Sud&Nord – “Villa Nitti accorcia le distanze”. Stefano Rolando, interventi nelle sessioni di apertura e di conclusione.

Maratea, 18-20 giugno 2021

Apertura (18 giugno 2021)

Nel luglio di due anni fa, qui in questa villa che il Presidente Nitti acquistò poco prima di assumere l’incarico di Premier tra il 1919 e il 1920  con una coalizione che comprendeva liberali, popolari e socialisti riformisti (lui appartenente allo storico partito radicale espressione dei liberali progressisti del tempo), Fondazione Nitti e il comitato per il centenario di quel governo autorevolmente presieduto da Giuliano Amato, si sono presi  il lusso di alleggerire un po’ il programma carico di eventi, ricerche e pubblicazioni scientifiche.  

Si sono dunque svolte qui in una magnifica serata all’aperto – proprio come un secolo prima erano avvenuti nella realtà – quattro pièces teatrali in cui, grazie a sapienti testi (uno dei quali di Fabrizio Barca), rivivevano i dialoghi che il Presidente svolgeva davvero tessendo il suo piano di riforme e di modernizzazione per l’Italia di allora.

Il Sindaco e amico Daniele Stoppelli – che ringrazio per molte cose e in particolare per la sua bella apertura – si ricorda che venne qui la popolazione residente, più che i turisti occasionali. Commossa per veder consolidata la mitologia di questo posto con una storia al tempo stesso magnifica e drammatica di un momento cruciale della vita del nostro Paese. Da quel giorno abbiamo pensato che questo luogo avrebbe dovuto essere degnamente e definitivamente destinato a ospitare colloqui di questo rilievo. Tra responsabilità di governo, di progettazione, di creatività, di studio e di laboratorio.  Senza l’eruzione nazionalista (con D’Annunzio e poi il fascismo) e senza il massimalismo a sinistra (che nel ‘21 segnò il successo della formula “faremo come in Russia” i nostri colleghi storici ci hanno spiegato che oggi si parlerebbe di età nittiana e non di una prolungata età giolittiana interrotta dal regime.

Quella democrazia progettuale ci sta a cuore allo stesso modo.  Allo stesso modo ci sta a cuore la condizione di disuguaglianza, di sfasatura nel pensare Paese e nel produrre Crescita che Nitti aveva mirabilmente tratteggiato ad inizio del ‘900 nel suo pamphlet dedicato a Nord e Sud.  Il tempo di questa meditazione ci ha condotto a ribaltare il punto di vista di un meridionalista-europeista che non vedeva la riscossa del Sud nell’assistenza ma nella educazione, nelle infrastrutture, nei piani di scienze delle finanze (fu giovanissimo ordinario alla Federico II). Dunque Sud e Nord. E il confronto – su comuni lunghezze d’onda – con l’Associazione Merita guidata da Claudio De Vincenti e Giuseppe Signoriello ci ha fatto immaginare il sottotitolo di questo ciclo che comincia oggi con una sperimentazione, una sorta di “numero zero”: Villa Nitti accorcia le distanze.

Il compito dei nostri comitati scientifici (specificatamente Luigi Mascilli Migliorini per la Fondazione Nitti e Amedeo Lepore per Merita) ci ha aiutato a immaginare la formula di un “Umanesimo digitale” in cui poter parlare di una piattaforma sullo sviluppo che comprenda l’impresa, la tecnologia, la formazione, la cultura.

E – in particolare nella mia ottica anche disciplinare – che comprenda anche il tema – fatemelo chiamare così – del macigno invisibile. L’evoluzione cioè degli stereotipi, dentro cui stanno rappresentazioni anche distorte, conoscenze reciproche inadeguate, costituzionalità smarrite, funzioni di accompagnamento sociale fragili.

Se funzionerà, poi daremo temi più circostanziati. Immaginando che il luogo in cui si accorciano le distanze non deve favorire pura vetrina, puro palcoscenico. Ma proposte. Per accorciare quel rischio di un’Italia troppo lunga che Giorgio Ruffolo (calabrese europeista) aveva disegnato ad alto rischio di frattura.

Associazione Nitti è uno dei soci fondatori della Fondazione, insieme alla Regione (qui rappresentata dal suo presidente il generale Vito Bardi che ha accolto con spontanea convergenza questo progetto), insieme all’Unibas (che è stata parte del programma fitto di molti eventi e la cui rettrice Aurelia Sole – che qui presiede un panel e che è anche vicepresidente della Fondazione – ha da poco lasciato il suo ruolo alla guida dell’ateneo al prof. Ignazio Marcello Mancini). Saluto qui presente l’on. Vito De Filippo, parlamentare e già presidente della Regione Basilicata per noi importante interlocutore nella fase di avviamento della Fondazione. Sono naturalmente soci fondatori anche i comuni di Maratea e di Melfi (la città natale di Nitti, con il nostro grande centro culturale operoso). E ancora per statuto con la presenza negli organi del Ministero dell’Economia e Finanze (che fu anche il Ministero di Nitti) e quello della Cultura (che fu anche il paradigma del far politica di Nitti).

A presiedere l’Associazione melfitana dei soci individuali (tutti voi potrete esserlo, ampliando questo sodalizio, basta iscriversi) è la nipote del Presidente, Patrizia Nitti, nata in Francia terra d’esilio della famiglia, le cui estati dell’infanzia e dell’adolescenza erano parte della vita di una grande tribù che in questa Villa aveva non solo il luogo di vacanza ma anche il luogo di una speciale formazione civile.

E’ questo lo spirito con cui abbiamo messo mano al programma che lascio alla competenza scientifica, politica e istituzionale del prof. De Vincenti di segnalarvi nei punti focali e nell’approccio di senso che lo anima.

Il mio compito ora è solo quello di ringraziare. Tutti coloro che hanno reso possibile l’evento. Tutti coloro che sono presenti, anche coloro che ci seguono a distanza. Coloro che stanno lavorando per l’evento (fatemi segnalare il gran lavoro di coordinamento operativo fatto da Giulia D’Argenio e da Edoardo Fabbri Nitti, il nostro team digitale che è una grande sicurezza, i rapporti con i media curati da Donatella Antonioli, la Pro Loco di Maratea) e sull’evento, a cominciare dai numerosi giornalisti presenti.  Grazie soprattutto agli ospiti davvero illustri che – dall’estero e dall’Italia intera – hanno accettato l’invito. A breve, tra di loro, la “nostra ministra” per definizione, cioè la ministra per il Sud e la coesione, l’on. Mara Carfagna che aprirà nel merito i nostri lavori.

Conclusioni (20 giugno 2021)

Claudio De Vincenti e Stefano Rolando all’inizio della sessione conclusiva

Siamo arrivati alla terza giornata, quella conclusiva, di un forum che ha avuto quattro sessioni tematiche e che, alla fine, registrerà il contributo di cinquanta relatori, quelli di questa sessione particolarmente autorevoli e comunque in primo piano – a cominciare dal ministro italiano dell’Economia e dal commissario europeo dell’Economia – rispetto al quadro decisionale che presidia il tema del “ravvicinamento delle distanze” tra Sud e Nord (tema globale e quindi anche europeo e non solo italiano).

Con Claudio De Vincenti esprimiamo molta gratitudine per chi ha detto, chi ha fatto, chi ha scritto, chi ha reso possibili collegamenti e relazioni.

La scommessa sulla agibilità di questa Villa, pur nel suo magnifico isolamento, a dirupo su uno dei mari più belli del mondo, possiamo dire che è stata vinta e che il percorso futuro di “Sud&Nord” oggi è più leggibile.

Fatemi ripartire per un momento proprio da questa Villa e dalla figura di Francesco Saverio Nitti che, attraverso questo luogo, ci è presente anche come paradigma storico di molte cose su cui qui si è discusso.

Ringrazio Franco Bernabè che ha messo a cornice del suo intervento la personalità complessa – teorica e politica – di Nitti.

Con parole moderne si può dire che Nitti appartiene, da precursore nel Novecento, al pensiero di chi crede che la crescita debba coniugarsi con l’equità. Bernabè ha ricordato l’architettura del pensiero e dell’iniziativa di Nitti nella relazione strategica tra pubblico e privato come equilibrio competitivo degli investimenti. E al tempo stesso si deve ricordare il suo rapporto con le fonti della conoscenza tecnologica più avanzata nel tempo per promuovere infrastrutture intese come volano dell’economia industriale. Prima di essere a capo del governo italiano Nitti fu l’inventore del progetto di industrializzazione di Napoli, fu (da parlamentare) il ricercatore sulla condizione sociale dei contadini meridionali (relazione che noi ripubblicheremo presto, spero insieme a una mostra di inediti fotografici della prima parte del ‘900  che fanno parte di un fondo su cui si sta lavorando presso il Touring Club Italiano), fu il creatore delle condizioni assicurative dei reduci e poi (con l’INA) di una estesa parte di società italiana, fu ministro del Tesoro che cambiò le regole della spesa pubblica. Fu colui che allargò il voto prima stretto a pochi secondo regole di censo. Ecco perché il nostro riferimento è ad una cultura dello sviluppo in cui, nella diversità dei territori, le condizioni socio-culturali siano un parametro di adattamento ineludibile (che oggi dovrebbe essere il tema complementare a quello ambientale nel parlare di “sostenibilità”).

Vorrei aggiungere qualche parola sull’andamento del dibattito qui.

Nel merito economico e delle politiche pubbliche dello sviluppo ovviamente sarà Claudio De Vincenti a dire cose più mirate. Io mi limito a qualche spunto di contorno.

  • Il primo è che il tema proposto dell’accorciamento delle distanze (non eravamo certissimi del riscontro) è passato come un parametro interessante, tanto che qualcuno si è spinto fino al punto da responsabilizzarci sulla “misurazione”.
  • Il secondo è che ritorna – a proposito di Mezzogiorno – la conflittualità di visuale tra ottimisti e pessimisti (quella che fa distinguere nella storiografia del meridionalismo l’ottimismo di Nitti rispetto al pessimismo di Giustino Fortunato), così che, ad esempio, nella sessione del pomeriggio di ieri la discussione su Cultura e patrimonio (materiale e immateriale) ha visto prevalere l’ottimismo mentre quella su Scuola, formazione e università ha visto prevalere il pessimismo. Insomma abbiamo bisogno di un’intesa interpretativa sui dati per uscire da questa polarizzazione e cogliere piuttosto le linee di tendenza.
  • Il terzo è connesso all’idea di nord e sud, in cui alcuni contributi – mi riferisco ad esempio a quello di Massimo Deandreis – ci spingono giustamente verso la moderna e impellente visione geo-economica (e quindi anche geo-politica) del quadro euro-mediterraneo. A questo proposito mi sia concessa una citazione. Nel panel conclusivo – insieme alla prolusione di Giuliano Amato sulla nozione stessa di “unità nazionale” e gli interventi sullo scenario decisionale del ministro Daniele Franco e del commissario Paolo Gentiloni – sono previsti i contributi di due figure rilevanti della politica italiana alle nostre spalle che ha pensato Paese e al tempo stesso anche pensato Mezzogiorno, Gerardo Bianco e Anna Finocchiaro. Avremmo voluto estendere di più la rappresentazione. Ma il format ha limiti di vario genere. Così che ad una figura pensata come riferimento della nostra discussione – parlo di Piero Bassetti presidente di Globus&Locus, dunque una sorta di nord e sud della globalizzazione – che, nella sua nota settentrionalità e in una conversazione recente sulla pandemia che ha poi preso la via di questo piccolo libro edito da Luca Sossella, ha fatto questa affermazione: “Se noi ricominciassimo a fare un po’ di geopolitica avremmo chiaro che se non vogliamo tentare l’avventura della Brexit dobbiamo ripensare all’Europa vista con gli occhi di Federico II. Duca di Svevia, re di Sicilia, imperatore del Sacro Romano Impero. Dico: un tedesco che immaginava Palermo come capitale sovrannazionale e gli snodi lucani come mediatori essenzxiali9 degli interessi europei”.
  • Ultimo spunto che cito – vedendo Francesco Pinto ancora con noi in questa ultima sessione – è la controversia sullo stereotipo, che resta un bacino di ambiguità: da un lato la persistenza di immagini che rafforzano le distanze, dall’altro lato un cantiere in cui le distanze possono trasformarsi in diversità, lavorando però anche per una loro netta evoluzione. Mi pare un tema su cui dovremo immaginare una specifica occasione di approfondimento.

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