cultura del coordinamento (iscritta in uno spazio europeo).

Lotta all’analfabetismo funzionale e creazione delle condizioni di base per stabilizzare la comunicazione scientifica.

Il portato innovativo della crisi in corso – che potrebbe diventare l’unica vera grande vaccinazione civile – è quello di seguire il principio di una delle più importanti culture che regolano la comunicazione pubblica (quella seria), intesa come applicazione alla crisi e all’emergenza: vedere insieme ai rischi la pari forza delle opportunità.  Deve partire dalla crisi pandemica un piano per abbattere di almeno un terzo il cancro sociale – che Tullio De Mauro stimava alle soglie del 50 percento della popolazione, mentre l’OCSE, rivedendo alcuni parametri, attribuisce all’Italia per un terzo della popolazione – dell’analfabetismo funzionale. Quello che ha prodotto il consolidamento politico del populismo e che continua a generare fenomeni di vario negazionismo, ivi compreso quello sanitario. Ma soprattutto che alimenta una domanda sociale di abbassamento della soglia di qualità dell’accompagnamento informativo pubblico e istituzionale (perché è raro che ci sia un governo che non percepisca gli analfabeti funzionali prima di tutto come elettori). Qui il nostro ipotetico perimetro consolida altri lati. Quello di una ri-finalizzazione dell’indirizzo di public engagement per la scuola e per l’università e quello di forte indirizzo di scopo per il servizio pubblico radiotelevisivo, insieme a una ingegneria di sostegno all’uso della trasformazione digitale verso compiti di pubblica utilità che puntino a dimezzare l’immensa presenza di faglie sociali che continuano a vivere in altre epoche storiche rispetto al terzo millennio che suona ormai da un pezzo le trombe con le sue meraviglie e le sue disgrazie[14].

In particolare il rilancio – non retorico, ma in un certo senso modernizzante e filologico – della cultura di servizio pubblico, trova voce di recente in molti. Ma le trame della deriva creativa della Rai avvelenata dalla cultura spartitoria non si attenuano e girano persino inconcepibili ipotesi di nomine ispirate alla “macchina del tempo”. 

Questo argomento mette in grande evidenza politica lo spostamento naturale del “livello di garanzia” attorno alla comunicazione scientifico-sanitaria – come appare chiarissimo nella complessa e tortuosa vicenda delle vaccinazioni – che riguarda il punto di equilibrio, democraticamente molto rilevante, tra sollecitazioni a tenere sotto “controllo politico” dati e interpretazioni e sollecitazioni alla “trasparenza” per favorire piuttosto una crescita consapevole nell’autodeterminazione dei cittadini. Uno spostamento istituzionale che non diventa, ben inteso, casuale ma che dovrebbe restituire agli uffici istituzionali dell’informazione presso la Presidenza del Coniglio dei Ministri compiti istruttori nei confronti del vertice del governo in cui la questione posta dovrebbe ispirare la regola equilibrante[15].

  • Profondo ripensamento circa le regole e l’architettura dei modelli di comunicazione pubblica in condizioni di crisi e di emergenza.

La focalizzazione dei primi due ambiti di questa proposta, che si disegna attorno all’esperienza in corso della pandemia, offre un evidente terreno di analisi e di elaborazione che, da solo, costituirebbe una delle più forti risposte al concetto concreto della crisi come opportunità. Nell’anno di esperienza si sono avuti grandi problemi di approccio e di gestione della statistica (il pilastro della “verità” tra istituzioni e società). E si sono manifestati molti conflitti inter-istituzionali (locali, regionali, nazionali, europei, internazionali) e conflitti tra agenzie pubbliche e sistema di impresa in cui il rapporto con la libertà di cronaca e di indagine dei media ha agito senza collocare le parti – tutte le parti – all’interno di regole e indirizzi frutto di meditata regolazione.  

Per “regolazione” va inteso un “prodotto” scientifico e civile di doppia portata: da un lato l’alta interpretazione delle fattispecie di crisi e dall’altro lato e al tempo stesso un grande equilibrio tra efficacia e trasparenza dei processi decisionali e partecipativi. Il dettaglio di questo “cahier” riempie ovviamente infinite discussioni: quelle connesse alle vaccinazioni sono destinate a pesanti e prolungati strascichi nel 2021), ma sarebbe terribile se Coronavirus lasciasse la presa su questa Terra senza che sia maturato (noi diciamo con forza almeno in Europa) il convincimento circa un codice di comunicazione pubblica che innovi per una parte generale, che è pressoché inesistente, nonché per la specifica lezione pandemica che offre un tale cumulo di insoluti da far definire delittuoso il rinvio in silenzio alla prossima tragedia. Anche in questo caso un tema di ripensamento merita considerazioni (che esulano da questo rapido trattamento) in ordine ai ruoli di coordinamento di ambiti istituzionali (come la Protezione Civile) che appaiono come i più predisposti per rielaborare un approccio specialistico alla materia comunicativa nella gamma larga delle tipologie comprese nel moderno concetto di “crisi ed emergenza”.

Patto pubblico privato contro l’infodemia

E’ ormai nei titoli di testa di tutta la convegnistica professionale europea in questo campo ed è dunque argomento della nuova casistica di capacity building di molti paesi, destinare una quota di operatori adeguatamente formata professionalmente nel fronteggiamento della componente presente massicciamente nella rete e nei processi comunicativi in cui si colloca la malattia del nuovo secolo: la disinformazione organizzata a scopo destabilizzante. L’Unione europea ha destinato all’aggiornamento del piano d’azione del 2018 contro la disinformazione un capitolo di spesa e di organizzazione intergovernativa che – con azioni concordate con molte agenzie internazionali, a cominciare dall’OMS – prepara e aggiorna protocolli di iniziativa nel campo della pandemia in atto, nel convincimento che qui vi sia una delle chiavi di successo nella riduzione dei tempi di debellamento.

E’ evidente che il cantiere Covid-19 non deve andare in soffitta con le prime avvisaglie di immunità, perché sappiamo che il giorno dopo l’agenda presenterà un nuovo fronte di criticità. C’è una visione complessivamente civile e sociale legata a questa prospettiva che induce a non relegare ormai la partita nelle pratiche “riservate” dei sistemi di intelligence. Dunque generando una componente della prospettiva di impegno in questo campo legata con visione di insieme ai due punti qui precedentemente trattati.

Nuovi valori per una comunicazione pubblica coerente e interagente nel processo di trasformazione digitale.

L’accennato schema di una riforma possibile trascende per alcuni versi gli adattamenti settoriali di modelli organizzativi rimasti anchilosati. Non è un articolo a profilare un così articolato cambiamento. E tuttavia la concentrazione recente del dibattito pubblico e professionale attorno a una riforma della legge 150/2000[16], ha messo in campo argomenti che si riferiscono alla specificità del campo della “trasformazione digitale”, che non vorrei ignorare, pur se per sommi capi, in questo promemoria[17].

Valori guida sistemici per una comunicazione pubblica che sostenga e assecondi una trasformazione digitale sostenibile

  1. Trasparenza, figlia del metodo scientifico, mai adottato fino in fondo dal nostro ecosistema pubblico (e ancora osteggiato da certa politica), come principio del rendere ragione, ricerca delle evidenze che validano le ipotesi del decisore pubblico, e fondano il suo operato, il suo dire, il suo comunicare.
  2. Responsabilità, identificata da Max Weber come il principio fondante di un’etica pubblica chiamata a governare stretta tra una esuberante tecnica trasformativa, e una economia che vorrebbe vedere protette le sue fragilità e ascoltate le sue istanze. In Italia, per radici e ragioni storiche, ha sempre perso rispetto a un’etica delle intenzioni, deresponsabilizzata rispetto agli impatti che genera.
  3. Competenza, intesa come nuova chiave per ridurre le discriminazioni legate ai titoli, alle eredità di risorse e talenti, a vantaggio di una classe che sia propriamente dirigente perché conscia delle dinamiche non lineari della complessità che caratterizzano la nostra società, e dell’urgenza di cambiare traiettoria rispetto alle visioni short term dei governi degli ultimi decenni, e della relativa comunicazione pubblica.
  4. Circolarità, intesa come modello di una comunicazione pubblica consapevole della circolarità della comunicazione, abilitata dalla trasformazione digitale, dalla pervasività dei media sociali. La circolarità deve smettere di essere subita o temuta, e deve diventare una risorsa, per co-disegnare messaggi, pratiche e politiche. Un mezzo per conoscere sistematicamente il feedback della società, e costruire un processo comunicativo continuo e solido. Che permetta di evitare una comunicazione pubblica sloganistica, i passi falsi, buchi nell’acqua o propagande retoriche autoreferenziali.

Conclusioni (per tornare alle funzioni della comunicazione istituzionale anche di “Palazzo”)

Arrivati alle conclusioni va reso chiaro che non ci siamo dimenticati per strada il tema del passaggio dalle scenografie di Rocco Casalino (parte anche di una dedizione sincera ed entusiasta ad un modello che impera nel mondo) connesse poi al sorgere e proliferare del modello “La Bestia” con Matteo Salvini al Viminale che caricava sullo Stato le spese del combattimento politico digitale di un ministro che era, a tempo pieno, segretario di partito. I casi di annidamento di funzioni di pura organizzazione della visibilità estese anche ad estreme funzioni di lotta politica sono stati, dopo molti anni di degenerazione, fenomeni di proliferazione internazionale. Una morigerazione è comunque intervenuta. La ministra Luciana Lamorgese ha tagliato di oltre 500 mila euro all’anno i budget che si erano consolidati al Viminale, mentre il presidente Draghi ha conferito all’austerità di Paola Ansuini, una competente dirigente di Bankitalia, la gestione in forma certamente più sobria di pratiche che hanno conosciuto nel Palazzo stagioni talvolta altrettanto austere ma anche il tempo della loro “Fuorigrotta”.

Ma è proprio questa la morale vera del nostro ragionamento: “se non ora quando”.

La rappresentazione della crisi resta una parte rilevante del problema. Non è pura retorica, ma una delle necessarie riforme organizzative. Torniamo sugli indirizzi nazionali della comunicazione pubblica. Intesa come strategia europeistica e non solo come nuova sobrietà o come pura modernizzazione tecnologica.

Nell’interesse dell’Italia non è solo il tempo di “tagliare”, è il tempo di rigenerare.

Senza che in queste linee di progettazione debba iscriversi, con un eccesso di regole, il comportamento personale del premier che dà prova di conoscere il tema della “spiegazione pubblica” e di avere anche efficaci modalità di relazione. Il dibattito non deve focalizzarsi sul tema di quando e come parla Draghi. Mario Draghi deve invece portare lo spunto dell’esprit républicain nel ripensamento generale di un quadro di funzioni (qui – nell’economia di un semplice articolo – limitato a qualche esempio) in cui ci sia finalmente, per la vicenda italiana, più Europa, più coinvolgimento di soggetti, più disegno degli obiettivi di interesse generale.


[1] Questo testo sarà pubblicato sulla rivista Democrazia futura (n.2/2021) a maggio 2021 e  viene anticipato dal giornale online Key4biz (https://www.key4biz.it/democrazia-futura-mario-draghi-e-il-nostro-spirito-repubblicano/359621/)

[2] Il Club di Venezia (Club of Venice), organismo informale con segretariato permanente presso il Consiglio dell’Union europea riunisce i responsabili della comunicazione dei governi dei Paesi membri e delle istituzioni che compongono l’Unione europea.

[3] Dalla presentazione alla Camera del “Recovery plan” italiano fatta da Mario Draghi il 26.4.2021.

[4] Dalla “Premessa” firmata da Mario Draghi al Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR).

[5] Simonetta Fiori, Intervista a Giuliano Amato – Lo Stato è tornato ma in economia non è la soluzione – Repubblica 27.4.2021.

[6] Che origina dal motto di Seneca (Epist. Mor. XXIII, 4) iscritto sulla facciata della Gewandhaus di Lipsia. “Res severa verum gaudium”, ossia, traducendo un po’ liberamente, è dalle cose serie e impegnative che si ottengono le autentiche soddisfazioni.

[7]La Repubblica nutre i suoi figli e li istruisce” è custodito al Musée d’Orsay a Parigi. Il dipinto fu originato dalla caduta della monarchia a seguito della Rivoluzione del febbraio 1848, per cui il governo repubblicano bandì, il 18 marzo, un concorso per un’immagine che rappresentasse la nuova Repubblica francese. Honoré Daumier fu tra i settecento partecipanti.

[8] Due note scritte sull’argomento sul giornale online Moondo.Info: Il presidente Draghi non ha parlato agli italiani dal 17 febbraio. Sia permesso un colpo di tosse (1 marzo 2021 – https://moondo.info/sia-permesso-un-colpo-di-tosse/) e L’ex-silenzio di Mario Draghi (22 marzo 2021 –  https://moondo.info/lex-silenzio-di-mario-draghi/).

[9]Stefano Rolando “Comunicazione pubblica. La pandemia induce a un’idea strategica che manca”, Democrazia Futura,

 I (1) gennaio-marzo 2021, pp.87-94. Vedi  https://www.key4biz.it/democrazia-futura-comunicazione-pubblica-tutti-in-ordine-sparso/350632/                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

[10] Stefano Rolando “Comunicazione pubblica. La pandemia induce a un’idea strategica che manca”, Democrazia Futura, loc. cit.pp. 90-91.

[11] La sua sintesi sulla “intollerabilità” del ritardo della rete veloce, è molto chiara: “Agire sul fronte dell’offerta e quindi dell’infrastrutturazione e sulla domanda, cioè sull’effettivo utilizzo dei servizi” (Corriere della Sera 1.4.2021).

[12]Jürgen Habermas, Strukturwandel der Öffentlichkeit. Untersuchungen zu einer Kategorie der bürgerlichen Gesellschaft, Neuwied-am-Rhein, Luchterhand Verlag, 1962, 291 p. Quarto tomo della serie Politica (a cura di Wilhelm Hennis e Roman Schnur). Nuova edizione: Mit einem nuen Vorwort zur Neuaflage, Frankfurt-am-Main,  Suhrkamp Verlag, 1990, 391 p. Traduzione italiana di Augusto Illuminati, Ferruccio Masini e Wanda Perretta, Storia e critica dell’opinione pubblica, Laterza, Bari 1971. Poi nella nuova edizione riveduta sull’edizione tedesca del 1990. A cura di Mario Carpitella, Roma, Laterza, 2002 XLVII-316 p. 

[13] Un recente breve commento all’opera di Habermas degli anni Sessanta è contenuto nell’articolo di Ruggero D’Alessandro “Jürgen Habermas: sfera pubblica e tarda modernità, Scenari, Mimesis edizioni, 23 giugno 2020 –  https://www.mimesis-scenari.it/2020/06/23/junger-habermas-sfera-pubblica-e-tarda-modernita/

[14] E’ questo il portato conclusivo del lavoro di sintesi che chi qui scrive ha tratto dal monitoraggio 2020 in Università IULM su “comunicazione e situazione di crisi” in Stefano Rolando, Pandemia. Laboratorio di comunicazione pubblica, prefazione di Gianni Canova, ES-Editoriale Scientifica, novembre 2020 – https://www.editorialescientifica.com/shop/autori/rolando-s/pandemia-detail.html

[15] Lo spunto schiude così un tema della “riforma” nella necessità di rimodulare funzioni che si sono nuovamente sopite nel tempo – a vantaggio della mediazione “politica” dei gabinetti – confinando i compiti istituzionali a sostanziale gestione amministrativa.  

[16] Il sito del Dipartimento della Funzione Pubblica propone in dieci punti fondamentali la possibile riforma: http://www.funzionepubblica.gov.it/articolo/dipartimento/15-06-2020/riforma-della-comunicazione-pubblica-proposte-operative-10-punti

[17] Ringrazio Michele Bergonzi per avere sfidato per me l’inosabile, cioè il far sintesi di quasi due anni di discussioni, documenti e promemoria con questo pregevole riquadro.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *