25 luglio 1943, 78 anni fa. Mussolini deposto. Si chiude l’epoca del fascismo al potere per 21 anni. Si apre il doloroso conflitto di due anni (guerra e guerra civile) per restituire agli italiani la libertà.

La seduta del Gran Consiglio del Fasciscmo del 24-25 luglio 1943

Il 25 luglio del 1943, 78 anni fa, si concludeva la seduta del Gran Consiglio del Fascismo, nella sala del Mappamondo a Palazzo Venezia, con l’odg di Dino Grandi (al tempo Ministro della Giustizia) firmato dalla maggioranza dei membri, in cui –  a seguito della disfatta militare italiana in Africa e lo sbarco degli americani in Italia il 10 luglio – si determinava a Mussolini  la restituzione al re della guida delle Forze Armate  in  una forma che comportava anche il ritorno al quadro istituzionale pre-fascista e con un appello al re per assumere i pieni poteri civili e militari. Nella sostanza una deliberazione di sfiducia a Mussolini che metteva il re legittimamente nelle condizioni di rimuoverlo nominando altri alla guida del Governo.

In quell’alba, dopo l’approvazione (19 voti a favore, primi firmatari Grandi, Bottai, Federzoni, Ciano, De Vecchi; 7 voti contrari, con a capo Carlo Scorza segretario del PNF; 1 astenuto, Giacomo Suardo; Roberto Farinacci, uomo dei tedeschi, usci dalla sala non partecipando al voto), Mussolini si limitò a chiedere a Grandi come sarebbe avvenuta la comunicazione al re, ricevendo risposta che allo stesso Mussolini toccava l’incombenza.

Mussolini, alle 2.40 del 25 luglio, lasciò muto e stremato la seduta tornando a Villa Torlonia. La moglie Rachele lo aspettava in piedi: “Quando li fai arrestare tutti?”. “Tra poco” sillabò il Duce che alle 17 aveva udienza fissata a Villa Savoia (oggi Villa Ada) dal re.

Il colloquio durò venti minuti. Mussolini, accompagnato dal suo segretario, il prefetto Nicola De Cesare, aveva un cartella sottobraccio con il testo dell’odg Grandi e lo statuto del Gran Consiglio in cui era sottolineato il potere solo consultivo di questo organismo.

Re Vittorio Emanuele III gli annunciò la decisione di revoca da primo ministro e la sua sostituzione con il maresciallo Pietro Badoglio. Cinque carabinieri lo attendevano all’uscita della Villa. Il capitano Paolo Vigneri aveva l’incarico di eseguire l’arresto “a ogni costo”. I sottoufficiali Bertuzzi, Gianfriglia e Zenon in caso di necessità erano autorizzati a usare le armi. Vigneri, a nome del re chiese a Mussolini di seguirlo per “sottrarlo ad eventuali violenze della folla”. Ricevuto un diniego, Vigneri prese per un braccio Mussolini ed eseguì l’arresto caricandolo su un’ambulanza militare che si diresse alla Caserma Podgora in Trastevere.

L’arresto di Mussolini nel disegno interpretato dalla Domenica del Corriere

La Regina Elena in un’intervista del 1950 a La storia illustrata disse: “«Eravamo in giardino. A me non aveva ancora detto nulla. Quando un emozionato Acquarone ci raggiunse, e disse a mio marito: «Il generale dei carabinieri desidera, prima dell’arresto di Mussolini, l’autorizzazione di Vostra Maestà» – Io restai di sasso. Mi venne poi da tremare quando sentii mio marito rispondere: «Va bene. Qualcuno deve prendersi la responsabilità. Me l’assumo io».

Mussolini, in una versione pubblicata postuma dal Meridiano d’Italia il 6 aprile 1947, disse: “Del re ero sicuro: non avevo motivo di dubitare di lui. Il colloquio, a Villa Savoia, durò circa venti minuti. Si iniziò con una mia succinta relazione sulla situazione politico-militare e sull’incontro a Feltre (1). Vittorio Emanuele, dimostrando vivo interessamento a quanto gli andavo esponendo, domandò precisazioni e fece qualche obiezione. Gli parlai, poi, della situazione in Sicilia, della minaccia diretta contro l’Italia meridionale, della seduta del Gran Consiglio, facendogli presente la necessità di agire energicamente per stroncare l’offensiva dei nemici esterni ed interni. Fu allora che il re, infiorando come sua consuetudine le frasi con qualche parola piemontese, mi disse che era inutile far progetti per l’avvenire, perché la guerra era ormai da considerarsi irrimediabilmente perduta, che “il popolo non la sentiva, che l’Esercito non voleva battersi”.

La memoria diretta di Dino Grandi è contenuta nel suo testo 25 luglio. Quarant’anni dopo, a cura e con introduzione di Renzo De Felice Il Mulino, 1983.

(1) – Mussolini fa riferimento all’incontro con Hitler avvenuto il 19 luglio 1943 a Villa Gaggia a San Fermo a una ventina di chilometri da Feltre. Incontro in cui la pressione dei militari italiani su Mussolini era quella di rappresentare a Hitler le ragioni di un disimpegno, argomento che Mussolini non riuscì a prendere di petto così da trasformare l’incontro stesso in un “nulla di fatto”.

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